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Gabriele D'Annunzio


La pioggia del pineto

Domina il tema metamorfico panico. Il poeta e la sua donna diventano alberi. È un esempio di strofa lunga d'annunziana, con versi brevi. Sono presenti rime, assonanza, consonanze ecc. Non c'è però un preciso schema di rime. La poesia deriva dai rumori della natura: l'ascolto dell'evento atmosferico fa diventare la poesia senso del luogo. La musicalità è data dalla ripetizione di accenti, suoni ecc. Un tema è anche un tema mimetico in quanto bisogna capire tramite quali suoni la natura parla al poeta. La poesia inizia con una richiesta di ascolto. Il campo uditivo è fortemente semantizzato. Il poeta non ode le parole umane della donna, bensì ode le parole nuove della natura. Invita Ermione all'ascolto della musica della pioggia che cade. Gli alberi elencati sono tutti alberi della tradizione poetica. I primi cinque versi sono senari, il sesto un novenario compensato dal seguente che è un tenario in enjambement. La ricorrenza dell'accento in seconda da un ritmo. Al pianto della pioggia risponde il canto delle cicale. C' è una ripetizione, nella seconda strofa, di "a" e di "o": la "a" è una lettera cantabile, ed è mimetica, in quanto vuole riprodurre il suono delle cicale. Prima ci si concentra sulle piante, poi ci si concentra sulla donna. Terza strofa: riprese la locuzione alla donna che deve ascoltare ("Ascolta, ascolta"). A un certo punto avanza la pioggia, si attenua il canto della cicala e si avverte da lontano il verso della rana che proviene "chi sa da dove, chi sa da dove!". Le cicala diventa "la figlia dell'aria" e la rana diventa "la figlia del limo". La pioggia è argentea perché il crepitio è un suono metallico e la pioggia assume una connotazione argentea: è una rappresentazione sinestetica. C'è un'area semantica che pertiene il termine della rigenerazione fin dalla prima strofa. Il tema panico nella seconda stanza è giocato sulle similitudini. Il verso della rana è intermittente. Nell'ultima stanza la favola ha illuso il poeta nel passato e illude la donna nel presente. C'è un'esatta ripresa della prima stanza nell'ultima stanza. La fusione panica è esplicitata tramite metafore e similitudini. Essendo una metapoesia il poeta ha raggiunto la fusione con la natura, la trascrive sulla carta tramite la parola poetica e la infonde in colui che legge la poesia. L parola poetica ha questa prerogativa di poter diffondere l'esperienza del poeta perché parla direttamente all'emozione, anziché parlare alla ragione. Questa poesia vuole suscitare emozione. Nella poesia L'onda D'Annunzio parla della sua strofa lunga paragonandola a un'onda: sembra che lui stia lodando l'onda ma sta invece lodando la sua strofa lunga.

La sabbia del tempo

È un madrigale: è un metro del canzoniere e sono quelle poesie del canzoniere che verranno musicate. Il madrigale petrarchesco è composto di due terzini e due distici accorpati in una quartina. Il madrigale è un verso corto. È una poesia a La pioggia del pineto: lo spunto sensoriale qui è racchiuso nel giro di pochi versi. Lo spunto poetico fa scorrere la sabbia nella sua mano e si accorge che è tiepida, avvertendo la fine dell'estate: la mano deve percepire, il cuore deve avvertire lo scorrere del tempo. La presa di coscienza della fine dell'estate attua un sentimento di angoscia: il cuore non può trovare pace in questo sentimento di fine, in quanto con la fine dell'estate si perde la possibilità di trovare il senso del luogo. L'ultima quartina è sentenziosa. Viene attivato il senso del tatto. Nell'ultima quartina si sovrappongono tre orologi: il cuore, la mano e la meridiana. Nella poesia barocca l'orologio era tema di tante poesie e qui viene ripreso con estrema variabilità. Il passaggio dall'estate all'autunno richiama la morte, tema centrale della poesia barocca alla cui tradizione appartiene il madrigale. Una delle parole in rima è "vano", che richiama il tema della vanità delle vanità. La componente di questa poesia non è metafisica, bensì sensoriale.

