Giovanni Verga


(1840, Catania - Catania 1922)

•••• La vita
••• La formazione e le opere giovanili
•• La sua famiglia è agiata perché proprietaria terriera, con ascendenze nobiliari. Studia presso maestri privati dai quali prende il patriottismo e il gusto romantico, che sono alla base della sua formazione (il suo primo romanzo è infatti Amore e patria, scritto a sedici anni). Gli studi superiori non sono regolari. Non termina gli studi alla Facoltà di Legge, preferendo il lavoro letterario e il giornalismo politico. Pubblica I carbonari della montagna.
•• Non è dottissimo come gli altri letterati. Il suo gusto è formato sui testi degli scrittori francesi moderni come Dumas padre (I tre moschettieri) e figlio (La signora delle camelie), Sue (I misteri di Parigi) e Feuillet (Il romanzo di un giovane povero). Altri influssi del suo lavoro vengono dai romanzi storici italiani e quelli romantici. Pubblica Sulle lagune.

•• Va a Firenze. Sa che per diventare un vero scrittore deve liberarsi dei limiti della sua cultura provinciale e venire a contatto con la vera società letteraria italiana.
••• A Milano: la svolta verso il verismo
•• Va a Milano, centro culturale più vivo della penisola e aperto alla cultura europea. Entra in contatto con gli ambienti della Scapigliatura (movimento che ripudia la tradizione alla ricerca di un'originalità estrema, ma effettivamente condizionato dalla cultura europea contemporanea, nonché dai miti residui del romanticismo). Scrive Eva (1872), Eros (1875) e Tigre reale (1875), ancora legati al Romanticismo.
Nel 1878 svolta verso il Verismo pubblicando il racconto Rosso Malpelo. Poi le novelle di Vita dei campi (1880), il ciclo dei Vinti (I Malavoglia nel 1881), le Novelle rusticane e Per le vie (1883), il dramma Cavalleria rusticana (1884), le novelle di Vagabondaggio (1887). Nel 1889 il secondo romanzo del ciclo dei Vinti, Mastro-don Gesualdo. Lavora poi al terzo del ciclo, La Duchessa de Leyra, ma non riesce a finirlo.
•• Fa avanti e indietro tra Milano e Sicilia. Dal 1893 torna definitivamente a Catania. Nel 1903 rappresenta l’ultimo dramma, Dal tuo al mio, dopo di ché si chiude nel silenzio e non scrive più. Si dedica alle attività agricole e si preoccupa dei problemi economici. Diventa sempre più conservatore in fatto di politica e i suoi sentimenti per la donna amata e per la letteratura svaniscono. Quando scoppia la Prima guerra mondiale si pone tra gli interventisti e nel dopoguerra è dalla parte dei nazionalisti. Muore nel 1922, l’anno della marcia su Roma e la salita al potere del fascismo.

••• I romanzi previsti
•• I veri romanzi cominciano dal trasferimento a Firenze e poi a Milano. A Catania scrive Una peccatrice (1866), che però ripudia essendo molto autobiografico perché narra la storia di un intellettuale siciliano che conquista il successo ma trascura la donna amata portandola al suicidio. A Firenze scrive Storia di una capinera (1871), romanzo sentimentale di un amore impossibile perché la donna deve per forza farsi monaca.
•• A Milano scrive Eva, storia di un giovane siciliano che abbandona i suoi ideali per l’amore nei confronti di una ballerina, simbolo di corruzione di una società “materialista”, protesa verso i piaceri. Questa protesta per la nuova condizione dell’intellettuale emarginato dai capitalisti caratterizza la Scapigliatura.
•• I romanzi successivi trattano di sottili passioni mondane, come Eros, inaridimento di un aristocratico corrotto dalla società vuota, e Tigre reale, storia di un giovane innamorato di una donna divoratrice di uomini. Verga è molto famoso e seguito e i suoi lavori sono salutati dalla critica come “realisti”.
•• In realtà tutti i romanzi sono ancora più vicini al Romanticismo, scritti in un linguaggio emotivo e molto lontani dal modello del Naturalismo che a andava a svilupparsi in Francia.

