Indice

  1. Vita di Giovanni Verga
  2. Poetica: impersonalità, eclisse dell’autore, mimesi del linguaggio e regressione
  3. Il pessimismo
  4. Vita dei campi (1880)
  5. Fantasticheria, 1878
  6. Rosso Malpelo
  7. Trama
  8. Temi
  9. Tecniche narrative
  10. Il ciclo dei vinti
  11. I Malavoglia (1881)
  12. Modernità e tradizione
  13. La costruzione bipolare del romanzo
  14. Stile
  15. Le Novelle Rusticane (1883)
  16. La Roba
  17. Stile
  18. Mastro Don Gesualdo (1889)
  19. L’impianto narrativo
  20. Tematiche

Vita di Giovanni Verga

Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840 (periodo Risorgimento), da una famiglia di proprietari terrieri, con origini nobili.
Fece i primi studi presso maestri privati dove apprese il patriottismo e il gusto letterario romantico.
Si iscrisse alla Facoltà di Legge a Catania, ma non terminò i corsi, per dedicarsi al lavoro letterario e al giornalismo politico.
Inizialmente basa i suoi interessi testi sugli scrittori francesi moderni, ai limiti con la letteratura di consumo, letture di intrigo o sentimentali, e i romanzi storici italiani.
Dopo un soggiorno a Firenze, torna a Catania, consapevole del fatto che per divenire scrittore autentico doveva venire a contatto con la vera società letteraria italiana.
Nel 1872 si trasferisce a Milano, che era allora il centro culturale più vivo della penisola e più aperto alle sollecitazioni europee. Qui entra in contatto con gli ambienti della Scapigliatura.
In questo periodo scrive tre romanzi: Eva, Eros e Tigre reale, ancora legati a un clima romantico, in cui protesta contro la nuova condizione dell'intellettuale, emarginato e declassato nella società borghese, che è dominata dal principio del profitto, (si ispira alla Scapigliatura).
Nel 1878 avviene la svolta verso il Verismo, con la pubblicazione di “Rosso Malpelo”.
Già nel 1874 Verga aveva pubblicato un bozzetto di ambiente siciliano e rusticano, NEDDA, che descriveva la vita di miseria di una bracciante (ragazza madre); ma il racconto non può essere considerato un preannuncio della svolta, perché i temi sono innovativi, ma lo stile è quello dei romanzi mondani, e con gusto romantico.
Negli anni successivi scriverà: la raccolta di novelle “Vita dei campi” (1880), il primo romanzo del ciclo dei Vinti: I Malavoglia (1883), e il secondo romanzo del ciclo, Mastro-don Gesualdo (1889), successivamente lavora al terzo, La Duchessa de Leyra, ma non riesce a finirlo, e mentre invece gli ultimi due romanzi non verranno proprio realizzati. (In questi 5 romanzi Verga esprime la sua idea secondo cui l’errore dei deboli è quello di cercare di combattere contro il più forte per cambiare la loro condizione).
Dopo il 1903 si chiude in un silenzio quasi totale, e si dedica alle sue proprietà agricole e alla sua condizione economica. Le sue posizioni politiche si fanno sempre più chiuse e conservatrici.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale è interventista e nel dopoguerra si schiera sulle posizioni dei nazionalisti, pur però in un sostanziale distacco da ogni interesse politico militante.
Muore nel gennaio del 1922, l'anno che vedrà la marcia su Roma e la salita al potere del fascismo.

Svolta verista
Verga voleva rappresentare il «vero», ma non aveva ancora gli strumenti per poterlo fare, l’approdo al Verismo consiste quindi in una progressiva chiarezza di propositi già radicati, e della conquista di strumenti concettuali e stilistici più maturi: la concezione materialistica della realtà e l'impersonalità dell’autore.
Con questa conversione, Verga non vuole affatto abbandonare gli ambienti dell'alta società per quelli popolari, ma, (come afferma nella prefazione ai Malavoglia), si propone di tornare a studiarli proprio con quegli strumenti più incisivi di cui si è impadronito.
Verga, per il suo studio dei meccanismi della società, parte dalle classi sociali più basse, poiché in esse tali meccanismi sono meno complicati e possono essere individuati più facilmente.
Successivamente analizzerà anche agli strati superiori.

