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Orlando furioso-episodio della luna

Ariosto, all’interno della propria opera mette in scena un mondo e la sua dimensione speculare: l’illusione è speculare alla realtà, la Luna è speculare alla Terra. Per mettere in atto questo meccanismo di specularità, Ariosto si serve del gioco dell’illusione e del fondamentale strumento dell’ironia.
L’episodio della luna occupa due canti. Il canto XXXIV è incentrato sulla figura bizzarra del paladino Astolfo. Mentre Orlando è il paladino della cristianità, colui che è stato investito da Dio per combattere contro gli infedeli, quello di Astolfo è un personaggio comico che spicca nelle vicende più avventurose e fantastiche all’interno del poema. In questa parte del poema, Astolfo è protagonista di un viaggio attraverso l’aldilà, al termine del quale egli, venuto a conoscenza della pazzia di Orlando, si reca sulla luna per recuperare il senno dell’eroe cristiano e porre fine alla guerra.
Il canto XXXIV contiene la descrizione della geografia della Luna, che è speculare a quella della Terra. Essa quindi non tratteggia uno spazio completamento diverso, al contrario sulla Luna è presente esattamente ciò che si trova sulla Terra, ma in una dimensione altra, retoricamente messa in evidenza attraverso l’anafora:
Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono là su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
ch’han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai più le magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve
(XXXIV, 72)
Oltre a essere speculari, i due mondi si influenzano vicendevolmente, quindi un movimento che si verifica sulla Terra determina un effetto sulla Luna e viceversa, e stanno in un rapporto gerarchico in base al quale la Luna è una sorta di mondo degli archetipi. C’è quindi un richiamo alla dimensione dell’archetipo che è profondamente radicata nell’opera.
Il modello che Ariosto utilizza per l’episodio della luna è quello delle Intercenales di Leon Battista Alberti, una raccolta di dialoghi destinati ad essere letti durante le cene che trattano vari argomenti; tra questi, c’è il racconto di un viaggio sulla Luna, che è vista come un mondo uguale al nostro dove si raccolgono le cose perse sulla Terra. Ariosto riprende quest’opera e la cita direttamente nel testo.
L’episodio lunare diventa, per l’autore, occasione per una parodia contro il mondo terreno: infatti, la Luna raccoglie tutto ciò che si smarrisce sulla Terra, per colpa degli uomini, del tempo e della fortuna con riferimento all’idea, proposta da Machiavelli, della fortuna in quanto forza che agisce su tutto ciò che sfugge all’uomo, ma che quest’ultimo può e deve tentare di dominare. Inoltre, la Luna ospita le vanità e i vizi umani, in sostanza tutto ciò che è responsabile della perdita del senno di molti uomini. Ad esempio, nel mondo lunare troviamo la fama, che il tempo divora lentamente come un tarlo; le infinite preghiere che gli uomini, peccatori, rivolgono a Dio (i due elementi della fama della preghiera sono importanti in quanto sintetizzano l’aspetto laico e quello religioso che coesistono nella figura del cavaliere); le lacrime e i sospiri degli amanti; l’ozio di uomini ignoranti; il tempo sprecato nel gioco d’azzardo; i desideri insistentemente inseguiti ma mai raggiunti.
Inoltre, l’autore sfrutta la sequenza lunare per mettere in atto una feroce polemica contro la corte, evidenziandone i vizi e ridicolizzandone i valori; il risultato è una distruzione totale della dimensione del potere e della corte. Quest’ultima è vista come una sintesi della società del tempo che mette in atto il meccanismo del senno e della pazzia. In questa sequenza dedicata alla satira della vita cortigiana, si fa riferimento, ad esempio, ai doni che si offrono ai signori, ai principi avari e ai potenti, al fine di ottenere una ricompensa, e alle adulazioni che passano attraverso la poesia encomiastica.
Segue un discorso sul senno e sui molteplici modi in cui è possibile perderlo, caratterizzato, dal punto di vista retorico dalla stessa struttura anaforica utilizzata per la descrizione fisica della Luna. Alcuni uomini perdono il senno nell’amore, altri nella ricerca di onori e ricchezze, altri nelle speranze, altri in cose che apprezzano più di altro; la stanza si conclude con un riferimento al fatto che lo spazio lunare ospita anche il senno di molti poeti:
Altri in amar lo perde, altri in onori,
altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;
altri ne le speranze de' signori,
altri dietro alle magiche sciocchezze;
altri in gemme, altri in opre di pittori,
ed altri in altro che più d'altro aprezze.
Di sofisti e d'astrologhi raccolto,
e di poeti ancor ve n'era molto.
(XXXIV, 85)
Tutto il discorso ariostesco conduce alla conclusione che solo la follia non abbonda sulla Luna, poiché è rimasta tutta sulla Terra, e a una riflessione sulla funzione eternatrice della letteratura, che è capace di vincere contro la forza distruttrice del tempo e di conservare la memoria. L’episodio lunare consiste in una satira sull’umana follia che è una sintesi del desiderio, della perdita e della vanità ed è profondamente legata al tempo dell’autore. Ariosto è consapevole del terreno particolarmente fragile del mondo cinquecentesco, rappresentato, all’interno dell’opera, anche dall’errare nella selva. Ariosto sfrutta questo spazio per una denuncia laica che gli consente di muoversi dal punto di vista del genere, spaziando verso un genere alternativo. Il discorso è ricco di riferimenti letterari: oltre al già citato Alberti, Ariosto guarda a Erasmo col suo Elogio alla Follia, al principio parodico applicato da Luciano all’interno della Storia Vera, a Orazio per quanto riguarda l’idea della letteratura che permette all’autore di sopravvivere alla morte attraverso la propria opera.
All’ episodio della Luna seguirà il ritorno di Orlando sul campo di battaglia, che costituirà un ritorno all’eroico dopo l’abbassamento comico della pazzia.
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