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Marco Tullio Cicerone

Marco Tullio Cicerone nacque ad Arpino, il 6 gennaio del 106 a.C., da un’agiata famiglia.

In gioventù si recò a Roma con il fratello Quinto, e qui conobbe i più grandi oratori dell’epoca, tra i quali Licinio Crasso e Quinto Mucio Scevola, maestro del diritto civile.
E’ a Roma che Cicerone frequentò infatti la scuola di Mucio Scevola, pontefice massimo e giurista, che gli offrì l’ingresso nella vita politica.

Cicerone fu sempre una personalità eclettica.
Infatti studiò eloquenza e diritto, ma conobbe e sentì l’influenza anche di molti poeti greci, come Archia, ed attori.
E’ in questo periodo dunque -nel periodo giovanile-, che scrisse i suoi più famosi versi, anche se in seguito –in età matura-, si staccò dalla poesia, per dedicarsi con maggior interesse alla vita politica e forense.

Per quanto riguarda la filosofia, poi, Cicerone frequentò i rappresentanti dell’accademia platonica e dell’epicureismo, anche se di quest’ultimo non apprezzò mai la dottrina, tanto che nella sua vita Cicerone si definì sempre nemico dell’epicureismo.

Terminati i suoi studi, Cicerone cominciò dunque l’attività forense, in veste di avvocato.
La sua prima orazione fu la Pro Quintilio.
Da allora la sua vita fu sempre intrecciata all’attività oratoria.
Cicerone fu infatti un oratore secondo l’uso antico della parola: uomo politico che discute davanti all’assemblea dei suoi concittadini le proprie idee e la propria politica, in mezzo ad essi.
Malgrado la sua fine conoscenza dell’arte oratoria, però, Cicerone considerò sempre le sue opere teoriche sulla retorica e sugli argomenti filosofici come opere minori, giacché se ne occupava nei momenti di otium.

La sua seconda, celebre orazione fu per una causa penale: Pro Sexto Roscio Amerino.
I fatti erano i seguenti: il padre di Roscio era stato assassinato dai parenti, che, per impossessarsi dei suoi beni, avevano inserito il figlio nelle liste di proscrizione sillane, d’accordo con un liberto di Silla.
I cittadini di Ameria, sapendo che Roscio era innocente, avevano pregato Silla di cancellarlo, ma il liberto aveva fatto in modo che le suppliche non fossero ascoltate e che Roscio fosse accusato di aver ucciso suo padre. Gli Amerini avevano allora chiesto aiuto a Cicerone.
Tra gli accusatori, al processo, era presente lo stesso liberto.
Cicerone riuscì a vincere la causa pur senza coinvolgere Silla nell’accusa contro il liberto. D’altra parte Silla non aveva interesse ad accusare Roscio, giacché era protetto da importanti famiglie romane di cui lui stesso voleva l’appoggio.

Sul rapporto esistente tra Cicerone e Silla, e soprattutto su fino a che punto Cicerone riuscì a far assolvere il suo assistito senza coinvolgere Silla, gli storici hanno discusso molto.
Sicuramente al processo Cicerone fu molto cauto, tant’è vero che l’orazione in nostro possesso non è quella originale usata nel corso dell’arringa, ma una nuova versione scritta dopo la morte di Silla.
Stando così le cose, non avendo mai attaccato Silla direttamente, come è giusto supporre, sarebbe dunque falsa l’affermazione fatta da alcuni secondo cui Cicerone sarebbe, nel periodo successivo al processo, fuggito in Asia per sottrarsi alla vendetta di Silla.
Il viaggio, infatti, ci sarebbe stato, ma fu compiuto da Cicerone per ragioni di salute, dato che le cause in tribunale lo stancavano molto, e di studio.
Di conseguenza, Cicerone si recò in quel periodo ad Atene, per imparare la retorica greca, e poi in Asia.
Fece ritorno a Roma un anno dopo la morte di Silla.