Poetica: impersonalità, eclisse dell’autore, mimesi del linguaggio e regressione

Secondo Verga, la rappresentazione artistica deve rappresentare qualcosa nel modo in cui appare veramente. Per far questo però, non basta che ciò che viene raccontato sia reale e documentato, ma deve anche essere raccontato in modo da porre il lettore «faccia a faccia col fatto nudo e schietto», in modo che non abbia l'impressione di vederlo attraverso lo scrittore.
Per questo lo scrittore deve "eclissarsi", cioè non deve comparire nella narrazione attraverso reazioni soggettive, riflessioni, spiegazioni, ma deve «mettersi nella pelle» dei suoi personaggi, per «vedere le cose coi loro occhi ed esprimerle con le loro parole».
In tal modo l'opera dovrà sembrare «essersi fatta da sé», e il lettore avrà l'impressione di assistere a fatti che si svolgono nel momento in cui sono narrati.
Infatti in queste storie non ci sono antefatti, informazioni sul carattere e sulla storia dei personaggi, e descrizioni dei luoghi dove si svolge l'azione, ma sono proprio i personaggi che quindi si fanno conoscere e rivelano il loro carattere attraverso le loro azioni e le loro parole.
Questo procedimento stilistico, porta a una riduzione del racconto all’essenziale —> rifiuto della drammaticità.
Con la teoria dell’impersonalitá, con cui l'autore si "eclissa" e si cala nei personaggi , si arriva alla regressione del narratore nell’ambiente narrato: il punto di vista dello scrittore non si avverte mai, il narratore si mimetizza nei personaggi stessi, adotta il loro modo di pensare di parlare e di sentire, condividendone anche i principi morali.
Per esprimere questo concetto, Verga, nei Malavoglia e nelle novelle, rappresenta ambienti popolari e rurali e mette in scena personaggi incolti e primitivi, contadini, pescatori, minatori, la cui visione e il cui linguaggio sono ben diversi da quelli dello scrittore borghese (verga), e non riescono a cogliere le motivazioni psicologiche delle azioni, ma basano ogni fatto sulla legge dell'utile e dell'interesse egoistico.
Esempio: Rosso Malpelo —> Già con la prima frase, si capisce che a narrare la storia non è un intellettuale borghese (Verga), ma uno dei vari minatori della cava in cui lavora Malpelo.
Il linguaggio deve adeguarsi all’ambiente descritto —> Mimesi
Di conseguenza è spoglio e povero, contiene molti modi di dire, paragoni, proverbi, imprecazioni popolari/gergali.
La sintassi è elementare e spesso scorretta, molto spesso si basa sulla la struttura dialettale .

Il pessimismo

Verga, (come spiega lui stesso in un passo della Prefazione ai Vinti), ritiene che l'autore debba "eclissarsi" dall'opera perché non ha il diritto di giudicare la materia che rappresenta.
Il motivo di ciò, deriva dalla concezione pessimistica di Verga, secondo cui: la società umana è dominata dal meccanismo crudele della lotta per la vita, per cui il più forte schiaccia necessariamente il più debole. (Teoria del Darwinismo Sociale).
In questa visione gli uomini sono mossi solo dall'interesse economico, dalla ricerca dell'utile, dall'egoismo, dalla volontà di sopraffare gli altri.
Questa legge di natura, è universale, e governa qualsiasi società, in ogni tempo e in ogni luogo, e domina non solo le società umane, ma anche il mondo animale e vegetale.
Essendo una legge di natura, secondo Verga, essa è immodificabile, quindi non si possono dare alternative alla realtà esistente, né nel futuro, né nel passato, e neppure nella dimensione del trascendente (visione materialistica e atea). —> contrasto con i Naturalisti.
Per questo motivo, lo scrittore si deve limitare a riprodurre/studiare la realtà così com'è, lasciare che parli da sé.
Il pessimismo di Verga, lo distanzia quindi dai “falsi miti”: il mito del progresso e il mito del popolo. Questo pessimo però non porta a un'accettazione acritica della realtà esistente, ma, consente a Verga di cogliere in modo oggettivo gli aspetti negativi della realtà: la lotta per la vita, il trionfo dell'utile e della forza, lotte di classe, lotte tra individui, sofferenza e la degradazione umana.
Verga rifiuta anche il tema romantico che rimpiange la vita semplice e “pura” del passato, della campagna e delle tradizioni. Secondo lui infatti anche le campagne sono dominate da: interesse economico, l'egoismo, la ricerca dell'utile, la forza e la sopraffazione, che pongono gli uomini in costante conflitto fra loro.
Le opere di Verga sono scomode, aspre, sgradevoli, urtano il lettore e stimolano così la riflessione critica.