••• La svolta verista
•• Pubblica Nedda (1874), raccontando la vita di miseria di una bracciante, anche se non è molto verista perché non è impersonale e ha un gusto romantico per una realtà esotica, recuperata dalla memoria.
•• Dopo un silenzio di tre anni, scrive Rosso Malpelo, storia di un garzone che lavora e vive in miniera, un ambiente duro e disumano, scritta con un linguaggio nudo e popolare. È la prima opera della maniera verista, scritta con forte impersonalità.

•• Rosso Malpelo rappresenta davvero la sua “conversione” letteraria: Verga si è sempre proposto di dipingere il “vero”. I suoi strumenti veristi erano ancora contaminati dall’ambiente romantico. Con il tempo purifica i suoi strumenti raggiungendo il materialismo e l’impersonalità.
•• Ma il Verismo non è l’abbandono degli ambienti ricchi e mondani per avvicinarsi all’autenticità degli umili, perché Verga non si allontana dall’alta società. Anzi, come scrive nella prefazione ai Malavoglia, lui studia le classi povere dall’alto della sua condizione. Studia l’intera società proprio partendo dal basso, dalla “base della piramide”.

•••• Poetica e tecnica narrativa del Verga verista
••• La poetica dell’impersonalità
•• Alla base del suo Verismo c’è l’impersonalità. Deve conferire cioè al racconto la garanzia di “cosa realmente accaduta”, andando a esaminare i “documenti umani” (il “Mondo” di Goldoni, le “inchieste” di Balzac). Quello che racconta deve essere quindi reale e documentato e non deve essere neanche modificato, smussato o addolcito dallo scrittore. Lo scrittore deve “eclissarsi”, cioè non deve affatto comparire nel racconto. Niente riflessioni, niente spiegazioni. Come un insegnante che racconta la storia in maniera imparziale senza spirito critico. L’autore diventa ogni personaggio e l’opera deve sembrare “essersi fatta da sola”.
•• Il lettore avrà l’impressione non di leggere un racconto di fatti, ma di vivere i fatti. Il narratore non deve spiegargli niente, ma solo mettergli davanti le cose accadute. All’inizio può creare confusione, poi però il lettore prende confidenza e impara a conoscere i personaggi e le loro storie. Verga vuole quindi creare l’illusione completa della realtà.

••• La tecnica narrativa
•• Nelle sue opere si “eclissa”, scomparendo come autore e andando a finire “nel corpo” di ogni personaggio, vedendo con i loro occhi e parlando con la loro bocca. Non c’è narratore onnisciente, ma ogni personaggio ha la palma della narrazione in prima persona.
•• I fatti non passano attraverso la “lente” e la “fabbrica” dello scrittore, che non li modifica né li esamina con spirito critico.
•• Rosso Malpelo è la prima novella verista pubblicata da Verga. Qui si descrive un ragazzo con i capelli rossi, quindi malizioso e cattivo. Questa è una visione superstiziosa di uno della società e dei minatori, non di Verga. In più, Verga non descrive nulla, né fa un breve sunto di ciò che è successo prima dell’inizio della vicenda. Comincia ex abrupto e in medias res, al contrario di Manzoni che fa descrizioni di interi capitoli (come quella della monaca di Monza). Anche il linguaggio non è dello scrittore, ma è povero e adattevole. È diverso per ogni persona.

•••• L’ideologia verghiana
••• Il “diritto di giudicare” e il pessimismo
•• Perché applica questo metodo dell’impersonalità? Nella Prefazione ai Vinti spiega che nessuno può giudicare la vita (“lo spettacolo della lotta per l’esistenza”). Anzi, è già molto se si riesce a studiarla dal di fuori. Dunque lo scrittore deve eclissarsi. La questione adesso è: perché non si può giudicare? Alla base c’è il suo pessimismo. Sa che ognuno è lupo per l’altro e tutti cercano di sopraffare l’altro. Le virtù come la generosità, la dolcezza, la bontà, l’altruismo sono solo ideali e non esistono nella realtà. Esistono solo gli interessi economici, l’egoismo e la volontà di sopraffare gli altri. È una legge di natura che riguarda tutti (uomini e animali) e ogni tempo. Quindi è immodificabile. È per questo che non si può tentare di organizzare una società diversa e più giusta (non crede nel progresso e ha tesi fortemente materialistiche, perché non crede neanche nell’aldilà). Ecco perché non si permette di giudicare. Perché tanto sa che alla fine non cambierà niente, non risolverà niente. Le cose brutte continueranno a starci per natura. Quindi il giudizio è inutile. La letteratura deve solo studiare e riportare la realtà sulla carta, non cercare di correggerla. L’impersonalità di Verga proviene proprio nel suo pessimismo.

