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Eva

Nel 1872, Verga si trasferisce a Milano, in quegli anni capitale letteraria d’Italia. Qui frequenta i salotti ed i caffè dove si ritrovano gli artisti e diventa amico di molti scrittori Scapigliati tra cui Camillo Boito ed Emilio Praga. In quella che sta diventando la capitale economica della penisola, Verga capisce che ormai l’arte sta diventando un lusso inutile in un mondo dove dominano ‘le Banche e le imprese industriali’.
Questo è ciò che l’autore afferma con tono combattivo nella prefazione a ‘Eva’, romanzo giovanile pubblicato nel 1873.
Attraverso la narrazione della storia di un amore impossibile nato in Enrico Lanti per l’affascinante ballerina Eva, l’autore vuole sottolineare come già aveva fatto Baudelaire, come l’arte sia stata ridotta a semplice merce, e come di conseguenza, per usare una frase baudelairiana, il letterato abbia ormai perso ‘l’aureola’ nel fango del mondo e non possa più chinarsi per raccoglierla.

La vicenda di Eva dà occasione allo scrittore siciliano per definire con chiarezza i unti principali di quella corrente verista che egli perfezionerà nei romanzi successivi, fino ad arrivare al capolavoro verista che sarà ‘I Malavoglia’.
È proprio la Prefazione che Verga presenta come il ‘manifesto’ della sua poetica:

Eccovi una narrazione - sogno o storia poco importa - ma vera, com'è stata e come potrebbe essere, senza retorica e senza ipocrisie. Voi ci troverete qualcosa di voi, che vi appartiene, che è frutto delle vostre passioni, e se sentite di dover chiudere il libro allorché si avvicina vostra figlia - voi che non osate scoprirvi il seno dinanzi a lei se non alla presenza di duemila spettatori e alla luce del gas, o voi che, pur lacerando i guanti nell'applaudire le ballerine, avete il buon senso di supporre che ella non scorga scintillare l'ardore dei vostri desideri nelle lenti del vostro occhialetto - tanto meglio per voi, che rispettate ancora qualche cosa.
Però non maledite l'arte che è la manifestazione dei vostri gusti. I greci innamorati ci lasciarono la statua di Venere; noi lasceremo il "cancan" litografato sugli scatolini dei fiammiferi. Non discutiamo nemmeno sulle proporzioni; l'arte allora era una civiltà, oggi è un lusso: anzi, un lusso da scioperati. La civiltà è il benessere; ed in fondo ad esso, quand'è esclusivo come oggi, non ci troverete altro, se avete il coraggio e la buona fede di seguire la logica, che il godimento materiale. In tutta la serietà di cui siamo invasi, e nell'antipatia per tutto ciò che non è positivo - mettiamo pure l'arte scioperata - non c'è infine che la tavola e la donna.

Viviamo in un'atmosfera di Banche e di Imprese industriali, e la febbre dei piaceri è la esuberanza di tal vita.
Non accusate l'arte, che ha il solo torto di avere più cuore di voi, e di piangere per voi i dolori dei vostri piaceri. Non predicate la moralità, voi che ne avete soltanto per chiudere gli occhi sullo spettacolo delle miserie che create, - voi che vi meravigliate come altri possa lasciare il cuore e l'onore là dove voi non lasciate che la borsa, - voi che fate scricchiolare allegramente i vostri stivalini inverniciati dove folleggiano ebbrezze amare, o gemono dolori sconosciuti, che l'arte raccoglie e che vi getta in faccia.

Alla società moderna, ormai completamente dedita solo più al profitto economico ed al godimento materiale, l’arte risulta un’attività superflua alla quale si interessano coloro che conducono una vita improduttiva o chi, come il protagonista, crede ancora nella propria integrità morale.
La protagonista infatti ben rappresenta la donna di quel periodo, incapace di rinunciare in pieno al successo per seguire il proprio sogno d’amore; appena infatti Enrico vede sfumare la propria gloria, Eva lo abbandona, per cercare la fama altrove: è la pura e semplice rappresentazione dei gusti dominanti del pubblico, ai quali però lo scrittore non può ne sottrarsi e dai quali non può tanto meno farsi carico.
La crisi del Romanticismo appare evidente: quella qui confessata è infatti una poetica del ‘vero’ che rappresenta una sorta di protesta moralistica contro un pubblico falsamente perbenista. L’arte può ormai reagire solo più documentando la verità di una società borghese degradata dal progresso, che si vende per il proprio successo, appunto come la ballerina, che per la vana gloria si rifiuta di seguire le sue passioni amorose.

L’artista, ed in particolare la ballerina, può rimandare ad un duplice significato: da una parte è la risposta ironica a quel ‘lusso da scioperati’ che ormai è l’arte, dall’altra invece rappresenta la finzione moderna, contrapposta alla spontaneità romantica; il tutto dipendendo sempre dal gusto del mercato.
La figura femminile che compare nei romanzi giovanili di Verga resta comunque molto lontana da quella di reclusa nell’ambito familiare, costretta nel rigido modello di madre e moglie. Negli anni dell’influenza scapigliata, la donna appare come seduttrice, provocatrice, non più sotto le spoglie romantiche di figura sublime e dolce.

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