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Giovanni Verga: pensiero e adesione al verismo


Giovanni Verga nacque a Catania nel 1849. Il luogo di nascita dello scrittore non è però universalmente accettato: alcuni critici sostengono infatti che egli sia nato a Vizzini, altri sostengono invece che Verga sia stato dato alla luce presso un podere di campagna situato in contrada Tièpidi, una zona rurale a pochi chilometri dal centro di Vizzini.
Verga mostrò sin da giovane un grande interesse per la letteratura, scrivendo il suo primo romanzo all’età di sedici anni. Dopo un deludente percorso di studi giuridici presso l’università di Catania, l’autore preferì dedicarsi all’attività letteraria e per questo motivo si trasferì a Milano, dove entrò a contatto con diversi scapigliati, tra cui Emilio Praga.
L’esperienza milanese indusse Verga a intensificare la propria produzione letteraria: egli scrisse diverse opere tra le quali la più famosa è indubbiamente Nedda. Questi testi, annoverati nella poetica tardo-romantica dell’autore, lasciano emergere le caratteristiche e le peculiarità del pensiero verghiamo, fondato su una visione tragica della vita.
Verga credeva infatti che l’uomo, oltre ad essere soggetto ad una perpetua condizione di infelicità e dolore, sia costretto all’immobilismo: egli non può né sfuggire in nessun modo alla sua inesorabile sorte, né uscire dalla sua condizione sociale poiché, se provasse a fare una di queste due cose, la sua vita non sarebbe più sicura ed egli sarebbe inevitabilmente destinato alla distruzione e al fallimento.
Verga propone dunque una concezione pietrificata e immobilistica della società, la quale non è mai accompagnata dal desiderio propedeutico della liberazione. Verga, dunque, rinnova l’antico mito del fato: l’autore sostiene che l’uomo non possa progredire poiché egli è perennemente vincolato dalle catene del fato, impossibili da spezzare. Ogni essere umano, dunque, è inevitabilmente condannato all’infelicità.
Le opere di Verga lasciano trasparire i principali valori a cui l’autore aderisce, quali la famiglia, la religione, la dedizione al lavoro, la fedeltà alla parola data e la saggezza, che deriva dalla consapevolezza dei nostri limiti ed è sintetizzata nei proverbi di cui parla Padron ‘Ntoni, protagonista de “I Malavoglia”.
L’attività letteraria di Verga può essere suddivisa in diversi momenti: quello romantico-patriottico; quello della scapigliatura e quello realistico. Al primo periodo appartengono motivi patriottici; al secondo romanzi passionali, come ad esempio Storia di una Capinera. Molti critici fanno corrispondere la conversione di Verga al verismo con il 1874, anno in cui egli scrisse Nedda. L’opera, però, non può essere definita prettamente realistica: Essa può essere considerata verista in quanto in essa l’autore descrive in modo verosimile la realtà meridionale, ma non può esserlo per quanto riguarda il modo in cui essa è scritta, poiché il testo non assume l’impersonalità caratteristica delle composizioni realistiche. Dunque l’opera non determina il passaggio radicale e definito al verismo Verghiano, tuttavia costituisce un momento fondamentale nella maturazione letteraria dell’autore, avvicinandolo decisamente alla letteratura realistica.
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