Nella politica romana iniziò dunque a predominare Pompeo, che godeva dell’appoggio degli aristocratici.
Cicerone si schierò dalla sua parte e da quella del Senato, venendo così eletto questore della Sicilia.

Nel 70 a.C. i siciliani affidarono a Cicerone la causa contro la malversazione di Verre, propretore della Sicilia, che si era arricchito con disonestà e violenza. E’ questo l’argomento delle Verrine.
In quella circostanza pare che Verre avrebbe sperato di evitare la condanna a suo carico scegliendo come accusatore un suo amico, Cecilio. Ma questo non gli fu possibile, essendo stata invece affidata a Cicerone la causa legale.

Riguardo al caso Verre esistono due actiones, che però furono –come molte delle actiones di Cicerone- scritte dopo il processo, poiché Verre preferì evitare il dibattito pubblico ed andare volontariamente in esilio.
Nella prima actio Cicerone dà prova del suo nuovo stile, acquisito in Grecia, basato su una retorica patetica ed emotiva. Le frasi appaiono adesso complesse e ben strutturate, e non più corte e parallele.
Nella seconda actio, invece, Cicerone raccoglie una vastissima documentazione su tutta la carriera politica di Verre.
Ortensio, l’oratore più famoso dell’epoca, difendeva Verre. Principe dei tribunali, Cicerone voleva diventare come lui, ed elabora per sé, in quella occasione e per tutte le altre cause a venire, una figura di accusatore ideale: integerrimo, che combatte per la difesa della giustizia e non per i suoi scopi personali. L’ideale di homo novus, insomma, al servizio della Repubblica.

Nel 67 a.C., parlò alla folla in favore di Pompeo, che ormai era diventato l’uomo politico del momento e che si era anche distinto in guerra, affinché gli fossero dati pieni poteri (come ad esempio il comando della guerra contro Mitridate al posto di Lucullo), facendo notare quanto egli fosse stato benefico in quegli anni per Roma.
Anche grazie all’appoggio di Cicerone, a Pompeo si alleano dunque gli equites, mentre la classe senatoria gli rimase ostile.

Nel 64 a.C. Cicerone si presenta come candidato al consolato. Questo dette il via ad una contesa elettorale durissima, a cui prese parte anche Catilina, che accusava Cicerone di essere un homo novus e quindi di non provenire da una famiglia autorevole, come sarebbe invece stato più idoneo ad un console.

Contro di lui Cicerone pronunciò un’orazione, indossando la veste bianca del candidato.
A questo proposito, anni prima, in occasione della campagna elettorale del fratello Quinto (anche lui dedito alla vita politica), Cicerone scrisse il MANUALE DEL CANDIDATO, contenente i consigli da seguire per chiunque intende intraprendere vita politica.

Cicerone, dunque, viene eletto console.
Una delle prime questioni da risolvere fu la proposta di istituire una commissione per vendere le terre fuori dall’Italia e, con il ricavato, comprarne alcune in Italia da distribuire ai poveri e ai veterani.
Il lato positivo della faccenda era il riuscire a risanare la condizione miserevole della plebe romana. Tuttavia, avendo paura di perdere l’appoggio dell’aristocrazia, Cicerone preferì pronunciare un’orazione contro tale proposta, asserendo che la plebe non sarebbe mai stata disposta ad abbandonare Roma, dove, bene o male, riusciva ancora a tirare avanti.

Scaduto il mandato, ci fu l’elezione dei due nuovi consoli di Roma.
Tra i candidati vi era Catilina, che faceva leva sui nullatenenti che volevano riconosciuti i diritti sociali.
Non riuscendo ad avere la meglio neanche in questa occasione, ecco che Catilina iniziò a tramare la congiura. Lo stesso Cicerone riuscì a sventare un attentato contro la sua persona.
E’ in seguito a questo che pronunciò la prima Catilinaria.
Il Senato dichiarò allora Catilina nemico pubblico, e Cicerone fece riunire nel tempio della concordia i senatori. In questa occasione vennero uccisi, senza un regolare processo, alcuni cospiratori alleati di Catilina, e questo gesto mosse non poche critiche contro l’operato di Cicerone.