Vita dei campi (1880)

“Vita dei Campi” è una raccolta di novelle pubblicata nel 1880 e ambientata nella Sicilia rurale.
I protagonisti sono figure caratteristiche della vita contadina siciliana.
Oltre alla rappresentazione veristica e pessimistica del mondo rurale, in queste novelle si può trovare ancora traccia di un atteggiamento romantico, di vagheggiamento nostalgico di quell'ambiente arcaico, visto come una sorta di paradiso perduto di autenticità e innocenza, oppure come di un mondo mitico e folklorico, dominato da passioni violente e primitive.
In queste novelle veristiche ricorre anche il conflitto romantico fra l'individuo "diverso" e il contesto sociale che lo rifiuta e lo espelle.
In Verga, in questo periodo, è ancora in atto una contraddizione tra le tendenze romantiche della sua formazione e le nuove tendenze veristiche, pessimistiche e materialistiche, che lo inducono a studiare "scientificamente" le leggi del meccanismo sociale e a riconoscere che anche il mondo rurale è dominato dalla stessa legge della lotta per la vita che regola la società cittadina.
(È una contraddizione che troverà presto soluzione nei Malavoglia.)

Fantasticheria, 1878

L’autore si rivolge in forma di lettere a una dama dell’alta società.
È un’anticipazione dei personaggi, luoghi e temi dei Malavoglia.

Trama: La dama, un’ amica francese del narratore, assieme a lui, osserva la vita di paese di Aci Trezza. Inizialmente la donna si sofferma sulle bellezze del paesaggio, dopo alcuni giorni, però, si rende conto della monotonia della vita di paese e della sua società; e decide di lasciare il paesino.
A questo punto il narratore cerca di spiegare alla donna le caratteristiche della vita di Aci Trezza, presentandole il punto di vista della povera gente che vi abita. In questo villaggio di pescatori è praticamente impossibile sopravvivere senza l'appoggio dei compaesani.

Temi - Contrapposizione tra il mondo sofisticato e distaccato della borghesia ("dama") e la realtà dei pescatori di Aci Trezza: la borghese è incapace di comprendere la vita degli umili, e Verga sottolinea la necessità di un punto di vista "microscopico" per capire il dramma dei poveri.
Ideale dell’ostrica: (tema centrale che verrà ripreso in "I Malavoglia"): I personaggi sono paragonati a delle ostriche che, per sopravvivere alle avversità, rimangono attaccate al loro scoglio (il villaggio, la famiglia) e chi si stacca dal proprio gruppo per curiosità o ambizione rischia di essere rovinato dalla “fiumana del progresso” che peggiora la sua situazione
Critica al progresso e all’avidità : L'arrivo del progresso e l'ambizione di accumulare ricchezza vengono presentati come la causa di molte tragedie, che distruggono l'equilibrio precario di queste comunità. Il mondo borghese, con i suoi valori superficiali e il suo individualismo, è visto come una minaccia per la solidarietà e la stabilità del mondo popolare.

Rosso Malpelo

Pubblicato nel 1878 segna la svolta verista di Verga
Ambientato in Sicilia nel XIX secolo.
È considerato il manifesto del verismo

