Giovanni Verga

Vita

• Nasce a Catania il 2 settembre 1840;
• Famiglia di proprietari terrieri appartenenti alla piccola nobiltà;
• Scrive tre romanzi a sfondo patriottico che non ebbero molto successo;
• 1858: si iscrive a giurisprudenza, ma non si laurerà mai;
• 1860: si arruola nella Guardia nazionale per 4 anni;
• 1865 -> 1871: frequenta Firenze e i suoi salotti;
• 1871: viene stampato “Storia di una capinera”;
• 1872: si trasferisce a Milano, conosce gli Scapigliati (tra cui Arrigo Boito) e viene a
conoscenza dei testi di Emile Zola;
• 1874: pubblica un bozzetto: “Nedda” (sposta il baricentro della narrazione sulla realtà
dello sfruttamento e di miseria delle campagne della sua terra), il testo ebbe molto
successo e invogliò Verga a scrivere altri testi con questa tematica;
• Scrive “Padron ‘Ntoni”, primo nucleo dei futuri “i Malavoglia”;
• 1878: pubblica “Rossomalpelo”;
• 1880 -> 1881: pubblicati “Vita dei campi” e “i Malavoglia” (all’interno della raccolta
intitolata “La Marea” poi “Ciclo dei vinti”;
• 1882: si reca a Parigi per incontrare il traduttore francese de “i Malavoglia” e conoscere
Emile Zola;
• 1883: pubblicate le “Novelle rusticane” (ambientate a Milano);
• A seguito di alcuni tormenti amorosi scrive “Cavalleria rusticana” (incentrata sul tema
della gelosia);
• 1884: inizia la carriera da drammaturgo, viene messa in scena a Torino “Cavalleria
rusticana” ed ebbe molto successo;
• 1885: presenta un altro dramma a Milano che non piacque;
• 1890: “Cavalleria rusticana” diventa un’opera lirica musicata da Mascagni;
• 1888: viene pubblicato “Mastro don-Gesualdo”, secondo libro del “Ciclo dei vinti”;
• Grazie ad una vincita di una causa ebbe una cospicua somma di denaro e poté ritirarsi a
Catania;
• 1896: una versione de "La lupa" venne rappresentata a Torino con successo;
• 1896 -> 1898: cominciò a scrivere "La duchessa de Leyra", terzo volume del “Ciclo dei
vinti” a capo
• Per il suo 80o compleanno tu nominato Senatore del Regno;
• Morì a Catania il 27 gennaio 1922.

Poetica
Verga passa attraverso varie stagioni narrative: - Romanzo patriottico;
- Intreccio erotico (società dei teatri e nei salotti); - Poetica verista (mondo degli umili);
Filo conduttore: la sorte dei protagonisti appare segnata da un fato avverso contro cui risulta vano ogni tentativo di resistenza e inutile ogni ribellione. Chiunque prova rivelarsi verrà colpito e abbattuto.
La società descritta da Verga non conosce la pietà, la correttezza, la solidarietà (egoismo e cinico e spietato).
Perfino la natura si rivela terribilmente ostile (eruzioni vulcaniche, tempeste marine, siccità, malaria, colera, ecc), essa si ricorda che sulla terra l'uomo non ha alcuna possibilità di essere felice.
La novella "Nedda" è il primo testo ambientato nelle campagne assolate della Sicilia. Assieme al trionfo della novella e del Naturalismo e grazie ad una celebre inchiesta sulla realtà siciliana condotta da due studiosi positivisti (denunciano la miseria e la povertà siciliana dopo diversi anni dall’unità d’Italia), Verga comincia a sviluppare in maniera originale la tecnica naturalista dei narratori francesi.
Lasciò raramente dichiarazioni pubbliche sulla sua poetica infatti ci si interrogò se il suo stile era basato sull'istinto ma in realtà Verga era consapevole delle sue scelte letterarie. In alcune lettere l’autore puntualizza e mette in chiaro le scelte effettuate e i propri intendimenti sulla sua poetica. Non possiamo perciò considerare Verga scrittore naïf (ingenuo, semplice).