Stroncata definitivamente la congiura nel 63 a.C., quando nei pressi di Pistoia morì lo stesso Catilina, Cicerone pronunciò le ultime tre Catilinarie.
In esse egli si vantò di aver stroncato la congiura da solo, paragonando i suoi successi a quelli di Pompeo.

Ma prima che la congiura venisse stroncata, Cicerone dovette occuparsi della difesa di colui che aveva appoggiato per la consolatura –Murena-, accusato di essersi procurato il mandato con brogli elettorali.
Pronunciò così la Pro Murena, in cui si dimostrò un vero maestro di ironia, facendo apparire ridicoli ed eccessivamente rigidi i due accusatori del suo assistito.

Tempo dopo, scoppiò lo scandalo della profanazione dei misteri della BONA DEA, ad opera di Clodio, tribuno della plebe, che Cicerone accusò ma che fu comunque prosciolto.
Da questo momento cominciò dunque l’ostilità di Clodio nei suoi confronti.

Quando poi si costituì il primo triumvirato (tra Cesare, Pompeo e Crasso), Cicerone preferì ritirarsi a vita privata, preferendo evitare una posizione di secondo piano.

Gravi problemi insorsero quando Clodio, che aveva motivi d’ostilità verso Cicerone, emanò una legge di condanna a morte contro i cittadini che ne avessero uccisi altri senza appellarsi al popolo o contro la sentenza del magistrato.
Capendo che la legge era stata fatta per lui, a causa di ciò che era accaduto all’epoca della congiura catiliniana, Cicerone lasciò Roma poco prima che la legge fosse approvata.
Avendolo saputo, Clodio emanò allora una legge secondo cui Cicerone veniva esiliato e condannato a vivere a 500 miglia dall’Italia, in modo da non poter ricevere aiuti nemmeno dagli amici siciliani.
Ma poiché le bande armate di Clodio seminavano terrore a Roma, sia il Senato sia Pompeo lo aiutarono a tornare l’anno successivo. Ha quindi luogo l’orazione DE DOMO SUA, una volta riappropriatosi dei beni confiscati.

Nel 56 a.C. Cicerone si presenta come mediatore dello stato, allo scopo di eliminare le posizioni estreme e ristabilire la concordia. Il motto comune era “Concordia ordinum”.
Essa si basa non solo sulla concordia fra i cittadini, ma anche sul rispetto delle leggi sacre e della mos maiorum.

Nel frattempo, una prima occasione per vendicarsi riguardo all’esilio si presentò nel 56 a.C., quando Celio Rufo, amante di Clodia –sorella di Clodio- venne accusato di aver ucciso alcuni ambasciatori egiziani venuti a Roma, e di aver tentato di avvelenare la stessa Clodia.
Cicerone, difendendo Celio, fece al contrario apparire gli accusatori come uomini dissoluti e pericolosi, specialmente Clodia.

Nel 52 a.C. avvenne poi il famoso scontro tra Milone e Clodio, in cui Clodio perse la vita.
Cicerone si ritrovò a difendere Milone in un clima di violenza e sentendosi personalmente minacciato. L’orazione fu dunque pronunciata in tono fiacco, spaventato e non ebbe successo.
Milone fu perciò condannato dai giudici all’esilio a Marsiglia.
Tuttavia Cicerone non si dette pace, poiché riconosceva alla sua orazione grande validità.

Negli anni successivi Cicerone ebbe il governo della Cilicia, sebbene il peggiorare dei rapporti tra Cesare e Pompeo rendesse preferibile restare a Roma.
Quando fece ritorno a Roma, Cesare, passando il Rubicone, aveva ormai dato inizio alla guerra civile.
Nel corso di questa, il comportamento di Cicerone fu incerto, a causa dello scontro dei suoi sentimenti: infatti se da un lato non approvava l’atteggiamento antirepubblicano di Cesare, capiva anche che Pompeo mirava ad una guerra finalizzata al suo potere personale. Non c’era dunque ragione per preferire uno dei due partiti.
Scelse comunque Pompeo.
Quando questi venne sconfitto a Farsalo, però, a Cicerone non restò che andare da Cesare a chiedere clemenza: ebbe così salva la vita, ma fu costretto ad abbandonare la vita politica.

