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Verga - Vita, Opere e Stile


Verga nasce a Catania il 2 settembre 1840, da una famiglia di agiati proprietari terrieri di tradizione liberale. I testi a cui si ispira durante la sua educazione sono principalmente i romanzi francesi: tra i suoi preferiti vi sono autori come Dumas.
Dopo essersi iscritto alla noiosa facoltà di Giurisprudenza di Catania, si dedica totalmente alla letteratura e al giornalismo politico-culturale. Vive con entusiasmo le vicende legate alla spedizione dei Mille, arruolandosi nella Guardia nazionale. Nel 1865 decide di stabilirsi a Firenze, capitale d'Italia: il giovane scrittore siciliano percepiva la necessità di uscire dalla soffocante atmosfera della provincia catanese. Immersosi nella vita culturale e mondana, frequenta i salotti letterari, conoscendo alcuni rinomati intellettuali italiani.
Raggiunge il primo successo con la pubblicazione di Storia di una capinera, nel 1871, che racconta la vicenda di una fanciulla costretta a farsi monaca.
Nel 1872 si trasferisce a Milano, dove allarga la sua cultura letteraria, leggendo i romanzieri russi. Conosce inoltre Emilio Treves, che diviene il suo editore.
Con la pubblicazione di Nedda, nel 1874, a volte viene riconosciuta la conversione di Verga al Verismo. In realtà, il racconto presenta una sola novità: l'ambientazione siciliana e il conseguente uso di personaggi di umile condizione sociale. L'autore utilizzerà le tecniche narrative veriste soltanto nella seconda metà degli anni '70.
L'interesse per il naturalismo francese inducono Verga a elaborare una nuova tecnica narrativa: nel 1878 pubblica Rosso Malpelo ed altri racconti veristi, che verranno raccolti in Vita dei Campi (1880).
Data l'ironia del destino, con la pubblicazione dei Malavoglia (1881) inizia il periodo di decadenza dell'autore. Le sue opere veriste vengono accolte freddamente. Il successo del Mastro-don Gesualdo riesce a risollevare la situazione dello scrittore, sebbene non riesca a completare il progetto del ciclo dei Vinti.
Nel 1893 decide di ritornare definitivamente a Catania, sviluppando un carattere sempre più pessimista e aggressivo. Morirà nel 1922.

La Poetica


Verga, con la composizione di Nedda, si allontana dai temi patriottici e mondani della sua iniziale produzione, rappresentando il mondo contadino e popolare (fase verista).
Il passaggio al Verismo non è sicuramente considerabile come un evento improvviso, ma si giustifica alla luce di un processo di maturazione ideologico e culturale più complesso.
L'amicizia con Capuana fu un elemento fondamentale per il progresso dell'autore: si deve a Luigi, infatti, la diffusione delle teorie letterarie del romanzo naturalista.
Il vero punto di svolta letterario di Verga si ha con la novella Rosso Malpelo (1878), in cui Verga non si limita ad un bozzetto, ma delinea chiaramente la sua decisione di utilizzare uno stile e un modo di raccontare inediti, che adottino nuovi canoni come l'oggettività e l'impersonalità (rifiutando così ogni possibile riflessione o commento dell'autore).

L'interesse di Verga nei confronti del modello letterario di Zola è sicuramente meno teorico rispetto all'interesse di Capuana, poiché Giovanni è più intenzionato a creare storie e personaggi in cui si potesse percepire la vita nella sua verità. Per quest'ultimo, a differenza di Zola, il verismo non deve risolversi solo in un metodo scientifico in grado di trasformare lo scrittore in uno scienziato: bisogna invece fare dell'attività narrativa un potente strumento d'osservazione della realtà.
Oltre i criteri dell'oggettività e dell'impersonalità, Verga va oltre i principali limiti del naturalismo: la sua narrazione si affida alla condensazione, a ellissi e ritmi accorciati; egli rifiuta l'uso del dialetto, distanziandosi da un atteggiamento che si limiterebbe a mimare la realtà osservata, decidendo dunque di non limitare il pubblico potenziale dei suoi scritti, mirando ad un orizzonte nazionale.
Un'altra differenza tra Zola e il baffuto siciliano è delineata dal rapporto tra scienza, romanzo e progresso. Se per Zola è necessario applicare gli assiomi della medicina sperimentale alla letteratura, facendo uso dei tre momenti salienti del metodo scientifico (osservazione, ipotesi e verifica), in modo da poter utilizzare il nuovo romanzo naturalista come potente mezzo di denuncia (J'Accuse!!!) dei mali della società mirato a migliorare la realtà... non è possibile dire lo stesso per il punto di vista Verghiano.
Dall'impostazione dello scrittore siciliano traspare una sostanziale sfiducia nei confronti della scienza e della sua applicabilità all'arte. Alla base di questa sfiducia vi è una critica del progresso e un conservatorismo, annidati nel pensiero dell'autore.

