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Il 1861 è stato per l’Italia l’anno della fondazione del Regno: storicamente questo periodo rappresenta anche un momento di problematiche sociali e politiche molto forti, le quali si ripercuoteranno prima di tutto sul proletariato, da contrapporre all’emergente classe capitalista. Il discorso, se spostato sul pensiero e sulla letteratura, porta al momento dell’affermazione del “realismo” e della cosiddetta scuola “verista”, che affonda le sue radici nel naturalismo di Zola, nato in Francia, e che studia le passioni e i fatti umani nei suoi aspetti più desolanti: la miseria, i conflitti di classe, la crisi che porta inevitabilmente alla perversione dei sensi e dello spirito. Il realismo porta quindi in scena un’Italia disagiata, che veniva da anni di lotte per l’unificazione e assolutamente impreparata all’industrializzazione in corso nel resto dell’Europa.
In linea con il Verismo, che si basa in particolar modo sull’accettazione del vivere e sulla fatalità che incombe sull’uomo, troviamo anche lo sfondo regionale. La ricerca del vero, infatti, presuppone un’analisi dell’ambiente nei suoi più piccoli dettagli: Verga diventa quindi lo scrittore della plebe del borgo siciliano e di quelle province che lui conosce tanto bene, con una lettura pessimistica dell’uomo e dell’ambiente che non lascia spazio alla fiducia in un avvenire migliore.

Gli eroi di Verga sono “i vinti” come ‘Ntoni o come Mastro Don Gesualdo. Superando il positivismo, teso alla riscoperta della dignità della plebe, i suoi “Malavoglia” e “Vita nei campi” saranno un ritratto terribile dell’Italia post-unitaria.
Il protagonista dei Malavoglia è la collettività, un “coro” attraverso cui la vicenda umana viene filtrata: il romanzo vuole essere uno studio sincero e spassionato dell’anima della povera gente e racconta la storia di una casa patriarcale trascinata nella rovina a causa della bramosia e dell’insoddisfazione delle proprie umili condizioni. Inizialmente sono i vagheggiamenti del giovane ‘Ntoni a innescare la rovina, ma ben presto si intuisce che la tragedia è già insita in ogni pensiero e in ogni linguaggio di quel popolo del Sud. In realtà i Malavoglia sono una famiglia di pescatori di Aci Trezza, un piccolo villaggio nel catanese, e sono tutt’altro che cattiva gente. La loro storia rappresenta la storia di una famiglia tipo, dedicata al lavoro, al dovere, all’onore domestico. È anche il romanzo della fedeltà alla vita, alle tradizioni antiche e severissime, agli affetti semplici e patriarcali. La tragedia si innesca nel momento in cui questo equilibrio antico si rompe.
L’eroe è Padron ‘Ntoni, uomo di saggezza secolare che tiene insieme i valori della casa e della famiglia. La trama dei personaggi e dei fatti gira intorno a lui e al suo iniziale acquisto di una partita di lupini a credito di Zio Crocifisso (tra l’altro sono lupini avariati), il cui trasporto verso i mercati viene affidato al figlio Bastianazzo e alla barca della famiglia, la “Provvidenza”. Tuttavia, una tremenda tempesta sorprende la barca e Bastianazzo perde la vita: è questo l’inizio della tragedia che si abbatte sulla famiglia, il cui dramma crescerà e distruggerà tutto il resto.
Volendo citare un’altra opera, ricordiamo l’analoga vicenda di Mastro Don Gesualdo, la cui voglia di ascesa sociale e la logica utilitaristica lo portano inevitabilmente al fallimento. Rispetto al romanzo precedente, ci troviamo di fronte a un quadro storico diverso (quello delle lotte risorgimentali fra 1820 e 1850) ma il quadro sociale è sicuramente lo stesso: quello dominato dalla “logica della roba” che caratterizza non solo la legge di vita del protagonista principale ma, di fatto, tutte le relazioni tra i personaggi del libro. La mentalità pre-moderna di quello che era il personaggio di Padron ‘Ntoni, legata alla famiglia, al “casa del Nespolo” e ai valori contadini, è mutata in utilitarismo borghese, che guida ascesa e declino del “Mastro-Don”, il quale dapprima riesce a cavalcare con successo l’onda del progresso, ma poi ne viene drammaticamente stritolato, diventando quindi uno dei “vinti” più rappresentativi del ciclo verghiano.
Possiamo dunque dire che, con il realismo, la letteratura acquistava una funzione sociale: l’uomo è descritto in relazione all’ambiente in cui vive, con le forze e le leggi della vita che lo condizionavano. Da qui il fondamentale pessimismo degli autori che vi aderirono, il sentimento della vita intesa come decadenza e disfatta e la necessità di rappresentare gli ambienti in cui gli uomini erano inchiodati, vinti, cioè travolti fino alla rovina, alla dissoluzione. Verga, il più grande interprete del verismo, non negava che ci fosse stato un certo progresso nella storia dell’umanità, ma ciò si compiva a spese di sofferenze inenarrabili degli uomini. Per Verga la vita degli uomini recava in sé questa legge di sofferenza, che si rivelava in modo particolare nel momento in cui si pretendeva di uscire dalle forme e dal livello sociale che il destino ci aveva assegnato. Verga non si chiedeva, così come avevano fatto gli autori romantici, a cosa servisse soffrire, quale fosse il significato della vita dell’uomo: rimaneva legato all’accettazione dolorosa della realtà. Pure nei suoi personaggi si riscontra sempre una religione elementare del vivere, che si manifesta mediante alcuni principi fondamentali e primitivi nello stesso tempo: l’amore per la casa, l’amore per la “roba”, cioè una sorta di culto della proprietà, l’onore familiare, il rispetto per la donna, il senso primordiale della giustizia, eccetera. Da ciò la predilezione di Verga per gli ambienti popolari, per gli uomini “primitivi”, perché in essi in modo più evidente si manifestava la legge della vita fissata dal destino.

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