Vari aspetti delle sue opere

• Abolizione del "ritratto" dei personaggi: il lettore si ritrova di colpo dentro la vicenda (in medias res) e l'autore rinuncia del tutto a descrivere i personaggi per dare al lettore "l'illusione della realtà". Infatti inserire il ritratto di un personaggio significa per Verga far capire che si tratta di una storia inventata o manipolata dall’autore;
• Impersonalità ed eclissi del narratore onnisciente: Verga lascia al lettore l'incombenza e la soddisfazione di cavarsela da solo raccogliendo e selezionando lui stesso direttamente dal teatro dell'azione le informazioni necessarie per interpretare i fatti e formularne un giudizio storico e morale; la mano dell'artista deve rimanere assolutamente invisibile in modo che l’opera abbia l'impronta dell'avvenimento reale, come se si fosse fatta da sé. Il narratore onnisciente si eclissa a favore di un narratore popolare omodiegetico, cioè è stato attore o perlomeno spettatore dei fatti narrati. La voce narrante e quindi interna al mondo rappresentato e possiamo riconoscere a chi appartiene grazie al linguaggio che adopera la cultura di cui è portatrice e il punto di vista che esprime.
• Utilizzo del discorso indiretto libero: per restituire al racconto la verità e l'immediatezza della testimonianza orale, Verga ricorrere al cosiddetto "discorso indiretto libero”. Innesta nel corpo stesso della narrazione inserti di discorso diretto che rinviano palesemente ad un parlante non utilizzando i segni di punteggiatura tipici del discorso diretto.
• La descrizione dei sentimenti: gli stati d'animo, le emozioni, i vissuti interiori, l'intimità del personaggio vengono tradotti in gesti o dialoghi e mostrati in azione. Quello che non si manifesta all'esterno rimane inattingibile al lettore e resta sepolto nel cuore del personaggio. Non descrive i sentimenti e i moti interiori dei personaggi perché Verga non vuole ripristinare la funzione del narratore onnisciente e perché il narratore omodiegetico è un testimone che osserva dal di fuori le mosse del personaggio.

Le novelle

Verga scrisse ben otto libri di novelle tra cui ricordiamo "Vita dei campi" (1880) e "Novelle rusticane" (1883). Si tratta di un'attività collaterale alla scrittura dei romanzi, praticata soprattutto per motivi economici di sussistenza: le novelle andavano incontro alle richieste del mercato letterario ed dei giornali e riviste, avidi di racconti brevi. Costituiscono il banco di prova dell'autore che, prima di affrontare certi soggetti all'interno di un romanzo, preferiva conoscere il parere dei lettori attraverso questi brevi testi.
• “Nedda”: È la prima novella scritta da Verga e lo indusse ad abbandonare la materia mondana dei romanzi d'amore per passare ai temi rusticani della sua Sicilia. Nedda è un umile raccoglitrice di olive, rimasta sola al mondo dopo la morte della madre, vengono esaltate la sua forza d'animo che deve affrontare l'indifferenza il pregiudizio e l'ho scritta del mondo. Janu, il contadino che la messa incinta, è costretto a lavorare benché affetto da malaria e muore cadendo da un olivo. Respinta da tutti Nedda cerca di crescere la sua bambina nata rachitica. La sua storia e dolorosa e rappresenta la vittima designata del perbenismo cieco e moralista allo scopo di muovere a compassione le lettrici borghesi di fronte a una sorte tanto inclemente.
• “Vita dei campi”: Vita dei campi è una raccolta di otto novelle (tra cui Fantasticheria, Rosso Malpelo, Cavalleria rusticana, La Lupa). La rivoluzione di queste novelle consiste nell'eclissi del narratore onnisciente. Il narratore è popolare, esprime un punto di vista collettivo ma di parte, ostile al protagonista che è messo costantemente in cattiva luce, il personaggio non solo perde quasi attributo eroico ma addirittura rischia di smarrire i più comuni con dati umani. La campagna non è il luogo dell’idillio, ma un luogo ostile in cui vige, come dappertutto, la lotta per la vita con le sue regole spietate.
• “Novelle rusticane”: sono 12 novelle tra cui "La roba". I protagonisti delle “Novelle rusticane” non sono quelli della “Vita dei campi” ma medici, notai, guardie comunali ,osti e galantuomini. Ruolo importante ha la natura che è colei che riallinea i destini insegnando il limite invalicabile oltre il quale il trionfo economica e sociale di tutti e non si può spingere. Si vendica in diversi modi per esempio con la forza devastante distruttrice dei suoi elementi.