Contrapposto ad un “interesse scientifico”, in Verga vi è dunque un interesse verso la dimensione antropologica che esplora i temi dello spazio familiare e dei piccolo borghi, creando romanzi che possiedono una funzione indiretta di denuncia ma che al tempo stesso, non possono migliorare la società, la quale mai cambierà (Metaf. Dell'ostrica).
Se Zola e i suoi seguaci privilegiano dunque Parigi come campo d'osservazione, perché in un paese politicamente corretto come la Francia, la capitale ne riassume la Nazione, lo stesso non fu fatto da Verga. Anzi, quest'ultimo e tutti gli autori del Verismo italiano valorizzano le varietà regionali, che rappresentano una ricchezza e una complessità straordinarie dal punto di vista artistico, sociale e antropologico.
La descrizione della vita morale, sentimentale e affettiva dei ceti più bassi è un punto cardine dello stile di Verga. Pur rischiando di scontrarsi col perbenismo etico e religioso, l'autore tratta di tutti i loro comportamenti, ma con un'importante innovazione. La descrizione del popolo non è più effettuata dall'alto: egli non guarda questo mondo con l'occhio della persona colta e rinuncia ad ogni forma di giudizio (che sia morale o no!).
Ciò è ottenibile solo tramite la tecnica dell'impersonalità e dell'ottica estranea. Verga, a differenza di Zola, non si immerge fisicamente nei luoghi da descrivere. Egli sceglie di mantenere una distanza fisica da quel mondo, affidandosi solamente alla pure ricostruzione intellettuale. Per far questo Verga riprende gli usi, i costumi locali, recupera raccolte di proverbi, ricostruisce abitudini e mentalità, adottando l'artificio della regressione: arretrando dalla propria visione borghese del mondo, assume l'ottica di valori e il modo di esprimersi della comunità popolare di cui sta raccontando le vicende.

Nelle novelle e nei romanzi veristi, la forma deve essere inerente al soggetto: non deve esserci alcuno scarto tra voce narrante e voce dei personaggi. Per questo motivo Verga utilizza il narratore anonimo popolare, che racconta i fatti dall'interno di una comunità di cui condivide schemi mentali, valori e lingua. La posizione dell'autore, però, riesca ad arrivare indirettamente al lettore tramite l'uso dell'artificio dello straniamento: tecnica che si basa sul principio di far apparire al lettore strano ciò che è normale o viceversa.; grazie a questa tecnica il lettore comprende che i valori presentati dai personaggi non possono essere condivisi, ed è dunque necessario un rovesciamento della gerarchia dei valori presentatagli dal romanzo. In questo modo, nonostante il suo silenzio, l'autore fa percepire il senso della sua posizione, della sua critica e della sua visione del mondo.

In Verga appare una visione sostanzialmente materialistica dell'esistenza, dominata dagli egoismi individuali e dall'affermazione del forse sul più debole. Nei suoi personaggi è possibile intravedere ciò che realmente pesa su ognuno di loro: una fatalità, un destino inevitabile ormai segnato, che costituisce il limite di ogni aspirazione. Nella sua ottica, ogni illusione è esclusa: il progresso non è altro che una macchina mostruosa che stritola e distrugge i deboli, i fiacchi, i vinti. Egli riconosce il carattere determinato e irreversibile del corso storico, mostrando come dietro al progresso, così esaltato, si nascondano tragedie individuali, drammi e sconfitte collettive.

Il programma Verghiano prende dunque forma nelle raccolte di novelle (Vita dei campi 1880 e Novelle Rusticane 1883) e alimenta il progetto ambizioso già presentato nella Prefazione ai Malavoglia: creare un ciclo di cinque romanzi: il Ciclo dei Vinti, in cui studiare gli effetti prodotti sui singoli e sulle comunità sociali che desiderano il progresso: i quali verranno tutti distrutti dall'ideale dell'ostrica. Il ciclo di romanzi doveva essere impostato secondo una logica ascensionale, che partiva dalle classi più basse, fino ad arrivare a quelle più elevate. Il lavoro rimarrà incompiuto: lo scrittore arriverà a redarre solamente I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo.

