Questa poesia uscì per la prima volta sul “Marzocco” nel 1898 e poi inclusa nella seconda edizione dei Poemetti del 1900.
La poesia fa riferimento alla sorella Maria, durante gli anni in cui faceva l’educanda in un convento. Un giorno un gruppo di ragazze si avvicinò ad una pianta con i fiori rossi, la digitale purpurea, ma la suore gli impose di allontanarsi subito poiché da essa usciva un profumo così intenso da poter provocare la morte.
Nella poesia ci sono inizialmente due figure femminili, una contrapposta all’altra, ovvero Maria e Rachele. Una incarna l’innocenza verginale, l’altra la sensualità inquieta. Una perciò è la donna angelo (Maria), l’altra la donna demonio (Rachele).
Nella prima parte, c’è un dialogo fra le due ragazze che rievocano la loro fanciullezza ricreando un clima di pace e tranquillità. Ad interrompere questa serenità è proprio questo fiore, la digitale purpurea, il fior di morte.
Nella seconda parte, la narrazione inizia con un flashback che rimanda al giardino primaverile della loro giovinezza, ma ancora una volta, anche in questo caso, qualcosa interrompe l’atmosfera: si tratta delle inquietudini erotiche delle educande che creano un contrasto fra sacro e profano. Riemerge ancora una volta il fiore, inquietante e mostruoso.

Nella terza sezione abbiamo ancora una volta la contrapposizione fra l’innocenza e il candore e la perversione del fiore, che attira fortemente Rachele. Si ritorna infatti nel passato con un flashback e si viene a conoscenza dell’esperienza perversa di Rachele che nella sua giovinezza ha assaporato l’odore proibito del fiore spinta da un sogno erotico.
Il racconto si conclude con un’immagine misteriosa e illusoria, che hanno portato a molte e diverse interpretazioni. Per molti il fatto di aver assaporato quel profumo “proibito” è in realtà un simbolo di tutte quelle esperienze che la ragazza avrà nella sua vita. Esperienze come una passione amorosa o una malattia mortale che inevitabilmente riconducono però alla morte. Altre interpretazioni vedono invece il fiore come simbolo di esperienze di tossicomania o esperienze erotiche per fuggire dalla realtà. In realtà Pascoli ha volutamente concluso l’opera in questo modo per marcarne il senso di ambiguità e suggestione.
Il fiore più in generale è un simbolo ricorrente nella poesia Pascoliana e anche decadentista, rappresenta il torbido, il malato, il perverso che si cela dietro la sua bellezza e purezza apparente.
Per quanto riguarda la forma, ci sono molte figure retoriche, in particolare molti flashback. Il testo è ricco anche di punti di sospensione che creano maggiore ambiguità. Ci sono anche molti enjambements.

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