••• Il valore conoscitivo e critico del pessimismo
•• Ecco perché è conservatore, perché non crede nel progresso. Critica fortemente gli ideali progressisti, democratici e socialisti, perché per lui sono solo fantasie infantili. Proprio questo pessimismo gli fa apparire con chiarezza le cose negative della realtà (lotta disumana per la vita, ambizioni e interessi, trionfo dell’utile e della forza…), però non dà giudizi correttivi perché sono inutili e si eclissa. Le cose parlano da sé, senza l’interpretazione critica dell’autore. Il suo pessimismo non è un limite, ma è la maniera di conoscere e individuare le cose negative. Non c’è neanche sentimentalità o pietà sentimentale in quello che racconta, anche per le miserie degli “umili”. Il pessimismo porta a una visione “arida”, fredda, distaccata. L’unico antidoto alla società moderna è la civiltà contadina arcaica e patriarcale. Poi si accorge che anche il mondo della campagna è governato dalle stesse leggi del mondo moderno, come l’interesse economico, l’egoismo, la sopraffazione. Verga non offre immagini consolatorie, ma è aspro e sgradevole, perché così è la realtà. Non diffonde miti, ma li distrugge. Il lettore che legge è stimolato così alla riflessione critica (che Verga non ha volutamente fatto).

•••• Il verismo di Verga e il naturalismo zoliano
••• Le diverse tecniche narrative
•• Zola invece guarda dall’esterno e dall’alto la materia che studia e descrive, intervenendo spesso con giudizi sulla materia trattata. In Germinal descrive ragazzi e ragazze di miniera, cresciuti insieme “come una cucciolata”, che si preparano nudi e fanno i loro bisogni insieme prima di andare a lavoro. Qui offre il suo giudizio (“come una cucciolata”). In Zola quindi si sente la distanza netta tra autore e personaggi. In Verga il narratore sta dentro i personaggi (regressione = mimetizzazione del narratore nell’ambiente rappresentato, condividendone il linguaggio e la mentalità). Impersonalità per Zola è distaccarsi come “scienziato”, per Verga è immergersi ed “eclissarsi” nell’oggetto.
••• Le diverse ideologie
•• Questo perché Zola crede nel progresso, quindi giudica per correggere. Il mondo di Zola è mobile e attivo. Quello di Verga è immobile.

••• Vita dei campi
•• La nuova poetica cominciata con Rosso Malpelo è utilizzata anche in Vita dei campi (1880). È palese la lettura di Zola, soprattutto del suo L’Assomoir, dove la voce narrante diventa interprete del “coro” dei personaggi, cioè della società intera. Questo suggerisce a Verga la tecnica della “regressione”, cioè della mimesi nel contesto sociale, come se Verga si trasformasse in un camaleonte (o in Ditto, per dirla con i Pokémon). Altra influenza è sicuramente di Capuana, che cercava di diffondere Zola in Italia. Il modo verista di Verga è l’impersonalità come eclisse e come regressione. L’ambientazione è il contesto contadino siciliano. L’impianto è verista, ma c’è ancora qualche influsso romantico nella realtà rurale idealizzata come paradiso perduto di autenticità e innocenza o come mondo dominato da passioni violente e primitive. In queste novelle compare anche un motivo romantico, come il conflitto tra l’individuo “diverso” e la società che lo rifiuta e lo espelle (come in Rosso Malpelo). Troviamo la contraddizione Romanticismo-Verismo fino ai Malavoglia.

