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Giuseppe ungaretti


La vita


Giuseppe Ungaretti nasce nel 1888 ad Alessandria d’Egitto da genitori lucchesi. In Egitto compie i suoi studi fino all’età di 24 anni (epoca del deserto). Dopo una breve sosta in Italia nel 1912 si reca in Francia e alla Sorbona perfeziona i suoi studi. Nel 1914 torna in Italia, è fervente interventista e allo scoppio della guerra si arruola come soldato semplice volontario di fanteria. (Epoca dal deserto al Carso). La drammatica esperienza della guerra lo segna profondamente spingendolo a riscoprire valori come la solidarietà umana e la fratellanza ispirandolo a scrivere le poesie appartenenti alla raccolta “Il porto sepolto”, poi confluite ne “L’allegria”. Terminata la guerra approfondisce gli studi classici e studia i simbolisti francesi; vive tra Parigi e Roma e sposa una giovane francese. Nel 1935 si trasferisce in Brasile dove insegna letteratura italiana all’università di San Paolo; qui vive l’esperienza più tragica della sua vita: la morte del figlio amatissimo di soli nove anni. E’ questa l’età “del dolore” personale e universale. Nel 1942 torna in Italia e durante la guerra insegna letteratura italiana all’università di Roma. Si spegne a Milano il 1° giugno 1970 quando ormai da un paio d’anni “la musa tace”.


La madre

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra per condurmi, Madre, sino al Signore, come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa, sarai una statua davanti all’Eterno come già ti vedeva quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,

come quando spirasti dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato, ti verrà il desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Commento

La lirica, datata 1930, appartiene alla raccolta Sentimento del tempo. Essa segna l’abbandono del tema della guerra e un ritorno a meditazioni esistenziali di carattere più generale con un recupero della versificazione tradizionale, di una sintassi più complessa e della punteggiatura. Nel componimento il poeta affronta il tema della propria morte. Il poeta immagina che il giorno in cui la sua anima si troverà al cospetto di Dio per essere giudicato. Egli crede che non sarà solo perché lo accompagnerà sua madre che intercederà per lui presso il Signore per ottenere, con fermezza e umiltà, la salvezza del figlio. Nelle ultime due strofe il poeta descrive la riconciliazione della madre con il figlio, perdonato e solo a quel punto la madre potrà guardare il figlio tanto amato, ritornato puro e innocente come quando era bambino. L’atteggiamento della madre è severo nella prima parte della lirica per diventare negli ultimi versi amoroso.

Commento complessivo

La guerra col sottolineare la vertiginosa contiguità della vita e della morte, col ricondurre l’uomo ad un rapporto elementare con la natura, il dolore, il destino ma anche con l’allegria della vita, ritrovata sull’orlo dell’incombente vanificazione. Fu un incentivo alla ricerca ungarettiana di parole essenziali, scavate nell’”Abisso” della coscienza. Si tratta della parola, e dunque della poesia come ardua conquista della consapevolezza del proprio esistere. Ne è un esempio la lirica da cui è possibile un riferimento diretto al testo di “Fratelli”. Qui la parola è riscoperta nel suo valore assoluto, non convenzionale. Pronunciarla nel buio della notte e della guerra scatena una spontanea concatenazione di analogie. Quella parola è speranza (la foglia verde di “Soldati”), saluto accorato, riconoscimento di una invincibile dignità umana insita nella sofferenza comune. E’ nella solidarietà del dolore e dell’amore che i soldati si riconoscono uomini, non più cose sbattute dalla guerra. In “Veglia” si evince il senso quasi allucinato di compresenza vita-morte nella realtà disumana della guerra. E’ Natale : il poeta, acquattato nella trincea, scrive lettere piene d’amore ai suoi cari lontani. Accanto a lui è un compagno massacrato, ed egli si sente compenetrato dall’orrore della sua bocca digrignata, sente le mani di lui, congestionate nello spasimo supremo, penetrate, quasi fisicamente, nel silenzio della sua anima; e tuttavia, mentre rivive lo strazio della morte si protende con impeto elementare verso la vita. Mentre un paese devastato dall’artiglieria diviene, in “San Martino del Carso”, l’emblema dell’annientamento che la guerra provoca nella natura, e, soprattutto, nello spirito. Accanto alle parole scarnificate è possibile osservare le pause e le forti scansioni. A proposito di alcuni testi è stata sottolineata l’estrema poeticità del dettato. In realtà in essi Ungaretti perseguì la sintesi e la concentrazione totali: un modo per opporsi al magniloquente stile Dannunziano e ritrovare con la parola essenziale dell’uomo di pena, la verità della vita. Ma concisione non significa rinuncia espressiva, anzi, la parola “nude” si rivela ricca di consonanze analogiche e anela alla musica e alla suggestività lirica. Riferendoci al testo di “Mattina”, dobbiamo osservare che i due versi, se scritti di seguito, formerebbero un perfetto settenario ma la grafia reale impone di seguirli come una spezzatura sintattico-emotiva e con un enjambement , il quale stabilisce tra verso e verso una pausa liricamente irrazionale, ma fortemente poetica. Le due parole così isolate e, nello stesso tempo congiunte, tendono ad accentuare l’espandersi della luce dagli occhi all’anima. Il percorso analitico con un testo che, sostanzialmente, vorrebbe essere un’apertura alla lettura della vita intera del poeta. Ne “I Fiumi” il poeta, bagnatosi nell’Isonzo, ritrova in esso la memoria di tutti gli altri fiumi della sua vita: il Serchio, il Nilo, la Senna. L’Isonzo diventa così simbolo del perenne fluire della vita. Nella lirica il paesaggio appare come mezzo di rivelazione e scoperta del legame tra l’io e la realtà profondi della natura. L’ abbandono alla vitalità cosmica, il sentirsi “…docile fibra dell’Universo…” confortano il poeta dall’angoscia delle guerre.

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