Trama

Rosso Malpelo è un ragazzo che lavora in una cava di rena rossa, conducendo una vita dura e priva di ogni forma di affetto. Subisce il pregiudizio per i suoi capelli rossi.
Ha brutti rapporti con la madre, lavora con il padre, Mastro Titta (Misciu Bestiaperché), l'unica persona che gli da affetto.
Spinto dal disperato bisogno di soldi, Mastro Titta, accetta un pericoloso incarico e muore.
Malpelo diventa sempre più scorbutico, ma un giorno alla cava arriva un ragazzino, detto Ranocchio per il suo modo claudicante di camminare.
Viene aiutato da Malpelo, che da un lato lo protegge e dall'altro lo tormenta, picchiandolo e maltrattandolo, con lo scopo di insegnargli a vivere in quel mondo così duro e crudele ma anche perché non aveva mai ricevuto nessuna forma di affetto.
Poco dopo Ranocchio si ammala di tubercolosi e, stremato dalla fatica, muore.
Malpelo, ormai solo (la madre si è trasferita dopo essersi risposata come anche la sorella), assume il rischioso compito di esplorare una galleria abbandonata che arriva a un pozzo.
Il ragazzo intraprese l’avventura e non uscì mai più dalla grotta .
Anche dopo la sua scomparsa, i lavoratori della cava ancora temono di vederselo spuntare da un momento all'altro con i suoi "capelli rossi e occhiacci grigi".

Temi

Sfruttamento minorile
Rapporti tra le classi sociali
Rapporti tra i membri di una stessa classe sociale (i minatori trattavano male Malpelo)
Pregiudizi sociali: Malpelo viene giudicato per il colore dei suoi capelli
Visione economistica della società (La mamma e la sorella di Malpelo prendevano i soldi che lui guadagna e lo trattano male perché pensano che lui ne abbia nascosti alcuni.)
Legge del più forte: per sopravvivere Malpelo si comporta secondo i pregiudizi sociali che gli vengono attribuiti. Diventa violento verso Ranocchio e lo prende in giro per il suo femore lussato proprio per aiutarlo ad affrontare le sofferenze da chi gli vuole bene.

Tecniche narrative

Regressione: Verga esprime la novella in forme dialettali, utilizza un linguaggio basso e scrive i pensieri dei personaggi (la novella inizia con il pregiudizio su Malpelo)
I fatti si svolgono nel momento in cui sono narrati.

Impersonalità: l’autore non compare della storia, si mette allo stesso livello dei personaggi.
In questo modo il lettore, borghese o aristocratico, prende le distanze dai giudizi sociali e proverà un senso di compassione nei confronti del ragazzo.

Il ciclo dei vinti

È un ciclo di romanzi, che riprende il modello già affermato dai Rougon-Macquart di Zola.
A differenza di Zola però Verga non pone al centro del suo ciclo l'intento scientifico di seguire gli effetti dell'ereditarietà, ma la volontà di tracciare un quadro sociale, di delineare «la fisionomia italiana moderna», analizzando tutte le classi, dai ceti popolari all'aristocrazia.
Criterio unificante è il principio della lotta per la sopravvivenza, che lo scrittore ricava dalle teorie di Darwin sull'evoluzione delle specie animali ed applica alla società umana: tutta la società, ad ogni livello, è dominata da conflitti di interesse, ed il più forte trionfa, schiacciando i più deboli.
Verga sceglie come oggetto della sua narrazione i «vinti», il cui errore è stato proprio quello di cercare di combattere contro il più forte per cambiare la propria condizione.
Al ciclo viene premessa una prefazione (“I Vinti e la Fiumana del progresso”), che chiarisce gli intenti generali dello scrittore, ossia che
Nel primo romanzo, I Malavoglia, «il movente dell'attività umana che produce la fiumana del progresso» è la «lotta pei bisogni materiali».
Vengono rappresentate le sfere sociali basse (umili pescatori), in cui il meccanismo sociale è meno complicato e «potrà quindi osservarsi con maggior precisione».
Mastro-don Gesualdo: Avidità di ricchezza nella borghesia di provincia, il protagonista è un uomo arricchito
La Duchessa de Leyra: Vanità aristocratica; la protagonista è un’intrusa nelle classi alte
L'onorevole Scipioni: Ambizione politica; il protagonista è un uomo ingegnoso e volenteroso
L'uomo di lusso: Ambizione artistica; il protagonista è proprio un artista bramoso.

Anche lo stile e il linguaggio devono modificarsi gradatamente in questa scala ascendente e ad ogni tappa devono avere un carattere proprio, adatto al soggetto.
Nei Malavoglia, che rappresentano le «basse sfere», il narratore si adegua alle categorie mentali e al linguaggio dell'ambiente popolare.
Nel Gesualdo si innalza, in corrispondenza di ambienti sociali più elevati.

