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Logica ipertestuale

Il termine ipertesto viene coniato nel 1965 ad opera di Ted Nelson,quando il web e le sue applicazioni ancora non esistevano. Il primo approccio di Nelson ai computer avviene nel 1960,quando frequenta il corso di “computer science” ad Harvard. Il corso,pur essendo incentrato sull’architettura del computer,poteva essere considerato di natura teorica. Prevedeva infatti esercitazioni pensate per una classe di studenti di formazione umanistica,dedicate all’analisi di stringhe di parole e alla redazione di liste di frequenza,e quindi non legate al concetto di calcolo ma a quello di elaborazione delle informazioni. E proprio le esercitazioni di linguistica computazionale faranno capire a nelson che il computer avrebbe offerto diverse metodologie,anche alle discipline più tradizionali. Così alla fine del secondo anno di corso presenta come tesina per la valutazione finale il progetto di un sistema di memorizzazione di testi elettronico. E proprio questo progetto costituisce il nucleo embrionale dell’idea di ipertestualità. L’accento infatti è posto sulla necessità di utilizzare il computer non per fare calcoli ma per scrivere testi,avendo in mente un’idea dinamica di testualità,intesa come processo che segue fasi continue di rielaborazioni. Per questo il progetto prevede un sistema per gestire le varianti. Nelson però intuisce che bisogna ricorrere a delle contromisure per evitare un possibile disorientamento e include il backtrack storico,che oggi rappresenta una delle principali funzioni e che permette di risalire a ritroso nel percorso di lettura/scrittura. Tuttavia nel 1960 il progetto era sicuramente innovativo,ma ancora immaturo,sia perché il livello tecnologico raggiunto fino ad allora era ancora inadeguato,sia perché non vi era ancora la consapevolezza intellettuale e sociale delle potenzialità del progetto. Inoltre anche le conoscenze di Nelson in campo informatico necessitavano di approfondimenti. Nelson continua comunque a nutrire per anni l’idea originaria,fino al 1965 quando partecipa ad una conferenza di Acm (Association for Computing Machinery) con un articolo in cui per la prima volta compare il termine ipertesto. Nelson partecipa alla conferenza senza alcuna qualifica specifica,e per questo rappresenta un buon esempio di quello che Edward Said chiama intellettuale dilettante,in contrapposizione all’intellettuale di professione. Il termine,che solitamente ha un’accezione negativa, in questo caso assume un valore positivo. Infatti l’intellettuale dilettante non parla in nome di alcuna istituzione per cui lavora,e quindi viene ad essere potenzialmente più libero da pressioni e condizionamenti. Secondo Said ,inoltre,l’intellettuale dilettante deve essere esiliato ed emarginato,e sono queste caratteristiche che ben si accompagnano alla persona di Ted Nelson. Tali caratteristiche potrebbero sembrare negative ma in questo caso indicano le condizioni essenziali per la propria libertà e autonomia. Dilettante è quindi sinonimo di libero. Tuttavia,anche se “dilettante”,Nelson presenta la sua relazione e una istituzione come Acm la accetta. Con questo giudizio Acm tributa un onore non solo a Nelson,ma anche a se stessa. Indica infatti di aver raggiunto un grado così alto di autorevolezza da non sentire la necessità di mettere in dubbio la propria capacità di giudizio. Non si lascia infatti intimidire dalla giovane età dell’autore,né dalla mancanza di qualifiche specificatamente attinenti,né dall’impostazione teorica piuttosto che applicativa. Ancora oggi Nelson continua ad essere invitato alle conferenze di Acm,e in particolare a quelle di uno dei 34 gruppi di interesse in cui è suddivisa Acm,il Sigweb che si occupa dello studio di ipertesto,ipermedia e web. Inoltre il nome e lo spirito di Nelson viene perpetuato nell’attribuzione di un premio di incoraggiamento per giovani studiosi. Si tratta di un piccolo premio in denaro,conferito dal 1999 al lavoro più innovativo presentato nelle conferenze annuali. Significativa è la condizione:deve trattarsi di un esordiente.

Il 24 agosto 1965 Nelson presenta la sua relazione: “A file structure for the complex,the changing and the indeterminate”. Il progetto prevede un nuovo modo di strutturare i file di un sistema informatico. Tali file devono essere modificabili e dovrà essere mantenuta memoria di tutte le versioni,che potranno quindi essere confrontate. La ricerca avverrà per parola e per argomento e sarà possibile effettuare ricerche incrociate. Infatti l’informazione potrà essere cercata saltando da un riferimento all’altro seguendo dei legami,i link. Inoltre,considerato che le possibilità di collegamento operate dalla mente umana sono imprevedibili e infinite,anche il sistema dovrà mimare l’intelletto umano e non porre limiti alle possibilità di collegare,estendere e modificare informazioni. Il sistema dovrà quindi essere tendente a infinito. L’ipertesto quindi è concepito solo nella dimensione online e in uno spazio potenzialmente infinito.
Nonostante il termine ipertesto sia comparso nel 1965 si tende a farne risalire la nascita o alla diffusione del web,o all’interno di una tradizione scientifica e in particolare agli studi di Joseph Licklider e Vannevar Bush.
