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La parola della poesia e gli epiteti


Nella poesia più antica la parola è recitata e cantata: e sempre un fatto teatrale. In molte culture nascono testi letterari orali che celebrano i grandi eroi di quel popolo: sono i canti epici.
I cantori (che trasmettevano la tradizione orale con innovazioni del testo più o meno profonde, a seconda del talento e della sensibilità) si assicuravano il successo e suscitavano l’entusiasmo dell’uditorio celebrando le imprese di personaggi famosi (umani e divini), che tutti ammiravano come modelli. Già a partire dai testi che risalgono ai tempi più lontani (come il poema di Gilgamesh), dèi ed eroi erano identificati prima di tutto attraverso i loro epiteti. L’epiteto è una caratteristica formale dello stile epico: consiste in un aggettivo, un nome, o una più complessa locuzione, che enfatizza una caratteristica fisica (“Atena dagli occhi azzurri”), o morale (“Odisseo ricco d’astuzie”), o una particolare abilità (“il piè veloce Achille”). in altre parole l’epiteto è un attributo o un’apposizione o un complemento di qualità, o anche un’espressione più lunga, che accompagna (o sostituisce) abitualmente il nome proprio di dèi e di eroi: spesso forma insieme al nome proprio un’unità metrica fissa (per esempio un mezzo verso), favorendo perciò l’abitudine alla ripetizione (per i suoi valori ritmici rimaneva facilmente impresso nella memoria). Si solito i personaggi celebrati nei canti epici (salvo alcuni di secondaria importanza, meno famosi) non vengono presentati, ma colti nel loro agire, come se il cantore volesse illuminare di nuova luce una scena, all’interno di una ben più lunga storia che tutti conoscono e sanno “come va a finire”.
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