I Malavoglia (1881)

Questo romanzo narra la storia di una famiglia di pescatori siciliani, i laboriosi e onesti Toscano, chiamati "Malavoglia" poiché nell'uso popolare i soprannomi sono spesso il contrario delle qualità di chi li porta, infatti loro erano uniti e gran lavoratori.
Essi vivono nel paesino di Aci Trezza, posseggono una casa (la "casa del nespolo") e una barca (la "Provvidenza") e conducono una vita «relativamente felice» e tranquilla.
Nel 1863 però il giovane 'Ntoni, nipote di padron 'Ntoni, deve partire per il servizio militare.
(C’era la leva militare obbligatoria)
La famiglia, si trova in difficoltà perché deve pagare il figlio che prima lavorava.
A ciò si aggiunge una cattiva annata per la pesca, e il fatto che la figlia maggiore, Mena, abbia bisogno della dote per sposarsi.
Padron 'Ntoni, per superare le difficoltà, pensa di intraprendere un piccolo commercio: compera dall'usuraio zio Crocifisso un carico di lupini, per rivenderli in un porto vicino; ma la barca naufraga nella tempesta, Bastianazzo muore e il carico va perduto —> lutto + declassamento
Comincia di qui una lunga serie di sventure: La casa viene pignorata; Luca, il secondogenito, muore nella battaglia di Lissa; la madre, Maruzza, è uccisa dal colera; la "Provvidenza" ,recuperata e riparata, naufraga ancora, e i Malavoglia sono costretti ad andare a giornata.
La sventura disgrega il nucleo familiare: 'Ntoni, che ha conosciuto la vita delle grandi città (Napoli), non si adatta più ad una vita di dure fatiche e di stenti; comincia a frequentare cattive compagnie, è coinvolto nel contrabbando e, sorpreso, finisce per dare una coltellata alla guardia doganale (c’erano anche motivi di rivalità su donne e motivi d'onore: don Michele corteggia la sorella minore Lia, che fuggirà e diventerà prostituita).
A causa del disonore caduto sulla famiglia, Mena non può più sposare Alfio.
Padron Ntoni, va a morire all'ospedale (disonorevole perché si doveva morire nel proprio letto).
L'ultimo figlio, Alessi, riesce a riscattare la casa del nespolo, continuando il mestiere del nonno. 'Ntoni, uscito di prigione, torna una notte in famiglia, ma si rende conto di non poter più restare, e si allontana per sempre.

Modernità e tradizione

Il romanzo è ambientato tra il 1863 (poco dopo l’ Unita d’Italia) e dimostra come il momento di rapida trasformazione della società italiana, coinvolga anche il mondo rurale arcaico, ritenuto immobile nelle sue tradizioni.
‘Ntoni rappresenta le forze disgregatrici della modernità, in opposizione al nonno, che rappresenta invece lo spirito tradizionalista e patriarcale per eccellenza, e sarà proprio la coltellata del ragazzo alla guardia a far toccare il fondo al processo di degradazione della famiglia.
Alla fine Alessi riuscirà a ricomporre un frammento dell'antico nucleo familiare, ma ciò non implica un ritorno perfettamente circolare alla condizione iniziale: Bastianazzo, Luca, Maruzza, padron 'Ntoni sono morti, 'Ntoni e Lia sono lontani, Mena ha rinunciato al matrimonio per il disonore.
Il romanzo si chiude con l’abbandono di 'Ntoni dal villaggio: è un finale emblematico: il personaggio inquieto, che già aveva messo in crisi quel sistema, se ne distacca per sempre, allontanandosi verso la realtà del progresso, delle grandi città, della storia.
I Malavoglia quindi, non sono la celebrazione di un mondo primordiale e dei suoi valori (la religione della casa e della famiglia, il lavoro, l'onore), visti come alternativa e cura alla falsità e alla corruzione della vita cittadina, ma Verga rappresenta proprio l'impossibilità di quel mondo e dei suoi valori, a causa della legge della lotta per la vita.
I Malavoglia segnano il superamento di Verga della nostalgia romantica per la realtà arcaica della campagna ritenuta Eden di innocenza e genuinità, perché quel mondo non è mai esistito.