Licklider è uno psicologo sperimentale,esperto di acustica e lavora al Mit dal 1951. La sua popolarità però si diffonde solo a partire dal 1960,anno in cui pubblica il suo articolo Man-computer Simbiosis,che tratta di computer ma ha dei contenuti fortemente innovativi tanto da interessare l’ambiente governativo e i particolare l’Arpa che gli affida la direzione di Ipto,la sezione dedicata alla ricerca informatica. L’Arpa ha il compito di finanziare progetti innovativi a prescindere dal loro possibile utilizzo militare,e anche se sotto la direzione del dipartimento della Difesa, la politica di ricerca vigente ad Arpa è molto libera. Scegliendo Licklider per l’incarico all’Arpa si decide di dare una chiara linea da seguire nella ricerca informatica e cioè favorire la simbiosi uomo-macchina. L’articolo di Licklider viene pubblicato su una rivista scientifica prestigiosa e si rivolge ad un pubblico di specialisti. L’aspetto particolare sta nell’utilizzo di un linguaggio che ricorre a molti prestiti dal lessico della biologia. Licklider infatti innesta biologia e psicologia in temi che riguardano i computer. Ancora oggi l’articolo colpisce per questo aspetto innovativo. Il lettore infatti viene condotto in un mondo di natura e non in un contesto tecnologico. Tuttavia secondo Licklider non vi è alcuna frattura tra i 2 mondi,che anzi dovranno sempre più coesistere in simbiosi. Va però precisato che il concetto di simbiosi non è inteso in termini di protesi. La protesi infatti è solo un modo per sopperire ad una mancanza,mentre Licklider perora una relazione simbiotica tra uomo e computer,ossia un sistema capace di potenziarne reciprocamente le capacità. È evidente l’insegnamento di Wiener. Egli sosteneva infatti che l’uomo deve essere libero,in pace e in armonia sociale per poter sviluppare le proprie capacità creative e che le macchine devono quindi alleviarne la fatica,poiché l’uomo non può essere usato come macchina. In questa prospettiva però cambia anche il modo di intendere le macchine,che non devono essere solo in grado di svolgere le loro funzioni ma devono anche essere in grado di autoregolarsi e autogestirsi in caso di funzionamento difforme o erroneo. Devono quindi essere in grado di tornare indietro rispetto al momento in cui si è verificata la difformità e di conseguenza autoregolarsi o arrestarsi. Di questa impostazione Licklider è pienamente consapevole in Man-computer Simbiosis. Egli infatti chiarisce che le macchine allevieranno l’uomo dai lavori routinari liberandone le energie necessarie per sviluppare le capacità creative. Alleviati dai lavori routinari gli uomini troveranno un ulteriore aiuto in queste macchine di nuova generazione,le macchine simbiotiche,ma stavolta non solo per svolgere azioni materiali ma per svolgere operazioni intellettuali. Un altro elemento particolare dell’articolo è costituito dal fatto che sia uno psicologo a parlare di computer. In realtà la formazione in psicologia costituirà un punto di forza,poiché permette a Licklider di prendere in esame aspetti non considerati rilevanti per gli altri,e cioè l’aspetto umano. In realtà Licklider ha sempre avuto dimestichezza con i computer,fin dagli anni della formazione universitaria,passando poi ad utilizzare i computer per i suoi studi sul cervello umano e successivamente a studiare i computer considerandoli come cervelli umani interconnessi. Durante la permanenza all’Arpa Licklider lavora anche ad uno studio di fattibilità,commissionatogli dal Council on library resaurces. Scopo della ricerca è quello di verificare la possibilità di sviluppare biblioteche elettroniche,alla luce delle nuove possibilità offerte dalle tecnologie informatiche. Il risultato della ricerca viene pubblicato nel 1965 in Library on the future. Il progetto per un nuovo modello di biblioteca elettronica viene denominato Simbiont,e risente della ricerca presso Arpa,visto che le tecnologie di rete vengono presentate come orizzonte possibile anche per un settore tradizionale come quello delle biblioteche. Ancora una volta quindi Licklider opera un’ibridazione tra mondo umanistico e quello scientifico. In questa prospettiva la biblioteca non è solo un ambito professionale di antica tradizione ma anche un degno oggetto di trattazione scientifica. L’articolo si divide in 2 parti. La prima,che si rifà all’iterazione uomo-macchina,definisce l’area di indagine,ossia le biblioteche. La seconda è lo studio di fattibilità vero e proprio e rimanda alle esperienze delle banche dati. In effetti Simbiont è un sistema che dovrà svolgere un gran numero di funzioni che diventeranno quelle tipiche delle banche dati,come recupero per termine,possibilità di apporre modifiche,inserire note,aggiungere appunti,confrontare testi.. in questa prospettiva il termine “biblioteca” viene ad assumere un nuovo significato che si affiancherà a quello tradizionale,e che intende la biblioteca come “recupero di informazioni registrate su computer”. Nel 1968 Licklider assiste alla realizzazione della prima biblioteca elettronica,la Rete. Ed è in questo momento che la ricerca tecnologica si svincolerà dal paradigma precedente(la biblioteca) e costruirà i primi progetti pensando al nuovo paradigma di riferimento(la Rete).