Le Novelle


L'infelice storia della raccoglitrice di olive nel bozzetto siciliano Nedda costituisce un momento fondamentale per la coscienza artistica dell'autore: per la prima volta, nella figura di Nedda appare un sentimenti di rassegnazione nei confronti del suo destino di povertà e di stenti che le hanno “indurito” il corpo e l'intelligenza, mostrando in tutta la sua crudeltà
il tema dell'esclusione sociale e della severa logica economica, la quale si basa sulla legge del più forte. Dal punto di vista stilistico, è possibile notare un narratore esterno identificabile con l'autore, che assume una posizione chiaramente riconoscibile, orientando il lettore.
Con la raccolta di novelle Vita dei campi (1880) si realizza il primo esperimento della letteratura italiana verista. Quasi tutte le novelle sono incentrate su un solo protagonista, caratterizzato da isolamento e marginalità rispetto all'ambiente circostante. L'amore è ancora un sentimento spesso presente, ma non più come sentimento languido e assoluto ma come passione divoratrice, irresistibile e bestiale, che facilmente sfocia in tragedia.
Nelle novelle la rivoluzione stilistica verghiana è compiuta: l'autore scompare e il suo posto è preso da una voce narrante popolare. La tecnica dell'impersonalità costituisce uno stile anticlassicistico.
Anche le Novelle Rusticane (1883) sono percorsa da pessimismo e desolazione. La novità in questa raccolta è data dalla presenza di figure potenti: reverendi, amministratori, proprietari. Verga non è più interessato a personaggi eccentrici: i personaggi di questa raccolta sono tutti collocabili nel cuore della struttura economica patriarcale e contadina. Emerge il tema della roba, che troverà sviluppo nelle vicende di Mastro-don Gesualdo.

I Malavoglia


L'idea che spinse Verga a scrivere il romanzo nasce dal successo riscosso da Nedda. Pubblicato nel 1881, I Malavoglia è considerato il capolavoro dell'autore siciliano.
Primo testo della raccolta Vita dei Campi, Fantasticheria (già comparsa sul «Fanfulla della Domenica» del 24 agosto 1879) svolge un’importante funzione nell’introdurre la determinante silloge verghiana, in quanto teorizza esplicitamente alcuni capisaldi della poetica verista degli anni a venire, oltre ad introdurre per rapidi accenni quelli che saranno i personaggi principali del romanzo I Malavoglia, che frattanto sta lievitando nella mente dello scrittore catanese.
Assai interessante, appunto per le finalità teoriche che Verga assegna al suo testo, la forma che egli sceglie di conferirgli: quello di una sorta di lettera, scritta da un protagonista maschile, dietro cui pare intravedersi l’autore reale, ad una figura femminile non meglio identificata, dalla provenienza settentrionale e dalla estrazione sociale alto-borghese. I due, probabilmente legati da un rapporto sentimentale (come pare di intuire tra le righe del testo), trascorrono un breve periodo ad Aci Trezza, là dove verrà ambientato il romanzo.

La vicenda dei Malavoglia ha inizio nel 1863 ad Aci Trezza. Questa famiglia di pescatori proprietari di una barca (La Provvidenza), soggetto collettivo del romanzo, abitano la “casa del nespolo”. Capofamiglia è il nonno, Padron 'Ntoni, padre di Bastianazzo; dal matrimonio di quest'ultimo con Maruzza sono nati cinque nipoti: 'Ntoni, Mena, Luca, Alessi e Lia.
Per iniziativa di Padron 'Ntoni la famiglia stringe un affare che garantirà sicurezza economica alla famiglia: il trasporto di un carico di lupini: la prosperità economica sar coronata dal matrimonio tra Mena e Brasi, figlio del ricco pescatore Cipolla. La sciagura piove sulla famiglia: Bastianazzo muore nel naufragio della barca e 'Ntoni è lontano per la leva militare. La famiglia si ritrova in debito e senza barca: il nonno decide di vendere la casa per saldare il debito: giunge la notizia della morte di Luca, anche la madre muore di colera. Il giovane 'Ntoni torna in paese e viene arrestato dopo aver accoltellato il brigadiere don Michele, che aveva una relazione con Lia: il processo rende pubblica la relazione e Lia fugge in città, andando a prostituirsi. Alessi, rimasto fedele alle tradizione, prosegue la lotta contro le avversità e riesce a riacquistare la casa del nespolo, ristabilendo l'ordine della famiglia.
Attorno alla famiglia vi è il coro di Aci Trezza, pettegolo e curioso, che commenta continuamente ciò che accade, donando una fortissima unità strutturale e stilistica al romanzo.
La storia si dipana in un periodo che va dal 1863 al 1878: sono richiamati alcuni dati storici quali la battaglia navale di Lissa (1866) e l'epidemia di colera (1867). Vi è una profonda vaghezza di indicazioni cronologiche. Vi è una minima descrizione del mondo prossimo al paese, poiché così noto e abituale che non necessita di dettagli, al quale si oppone il mondo grande e lontano, soglia dell'ignoto. Lo spazio chiuso (il borgo di Trezza) rappresenta l'idillio familiare legato a codici di comportamento tradizionali ed è immerso in un ciclo temporale sempre uguale a se stesso; lo spazio aperto (ciò che si trova oltre Trezza) rappresenta il progresso, che travolge i codici tradizionali sostituendoli con le leggi del profitto, immerso in un tempo lineare e cronologico scandito dagli eventi.