Cesare avviò un dominio autocratico a Roma, a cui Cicerone fu del tutto contrario.
Tuttavia non gli mancarono occasioni per attribuire elogi al vincitore, sperando che Cesare potesse restituirgli la cosiddetta “legalità repubblicana”.
In queste occasioni Cicerone arrivò persino a dichiarare di essere dalla parte di Cesare, sebbene all’inizio si fosse rivelato amico di Pompeo, e a consigliarlo di stare attento, di non considerare la gloria acquisita in guerra superiore a quella acquisita con il riordinamento dello stato.
Queste orazioni furono chiamate CESARIANE, e sono comunque dignitose e non adulatorie.

Dopo la morte di Cesare nel 44 a.C., Cicerone tentò di rientrare nella vita politica, sperando di veder ripristinata la Repubblica.
Purtroppo, però, erano entrate in gioco fazioni più pericolose, come i Cesariani, fra cui vi era Marc’Antonio.
Il Senato contava sul sostegno di Ottaviano, il cui carattere si dimostrò subito completamente diverso da quello di Antonio.
Tuttavia Ottaviano trovò invece maggior fortuna mettendosi d’accordo con Antonio, piuttosto che combattendolo, e con Lepido. I tre formarono dunque il secondo triumvirato.
L’atteggiamento di difesa della Repubblica è manifestato dallo stesso Cicerone nelle orazioni ANTONIANAE, soprannominate PHILIPPICAE poiché simili a quelle pronunciate da Demostene contro Filippo di Macedonia, che minacciava la libertà ateniese.
Antonio scrisse allora Cicerone nelle liste di proscrizione.
Scritto dunque nelle liste di proscrizione, Cicerone fu ucciso dai sicari di Antonio mentre fuggiva.
La sua testa fu mozzata ed sposta nel foro di Roma il 7 settembre del 43 a.C.

Produzione letteraria

Epistolari
Come le orazioni ci mostrano le idee politiche di Cicerone, così gli epistolari ce ne rivelano il carattere, le debolezze, i suoi giudizi spesso non obiettivi agli amici sulla politica.
Negli ultimi anni della sua vita Cicerone voleva fare una raccolta delle sue epistole. Furono invece raccolte dai suoi amici, che le raggrupparono in quattro collezioni. Vi erano lettere personali, di contenuto piacevole, ed altre importanti, per lo più politiche.

Epistulae ad Atticum. Sono state raccolte da Attico stesso, suo grande amico, che trascorse quasi tutta la vita ad Atene, al di fuori delle lotte politiche di Roma.
Epistulae ad familiares. Sono state raccolte da Tirone, ricercandole tra amici e familiari.
Epistulae ad Quintum fratrem. Alcune di queste lettere furono distrutte, forse perché offensive verso la memoria di Cesare. Alcuni ritengono che furono eliminate dallo stesso Ottaviano.
Epistulae ad Marcum Brutum. Bruto, dopo l’assassinio, doveva sembrare a Cicerone la figura più autorevole di Roma. In questo gruppo sono presenti sia lettere di Cicerone a Bruto che viceversa. Ed in esse Cicerone stesso ammette che ormai l’ascesa al potere di Ottaviano è inarrestabile.

Opere retoriche

De inventione. Questa è un’opera giovanile, il cui vero nome è in realtà “Retorici libri”. Quest’opera parla della “inventio”, la prima delle due parti in cui si divideva la trattazione retorica. Si vede che è un’opera giovanile, poiché in essa Cicerone non mostra opinioni generali, ma ricalca quelle dei suoi maestri greci.
In quest’opera Cicerone esalta inoltre l’importanza dell’eloquenza nel portare l’uomo dalla bestialità alla civiltà.