Licklider però non si presenta come l’iniziatore di una linea di ricerca ma come il prosecutore e in particolare degli studi di Vannevar Bush. Questi nel 1945 avevo pubblicato l’articolo As We May Think,Come possiamo pensare,in cui propone il progetto di un sistema di gestione della conoscenza,il Memex. Bush si trova a dover affrontare il problema della rigidità dei sistemi di classificazione e catalogazione,a causa dei quali i documenti,una volta archiviati,potevano essere ritrovati solo in un punto di un percorso logico,quando poi la necessità dell’utente era quella di poterli ritrovare in luoghi diversi e a partire da differenti percorsi logici. Occorreva quindi modificare il concetto stesso di classificazione e catalogazione e quindi di recupero delle informazioni. Il progetto di Bush diventa subito il modello di riferimento poiché il Memex proponeva una soluzione al problema della rigidità dei sistemi di categorie. Il Memex infatti è inteso come macchina della mente,e quindi imposta il recupero delle informazione non sui sistemi di classificazione ma sui processi associativi della mente umana. Così come la mente salta da un’idea all’altra,così il Memex avrebbe permesso di saltare da un documento all’altro rapidamente. Anche se costituisce un progetto innovativo,il memex non sembra tanto una macchina quanto piuttosto una classica scrivania americana in legno. Il progetto infatti prevedeva una struttura in legno al cui interno sarebbe stato contenuto un juke-box di microfilm azionabile tramite pulsanti e leve poste sulla scrivania. Tre schermi avrebbero permesso la visualizzazione contemporanea. Ed è quindi la presenza dei 3 schermi a permettere la realizzazione della qualità ipertestuale. Infatti osservando l’immagine di un oggetto su uno schermo,sul secondo sarebbe stato possibile osservare l’immagine di un altro oggetto e operare quindi un confronto;sul terzo sarebbe stato proiettato un documento che avrebbe permesso,ad esempio,di approfondire un aspetto specifico. In effetti Bush va molto nello specifico nel descrivere il funzionamento del memex. Ogni microfilm sarebbe dovuto essere marcato sul bordo da un codice identificativo del contenuto,recuperabile poi tramite il lettore automatico;l’utente avrebbe così potuto scorrere microfilm contrassegnati dallo stesso codice. Sarebbe inoltre stato possibile apporre lo stesso codice ad altri documenti pertinenti. Sarebbe stato possibile inserire nel sistema altri documenti,sia manoscritti che dattiloscritti,ma anche immagini. Tutti i documenti andavano però microfilmati e poi inseriti nel sistema. L’utente infine avrebbe potuto memorizzare il percorso di lettura che sarebbe quindi rimasto come traccia per future letture. Il memex cerca di ottenere le qualità di virtualità e duttilità,facendo però ricorso a materiali tradizionali. Le tecnologie previste nel progetto erano infatti la fotografia a secco e le cellule fotoelettriche. Quindi quando esce l’articolo,il microfilm,nato negli anni ’30,stava perdendo il primato di tecnologia innovativa e il progetto rischiava di essere obsoleto già al momento della pubblicazione. Stavano infatti nascendo i computer. Bush non si appassionerà mai alla nuova tecnologia,esprimendo persino scetticismo circa la possibilità di successo dei computer. Non stupisce quindi che nel progetto non vengano prese in considerazione le nascenti tecnologie ma quelle degli anni ’30 di cui Bush era considerato il massimo esponente e che quindi sapeva di dominare appieno. Nella narrazione del memex però vi è anche la sua negazione. Bush infatti dichiara che il memex non sarà mai realizzato a causa dei costi troppo elevati,della mancanza di utenti che avrebbero saputo usarlo e di specialisti in grado di ripararlo. Secondo Bush i tempi non sono maturi perché il memex è troppo avanti rispetto allo stato attuale delle cose. Dal punto di vista dello sviluppo tecnologico l’affermazione è errata. Come abbiamo detto infatti il microfilm stava per essere superato dai computer,ma dal punto di vista socioculturale ed economico l’affermazione è sicuramente vera. Tuttavia era necessario parlare del memex come se esistesse. Credere nel memex era importante in quel preciso momento storico. Siamo infatti alla fine della seconda guerra mondiale e credere nel memex significava credere in un futuro di pace e benessere raggiunti grazie allo sviluppo tecnologico. Ma siamo anche negli anni del lancio della bomba atomica sul Giappone proprio ad opera degli americani. Questo episodio aveva scatenato la reazione di un gran numero di filosofi,studiosi e artisti di tutto il mondo che si erano schierati contro l’America e in particolare contro il livello tecnologico raggiunto che aveva portato a conseguenze estreme,come appunto la catastrofe della bomba atomica. Terminata la guerra quindi l’articolo di Bush venne ripubblicato con alcune modifiche volte a sottolineare maggiormente lo scopo politico dell’articolo stesso e a tentare una riabilitazione dello scienziato americano,colpevole di aver costruito la bomba. Tutelare lo scienziato,inoltre,significava tutelare il sogno americano di pace,benessere e progresso. Appare quindi necessario difendersi dall’antiamericanismo ormai dilagante e riacquistare credibilità. E anche ripubblicare l’articolo di Bush era funzionale allo scopo. Non solo perché vennero inseriti disegni che avrebbero permesso di immaginare il nuovo,ma anche perché l’articolo viene pubblicato su Life e quindi raggiunge un pubblico più ampio. Ma a quel punto il memex non è nemmeno più una macchina specifica ma un simbolo di americanità.
