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Lisabetta da Messina-riassunto e analisi del testo

Riassunto

Lisabetta, giovane donna di Messina, vive insieme ai suoi tre fratelli mercanti, provenienti da San Gimignano. I tre, interessandosi solo dei propri affari, non si preoccupano di farla maritare, tuttavia ella, che non può reprimere gli istinti naturali, si innamora di Lorenzo, un dipendente dei fratelli e intrattiene con lui un rapporto segreto. Quando i fratelli scoprono la tresca amorosa, decidono di uccidere Lorenzo e di mentire alla sorella che chiede insistentemente di lui dicendole che è lontano per lavoro. Lorenzo appare in sogno a Lisabetta e le rivela ciò che è accaduto. La ragazza allora si reca sul luogo del delitto, taglia la testa di Lorenzo e la pone in un vaso dove pone una pianta di basilico. Quando i fratelli scoprono cosa si nasconde sotto il basilico le sottraggono il vaso e lei per la disperazione muore.

Analisi del testo

“Lisabetta da Messina” è la V novella della IV giornata del Decameron, scritto da Boccaccio nel 1348-52 e rivisto tra il 1370-72. Nella IV giornata il re è Filostrato (vinto dall’amore), che propone il tema degli amori infelici, ovvero degli amori che ebbero una fine tragica. Tale novella è narrata da Filomena, il cui nome significa “trascinata dall’amore”.