La costruzione bipolare del romanzo

Si tratta di un romanzo bipolare corale, cioè si alternano i punti di vista di vari personaggi, senza un vero protagonista.
Questo "coro" si divide in due parti: da un lato si collocano i Malavoglia, con alcuni personaggi a loro collegati (Alfio, Nunziata, la cugina Anna), che sono caratterizzati dalla fedeltà ai valori puri; dall'altro la comunità del paese, pettegola, cinica, mossa solo dall'interesse e insensibile.
Questo gioco di punti di vista ha una funzione importantissima: l'ottica del paese ha il compito di "straniare" sistematicamente i valori ideali proposti dai Malavoglia, che vengono stravolti e deformati.
Il romanzo, ha una costruzione estremamente problematica, basata sul dialogo conflittuale tra le due componenti della visione verghiana: l'idealizzazione romantica della realtà arcaica e il verismo pessimistico.

Stile

Eclisse autore, mimesi, regressione
Linguaggio: modi di dire, proverbi, sintassi elementare
La struttura dell’opera è ciclica: Rottura equilibrio —> conseguenti sventure—> ricostruzione equilibrio, anche se l’equilibrio finale non è come quello iniziale.

Le Novelle Rusticane (1883)

Pubblicate tra il 1 e il 2 romanzo del ciclo dei vinti.
Ripropongono personaggi e ambienti della campagna siciliana, in una prospettiva amara e pessimistica, che porta in primo piano il dominio esclusivo dei moventi economici nell'agire umano e rivela come la fame e la miseria soffochino ogni sentimento disinteressato.

La Roba

Mazzarò è un contadino siciliano di umili origini che, dopo aver lavorato sodo per un lungo periodo della sua vita alle dipendenze di un padrone, riuscì grazie alla sua forza di volontà e avidità ad accumulare tantissima roba (fattorie, magazzini uliveti, vigne, ecc).
Dopo essersi arricchito però, non riesce a goderseli: per lui i soldi non erano un mezzo per migliorare la propria condizione di vita, ma solamente un continuo accumulare di terre e ricchezze senza godersele; infatti, nonostante fosse ricchissimo, faceva di tutto per risparmiare: mangiava poco, non fumava, non beveva vino, non aveva vizi e aveva un cappello di feltro.
L’unico problema di Mazzarò era quello di non avere nulla oltre alla sua roba, nessun affetto, nè figli, nè cugini, nè parenti, a cui donare le terre dopo la sua morte.
Ha allontanato tutti nella sua vita, per paura che potessero sottrargli la sua roba.
Mazzarò vive nel terrore della morte perché ha paura della fine che faranno i sacrifici e i traguardi di una vita intera —> Il pensiero di non poter portare con sé i suoi beni nella vita ultraterrena lo fa addirittura impazzire e il testo si conclude con lui che vaga nei campi, accecato dalla follia, distruggendo raccolti e colpendo animali e gridando "Roba mia, vientene con me!”
(Si lamenta anche dei 12 tari che deve spendere per il funerale della madre)

Stile

Discorso indiretto libero
Ci sono ripetizioni —> formule fiabesche, che esaltano l’impresa dell’eroe
In questa novella si ha l'abbandono definitivo di ogni mitizzazione nostalgica e romantica del mondo rurale; la realtà è tutta dominata dalla logica dell'interesse e della forza, la famiglia non è più il centro ideale di quei valori, non c’è più l’idea del tempo ciclico.
Mazzarò è un Self-Made Man, un uomo che si è fatto da solo, ed è perfettamente integrato nella logica della lotta per la vita.
Essendo che il narratore è vicino all’ideologia di Mazzarò, c’è uno “straniamento rovesciato”, in cui un comportamento malato, crudele, ossessivo (come l’avidità di Mazzarò) viene presentato dal narratore come normale, giusto o perfino ammirevole, ma questa logica dell'accumulo appare anche in tutta la sua disumana negatività: Impostazione problematica.
Attraverso questi effetti Verga critica duramente la “religione della roba”, cioè l’idolatria del possesso, e lo fa lasciando che i fatti parlino da sé.
Mazzarò è un eroe faustiano, (Atteggiamento come Don Gesualdo), che tende inesausto sempre oltre gli obiettivi raggiunti, e questo lo spinge a collocarsi in posizione antagonistica addirittura rispetto a Dio e alla legge naturale della morte.
La conclusione (quasi ironica), contiene un rovesciamento di prospettive: Mazzarò si scontra con la natura stessa, col limite naturale della vita —> in un gesto disperato e folle, Mazzarò tenta di uccidere le anatre e i tacchini, per portare con sé nella morte la «roba».