••• Il ciclo dei Vinti
•• Un po’ come fa Baudelaire con la Comédie humaine e Zola con i Rougon-Macquart, Verga vuole delineare il quadro della sua società, dai ceti popolari (I Malavoglia) alla borghesia terriera (Mastro-don Gesualdo) all’aristocrazia (La Duchessa de Leyra, mai terminato) all’ambizione politica (L’onorevole Scipioni, mai cominciato) e artistica (L’uomo di lusso, mai cominciato). Filo conduttore dei romanzi è l’evidenziazione della lotta per la sopravvivenza (dalla lezione di Darwin), della legge del più forte che schiaccia i più deboli, i “vinti”, intorno ai quali gira la narrazione.


•••• I Malavoglia
••• L’intreccio
•• Nel 1881 scrive I Malavoglia, una storia di una famiglia (i Toscano, soprannominati in Malavoglia) di pescatori siciliani (di Aci Trezza) e hanno una barca, la Provvidenza e la loro vita è felice e tranquilla. Il contesto sociale è arretrato è immobile. Il giorno dopo l’unificazione italiana, il giovane ‘Ntoni Malavoglia, figlio di Bastianazzo e nipote di padron ‘Ntoni (vecchio patriarca), parte per il servizio militare e la famiglia, senza le sue braccia, e dovendo trovare i soldi per sposare la figlia Mena, decide di crearsi una piccola attività commerciale (l’idea è di padron ‘Ntoni) e fa debito con l’usuraio zio Crocifisso, ma una tempesta provoca il naufragio della barca con il primo carico e i Malavoglia, indebitati e colpiti da altre disgrazie (Bastianazzo muore nel naufragio, la casa viene pignorata, Luca il secondogenito muore in battaglia, la madre Maruzza muore di colera, la Provvidenza riparata naufraga ancora, ‘Ntoni coinvolto nel contrabbando in città non torna più e accoltella una guardia doganale ricevendo una condanna mite, la sorella minore Lia è una prostituta, Mena non può più sposarsi e padron ‘Ntoni va a morire nell’ospedale), si disgrega (anche se verso il finale si riunisce parzialmente, con ‘Ntoni che torna per una notte in famiglia e poi si allontana per sempre).
••• L’irruzione della storia
•• Il mondo rurale arcaico è statico, mosso soltanto dal tempo, il quale, creando la storia, allontana e distrugge. Il mondo è statico solo dal punto di vista dei personaggi, che vivono in un contesto conservatore.
••• Modernità e tradizione
•• In ‘Ntoni si incarnano le forze disgregatrici perché ha osato sfidare le leggi naturali uscendo dal paese chiuso e, conosciuta la città, non potrà più abituarsi ai ritmi statici della campagna. Lui rappresenta la modernità ed è in conflitto con il nonno padron ‘Ntoni che rappresenta la tradizione. La famiglia si distrugge perché padron ‘Ntoni è troppo conservatore e ‘Ntoni è degradato. Alessi riuscirà a ricomporre parzialmente la famiglia. Bastianazzo, Luca, Maruzza e padron ‘Ntoni muoiono, Mena rinuncia al matrimonio e il romanzo si chiude con ‘Ntoni che abbandona il paese per andare verso il progresso della città. Il suo percorso è continuato da Gesualdo.
••• Il superamento dell’idealizzazione romantica del mondo rurale
•• I valori celebrati sono la religione della casa e della famiglia, il lavoro, l’onore. Si inneggia una realtà contadina conservatrice, vista come antidoto alla falsità e alla corruzione della realtà cittadina. Al contrario il romanzo distrugge proprio questi valori. Nella prima parte del suo Verismo c’era in Verga una visione romantica della campagna come un Eden. I Malavoglia rompono con le ultime tracce di Romanticismo verghiano. Qui, adesso, c’è la legge del più forte, l’egoismo, la sopraffazione, l’avarizia di zio Crocifisso, il cinismo dei paesani opposti ai valori puri e alla fedeltà dei Malavoglia, destinati alla sconfitta. Mondo arcaico di campagna e mondo moderno cittadino si scontrano e si distruggono a vicenda.
••• La costruzione bipolare del romanzo
•• Non esiste un protagonista, ma c’è un “coro" di personaggi diviso in due gruppi antitetici (i Malavoglia e gli altri), e per questo la costruzione è bipolare (ha due poli, due gruppi opposti). I Malavoglia hanno valori puri. Invece gli abitanti del villaggio sono ottusi. Questo modo di differenziarsi, come padron ‘Ntoni che per l’onore del debito rinuncia alla casa, non viene applaudito, ma passa per innaturale, perché non si sono seguite le leggi naturali dell’interesse. Quando una persona si comporta “bene” è condannata dalla natura e dalla società.