Nella novella fabula e intreccio coincidono, infatti non sono presenti analessi o prolessi e pertanto la narrazione segue l’ordine cronologico. Essendo piuttosto lineare, si può facilmente suddividere in sette sequenze: la prima (rr.6-12) è una sequenza introduttiva, nella quale parlano i due narratori (Boccaccio e Filomena); la seconda invece (rr.13-24) coincide con l’esordio, e in essa Boccaccio ci fornisce la carta d’identità dei vari personaggi; la terza sequenza (rr.25-69) rappresenta la prima rottura dell’equilibrio iniziale, in quanto descrive l’uccisione di Lorenzo da parte dei fratelli di Lisabetta; la quarta (rr.70-77) narra il sogno di Lisabetta e dunque l’inizio delle peripezie vissute dalla ragazza; nella quinta (rr.78-103) si stabilisce un nuovo equilibrio con il ritrovamento del cadavere e il prelevamento della testa del giovane; nella sesta (rr.104-120) abbiamo invece la Spannung, ovvero il momento di massima tensione, in quanto si ha una nuova rottura dell’equilibrio, con la sottrazione del vaso a Lisabetta da parte dei fratelli; infine, l’ultima sequenza (rr.121-127) coincide con lo scioglimento della vicenda e la morte della giovane.
Le sequenze sono dinamiche, in quanto sono perlopiù narrative e poco descrittive/riflessive, e tutta la vicenda si può considerare come una serie di azioni e reazioni, scandite dal ritmo incalzante della rotture dell’equilibrio e del cercare di stabilirne uno nuovo.
La novella è ambientata a Messina, in un contesto borghese e più precisamente in un ambiente mercantile, infatti i fratelli di Lisabetta sono mercanti che si trasferiscono in Sicilia per motivi di lavoro. Si fa riferimento alla città di Pisa per indicare la provenienza di Lorenzo e infine Filomena spiega che i fratelli e Lisabetta dopo la nuova rottura dell’equilibrio si trasferiscono a Napoli, dove la ragazza, dopo poco tempo, a causa della disperazione, muore. Ad ogni modo, pur essendo i luoghi vari, sono oggettivi e fanno solo da sfondo alla vicenda, seppur la mentalità mercantile e siciliana tipica di Messina influisce sulle scelte dei personaggi: rendono ancor più dinamica la vicenda, già abbastanza movimentata.
La novella è piuttosto breve se comparata alle altre. Per di più l’assenza del discorso diretto rende la narrazione ancora più veloce, ma rappresenta anche un punto fondamentale nella storia, e cioè l’incomunicabilità tra due sistemi di valori: quello mercantile dei fratelli, devoti solo agli affari e al buon nome della famiglia, e quello di Lisabetta, molto più semplice, caratterizzato dalla sola forza del sentimento amoroso e dell’assecondamento degli istinti naturali.
Lisabetta in effetti viene descritta in questa vicenda non tanto dalle parole del narratore di 2° grado, Filomena, bensì dalle azioni e dai gesti che compie: si mostra succube dei fratelli, quasi come un personaggio passivo, per diventare attivo solo nel momento in cui intraprende la relazione con Lorenzo. Ad ogni modo, viene rappresentata come la tipica donna debole, che non può far valere i propri diritti, non può far sentire la propria voce solo per il suo “essere donna”: di conseguenza l’unico modo che le resta per esprimersi è il pianto, un pianto che inonderà il corso di tutta la novella, ripetendosi sia quando scoprirà la morte dell’amato, sia quando non ritroverà più il vaso: un pianto che la porterà sino alla morte. È pertanto un personaggio “patetico”, ovvero ricco di pathos. Ella è inoltre un personaggio tipo, in quanto non evolve durante la narrazione e pur essendo protagonista, alla fine non riesce nel proprio intento; quindi possiamo dire che esce sconfitta dalla situazione. Pertanto non rientra nella schiera delle cosiddette “eroine boccacciane”.
I fratelli invece vengono descritti come dediti esclusivamente ai loro affari e al buon nome della famiglia, per il quale si rapportano alla sorella come fosse un oggetto da manipolare a proprio piacimento, senza minimamente considerare i suoi sentimenti e i suoi istinti naturali. Sono l’emblema del padre padrone, che o per paura o per i propri interessi, reprime a tal punto gli spazi della figlia da condurla a gesti estremi. Tali personaggi risultano dunque attualissimi. Anch’essi, come la sorella, sono tipi e non personaggi a tutto tondo. Infine Lorenzo viene descritto semplicemente come un dipendente dei fratelli, che non prende mai la parola da vivo e mostra le proprie capacità di linguaggio solo in sogno, quando spiega a Lisabetta quanto successo. Si mostra come una figura di poco rilievo, anche se è causa dell’azione scenica.
Ad ogni modo, i personaggi sono sicuramente verosimili, come tipico di Boccaccio.
Il narratore invece, è eterodiegetico, ovvero è assente dalla storia ed ha focalizzazione zero: è cioè onnisciente.
Per quanto riguarda invece il lessico usato da Boccaccio esso risulta un registro abbastanza elevato e ricercato, con qualche inflessione latina e una sintassi prevalentemente ipotattica.
La storia è nota anche come “novella del silenzio”, in quanto elemento caratterizzante di tutta la vicenda è proprio la mancanza di un discorso “fatto di parole”: infatti, gli unici modi attraverso cui i personaggi comunicano tra loro sono le azioni che avvengono segretamente, il sogno di Lisabetta e i suoi continui pianti, che rappresentano la sua volontà, il suo stato d’animo, i suoi sentimenti, che tuttavia non vengono compresi, o vengono comunque ignorati dalla “spietatezza” dei fratelli, che li porta ad agire quasi cinicamente.
Come tipico delle novelle della IV giornata, ciò che viene narrato è un amore con una fine tragica, come quello descritto anche in Tancredi e Ghismunda. A differenza di tale novella tuttavia possiamo notare che in primis il comportamento di Lisabetta è molto diverso da quello di Ghismunda. Quest’ultima infatti si mostra come la tipica eroina boccacciana, che lotta per i propri diritti, si difende con un proprio discorso, e si presenta molto più forte del padre Tancredi che invece alla fine scoppia in lacrime. L’elemento caratterizzante di Lisabetta è invece proprio il pianto, che non le permette di ottenere ciò che vuole e anche quando riesce a conquistarlo è costretta a perderlo di nuovo perché incapace di far valere se stessa dinanzi ai fratelli. Sono quindi due figure completamente opposte. Un’altra differenza tra le due novelle è da ricercare invece nelle classi di appartenenza: in “Tancredi e Ghismunda” infatti, i due giovani appartengono a due classi sociali completamente differenti, mentre in “Lisabetta da Messina”, i due appartengono alla stessa classe sociale, quella borghese, ma i fratelli temono che un’unione tra la loro sorella e Lorenzo possa rovinare comunque il buon nome della famiglia, poiché il giovane pisano non proviene da una nota o onorata famiglia, ma è semplicemente un loro dipendente.
Le analogie tra le due novelle invece le possiamo riscontrare nel gusto del macabro, in quanto se a Ghismunda viene consegnato il cuore dell’amato, Lisabetta decapita il cadavere di Lorenzo per restare per sempre unita al suo amato. Altro punto in comune è l’indifferenza dei fratelli a maritare la sorella, identica all’ostinazione di Tancredi di tenere la figlia sempre vicina a sè nel proprio palazzo. Entrambe le novelle inoltre fanno sicuramente capo all’Introduzione alla IV giornata, in cui Boccaccio narra la novella delle papere, perché entrambe riprendono il tema degli istinti repressi.

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