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Giuseppe Ungaretti: Il dolore


La raccolta, pubblicata nel 1947, contiene i componimenti scritti da Ungaretti dopo il 1933. In essa l’autore esprime il tormento personale, che scaturisce dalla morte del fratello e del figlio di nove anni, e quello collettivo, provocato dalla guerra. A causa della sua diretta partecipazione al conflitto, Ungaretti non correda i testi con alcuna nota, ma si limita ad esporre il tragico sentimento della sofferenza. “Il dolore” può essere definito il libro più vicino al canzoniere di Petrarca, poiché si configura come un diario poetico e biografico. La raccolta contiene due componimenti scritti in memoria del fratello, riuniti sotto il titolo “Tutto ho perduto”, a cui seguono due sezioni dedicate al ricordo del figlio scomparso. L’immenso dolore che il poeta prova a causa dell’assenza fisica dei cari è lenito da immagini evocative (“il volto già scomparso”, “gli occhi ancora vivi”, “le fiduciose mani”, “l’ingenua voce”, “il tuo felice volto”, ecc.) a cui si attribuisce la possibilità di proseguire un colloquio che, nonostante lo strazio, l’autore vuole mantenere in vita. La trasfigurazione del figlio in una luce di purificazione e di speranza religiosa diviene sinonimo di innocenza. Il dolore provato dal poeta si rispecchia nella tragedia e nella sofferenza affrontate dall’intera nazione. Le immagini della guerra lasciano trasparire la dimensione di uno sconvolgimento apocalittico, in cui i toni biblici del linguaggio hanno lo scopo di ricercare il valore di una fede religiosa e la richiesta di una solidarietà umana a cui affidare le sorti dell’intera civiltà, ferita e minacciata.

San Martino del Carso (analisi, parafrasi e spiegazione)

Spiegazione


La poesia è inclusa all’interno dell’esperienza della Prima guerra mondiale.
La prima versione del componimento fu infatti pubblicata nel 1916 e il testo fa parte della raccolta “Il porto sepolto”. Attraverso la lirica, il poeta esprime la disperazione e l’orrore provate durante l’esperienza al fronte tramite un confronto tra l'uomo e la natura, mettendo in relazione la propria tragedia, scandita dalla morte di compagni e amici, alla desolazione di un paese devastato dai combattimenti, appunto San Martino del Carso.
La poesia può essere divisa in due momenti : il primo, che coincide con le due quartine iniziali, costituisce la pars destruens della poesia ungarettiana . L’anafora dell’espressione “non è rimasto” serve a sottolineare la distruzione fisica ed esistenziale della guerra, che lascia sopravvivere esclusivamente i miseri resti delle case e degli amici del poeta. Il secondo momento, invece, comprende i due distici conclusivi, che rappresentano uno scatto di umanità attraverso cui Ungaretti riafferma che alla violenza della guerra si contrappone sempre il ricordo di chi non c’è più. Inoltre, sulla base di uno slittamento metaforico-progressivo, il cuore del poeta diventa sia il cimitero esposto alla testimonianza della devastazione causata dalla guerra, che il simbolo del dolore provocato dalla rovina.

Testo, parafrasi e analisi


Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro.

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto.

Di queste case non sono rimaste che dei brandelli di muro. Di tutte le persone che hanno condiviso la vita con me non è rimasto molto di più.


Ma nel cuore
nessuna croce manca.

È il mio cuore
il paese più straziato.

Ma nel mio cuore non manca una croce per nessun morto (l’autore conserva il ricordo dei suoi affetti). Il mio cuore è il paese più straziato.

L’integrità del poeta è ancora più dolorosamente colpita del luogo devastato dagli orrori della guerra.

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