••• Le Novelle rusticane, Per le vie, Cavalleria rusticana
•• Dopo I Malavoglia scrive nel 1883 due novelle veriste estremamente pessimistiche, Novelle rusticane (campagna siciliana) e Per le vie (città). La novella “rusticana” La roba anticipa la tematica economica e capitalistica del Mastro-don Gesualdo. In questi anni lavora anche a un altro romanzo fuori il ciclo dei Vinti (Il marito di Elena, 1882) e al dramma Cavalleria rusticana (1884), tratto da una novella di Vita dei Campi.

•••• Il Mastro-don Gesualdo
••• L’intreccio
•• Nel 1889 (otto anni dopo I Malavoglia) scrive la storia della salita sociale di un muratore, Gesualdo Motta, che, con energia, dedizione al lavoro e ambizione, riesce a guadagnare molto È comunque disprezzato dai nobili perché resta un muratore. Per “cancellare” la sua condizione di muratore sposa Bianca Trao, figlia di nobili in rovina. Continua a essere disprezzato dai nobili. La moglie non lo ama, ha orrore per lui e lo respinge. Nasce una bambina, Isabella, che non è sua figlia (figlia di Bianca con un cugino prima del matrimonio) e crescendo respinge il padre, perché si vergogna delle sue umili origini. È disprezzato anche dalla famiglia: il padre lo invidia per la sua fortuna e i fratelli lo spogliano delle sue ricchezze. Isabella si innamora di un cugino povero e scappa con lui. Gesualdo la fa sposare con il duca de Leyra, nobile e ricchissimo, ma Gesualdo deve pagare una dote grandissima. Muore di cancro, solo e “vinto” sul piano umano, sotto lo sguardo infastidito di un servo, mentre vede gli altri che gli mangiano le sue ricchezze.
••• L’impianto narrativo
•• La vicenda si concentra solo su un protagonista (non è “corale” come nei Malavoglia) e Verga si immedesima ed entra solo in lui, osservando gli altri e le altre cose con i suoi occhi e parla con il discorso indiretto libero, ma essendo borghese il livello di linguaggio è più alto di quello dei Malavoglia.
••• L’interiorizzarsi del conflitto valori-economicità
•• Qui scompare la bipolarità dei Malavoglia. Il conflitto dei due poli qui si interiorizza. Tutta la sua vita ruota intorno al culto della roba, ma vuole mantenere il suo grado di umanità e di contatto con gli altri: è infatti molto generoso, disponibile e gentile con gli altri. Il culto della roba, la logica dell’egoismo e della sopraffazione diventa l’unico modello di comportamento, condiviso sia dal protagonista sia dagli altri personaggi. Verga non inserisce più come con i Malavoglia personaggi interamente positivi, perché sarebbero ideali. La bipolarità bene-male è propria di tutti gli uomini, quindi anche di Gesualdo. Il pessimismo è diventato assoluto perché è assente il Romanticismo.
••• La critica alla “religione della roba”
•• Vivendo la vita “in funzione della roba”, Gesualdo è sconfitto dal punto di vista umano. Gesualdo è odiato da tutti perché ha disubbidito alle leggi naturali e ha cercato di modificare la propria condizione sociale. Chi nasce povero per Verga deve restare povero altrimenti se prova a muoversi, a progredire, viene sopraffatto. Verga non crede nel progresso né nella mobilità sociale. Gesualdo è un vincitore materialmente, ma è un vinto umanamente.

••• L’ultimo Verga
•• Nel 1890 Verga comincia a scrivere l’ultimo romanzo del ciclo dei Vinti, La Duchessa de Leyra, ma resta incompiuto e pubblica diverse raccolte di novelle. Dal 1903 abbandona la letteratura e da Milano torna definitivamente a Catania (come a segnare l’abbandono totale della letteratura) per trascorre gli ultimi anni occupandosi dei propri fondi agricoli e poi di “politica di guerra”.

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