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La vita

Giovanni verga nasce nel 1840 a Catania dal ramo cadetto di una famiglia aristocratica. La sua vita si svolgerà principalmente tra Catania, Firenze e Milano.
Nella sua prima fase di vita a Catania studia presso la scuola del poeta Antonio Abate, in cui impara i valori patriottici e unitari. Attorno agli anni Sessanta si allontana però dalla Sicilia e cerca il “continente”, dirigendosi a Firenze: qui tenta di sfondare come autore teatrale ed ha modo di frequentare gli ambienti mondani. In questa fase la sua produzione segue molto le aspettative tardo romantiche del pubblico. Scrive e pubblica La Peccatrice (ne in seguito rinnegherà) e storia di una capinera, un racconto con riferimenti all’attualità (la monacazione forzata era ancora molto diffusa).
Nel ‘72 si trasferisce a Milano, dove col fiuto per il mercato che lo caratterizza si butta nella novità naturalista. La industrializzata Milano gli permette, infatti, di elaborare per contrasto le sue opere e di mettere in risalto l’arretratezza del sud. Qui entra in contatto con gli scapigliati, anche se la misura in cui effettivamente essi abbiano influito nella sua poetica è dibattuta. Verga è un fervente unitario, tanto che si unisce alla Guardia Militare dopo la spedizione dei Mille e partecipa in modo attivo al processo di unità. Come molti altri coevi ne rimane però deluso, e questo suo atteggiamento si riflette nelle sue opere.

La poetica verista

La data simbolica dell’inizi della stagione verista di Verga si identifica con il ‘78, anno di composizione delle novelle Rosso Malpelo e Fantasticheria. In realtà un’anticipazione può essere vista in Nedda, la storia di una raccoglitrice di olive. La grande novità delle sue opere è il tecnicismo dell’eclissi del narratore: l’autore fa in modo che la storia di dipani da sé, dando al lettore l’impressione che si sia scritta da sola per come la resa linguistica e la concatenazione dei fatti sono trattati. Utilizza inoltre due artifici, detti della regressione e del discorso indiretto libero: nel primo, palese già nell’incipit della novella Rosso Malpelo, l’autore scrive adottando il pensiero della società cui si riferisce, regredendo quindi al suo livello mentale. Col secondo Verga attua una sintesi tra il discorso diretto e quello indiretto, dando indirettamente la parola ai suoi personaggi.
Dai naturalisti Verga eredita l’attenzione alle classi sociali più basse, ma concentra l’attenzione su dettagli assenti nelle opere dei naturalisti francesi, come la nostalgia per la vita semplice, i rapporti personali, i proverbi e i dialetti. Le sue opere si basano quindi tra il dualismo della vita, in cui da una parte vince il più forte, ma dall’altra i rapporti personali e i valori della vita semplice vengono quasi mitizzati.

Fantasticheria

È una novella contenuta nella raccolta vita dei campi.
In questo racconto il narratore ricorda un soggiorno ad Aci Trezza di un paio di giorni con una donna aristocratica del nord, in cui lui -benché originario del paesino- è trapiantato. In tutta la novella il narratore tenta di guidare la donna alla comprensione della realtà del luogo, ben diversa dalla sua settentrionale, in cui il narratore sostiene sia necessario “farci piccini anche noi”. Il mondo siciliano dei pescatori viene da Verga mitizzato e ammantato di nostalgia romantica per la semplicità e la genuinità, dove persino i tormenti dell’intellettuale progredito si placherebbero.
Nel racconto sono presenti i nuclei dei personaggi dei Malavoglia –sono presenti parecchi riferimenti, come la vita di Lia, la Longa, Padron Ntoni e Luca-, che rappresentano alla perfezione quello che in conclusione l’autore definisce “l’ideale dell’ostrica”, cioè l’attaccamento della povera gente alla loro situazione per difendersi, proprio come l’ostrica si attacca allo scoglio per fuggire al gambero. Questa immobilità necessaria della povera gente sarà poi il nucleo della storia dei Malavoglia.

Rosso Malpelo

In questa novella, anche lei contenuta in vita dei campi, Verga raggiunge una maggiore padronanza delle tecniche narrative impersonali.
La vicenda di Rosso Malpelo, orfano, è ambientata in una cava di sabbia siciliana in cui la vita delle persone che vi lavorano è regolata da sfruttamento e crudeltà. Malpelo, vittima dell’oppressione a causa del suo colore di capelli e della sua condizione di orfano, è più consapevole degli altri delle ingiustizie sociali ed economiche, ma questa sua consapevolezza non si traduce in un riscatto.

Poiché il narratore si pone al livello della comunità e ne assume in toto il modo di pensare Malpelo appare strano e diverso.

Il ciclo dei vinti

Il ciclo dei vinti è una serie di cinque romanzi che Verga aveva intenzione di scrivere per rappresentare tutta la società del suo tempo, indagando su come a tutti i livelli della società dominino il calcolo economico e il desiderio di migliorare. Dei cinque romanzi gli unici che scrive sono I Malavoglia e Mastro-Don Gesualdo, mentre La Duchessa di Leyra, L’onorevole Scipioni e L’uomo di lusso resteranno inconclusi.

I malavoglia

E’ il primo romanzo del ciclo, quello riferito alla classe più umile. La storia tratta della famiglia Malavoglia, una famiglia di pescatori che decidono di elevare la loro condizione con il commercio dei lupini. La loro nave, che trasporta il carico, durante una tempesta affonda, e con lei Bastianazzo. Da lì parte il declino della famiglia, addolorata per la morte di Bastianazzo e sommersa dai debiti che hanno contratto per l’acquisto della merce ma che ora non riesce a ripagare. Alcuni elementi della famiglia si disperderanno, come Lia che finirà col fare la prostituta e Ntoni con l’andarsene definitivamente da Aci Trezza, mentre Alessi riuscirà a ricreare in parte la situazione originaria, riuscendo anche a ricomprare la casa del nespolo. Verga contrappone nel romanzo due ottiche inconciliabili, che sono quella della mentalità paesana che non vede oltre il calcolo economico, e della famiglia Malavoglia, incentrata sull’onore, il rispetto e la solidarietà, che assume quindi una posizione di privilegio morale.

Mastro-Don Gesualdo

È la vicenda di Gesualdo Motta, un ex muratore che diventa latifondista e sposa una nobildonna per scalare ulteriormente la società. Tutto il racconto è incentrato sulla diffidenza delle classi superiori nei confronti del “mastro-don”, che non riesce ad avere legami veri né nella società né nella famiglia (che invece nei Malavoglia era il nucleo che rimaneva comunque non intaccato da questo fenomeno). Alla fine della sua vita Gesualdo si trova a morire tra la derisione dei servi, il disinteresse della figlia e la sofferenza di vedere il suo patrimonio sperperato dal genero.

Parole chiave

Progresso: è l’evoluzione inarrestabile ma che porta solo cose negative nella vita dei più umili, travolgendo tutti i sistemi consolidati come la piccola e chiusa Aci Trezza.
Vinti: la categoria su cui si focalizza l’attenzione di Verga. Permettono all’autore di mostrare come il progresso determini solo sofferenze ed ingiustizie.
Ostrica: è l’ideologia che determina l’intera vicenda dei Malavoglia. L’ideale dell’ostrica prova che l’allontanarsi dalla sicurezza della propria condizione non può portare che a disgrazie.
Roba: intesa come proprietà, è la molla che muove le azioni dei personaggi, in particolare Mastro don Gesualdo, che sacrifica l’intera vita all’accumulare, restandone poi travolto.

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