Mastro Don Gesualdo (1889)

Il romanzo è ambientato nei primi decenni dell'Ottocento, quindi in un'Italia preunitaria agitata da moti, e ha una collocazione geografica nella cittadina di Vizzini, nella provincia di Catania.
Gesualdo Motta da semplice muratore, con la sua intelligenza e energia, ha trovato fortuna. All’inizio del romanzo si sposa con Bianca Trao, discendente da una famiglia nobile, ma in rovina. Gesualdo sperava così di entrare in contatto con il mondo aristocratico del paese, che invece lo esclude perché disprezza per le sue origini: (infatti "don" era l'appellativo destinato ai signori, ma ad esso viene accoppiato "mastro", a indicare la provenienza umile dell'arricchito.)
Anche la moglie non lo ama, anzi ha quasi orrore di lui e lo respinge.
Nasce una bambina, Isabella, che però è frutto di una relazione di Bianca con un cugino.
Isabella, crescendo, respinge a sua volta il padre, vergognandosi delle sue umili origini.
Gesualdo ha anche problemi con suo padre e i suoi fratelli.
Durante le rivolte del 1848, i nobili prendono di mira Gesualdo, che si salva a stento della folla. Isabella si innamora di un cugino povero e fuggendo con lui, Gesualdo, prova a darla in moglie al duca de Leyra, nobile squattrinato, ma deve sborsare una dote spropositata.
Tutte queste amarezze minano la salute di Gesualdo, che si ammala di cancro allo stomaco.
Viene accolto a Palermo nel palazzo del genero e della figlia, ma viene disprezzato per la sua ossessione per i soldi e la roba, che vengono prima di qualsiasi altro legame.
Gesualdo morirà solo, sotto lo sguardo infastidito e sprezzante di un servo.

L’impianto narrativo

Nel Gesualdo, Verga resta fedele al principio dell'impersonalità, ma il livello sociale, si è elevato rispetto ai Malavoglia e alle novelle: non si tratta più di un ambiente popolare, di contadini, pescatori, operai, ma di un ambiente borghese e aristocratico, quindi il narratore è allo stesso livello del mondo trattato.
Narrazione focalizzata sul protagonista (differenza con I Malavoglia) —> Il punto di osservazione dei fatti coincide con la visione di Gesualdo
Discorso indiretto libero, che riporta i pensieri del protagonista.

Tematiche

Pur dedicando tutta la sua vita e tutte le sue energie alla conquista della «roba», Gesualdo conserva un bisogno di relazioni umane autentiche: ha il culto della famiglia, rispetta il padre e aiuta i fratelli, ama la moglie e la figlia e vorrebbe essere amato da loro, è generoso con gli altri.
(Differenza con Mazzaro), infatti soffre la “condanna” che consegue alla sua “religione della roba”, che si manifesterà nel cancro allo stomaco, che lo porta alla morte. (Critica alla societa).
Il suo problema è che gli impulsi generosi e i bisogni affettivi sono sempre soverchiati dall'attenzione gelosa all'interesse economico; la «roba» è il fine primario della sua esistenza, e ciò lo porta ad essere disumano, quindi a negare i suoi stessi valori.
Gesualdo è un self-made man che si costruisce da sé il proprio destino e allo stesso tempo un personaggio "faustiano", perché tende costantemente ad obiettivi più vasti, ed è pronto a "dannarsi l'anima" pur di raggiungerli.
Gesualdo è un «vincitore» materialmente, ma è un «vinto» sul piano umano.
In quest’opera, tutto appare spontaneo, non ci sono tentazioni idealistiche e spariscono definitivamente i residui di idealismo romantico —> Verismo assoluto.

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