De oratore. Quest’opera è forse uno dei capolavori di Cicerone. E’ scritta riprendendo la struttura degli scritti essoterici di Aristotele, in forma di dialogo.
I protagonisti sono i grandi oratori che Cicerone aveva avuto modo di ascoltare in gioventù. Tra questi vi è Licinio Crasso, con il quale si identifica poiché incarna il perfetto oratore e l’uomo politico disilluso.
L’opera è ambientata nella villa di Crasso, a Tusculum.
Crasso sostiene che il perfetto oratore deve coltivare ogni campo della cultura, e che essa deve quindi essere organica. L’oratore, secondo Crasso, non può inoltre non essere impegnato nella vita politica. Per quanto riguarda poi lo stile, Crasso si dilunga sulla natura e la funzione del comico.
Antagonista di Crasso nel dialogo è Antonio, che sostiene che l’eloquenza è un dono naturale, ed insiste sulla naturalezza ed impulsività, e sulla capacità da parte di un oratore di suscitare il pathos.
Entrambe queste teorie hanno la loro validità.

Partitiones oratoriae. Quest’opera fu scritta per il figlio Marco, in forma di dialogo tra il figlio stesso e l’autore.
Dopo il ritiro a vita privata, inizia infatti per Cicerone un periodo di attività letteraria durante l’otium.
In essa Cicerone cerca di trovare sollievo dai proprio dolori sia politici (vedendo che lo stato si stava sfasciando) che legati alla vita privata (era morta la figlia Tullia).

Brutus. Bruto assume sempre maggiore peso politico. Quest’opera di Cicerone è dunque a lui dedicata.
Vi si parla dell’eloquenza romana e greca, e della “lotta” tra atticisti e asiani.
Per i primi il modello retorico da seguire era Lisia: semplice, chiaro, quasi arido e privo di Pathos, e perciò non adatto a destare interessa in tribunale.
In quest’opera Cicerone vuole convincere l’amico Bruto ad occuparsi di oratoria, presentandogli la storia dell’eloquenza.
Gli interlocutori sono dunque Bruto e Attico.
La storia dell’eloquenza romana risulta divisa in tre parti:
1) Periodo arcaico, privo di veri oratori;
2) L’epoca degli Scipioni;
3) L’epoca di Cicerone.

Orator: Quest’opera risulta essere un trattato vero e proprio. Si parla di quale sia il vero oratore e della tecnica oratoria: l’armonia della frase ed il ritmo.
Vi si dice infine che l’oratore ha essenzialmente tre scopi, umile, medio e sublime. Essi sono: probare, delectare, flectere.
Per Cicerone l’oratore ideale risulta essere Demostene.

Opere filosofiche

Non è del tutto esatto dire che Cicerone si occupò di filosofia solo in seguito all’OTIUM impostogli dalla dittatura di Cesare, sia perché già dieci anni prima aveva cominciato a dedicarsi agli scritti filosofici, sia perché da giovane aveva studiato la filosofia del suo tempo.
Per questo possiamo concludere che l’attività di Cicerone non fu esclusivamente politica, ma anche filosofica. In particolar modo egli dà alla filosofia un indirizzo morale.

De Re Publica. Quest’opera richiama la Repubblica di Platone e si pone lo scopo di capire quale sia la migliore costituzione, cioè quella che meglio di tutte garantisca la giustizia.
Per far questo prende Cicerone prende in esame la situazione di Roma e dei governi greci.
Tre solo le principali forme di governo: monarchia, aristocrazia e democrazia. Tutte e tre possono degenerare, e per evitare che questo succeda bisogna far sì che la forma di governo sia di tipo misto.
Ogni forma di costituzione percorre un iter naturale di decadimento.
Nella costituzione romana, ad esempio, il Senato impedisce il dominio delle masse popolari –ovvero la democrazia-, la peggiore delle degenerazioni poiché elimina le gerarchie, e quindi l’ordine.
Il princeps ideale deve dunque rispettare le istituzioni, ed avere grande integrità morale.
Quest’opera di Cicerone è conosciuta anche con il nome di SOMNIUM SCIPIONIS, poiché narra un sogno di Scipione a Cartagine, nel quale, nella finzione letteraria, si racconta che gli parve di essere assunto in cielo e di parlare col padre e Scipione l’africano. Essi gli dicono che l’uomo, originario del cielo, è destinato a tornarci, e avrà una sede sublime chi si sarà preoccupato dello stato. Le cose terrene sono caduche, ed è più felice colui che si dedica agli studi, ma più grande ancora colui che si sacrifica per il bene di tutti.