Ciclo dei Vinti

Dopo il successo di “Nedda”, Verga tornò sulla materia popolare nel 1875 quando mise in cantiere un altro bozzetto siciliano intitolato “Patron ‘Ntoni" ambientato in un villaggio di pescatori. In questo bozzetto possiamo riconoscere il nucleo originario dei futuri “Malavoglia”.
La scrittura di questo ciclo è probabilmente maturata nella mente dell'autore sotto la suggestione del ciclo dei “Rougon-Macquart” di Zola.
Lo scopo di Verga è quello di formare un affresco della vita italiana moderna dalle classi insieme alle più altolocate affinché potesse far notare come tutti lottano per appagare le varie aspirazioni.
Al ciclo inizialmente viene assegnato il titolo complessivo di "La Marea" in seguito quello definitivo "i Vinti", Si doveva comporre di cinque romanzi nell'ordine: Padron ‘Ntoni (poi i Malavoglia), Mastro Don Gesualdo, la Duchessa delle Gargantas (in seguito la Duchessa de Leyra), l'Onorevole Scipioni e L'uomo di lusso. Con questi cinque romanzi voleva far conoscere appunto le diverse classi sociali italiane.
Verga non riuscì ad andare oltre il secondo dei romanzi previsti, Mastro Don Gesualdo, si fermò durante la scrittura della Duchessa de Leyra.
I cinque libri sono collegati grazie a dei personaggi che vengono ripresi: il dottor Scipioni viene citato all'interno dei Malavoglia e all'interno di Mastro Don Gesualdo e sarà poi il protagonista dell’Onorevole Scipioni. La Duchessa de Leyra è madre dell’Onorevole avuto assieme all’ Uomo di lusso. Possiamo notare inoltre che l'Onorevole Scipioni descritto nei Malavoglia è già un avvocato affermato, mentre all’interno di Mastro Don Gesualdo è ancora in fasce; i volumi non sono infatti scritti in ordine cronologico.
La Prefazione al ciclo dei “Vinti” costituisce l'esposizione della filosofia della storia che presiede all'intero progetto: Verga ci rinuncia la propria visione del mondo. Pensa che esista una legge universale che governi tutti i destini umani.
Verga riprende dal positivismo due concetti fondamentali: quello della lotta per la vita e quello di progresso infinito. La vita non è altro che una lotta senza quartiere di tutti contro tutti in cui il pesce grande mangia il pesce piccolo, riprende l'ideale di Hobbes “homo hominis lupus” e capiamo così che i deboli saranno condannati a subire mentre i forti si accaniranno contro di loro.
La lotta di tutti contro tutti è provocata dalla ricerca del meglio che è la spinta che alimenta lo sviluppo della storia: il progresso.
Il progresso si paga duro prezzo e tutti soccombono a questa crudele, darwiniana lotta per l'esistenza, per il benessere e per l'ambizione. Si tratta di un destino che abbraccia tutte le fasce sociali.
I protagonisti dei cinque romanzi infatti sono vinti che la corrente ha depositato sulla riva dopo averli travolti e annegati (da questo arriva il titolo "La marea”).
Il ciclo rimane incompiuto per la difficoltà di scrittura connessa all'abolizione del narratore onnisciente: rinunciando ad esso Verga doveva fare a meno dell'introspezione, scrivendo i “Malavoglia” non ha trovato problemi in quanto il meccanismo delle passioni nelle basse sfere non è complicato, mentre nella stesura degli altri romanzi avrebbe dovuto vincere ostacoli maggiori avendo a che fare con un’umanità sempre più resistenze al suo metodo di osservazione dall’esterno.
Il metodo testato da Verga vale infatti per un umanità di basso rango a confronto con i silenzi e le buone maniere dell'alta società.