Il finale del romanzo sancisce la vera natura anti-idillica dei Malavoglia: ogni volontà di cambiamento si risolve in un disastro, seguendo l'ideale dell'ostrica. Il pessimismo di Verga è assoluto: la sua posizione politica fortemente conservatrice è la logica conseguenza di una concezione del mondo che vede nei cambiamenti solo un male.

Mastro-don Gesualdo


Dopo la pubblicazione dei Malavoglia, Verga comincia a redarre il successivo romanzo: Mastro-don Gesualdo. Molto diverso dal precedente, rappresenta il romanzo dell'eroe moderno, del quale vengono esaltate intelligenza, tenacia ed energia che però lo conducono comunque alla sconfitta. La storia di Gesualdo si svolge in un ambiente più ricco ed ampio di Aci Trezza, il romanzo spazia dal mondo di operai e contadini ai possenti borghesi ed aristocratici. Ambientato a Vizzini, tra il 1820 e il 1848, viene raccontata la storia di Gesualdo Motta, uomo venuto dal nulla che grazie alle sue doti diviene ricchissimo e potente. Tremendamente ambizioso e dominato da un senso di rivalsa sociale, tradisce le sue origini contadine, passando dal suo originale titolo di mastro al titolo di don. Il matrimonio con un'aristocratica decaduta, Bianca Trao, segna l'inizio della sua decadenza: spezza totalmente i legami con la famiglia e non viene accettato dal ceto nobiliare, che lo tratta come un intruso poiché ancora considerato come muratore. Nemmeno la figlia (che potrebbe essere non sua!) Isabella gli dona soddisfazione: viene sposata da un anziano duca che sperpera tutta la fortuna del suocero.
Disprezzato da tutti i suoi parenti, Gesualdo si rinchiude in se stesso, riflettendo sui momenti essenziali della propria esistenza, prendendo coscienza della vanità della fatica volta all'accumulo.
Il romanzo è diviso in quattro parti che si dividono in due movimenti: l'ascesa (affermazione e trionfo di Gesualdo) e la caduta (declino e sconfitta del personaggio). La figura di Gesualdo domina per tutto il romanzo, sparisce la coralità dei Malavoglia. Anche in questo romanzo, la storia incide sulla vita di Gesualdo: i moti del 48 ne sono un esempio.
Il Mastro è detto anche romanzo della roba. In effetti, esso rivela il totale fallimento dell'ideologia della roba: essa porta a comportamenti obbligati non desiderati. La tentazione porta ad una forte lacerazione interiore ed affettiva.
La debolezza del morente abbandonato lo porta alla mercé di chi tenta di appropriarsi dei suoi ultimi giorni di vita: questa morte anti-idillica rende impossibile il lieto fine.
Gesualdo comprende che la sua vita è stata priva di senso.

Dal punto di vista narrativo, Verga abbandona la narrazione delegata dei Malavoglia per dare spazio ad un giudizio critico diretto: con cui commenta e spiega la vicenda.
Per mantenere comunque una forma di impersonalità, Verga rende i dialoghi come predominanti: si rifugia nello spazio del non-detto e non-esplicitato.
La struttura linguistica è anch'essa molto diversa da quella dei Malavoglia: aderisce al parlato dei borghesi e dei ricchi, ben inseriti nelle attività produttive.
Il tempo è rettilineo ed incalzante, frenetico della modernità. I periodi sono brevi e frequentemente spezzati.

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