De legibus. Di imitazione platonica, quest’opera si occupa delle leggi della repubblica ideale.
L’opera è ambientata nella villa di Arpino. I personaggi sono Attico, Cicerone e Quinto, fratello di Cicerone.
Nell’opera si dice che alla base del diritto di voto vi è qualcosa di analogo ai diritti naturali.
Scopo di Cicerone è diffondere la filosofia greca a Roma, non facendone una banale traduzione, quanto piuttosto un adattamento alla storia di Roma. Tale risultato è l’eclettismo.
La difficoltà maggiore in quest’opera è forse la scelta dei vocaboli necessari per tradurre le parole greche (come ad esempio substantia, utilizzata per tradurre la parola greca ousia).
Cicerone non fu dunque un grande filosofo, né un filosofo originale, ma piuttosto un grande divulgatore.
Per quel che riguarda il suo pensiero personale, egli si dichiara un accademico, poiché ha un grande rispetto per Platone.

Hortensius. Non pervenutoci.

Lucullus. Trattato molto tecnico relativo alla conoscenza. In seguito l’opera fu riscritta con il nome ACCADEMICORUM LIBRI, dal momento che la scelta di Lucullo come protagonista, personaggio che si interesso sempre poco di filosofia, non piacque all’autore.

De finibus bonorum et malorum. In quest’opera Cicerone esamina quale sia il fine della vita umana che possa consentire all’uomo la felicità. Si esaminano dunque il vero bene per l’epicureismo, ovvero il piacere, e la teoria secondo cui il vero bene sarebbe invece la virtù.

Tusculanae disputationes. Quest’opera parla della felicità e delle difficoltà che ne ostacolano il conseguimento. Cicerone vuole dimostrare che la morte non è un male anche se non c’è immortalità nell’anima. Inoltre confuta le tesi epicuree e sostiene che il dolore non va evitato ma tollerato. Per porre fine ai brutti sentimenti, poi, quali la paura o l’invidia, è necessario studiare la filosofia.

De natura deorum. In quest’opera vengono confutate le teorie stoiche, secondo cui le divinità sarebbero entità razionali che guidano il modo e l’uomo, e le teoria epicuree, secondo cui gli dèi sono estranei agli uomini ed indifferenti ai loro problemi. Secondo Cicerone la tesi stoica è tra le due preferibile.

De divinatione. Questo testo confuta il provvidenzialismo divino.

De senectute. Gli interlocutori sono Catone, Lelio e Scipione l’Emiliano. Gli ultimi due sono impressionati dalla serenità con la quale catone sopporta la vecchiaia. Catone dunque esalta la vecchiaia poiché il vigore fisico non interessa a colui che si dedica all’oratoria, così come è un bene la privazione dei piaceri. Inoltre l’anima è immortale, quindi la morte non deve spaventare.

De amicitia. E’ ambientato dopo la morte di Scipione l’Emiliano. Secondo Cicerone la vera amicizia nasce solo tra i “boni viri”. Si propone anche un tipo di amicizia politica, che ha come scopo provvedere al bene dello stato.

De officiis. Opera dedicata al figlio Marco. HONESTUS è colui che ha le quattro virtù del cittadino previste da Platone. Il DECORUM è l’armonia fra mente e corpo. Infine si parala nell’opera del rapporto tra utile ed onesto.

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