Ted Nelson accoglie appieno le impostazioni teoriche e applicative di Licklider,mentre per poter accogliere l’eredità di Bush deve operare alcune omissioni e interpretazioni. Non può infatti accettare né le scelte progettuali né lo scopo politico dell’articolo. Tuttavia nel 1972 partecipa all’ Online Conference in Inghilterra presentando una relazione intitolata “Come penseremo”,facendo quindi un esplicito riferimento a Bush. Si dalle prime righe Nelson si dichiara in disaccordo con le scelte dell’online classico. Ritiene infatti che Bush con l’espressione “indicizzazione analogica” non intendesse certo un’indicizzazione basata su schemi di classificazione ma retta da salti associativi. Nelson accusa quindi la tecnologia dell’informazione di aver semplicemente informatizzato una modalità di indicizzazione che resta concettualmente ancorata alla tradizione. Il computer invece sarebbe potuto essere funzionale ad un nuovo tipo di gestione e recupero di informazioni e anche ad un nuovo tipo di documento. La tecnologia aveva subito molti cambiamenti arrivando ad uno sviluppo tale che sarebbe stato possibile la creazione di questo nuovo documento,l’ipertesto,che anzi dovrebbe diventare la forma di pubblicazione del futuro,non prevedendo più la stampa. In “come penseremo” troviamo molti indizi dei cambiamenti in campo tecnologico avvenuti in quegli anni. Se infatti lo stile narrativo è quello sempre molto personale di Nelson,il lessico è quello tecnologico. Nelson non aveva partecipato al gruppo di ricerca di Arpa ed era quindi rimasto escluso dalla comunità di scienziati che studiava il computer in rete. Tuttavia è ben informato circa i risultati raggiunti da Licklider. Non a caso in “come penseremo” l’unico nome citato è quello di Douglas Engelbart,uno dei più stetti collaboratori di Licklider. In Engelbart Nelson individua una sorta di anima gemella,uno stesso modo di concepire il computer al fine di promuovere una tecnologia intesa per tutti,in favore della libertà e della creatività individuali e che si basa su un concetto di condivisione e collaborazione,che porterà allo sviluppo e al rinnovamento delle istituzioni reticolari già esistenti. Quindi il fulcro di tutto il discorso sull’ipertesto è la Rete. Nelson opera poi un confronto tra il suo progetto e altri progetti affini,tra cui quello di Engelbart che aveva espresso idee simili. Attraverso Engelbart si consolida anche il rapporto con Licklider. Questi nel 1968 aveva infatti pubblicato un articolo,The computer as a communication device,in cui racconta la sua esperienza nell’assistere all’esperimento di connessione di una rete di terminali ad un computer remoto. L’esperimento dimostrava la possibilità di connettere computer remoti e difformi,e la modalità in remoto non era intesa solo per gruppi elitari. L’obiettivo ultimo era infatti la diffusione capillare. Tale obiettivo è dimostrato anche dalla presenza nell’articolo di illustrazioni che avevano lo scopo di aiutare il lettore nell’immaginare la forma delle cose che verranno,e in particolare del computer,diventato ormai facile da usare e composto da schermo,tastiera e mouse. Per le illustrazioni viene scelto il genere dei fumetti,uno dei registri narrativi più comuni. È in questo modo che la controcultura si insinua nell’ambiente scientifico. Inoltre il nuovo computer è trasparente. Quello che l’utente fa appare sullo schermo. Si sta quindi realizzando quello che Licklider aveva predetto all’inizio del decennio,ossia la simbiosi uomo-macchina.
Negli anni ’70 si affermano due modi di concepire il computer: come espressione elitaria e quindi di potere, e come ricorsa condivisa e quindi per tutti. Nelson sarà uno dei maggiori sostenitori di questa seconda linea,in particolare con il libro Computer Lib/Dream Machine,che diventerà il testo sacro per il credo libertario dell’informatica. Il titolo propone un gioco di parole: lib infatti significa sia “libreria” che “liberazione”. Quindi viene affermato sia un manifesto politico di liberazione attraverso lo strumento del computer,sia un manifesto poetico per un utilizzo libertario del computer. Anche la seconda parte del titolo rimanda ad un duplice significato: Dream machine infatti sta ad indicare la macchina dei sogni,appunto il computer,ma allo stesso tempo richiama Sex Machine e quindi un movimento di liberazione più ampio che in quegli anni partiva dalla sfera pubblica,per estendersi a quella privata e in particolare alla rivoluzione sessuale. Anche il mezzo di distribuzione,cioè l’auto-pubblicazione,è parte del messaggio. Infatti la scelta editoriale afferma l’ideale autarchico hippie: aggirare l’industria culturale con un oggetto auto-costruito sviluppato autonomamente sia rispetto ai parametri socioculturali che alle leggi di mercato. Computer lib/dream machine ebbe successo soprattutto negli ambienti giovanili. Il fatto stesso di doversi procurare il libro fuori dai tradizionali canali del commercio librario ribadiva il valore dell’ autonomia e creava il senso di appartenenza ad una comunità. Nelson