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I canti di Castelvecchio: Pascoli

Al pari di Myricae, i Canti di Castelvecchio conoscono numerose edizioni. Il legame tra queste due raccolte non si esaurisce nel carattere di opere in fieri, ma risulta ancora più profondo: lo stesso Pascoli lo pone idealmente sulla stessa linea, nel momento in cui, nella Prefazione alla prima edizione, definisce i Canti “myricae”. I canti si chiamano cos’ perché prendono il nome dal luogo dove vengono generati. Da questa ritrovata serenità, nascono i canti di Castelvecchio che sono ispirati all’ambiente romagnolo. La natura è la stessa, dal punto di vista paesaggistico è un po’ diversa ma come habitat le caratteristiche sono le stesse. Il poeta fanciullo è capace di ascoltare, ciò che ritorna nella sua mente è ciò che ha vissuto a San Mauro durante l’infanzia. Questi componimenti propongono nuovamente al lettore un’immersione tutta lirica ed emozionale nella campagna. In una misura di versi più ampia e distesa rispetto alle poesie di Myricae, l’autore si abbandona alla descrizione dei paesaggi di Castelvecchio, che si intreccia e si mescola continuamente con la rievocazione della realtà romagnola vissuta nell’infanzia.

È la dimensione della memoria, del doloroso passato, dei cari perduti che permea interamente i Canti; la raffigurazione della natura si carica così delle ansie, delle inquietudini e delle angosce del poeta. Egli ha tentato di ricostruire un “nido” che potesse sostituirsi a quello della sua infanzia, distrutto tanto precocemente e atrocemente. Questo bisogno intimamente sentito dall’autore nei versi dei Canti si traduce in immagini simboliche quali il “nido” o la “siepe”, confine che separa quel mondo chiuso e accogliente, in cui il poeta si è rifugiato, dalla realtà esterna inquietante e minacciosa; ciò che il poeta ha cercato di creare intorno a se è un universo fatto di piccole cose, di affetti sinceri e di emozioni semplici.

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