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Verga: Libertà - commento


“Libertà” è una novella tratta dalla raccolta Novelle rusticane ed è stata scritta nel 1882.
La novella si ispira ad un episodio storico, la rivolta dei contadini di Bronte (Catania) nel luglio del 1860, in concomitanza con la spedizione dei Mille, repressa duramente da Nino Bixio. Qualche tempo dopo, ci sarà anche un processo e la condanna dei rivoltosi. Non è improbabile che Verga abbia manifestato interesse per questi avvenimenti e che abbia letto le carte relative al processo dei contadini. Infatti, egli conosceva la vicenda e nella rappresentazione introduce delle modifiche o omissioni circa lo sviluppo dei fatti. Intorno all’interpretazione e alle scelte si è animata tutta una discussione tra i critici. I contadini di Bronte insorgono contro i notabili del paese poiché hanno sentito dire che c’è la libertà e quindi intendono vendicarsi per le ingiustizie subite da secoli. La vicenda si articola in tre sequenze; la prima si apre con la bandiera tricolore che sventola dalla chiesa con le campane che suonano al grido della libertà. Questo è l’inizio della vicenda di cui sono protagonisti i contadini e si insiste su elementi macabri.
L’episodio storico diventa un apologo del concetto di libertà e dell’inutilità di ogni tentativo l’ordine sociale istituito; è un apologo dell’ambiguità del concetto di libertà; per i contadini, la libertà rappresenta il dare sfogo all’odio nei confronti dei galantuomini, cioè si presenta come qualcosa che non si può arginare. L’odio si paragona alla natura, forza irrefrenabile che non ha finalità. Si insiste su questo concetto di libertà, intesa come sfogo irrazionale alla rabbia covata da secoli nei confronti dei “galantuomini”. La conseguenza della violenza può essere l’entrare in possesso della terra. Infatti, nell’ultimo capoverso appare la possibilità di avere un pezzo di terra quando il carbonaio arrestato si meraviglia di essere condotto in prigione anche se non gli è toccato nessuna proprietà, pur sapendo che c’era la libertà. Nel Risorgimento, di cui Verga è ammiratore e di cui ha condiviso i valori, la libertà era invece rappresentata dall’impegno per l’indipendenza e la nazionalizzazione.
Si insiste sull’ambiguità del concetto di “libertà” e si fa l’apologo della vanità di ogni tentativo di modificare l’ordine costituito. La pietà è nei confronti dei “cappelli” (= galantuomini) e del figlio del notaio viene stritolato sotto la folla inferocita (= “strappava il cuore!”) e quindi la pietà emerge nei confronti di chi è costretto a subire violenza. Nell’arco della giornata, la violenza si esaurisce come si trattasse di un fenomeno naturale.
Inizia allora la seconda parte. Il paese si sveglia, è domenica, ma le campane non suonano, non ci sono preti in giro, né si celebra la messa. Dal campanile penzola ancora il fazzoletto tricolore, floscio, simbolo della violenza.
I contadini non sanno più che fare, senza messa non ci possono stare, non sanno da chi prendere gli ordini, il prete è morto e il circolo di ritrovo dei galantuomini è chiuso. Essi non hanno un progetto sociale alternativo. Si sente dire che stanno arrivando i soldati con le camicie rosse per procedere alla repressione. Con una dose di fatalità incombente, si aspetta la punizione che farà seguito alla rivolta. Arriva Nino Bixio, definito dal popolo “il generale, quello che faceva tremare la gente” e si ha una mistificazione storica dell’episodio perché Bixio, in realtà, arriva con precisi intenti repressivi affinché la rivolta non si diffonda ulteriormente. La rivolta di Bronte non fu la reazione di una comunità di contadini; questi ultimi erano incoraggiati nelle loro speranze dal partito dei “liberali”; il primo ad essere fucilato fu il nuovo sindaco nominato dopo la sommossa, l’avvocato Niccolò Lombardo, accusato ingiustamente di aver guidato la rivolta. In altre parole, ciò che fa Bixio deve essere taciuto per evitare di mettere in cattiva luce un’esperienza garibaldina.
Verga ha taciuto in merito a certi fatti (es. l’esecuzione dell’ avvocato Lombardo) per nascondere elementi poco nobili dell’esperienza garibaldina dato che Garibaldi appartiene all'ideologia democratica; c’è una volontà di presentare la rivolta come un’esasperazione priva di significato, nella convinzione che i rapporti sociali non si possono cambiare. La lotta di classe è uno strumento di progresso. Si può intuire la visione fatalistica e conservatrice dominata dal darwinismo sociale, teoria secondo la quale è il più forte che sopravvive a scapito dei più deboli.
Si passa, allora alla terza sequenza: inizia il processo e la pietà è rivolta verso i contadini.
Verga ci dà una rappresentazione impietosa del modo con cui viene amministrata la giustizia; è una visione pessimistica in quanto non ci si può fidare della giustizia perché fa gli interessi dei “galantuomini”
Verga usa un episodio storico a lui vicino che conosce bene perché vuole rappresentare con esattezza la sua visione della realtà (visione pessimistica che esclude il progresso). In questa novella si coglie anche la distanza che separa Verga da Zola.
In questa novella è più che mai presente la distinzione fra “narratore” e “autore”. Il punto di vista adottato è quello del popolo.
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