infatti invitava il lettore a mettersi in contatto con lui. Una volta acquistato e letto il libro,il senso di empatia con l’autore era destinato a crescere,poiché il libro invitava il lettore a condividere dei valori,presentandosi quindi come un manifesto,per promuovere quei valori che avrebbero dovuto fornire i presupposti teorici alle nuove competenze informatiche. Anche l’aspetto materiale del libro contribuisce a rinforzare il messaggio. Notiamo infatti un utilizzo di segni di interpunzione inusuali all’interno del contesto delle discipline umanistiche,ma tipiche dell’informatica. Inoltre i caratteri tipografici e le dimensioni variano a seconda dell’effetto espressionistico che si vuole ottenere. Le frasi sono scritte su doppia colonna,non giustificate a destra,talvolta rientrate,proprio come in una bozza scritta al computer. Sono inoltre presenti elenchi,schemi e disegni di cui lo stesso Nelson è autore. L’effetto complessivo è di grande vivacità e libertà. Il libro continua ad agitarsi,a muoversi nella vivacità della pagina tipografica. Ogni blocco di testo,ogni cambiamento di stile,dimensione,carattere è mimetico della scomposizione stessa del libro in blocchi e del salto ipertestuale da un blocco all’altro. In questo caso quindi le scelte tipografiche hanno l’obiettivo di superare i limiti del supporto cartaceo e di suggerire l’idea del movimento,proprio come dovrà fare l’ipertesto,pensato per il computer e non per la stampa. Tale movimento è inserito all’interno del movimento del libro stesso,dando luogo ad un doppio movimento. Infatti il libro,per poter essere letto deve essere capovolto. Ruotandolo il testo si capovolge e leggiamo un altro testo. Da un lato Computer Lib,dall’altro Dream Machine. A questo punto quindi avremo anche una doppia copertina. Quella di C.L. è esplicita: un saluto a pugno chiuso;sopra il disegno il titolo in caratteri grandi;un sottotitolo che invita più a “fare” che a leggere e un richiamo alla necessità di aver consapevolezza del computer e non solo del saperlo usare. In D.M. viene proposto un disegno di Nelson con una rivisitazione di Superman che vola dentro il grande schermo di un computer;il titolo è posto in una nuvoletta,segno grafico che sta ad indicare i sogni e i pensieri;inoltre viene sottolineata la necessità di sostenere una posizione certamente di minoranza ma rivolta al futuro,all’esplorazione dei nuovi spazi della scrittura. Già dall’aspetto materiale l’opera indica l’appartenenza ad una tradizione poetica e artistica che fonda le sue radici nel concetto della contaminazione tra realtà e fantasia,ma anche tra cultura alta e bassa. Sin dalla scelta del nome nelson aveva operato una contaminazione. Il termine iperteso infatti deriva dai fumetti,e in particolare dalla parola “iperspazio”,ma si rifà anche al lessico matematico e fisico,cioè dalle parole “iperpiano” e “ipernucleo”. Un altro riferimento è il movimento artistico dell’iperrealismo. In Computer Lib/Dream Machine le contaminazioni tra cultura alta e bassa sono innumerevoli; quindi il libro è il risultato di una serie di contaminazioni operare a vari livelli sia rispetto al contenuto che allo stile. L’opera ha l’obiettivo di porsi come uno strumento che permetta di contrastare l’analfabetismo informatico voluto dalle classi egemoni,che cercano di imporre la complessità del gergo tecnico e il mistero del funzionamento delle macchine come strumenti di controllo e di potere. Secondo Nelson conoscere le tecnologie è quindi una via per l’autodeterminazione;significa affrancarsi e lottare per la propria libertà ed autonomia. Secondo Nelson,inoltre,analfabetismo informatico significa anche non avere immaginazione,cioè non riuscire a prefigurarsi un mondo diverso dallo stato attuale delle cose.
Proprio il tema della Immaginazione sarà centrale in Literary Machines. Questa è l’opera più famosa di Nelson e che ha avuto numerose edizioni. La più fortunata è quella dl 1990. In Literary Machines Nelson ribadisce cosa deve essere un ipertesto: una nuova concezione di testualità in Rete,le cui unità discrete possono essere evidenziate e messe in connessione tra loro tramite link,attivati sia dal lettore che dall’autore. Nelson inoltre arriva a definire persino temi economici e legali,relativamente al copyright,tema che diventerà negli anni sempre più di punta. In Literary Machines Nelson prende in esame i principali cambiamenti avvenuti fino ad allora in campo informatico. Tra i principali vi è la diffusione del PC e delle interfacce grafiche,lo sviluppo del supporto ottico,il CD-Rom,e la commercializzazione di software per la creazione di ipertesti e in particolare di HyperCard. Nelson però non si lascia irretire. Fin dagli anni ’60 aveva inteso l’ipertesto esclusivamente nella versione online. E quindi per lui HyperCard non costituiva l’ipertesto che si stava aspettando,poiché si trattava di un sistema chiuso operante in locale. È per questo motivo che egli arriva a sostenere che nel 1990 l’ipertesto non è stato ancora realizzato. In realtà,anche