Ominide 1009 punti

Carducci prosatore e critico


Una scuola carducciana, frutto organico di un insegnamento quarantennale, è esistita e ha avuto propaggini anche nella scuola media, a livello di una docenza che dal maestro ha ricevuto un’impronta di umanesimo applicato alla lettura e al commento della trasmissione letteraria nazionale.
Carducci costituisce la personalità di maggiore spicco nell’ambito di una lezione di storiografia letteraria estranea al modello desanctisiano, di una storia delle idee e delle lettere come storia della civiltà nazionale.
Fu critico “con stile d’idee e di risentimenti quanto mai agile, nutrito di modi immaginosi, di metafore acute e feroci, di prosopopee satiriche mirabilmente ingiuriose e accusatorie”.
Del Settecento fu polemico e corrosivo nei confronti dell’Arcadia, della pastorelleria, della snervata lirica degli accademici, della letteratura di “sonettucci” e “poemastri”.
Dell’Ottocento studiò il Romanticismo, nelle sue forme deteriori del sentimentalismo e di un misticismo artistico fumoso e velleitario, e la letteratura romanzesca, di cui esaltò Manzoni ma non la pletora di imitatori.
Davanti a questi due secoli, Carducci elabora un pensiero personale, forte di alcune distinzioni.
Il Settecento è il secolo di un’ideologia, di cui non condivide che una parte. Il nuovo vangelo è rappresentato dall’Enciclopedia, dalla scienza e dal libero pensiero, a battere breccia il dogma dell’autorità, che è sopra ogni altra quella clericale. Su questo nesso, il carduccianesimo è uno dei frutti della cultura della rivoluzione di Francia. L’anticlericalismo fece di Carducci un pericoloso giacobino, empio e misocristico. Ma Carducci criticava anche l’elitarismo.
Per Carducci i classici non sono da intendere in modo paradigmatico e censorio ma come modelli dinamici dell’arte della parola. La storia per lui fu il modo più concreto di immaginare il passato, e in qualche modo di imposessarsene. L’amore per la storia fu una delle componenti del suo anticontemporaneismo.
La sua critica cercava l’immagine, la trovava nell’antropomorfizzazione dei generi letterari, come la tragedia di Alfieri che cede il passo “vedova e derelitta a fantasmagorie incomprensibili”, o nel compianto della patria, della nazione, idolo costante carducciano.
Carducci è critico nei confronti del proprio tempo, della letteratura contemporanea definita “fanfullista” e “guerzoniana”, fu un monumento della disciplina filologica e della difesa della tradizione letteraria.
Il Carducci critico si forma a diretto contatto e in sincronia con il lettore, il commentatore e il grande conoscitore di poesia. Fu una critica oratoria, dalla connotazione scolastica e didattica sul valore poetico, che egli riteneva incarnatosi nella classicità esemplare del petrarchismo, nella diffusa eleganza del classicismo quattrocentesco, rappresentato dal Poliziano, nello splendore rinascimentale, nella severa e accesa virilità dei Parini e degli Alfieri. Tempi lontani rispetto all’Italia contemporanea delle transizioni e dei compromessi.
La poetica critica carducciana, tutta devoluta al valore classico, intrinsecamente era concepita a detrimento della modernità, vista in una luce di tramonto e di decadenza.
Raro documento di attenzione di Carducci nei confronti della prosa del tempo è un articolo su “La Nazione” del 1862 a riguardo di “Un buco nel muro”, romanzo di Guerrazzi. Il critico ne apprezza l’intento e la modestia, si diverte alla pittura divagante del costume contemporaneo. E coglie l’occasione per dire la sua sul romanzo storico che, da un’ispirazione manzoniana, si è moltiplicato a iosa, ingenerando una moda fasulla di reminiscenze feudali e un’aura di sagrestia. Aggiunge di preferire una breve storia di famiglia come quella del Guerrazzi ai cartoni di storia malamente mescolati all’invenzione.
Ma avanza, per il suo rifiuto del romanzo storico, una spiegazione che merita di essere esposta.
Nella tradizione italiana, il romanzo storico è un genere artificiale, perché a impedirne la spontanea fioritura stanno le cronache con la loro inesorabile esattezza, che spegne sul nascere il sorgere delle leggende e delle saghe. Quindi in Italia si potranno avere le cronache, i “rerum italicarum scriptores”, o una disimpegnata e amorosa, e comunque solo privata poesia popolare, ma non autentici cicli storici.
Carducci fu un uomo di scuola, e l’università fu la sua vita e il laboratorio della sua critica.
Le forme della critica carducciana, e della prosa, mutano sensibilmente, per misura e per ritmo, secondo funzione e destinazione. C’è la prosa del discorso, l’allocuzione oratoria, di argomento storico-politico (al Senato); c’è la prosa letteraria inserita nel disegno storiografico della patria; c’è la conferenzieristica; c’è la prosa del saggio critico; c’è la forma frammentaria ed episodica, divertita.
Hai bisogno di aiuto in Giosuè Carducci?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email