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Gabriele D’Annunzio: La sera Fiesolana


Spiegazione


L’opera appartiene all’Alcione, il terzo libro delle laudi. La lirica testimonia l’avvenuta dissoluzione delle consuete strutture poetiche, in quanto in essa non vi è né uno sviluppo logico né uno sviluppo narrativo; il poeta si limita infatti a registrare le emozioni che prova, proiettate sui colli di pietra che circondano il paesaggio. La poesia è suddivisa in tre strofe, ciascuna delle quali corrisponde ad un diverso momento della sera. Esse sono pressoché prive di punteggiatura, che infatti coincide quasi sempre con la fine della strofa stessa.
Ogni strofa è costruita attraverso l’accostamento di immagini reali e fantastiche, collegate tra di loro per mezzo di nessi comparativi ed è inframmezzata da una lauda in tre versi alla sera.
La “lauda” è un genere poetico medievale, di tematica religiosa e carattere popolare , con accompagnamento musicale. Uno dei maggiori esponenti della poesia religiosa del medioevo fu Jacopone da Todi, la cui lauda più nota è “Donna del Paradiso”.
Lo stile del componimento d’annunziano si modella sul “Cantico delle creature” di San Francesco D’Assisi, da cui il poeta trae il motivo “Laudato sì, mio Signore”.
All’interno della lirica D’Annunzio descrive il quieto sopraggiungere sulla campagna fiesolana della sera, umanizzata e trasfigurata nella donna amata.
Nel testo sono presenti accostamenti di immagini di paesaggi e piante che richiamano il tema d’annunziano dell’immedesimazione dell’uomo con le cose e con il tutto, anche se è ancora assente la totale assimilazione con la natura a cui si assiste in “Pioggia nel pineto”.


Testo e parafrasi


(Il poeta si rivolge alla donna amata)
Fresche le mie parole (sinestesia) ne la sera ti sien come il fruscìo che fan le foglie del gelso ne la man di chi le coglie silenzioso e ancor s'attarda a l'opra lenta su l'alta scala che s'annera contro il fusto che s'inargenta con le sue rame spoglie mentre la Luna è prossima a le soglie cerule e par che innanzi a sè distenda un velo ove il nostro sogno giace e par che la campagna già si senta da lei sommersa nel notturno gelo e da lei beva la sperata pace senza vederla.
(Le mie parole siano per te fresche nella sera come il fruscio che producono le foglie del gelso nella mano dell’uomo che le coglie silenzioso, attardandosi in questo lavoro paziente, sulla lunga scala appoggiata all’albero che diventa sempre più scura e sul tronco che diventa argentato, mentre la luna (personificata) è giunta quasi al limite dell’orizzonte azzurro-pallido e sembra che distenda un velo di luce dove il nostro sogno si abbandona e sembra che la campagna si senta da lei sommersa nel fresco della notte senza vederla (perché non è ancora completamente sorta) ).

Laudata sii (motivo francescano) pel tuo viso di perla, o Sera, e pe'; tuoi grandi umidi occhi ove si tace l'acqua del cielo! (Il verso “Laudata sii pel tuo viso di perla, o Sera costituisce una citazione dantesca, dalla canzone “Donne ch’avete intelletto d’amore”, testo fondamentale della Vita Nova).

Sì lodata, o sera, per il tuo viso perlaceo, e per i tuoi umili occhi (le pozzanghere), in cui si raccoglie l’acqua piovana! (Anche la sera, come la luna, viene personificata).

Dolci le mie parole (sinestesia) ne la sera ti sien come la pioggia che bruiva tepida e fuggitiva, commiato lacrimoso de la primavera, su i gelsi e su gli olmi e su le viti e su i pini dai novelli rosei diti che giocano con l'aura che si perde, e su 'l grano che non è biondo ancora e non è verde, e su 'l fieno che già patì la falce e trascolora, e su gli olivi, su i fratelli olivi che fan di santità pallidi i clivi e sorridenti.

(Il poeta ripropone la sinestesia posta all’inizio della lirica con una differenza: la parola che apre la prima strofa è “fresche”, il termine utilizzato nella seconda è “dolci”, ma entrambi costituiscono una sinestesia)
Le mie parole ti siano dolci nella sera come la pioggia che crepita leggera, tiepida (perché quasi estiva) e di breve durata, triste saluto della primavera sui gelsi, sugli olmi e sulle viti e sui nuovi aghi dei pini (comparati a dita umane) che giocano con la brezza che passa leggera e subito si dilegua, e sul grano che non è ancora giallo e maturo ma non è nemmeno verde e acerbo e sul fieno falciato che ingiallisce seccando e sugli ulivi, sui fratelli ulivi (francescanesimo non religioso ma laico) che rendono i colli di un colore pallido e luminoso.

(la ripetizione della preposizione su, accostata all’articolo i, ha precisi scopi musicali, in quanto richiama il leggero ticchettio della pioggia sulle foglie).

Laudata sii per le tue vesti aulenti (termine aulico), o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce (forma sincopata) il fien che odora!

Sì lodata (motivo francescano), o sera (nuovamente personificata), per le tue vesti profumate (gli odori che si sprigionano dalla natura), e per la cintura (l’orizzonte) che ti cinge come il ramo di salice cinge i fasci di fieno!

Io ti dirò verso quali reami d'amor ci chiami il fiume, le cui fonti eterne a l'ombra de gli antichi rami parlano nel mistero sacro dei monti; e ti dirò per qual segreto le colline su i limpidi orizzonti s'incurvino come labbra che un divieto chiuda, e perchè la volontà di dire le faccia belle oltre ogni uman desire e nel silenzio lor sempre novelle consolatrici, sì che pare che ogni sera l'anima le possa amare d'amor più forte.

(Il poeta si rivolge alla donna amata)
Io ti svelerò verso quali regni d’amore ci chiami il fiume (l’Arno) le cui sorgenti eterne, all’ombra di antichi alberi, mormorano nel mistero sacro dei monti; e ti svelerò per nascondere quale segreto le colline, che si stagliano sull’orizzonte trasparente, si incurvino come delle labbra che serbano un segreto, ma allo stesso tempo l’ansia di svelare il proprio segreto le rende belle al di là di ogni umano desiderio e per coloro che le osservano esse recano un conforto sempre nuovo nel loro silenzio, così che sembra che ogni sera l’anima le possa amare di un amore sempre più intenso.

(le immagini presenti in questa strofa (eterno, stelo, infinito) hanno un valore fantastico e hanno la funzione di creare una dimensione magica e favolosa (luoghi incantati) in cui ciò che conta non sono le immagini di per sé o i termini utilizzati per descriverle, bensì il significato musicale delle parole).

Si laudata sii per la tua pura morte, o Sera
per l'attesa che in te fa palpitare le prime stelle!

Sì lodata anche per il tuo dileguarti nella notte, o sera, e per l’attesa della notte che fa risplendere in te le prime stelle!
(Nel “Cantico delle creature” San Francesco parla di sorella morte: in questa poesia il tema viene riproposto, ma esso viene spogliato di ogni valenza religiosa).

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