se privo della qualità “indeterminate” tipica della rete,HyperCard ha sicuramente contribuito allo sviluppo del concetto di ipertesto. Va inoltre considerato un altro aspetto e cioè l’uso del Cd in generale. Questo infatti si era dimostrato un valido intermediario per rendere più fluido il passaggio alla Rete,favorendo la consuetudine alla lettura da video e alla ricerca con uso degli operatori logici. Il Cd ha quindi contribuito a far prendere familiarità all’utente rispetto ai concetti chiave del’ipertestualità:multimedialità,fruizione a video,e interattività. Inoltre il Cd aveva bassi costi,dimensioni ridotte e grafica a beneficio dell’utente. Fin dai primi anni veniva venduto anche nelle edicole e aveva quindi un sistema di distribuzione reticolare e fortemente diffuso sul territorio. In questo modo anche chi fino ad allora era rimasto escluso dall’online a causa degli elevati costi di connessione e di abbonamento,o per la scarsa diffusione sul territorio delle infrastrutture di rete, veniva finalmente investito dall’onda informatica grazie al Cd. Secondo Nelson però per potersi abituare alla dimensione ipertestuale della Rete non bisognava fare ricorso al Cd ma alle possibilità offerte dalla letteratura. La letteratura è infatti un organismo stabile ma allo stesso tempo in evoluzione. Si tratta di una rete di relazioni che influisce sul caso singolo ma a sua volta viene influenzata e modificata dal carattere individuale nel momento in cui include un nuovo genere,un nuovo stile,un nuovo autore. Quindi autori,opere,stili,temi costituiscono una comunità di pari,un consesso di autorevolezza e a quel punto i singoli elementi non sono più concepiti in senso cronologico ma spaziale. La tradizione letteraria infatti non è la semplice somma degli elementi che vanno ad aggiungersi cronologicamente ma ogni elemento entra in un sistema reticolare aumentandone il grado di complessità. Inoltre il patrimonio letterario subisce altre modifiche e include nuovi link ogni volta che cambiano i gusti dei lettori,cambiano le premesse socioculturale ed economiche o vengono messi in evidenza alcuni autori piuttosto che altri. È per questo che l’ipertesto rappresenta il perfetto omologo tecnologico del complesso sistema della tradizione letteraria. Quindi Literary Machines è sia un libro di informatica che un manifesto di estetica contemporanea. Se la tecnologia informatica fornirà gli strumenti per costruire una nuova forma di testualità, la conoscenza della letteratura permetterà di comprendere quale sarà la nuova forma che la testualità verrà ad assumere. Così come era avvenuto in Computer Lib/Dream Machine anche in Literary Machines l’aspetto materiale del libro è di particolare rilevanza,poiché cerca di rendere ipertestuale la fruizione del libro. I caratteri tipografici si alternano in stile e dimensioni e sono presenti molti disegni. Particolare è la sezione delle dediche in cui l’aspetto tipografico tende a dare monumentalità alla pagina. I dedicatari sono George Orwell,ispiratore di concetti,e Douglas Engelbart,costruttore di oggetti. Inoltre la fruizione ipertestuale a salti è resa anche con l’inserimento all’interno del testo di altri testi di diversi autori. In L.M. il sistema ipertestuale viene denominato progetto Xanadu,e rivela quindi una doppia natura,umanistica e tecnologica. Infatti la lettera X del nome rende immediatamente futuribile un oggetto. Allo stesso tempo però Xanadu è anche una citazione letteraria plurima. Le principali fonti di riferimento sono 3: la poesia di Samuel Taylor Coleridge “Kubla Khan”,il film di Orson Wells “quarto potere”,e il racconto di fantascienza “the skills of Xanadu” di Theodor Sturgeon. Si tratta quindi di 3 opere di diversa natura,appartenenti al canone letterario alto,alla letteratura popolare e ad un contesto non letterario. Conoscere le fonti ,e in particolare la poesia di Coleridge,è fondamentale per comprendere il progetto di Xanadu. Kubla Khan è innanzitutto un inno all’immaginazione,quella dote che sempre Nelson evoca e che insieme al concetto di libertà è il cardine del pensiero ipertestuale. Nella poesia Kubla Khan nomina boschi,palazzi,fiumi e questi si materializzano all’istante. È il potere dell’immaginazione che si trasforma in costruzione,proprio come Nelson spera che avverrà con il progetto di ipertesto. La poesia e il testo di Nelson presentano punti di contatto non solo nell’argomento ma anche nella genesi. Nella prefazione alla poesia infatti Coleridge racconta di aver offerto al lettore solo una piccola parte di un sogno parzialmente dimenticato al risveglio. Quel che è scritto è solo un frammento di un sogno più ampio rimasto incompleto. Il carattere di incompiutezza rivela un’aspirazione ad un progetto che non venga mai contenuto entro limiti segnati e si espanda illimitatamente. In effetti il sogno di Nelson è la creazione di uno sterminato documento formato da tutti i documenti esistenti: un “docuverso”,cioè un universo di documenti,o infiniti documenti collegati fino a coincidere con l’universo.