I Malavoglia

Sono il primo romanzo del ciclo dei “Vinti”.
Racconta la storia di una famiglia di pescatori siciliani che vive ad Aci Trezza. Il loro soprannome è “Malavoglia”, in realtà infatti sono registrati come la famiglia Toscano. Il capo famiglia è padron ‘Ntoni che vive con il figlio Bastianazzo e la nuora Maruzza (detta La Longa) e i nipoti ‘Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia, nella casa del nespolo di loro proprietà così come la Provvidenza, la barca. Sono sempre stati grandi lavoratori e tutto procede bene finché non comprano una partita di lupini che durante il trasporto a causa di una tempesta affonderanno in mare. Bastianazzo, alla guida della barca, muore. Lo zio Crocifisso, poiché i Malavoglia non possono pagare la partita di lupini, fa a pignorare la casa del nespolo. La famiglia riesce inizialmente a recuperare la barca e a rimetterla in acqua ma un nuovo naufragio li costringe ad andare lavorare a giornata.
Si ritrovano in una casa fuori dal villaggio e vengono emarginati dai compaesani. Anche le nozze di Mena e ‘Ntoni vengono disdette. Luca muore in battaglia, La Lunga muore di colera, Lea scappa di casa e finisce in un postribolo, ‘Ntoni tenta di far fortuna lontano da Aci Trezza ma vi torna lacero e affamato, comincia così a frequentare le peggiori compagnie e finisce in prigione, infine padron ‘Ntoni muore in un'anonima corsia d’ospedale. L'unico che riuscirà a riscattare la casa del nespolo sarà Alessi che riprenderà la vita da pescatore che era da sempre il destino dei Malavoglia.
L'interesse economico è il motore principale dell'intreccio del romanzo e coinvolge tutti i membri del villaggio: ad esempio, finché hanno la casa e la barca, i Malavoglia sono riveriti e stimati, ma quando invece vanno in rovina tutti li allontanano e voltano loro le spalle. Anche i sentimenti seguono l'interesse economico: vengono annullati i matrimoni tra Mena e Brasi Cipolla e tra ‘Ntoni e Barbara Zuppidda. Tutti badano sempre e soltanto ai propri interessi (vedi Zio Crocifisso).
L’egoismo viene elevato a morale e tutti ne fanno pubblica professione. Non si può quindi parlare di solidarietà umana infatti, anche nei momenti peggiori per la famiglia Toscano, gli altri cittadini continuano a pensare per i loro interessi e rimangono completamente estranei.
‘Ntoni è il Vinto del romanzo dei Malavoglia: attratto dal mito del progresso lascia il suo piccolo paese per cercare fortuna come hanno fatto due giovanotti tornati in paese con le tasche piene di soldi poiché, dopo l'esperienza da soldato, vuole "mangiare pasta e carne tutti giorni". Quello che intraprende e quindi un percorso di formazione che porta però al completo fallimento dato che torna ad Aci Trezza di notte senza scarpe, lacero e pezzente.
Padron ‘Ntoni è invece il portavoce di una visione immobile e statica del mondo: predice al nipote quella che sarà la sua sorte che rispecchia "l'ideale dell'ostrica" (illustrato da Verga nella novella Fantasticheria). Infatti, come l'ostrica l'uomo deve rimanere attaccato al suo scoglio (vita a cui è destinato) poiché se si stacca sa esso cadrà. Quella dell'ostrica è una rassegnazione coraggiosa. Perciò l'unica cosa da fare è accettare il proprio destino, così come fa l'ostrica attaccata allo scoglio.
I Malavoglia sembrano una tragedia antica, greca: chi ha sbagliato deve pagare ed è ciò che farà ‘Ntoni. Ci mettono di fronte ad una catastrofe che produce la catarsi cioè la purificazione finale (il giovane si pente del suo comportamento).
Notiamo all'interno del romanzo l'unità di luogo: il teatro principale dell'azione è Aci Trezza, avvengono episodi lontano da questo perimetro ma il lettore non conosce nulla di ciò che è successo fuori dal paesello. Il narratore omodiegetico non si sposta mai e
perciò può riferire soltanto ciò di cui è stato attore o testimone in loco, che ha fatto, visto o sentito in paese.
Verga attraverso la gestualità dei personaggi creare i tratti dal vivo assolutamente veritieri.
Tiene conto scrupolosamente anche della cultura, delle tradizioni, del costume e perfino del linguaggio. Inserisce all'interno dei Malavoglia usanze (ad esempio le acconciature per la festa di San Giovanni) e tratti caratteristici della mentalità meridionale, proverbi tipici siciliani.
Anche i soprannomi vanno nella stessa direzione generalmente dichiarano il contrario dell'avere un della vera natura di un personaggio suggerendone una lettura ironica grottesca.
L'impronta del colore locale e data inoltre da locuzioni idiomatiche tipiche della lingua colloquiale molto vicina al parlato e dall'uso di costruzioni sintattiche tipiche del parlato che potrebbero essere considerate sgrammaticature. Anche a livello lessicale vengono utilizzati singoli termini o modi di dire che rinviano alla cultura e alla lingua del territorio siciliano.
Durante la traduzione in francese del testo il traduttore chiesi aiuto allo stesso Verga per tradurre in francese parole di cui non conoscevo il significato.
Altro elemento frequente è l'uso dei verbi all’imperfetto in questi si addensa la visione moralistica del destino di Verga. L'imperfetto è il tempo della durata, della ripetizione e indicazioni che rimane e si perpetua.