Il piacere

L'esordio di D'Annunzio nel romanzo è di tipo naturalista. Il suo naturalismo enfatizza l'aspetto selvaggio e orrido e c'è un'attenzione minuziosa al paesaggio. È però Il piacere quello che diviene più diffuso. Il narratore è monologico, organico al personaggio. La trama è estremamente flebile, in quanto Andrea Sperelli è un dandy e vive tramite le sue sensazioni, quindi la narrazione è frammentata. La parola è musicale. Le stesse strutture sintattiche vengono riprese in relazione a determinate situazioni e sensazioni. Andrea Sperelli è il dandy D'Annunzio in quanto per forgiare il suo personaggio attinge alla sua esperienza di giornalista mondano. Andrea Sperelli può essere definito come una coscienza priva di centro. Andrea Sperelli ricorda il Don Giovanni di Kierkegaard. Andrea non è in grado di perseguire alcun obiettivo perché guidato da sensazioni momentanea, destinato quindi a rivelarsi un inetto. La prosa è preziosa, ricca di anastrofi.

L'attesa di Elena

La prosa è molto ricercato, uso di molti gerundi, "romorio" al posto di rumore. Si tende a rendere la parola letteraria una parola condivisa, parola di un romanzo che vuole essere un successo editoriale. Le parole sono riprese dalla tradizione poetica. La percezione che si attiva è quella olfattiva, ma le rose vengono artefatte perché vengono poste in un vaso a forma di giglio che le spiritualizza: secondo Wilde la natura che imita l'arte. L'arte completa la perfezione della natura, è l'arte che artefà la natura. La descrizione dell'ambiente crea una messa in scena: l'arredamento è una massa in scena. Andrea Sperelli ha predisposto l'ambiente a un incontro d'amore (che poi non si realizzerà). La rappresentazione della donna è mediata dai continui riferimenti all'arte: è l'arte che interpreta la vita. La descrizione di Elena Muti riprende una poesia di Alcyone, Stabat nuda Aestas, nella quale descrive la donna tramite riferimenti artistici. Il personaggio è volto all'immaginazione, più che all'azione.

Un esteta di fine secolo

La frase iniziale è ripresa da Baudelaire, ne Il pittore della vita moderna (T6, p. 307, Il dandy). La formazione non è scolastica, bensì si forma tramite l'esperienza, la lettura ecc. Andrea Sperelli matura un disprezzo per i pregiudizi e per le regole. L'educatore di Andrea è suo padre. Dalla descrizione che ne fa D'Annunzio si capisce che è destinato a fallire: egli è formato dalla cultura per le cose belle e dall'esperienza, resa possibile dalla sua grande forza sensitiva. Più asseconda la forza sensitiva più reprime quella morale. Le sue facoltà però si riducevano perché l'esperienza era cerebrale insieme alle sue speranze e al suo piacere. È dunque destinato al fallimento. L'ebrezza, che è perdita di controllo per definizione, è un ebrezza studiata, per il dandy, che suppone un assoluto controllo. La predisposizione al sofisma rimanda a un uso ingannevole della parola, concepita come mezzo per la menzogna, come costruzione. D'Annunzio parla anche di se stesso qui, in quanto anche lui parlava ammaliando le folle durante il suo percorso politico. Andrea Sperelli è un nobile e vengono elencate le caratteristiche quasi genetiche di questa aristocrazia (culto del bello ecc.). All'aristocrazia di sangue si sovrappone l'aristocrazia dell'esteta, che ha il culto del bello. Viene educato dal padre a vivere al di sopra delle regole e dei canoni borghese. La conoscenza non è scolastica bensì è formata dall'esperienze. È di indole sensitiva, predisposto alla fruizione del bello. Il padre esaspera questa indole che lo rende disponibile a ogni esperimento dei sensi, cosa che lo porta ad essere un'indole involontaria. Viene portato ad essere in balia dell'attimo, ad essere una coscienza priva di centro. Da questa presentazione si scopre che l'esteta dannunziano è destinato alla sconfitta. Il suo sogno è vivere un amore intenso che gli faccia vivere la sua vita come se fosse un'opera d'arte. Andrea è un esteta cerebrale perché la passione dei sensi è una passione indotta dalla costruzione mentale. Il velleitarismo di Andrea sta nel volere fare l'opera totale della sua vita pur sapendo che non è adeguato a farlo. La bellezza esteriore di Beatrice è specchio della sua perfezione interiore (Donne che avete intelletto d'amore e Tanto gentile e tanto onesta pare) e questa corrispondenza qui non c'è più.
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