All’inizio degli anni ’90 l’ipertesto diventa il campo d’indagine privilegiato in ambito umanistico. Tra gli studi più rilevanti di quegli anni vi è “Hypertext. The convergence of contemporary critical theory and thecnology”. L’opera è di George Peter Landow, professore di letteratura alla Brown University e membro del gruppo di ricerca Iris,fondato da Nelson e van Dam. Landow si avvicina alle tecnologie di rete e in particolare all’ipertesto per soddisfare delle necessità didattiche. L’ipertesto infatti educa alla capacità critica poiché insegna ad istituire collegamenti anche tra materiali eterogenei. Landow apre la trattazione presentando l’ipertesto come figura di convergenza fra diversi ambiti disciplinari anche distanti tra loro,come l’ambito tecnologico e quello letterario. Non vengono quindi previsti confini netti tra diversi ambiti disciplinari. È per questo che studiosi come Nelson e Barthes,van Dam e Deridda, giungono alle stesse conclusioni pur non avendo notizia uno dell’altro. Landow considera l’ipertesto una figura di eccentricità come quelle che hanno percorso le ricerche artistiche e in particolare le avanguardie. Eccentricità è intesa nel senso di rinegoziare i rapporti centro/periferia,autore/lettore,arte alta/arte popolare,sequenza/rete. Il terreno di indagine si estende poi alla scrittura creativa. Landow infatti considera l’antiromanzo settecentesco che assume forme non prevedibili. La tradizione dell’antiromanzo si è poi rinnovata con il modernismo e le avanguardie di inizio novecento e poi degli anni ’60 e ancora con la letteratura postmoderna. Landow ripercorre questa tradizione fino ad arrivare ai casi contemporanei di artisti che hanno scelto i software ipertestuali per un nuovo concetto di romanzo fruibile sullo schermo del computer. L’idea di fondo dell’opera è quindi che nell’epoca postmoderna vengano sottoposti a riconfigurazione i concetti basilari della tradizione letteraria. Nel 1997 Landow pubblica la seconda edizione. Per l’aspetto materiale del libro viene scelto un formato speciale,quasi quadrato che è funzionale ad una buona resa delle innumerevoli illustrazioni tratte da schermate di computer. Il formato ha l’obiettivo di mimare la fruizione a schermo. Così anche la copertina,in cui i colori sono fluorescenti,giallo e rosa, e con una grafica immediatamente rappresentativa del contenuto. Nella quarta di copertina,la nota sull’opera e sull’autore è scritta con alternanza di colori e dimensioni e viene usata l’interlinea come spazio di scrittura.
Una delle difficoltà che Nelson ha sempre dovuto affrontare è stato il non vedersi riconoscere credibilità e autorevolezza. L’attacco più duro è stato quello sferrato nell’’estate del 1995 dalla rivista Wired che pubblicò un intervista dalle forti connotazioni caricaturali. Molte pagine per dire che Nelson è un ciarlatano,con pose da rivoluzionario,un fallito e un pazzo. Si tratta di un tentativo di delegittimazione molto pesante. L’attacco a Nelson è intitolato The Curse of Xanadu,pubblicato a firma del capo redattore Gary Wolf, e fin dalle prime righe assume i toni dell’invettiva. Nelson viene descritto come il protagonista di una lunga e disperata tragedia. Il suo progetto di ipertesto sbandierato come universale e democratico si era risolto solo in una bolla di sapone. Wolf considera il progetto di Nelson senza speranza,ed è per questo che nel titolo fa riferimento ad una maledizione. L’articolo si apre con la descrizione , impietosa, dell’incontro con Nelson. Secondo il ritratto che ne fa Wolf,Nelson non è sano di mente,fa uso di droghe, circuisce minori,vive in una casa galleggiante,ha un auto in disarmo,guida come un teppista ed è sempre in bancarotta. Sembrerebbe quindi che per Wolf abbia autorevolezza solo chi ha una bella auto e una bella casa,sia vestito alla moda e guida bene. Anche i collaboratori di Nelson vengono investiti dall’accusa. Per Wol f sono solo nullafacenti e ribelli. Il giudizio di Wolf sembrerebbe quindi solo politico. Non prende in considerazione il valore del progetto,né le possibilità di implementazione e sviluppo,né l’aspetto umanistico dell’affermazione di una nuova testualità. L’articolo suscitò la reazione di molti lettori e una ferma replica di Nelson che sottolinea l’approccio scandalistico e non scientifico e rivendica con orgoglio l’appartenenza alla comunità scientifica degli informatici in quanto membro di Acm e autore di numerosi articoli pubblicati su riviste di settore. Tra le reazioni dei lettori è di particolare importanza quella di Vinton Cerf, l’inventore,insieme a Bob Khan,del protocollo Tcp/ip. Cerf sostiene innanzitutto che Wolf ignora completamente la storia dell’informatica e di internet di cui Nelson è un protagonista centrale. Inoltre nella scienza contemporanea i confini tra scienza applicata e teorica sono sempre più sfumati quindi Wolf viene implicitamente accusato di non essere al passo coi tempi. L’argomentazione di Cerf resta sempre nell’ambito tecnologico e scientifico e la vicenda di Xanadu viene inserita nel processo di sviluppo tecnologico che conduce al web. A soli 2 anni dal caso Wired,Nelson pubblica un articolo,The future information,che rappresenta una ulteriore evoluzione del concetto di ipertesto. La struttura del libro è molto semplice:100 pagine suddivise in 10 capitoli;9 brevi appendici in funzione di schemi riassuntivi. In questa opera vengono raccolti i risultati degli ultimi 5 anni di ricerca svolta prevalentemente in Giappone. Nella presentazione Nelson riprende le accuse di Wolf trasformandole in punti di forza. Egli infatti sostiene che la ricerca teorica è autorevole anche se le applicazioni ritardano a manifestarsi. Non si arroga il diritto di essere