Mastro don Gesualdo

È il secondo romanzo del ciclo dei “Vinti” e disegna la parabola del self-made man. Il protagonista è Mastro don Gesualdo, Gesualdo Motta, che, davanti al valore supremo della roba, completa quel salto di status sociale di cui non era stato capace ‘Ntoni nei Malavoglia.
Gesualdo diventa il “re” del mattone e della calcina, arrivando a gestire tutto il ciclo produttivo del suo settore. Anche i sentimenti vengono sacrificati: Mastro don Gesualdo sacrifica il suo affetto per Diodata, una trovatella dalla quale ha avuto anche dei figli, per sposare Bianca Trao, una donna di illustre casato senza dote e incinta di un altro.
Bianca poi morirà malata di tisi, Gesualdo dovrà difendersi dall’invidia di tutti gli altri, finché malato di tumore muore tra l’indifferenza generale.
Possiamo distinguere due tipi di classi sociali che mirano al loro arricchimento: una è rappresentata dai fratelli di Bianca Trao, questi sono i portabandiera della mentalità aristocratica del privilegio, rivendicano la ricchezza per diritto di nascita, l’altra è rappresentata dallo stesso Gesualdo che incarna la figura moderna dell’imprenditore, sempre in movimento e accumulatore di ricchezze. Inizialmente la meglio l’avrà Gesualdo ma poi tutto torna circolarmente al punto di partenza poiché tutte le ricchezze accumulate da Gesualdo finiranno nelle tasche del duca de Leyra.
La sconfitta del Vinto Gesualdo sta soprattutto nella sfera della soddisfazione esistenziale: nessuna delle sue ricchezze gli dona la felicità che sperava, anzi gli procurano ingratitudine, invidie, rivalità ed estorsioni.
La “religione della roba” e la ricerca della felicità sono tra loro incompatibili: aver impiegato l’intera vita nell’accumulo l’ha privata di ogni dimensione affettiva.
Il tumore rappresenta simbolicamente la roba, il corpo estraneo che gli cresce dentro fino a distruggergli la vita. Per vivere infatti Gesualdo dovrebbe disfarsene, ma così come non si opera per il tumore, non si disferà mai della sua roba.
La malattia ha un carattere emblematico anche in altre parti del romanzo: le patologie che affliggono la famiglia Trao sono segno dell’usura fisica di una razza e della totale mancanza di senno verso la loro povertà economica.
La passione amorosa e il matrimonio sono completamente divisi infatti tutte le relazioni affettive non solo legate dal vincolo matrimoniale e gli unici matrimonio sono scaturiti dal calcolo dei vantaggi economici. In un mondo dominato dalle leggi economiche non c’è spazio per le passioni.
Il racconto è ambientato in età risorgimentale. I personaggi sono descritti tramite il metodo dello scrittore naturalista Hyppolite Taine. Verga analizza anche i fattori ereditari della trasmissione dei tratti somatici e dei caratteri, la razza viene analizzata sotto diversi aspetti: la fisionomia, le note caratteriali, le inclinazioni. Il protagonista ha comunque qualità e aspirazioni diverse dall’impronta genetica. Interviene infine la nemesi: la punizione degli dei che si abbatte sull'eroe che ha osato uscire dai ranghi e aspirare al meglio. Con la morte di Gesualdo la nemesi si ristabilisce l'equilibrio di partenza facendo ritornare tutta la roba che gli aveva strappato dall'aristocrazia nelle mani di un duca.
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