l’inventore del web,ma è sicuramente dalla filosofia dell’ipertesto che esso deriva. Quando scrive Nelson il web aveva già raggiunto una poderosa diffusione. Era stato commercializzato Windows ’95 e iniziavano ad operare motori di ricerca come Altavista,Yahoo e Google. Nelson quindi si trova ad esprimere un parere in un contesto socialmente e culturalmente modificato dalla presenza del web. Ormai gli oggetti ci sono. Quello che manca sono i concetti. Bisogna quindi sostenere una ricerca teorica innovativa,senza fermarsi ai successi ottenuti. Ed è proprio quello che vuole fare “the future information”,che non a caso è rivolta ai padroni della rete. L’invito è quello di immaginare un nuovo web con nuove modalità di organizzazione e recupero delle informazioni che continuano ad operare sostanzialmente come in passato. Una nuova possibilità è indicata nella centralità del lettore. Il principio base è l’interattività,la relazione del lettore con i documenti,intesi come punti di vista molteplici e duttili,sottoposti a varie modifiche nel corso del tempo. Occorre quindi trovare una nuova struttura per organizzare e reperire in modo dinamico i documenti. Sarà poi con il web 2.0 che verrà messa in evidenza la centralità del lettore,sia nello scegliere le categorie funzionali all’indicizzazione del documento,sia i filtri utili per il recupero di informazioni. Moltiplicare i punti di vista significa rendere dinamici i documenti. Ma per ottenere una trasformazione così radicale del concetto stesso di documento occorre uscire dal paradigma del libro,e in particolare dalla bidimensionalità del foglio di carta stampato. L’unica possibilità è offerta dalla Rete. Il rischio è che il web non tenti nuove strade ma si ponga come sistema che imita il foglio di carta. Secondo Nelson quindi bisogna sfruttare appieno le possibilità tridimensionali offerte dal computer nella rappresentazione di oggetti,anche di oggetti documentari. Dal 2001 il gruppo di Nelson sta lavorando ad un nuovo progetto denominato ZigZag, e rivolto all’individuazione di modalità innovative rispetto a quanto offre attualmente il web riguardo a gestione e recupero delle informazioni. Le ricerche sono rivolte all’implementazione di innovative interfacce grafiche 3D. ZigZag infatti propone una sistematizzazione dei documenti su 3 dimensioni e non su 2. Inoltre il progetto offre la possibilità di apportare continue modifiche ai documenti,e di mantenere memoria del processo metamorfico. Anche le modalità di ricerca seguono un principio dinamico;le direzioni di ricerca possono infatti spaziare in avanti,indietro,lateralmente. Il progetto si propone di affrontare anche un altro punto critico del web,ossia la gestione dei link,sostenendo il ruolo sempre più forte da attribuirsi all’utente. Un aspetto particolare del progetto è che non coinvolge solo informatici,ma cerca di trarre ispirazione anche da altri ambiti disciplinari,in particolare dalla chimica. Il motivo di interesse è la struttura del DNA. Il DNA ha infatti una struttura parallela e dinamica. E Nelson ha sempre cercato nel progetto di ipertesto la possibilità di rappresentare strutture parallele e dinamiche,ad esempio il confronto tra documenti. Uno degli esempi frequentemente portato da Nelson per illustrare il funzionamento di ZigZag è l’albero genealogico,una struttura tradizionalmente presentata in forma gerarchica. In ZigZag però anche le strutture gerarchiche possono essere rappresentate in forma di strutture parallele,ossia come strutture di relazioni,di connessioni,di confronto. ZigZag,infatti,narra la storia di una famiglia a partire da differenti punti di vista,anzi a partire dalla prospettiva di ciascun componente. Oggi ZigZag ha raggiunto una forma prototipale,sviluppata da Linux. Ha quindi aderito alle politiche di open source basate sulla diffusione libera di software e sulla cooperazione degli utenti. Possiamo quindi analizzare ZigZag anche politicamente all’interno della cultura open,che si è evidenziata nello sviluppo dell’open access. Il movimento open access propone un sistema gestito direttamente dagli autori,validato dalle istituzioni scientifiche di riferimento e distribuite gratuitamente in rete. Così i documenti distribuiti in modalità open access possono essere sottoposti ad attività di critica e correzione sia da parte della comunità scientifica che della comunità d’uso. A diffondere la filosofia dell’open access sono stati i fisici teorici. La prima esperienza è stata infatti quella sviluppata dal laboratorio di Los Alamos,poi ribattezzato arXiv,archivio aperto e ipertestuale,divenuto modello per le esperienze successive. Quindi il movimento open si presenta non solo come un insieme di iniziative volte alla promozione della gratuità della distribuzione in rete,ma anche come movimento politico,ispirato a istanze democratiche e sollecitato dalla comunità scientifica,che in accordo con la comunità dei bibliotecari,ha costituito archivi aperti con la funzione di offrire alla comunità di riferimento non solo un luogo di dibattito ma anche di conservazione della produzione scientifica. Ai bibliotecari si deve la promozione di iniziative open di grande importanza. Il bibliotecario è infatti diventato attore in prima persone del processo innovativo;sono infatti i bibliotecari a gestire gli archivi aperti e a promuoverne l’autorevolezza e l’affidabilità. Quindi al bibliotecari,anche se di formazione umanistica,vengono affidati la realizzazione e la promozione di oggetti tecnologici. Sempre più quindi il bibliotecario sta assumendo il ruolo di ricercatore scientifico. Tra i padri dei bibliotecari viene indicato Nelson e il suo concetto di ipertesto.

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