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Cicerone oratore

Il primo grande oratore romano è Catone (metà III - metà IV secolo). In origine, il ruolo dell'oratoria è legato a circostanze occasionali (ad esempio un generale esorta le truppe, un magistrato esorta l'assemblea) oppure l'eloquenza è quella dei discorsi funebri o di quelli pronunciati in senato. Nel II secolo il tribunale diventa il luogo specifico dell’eloquenza: la maggior parte dei processi di natura politica e i processi aperti al pubblico. In questo contesto c’è l’oratoria del Gracchi, le loro proposte riformiste sono sostenute da arringhe all’assemblea del popolo. Nel II secolo diventa determinante l’influenza della retorica greca. A Roma giungono ambascerie dal mondo greco che finiscono per soggiogare la retorica romana, per cui la retorica romana si sente limitata e i romani iniziano ad accogliere in casa loro maestri di eloquenza greci, in questo modo arriviamo al secolo d'oro dell'oratoria romana (I secolo a.C). La crescita dell'oratoria si spiega per 3 ragioni:

1.L'acceso dibattito politico in corso (siamo alla notte della repubblica).
2.L’assorbimento originale dell’oratoria greca.
3.La presenza di oratori di alto profilo (Ortensio Ortalo, Cicerone, Marco Giunio Bruto).

Nel I secolo cominciano ad essere riprese e rielaborate a Roma le teorie retoriche sviluppate in Grecia soprattutto nell’ambito della filosofia peripatetica (Aristotele - passeggiava per strada con gli allievi). Nell’85 viene prodotta la Rhetorica ad Herennium (un tempo attribuita a Cicerone stesso) che è un trattato in cui viene proposta la classificazione dei 3 generi dell’eloquenza (giudiziaria, dimostrativa e deliberativa) e le 5 parti della retorica:
1.invetio, scelta degli argomenti
2.dispositio, organizzazione strutturale argomenti
3.elocutio
4.memoria, studio mnemonico
5.actio, tecniche di registrazione e di gestualità
E la teoria degli stili. Queste classificazioni vengono ripresi da Cicerone nel De Inventione che è relativa a quella parte della retorica che riguarda il reperimento degli argomenti.
L'inventio (sono pubblicati solo i primi 2 libri) è un manuale scolastico che riprende e rielabora manuali ellenistici. L'intento di Cicerone era lo stesso di quello dell'autore della Rhetorica ad Herennium, cioè, creare una manualistica in latino accessibile ad un pubblico più vasto delle élite che avevano insegnamenti greci.

De oratore(55): viene composto dopo il ritorno di Cicerone dall’esilio, in un periodo di forzato rallentamento dell’attività pubblica, cosa che consente a Cicerone di intensificare lo studio e la lettura. È un’opera in tre libri, ma non è un manuale (prima differenza), non è un trattato tecnico ma un dialogo di tipo platonico - aristotelico: opera in cui Cicerone come nei Dialoghi di Platone affida il compito di trattare l’argomento a vari interlocutori in una cornice che è uno scenario fittizio ma definito storicamente che nel caso del De oratore è la villa dell’oratore Crasso a Tuscolo. È il primo trattato in forma di dialogo di Cicerone che da questo momento adotterà altre volte. La forma dialogica gli permette di sostituire ad una esposizione continuata di tipo trattatistico un dibattito animato, vario, con tesi diverse, sostenute da personaggi intellettuali, colti, uomini di mondo.

A differenza di Platone ogni intervento è più strutturato, è una trattazione più ampia rispetto allo scambio di battute serrato che c’era nel dialogo platonico. Crasso è il portavoce di Cicerone nei dialoghi e ha una conoscenza profonda di tutti gli argomenti e di tutte le discipline, questa è la caratteristica dell’oratore.
Nel primo libro espone la tesi di fondo dell'opera: la conoscenza approfondita di tutti gli argomenti e di tutte le discipline che un oratore deve avere. Si tratta di una presa di posizione di Cicerone contro la concezione tecnicistica dei retori greci che pretendono di formare l’oratore solo per mezzo di regole e di esercizi, ma anche una presa di posizione nei confronti di Antonio per il quale per diventare retore è sufficiente l’ingegno, cioè, le doti naturali e l’esperienza. Cicerone per bocca di Crasso esprime il suo ideale di oratore impegnato a fondo nella politica e fornito di una ricchissima cultura enciclopedica che gli permetta di parlare con competenza di ogni argomento.
Il bagaglio culturale dell’oratore deve comprendere: il diritto civile, la filosofia, la storia, l’antiquaria, la geografia, le scienze naturali.
L’eloquenza ingloba ogni dottrina e le nozioni devono organizzarsi armoniosamente grazie ad una personalità moralmente superiore, una personalità che si è affinata con lo studio e con la vita pubblica. È un’idea che prende dal greco Isocrate, l’idea dell’oratoria come scienza che rivendica l’universalità del sapere.
Platone e Isocrate nel mondo greco rappresentavano un’antinomia pedagogica, opposizione di educazione: avviare alla politica era importante nel mondo greco, Platone sosteneva che l’educazione dei giovani doveva essere con la filosofia, Isocrate con la politica. Prima incongruenza in Cicerone che afferma più volte che l’oratore ha una preparazione filosofica, subordina anche la filosofia all’eloquenza, concepita da Cicerone come facoltà che ingloba ogni dottrina e competenza.

Nel secondo libro passa alla trattatistica sistematica sempre in forma dialogica e tratta inventio, dispositio, memoria.
Nel terzo libro dopo un proemio in cui viene rievocata la morte di Crasso avvenuta pochi giorni prima c’è un lungo discorso di Crasso, la trattazione è di nuovo affidata a Crasso che svolge i precetti dell’elocutio, cioè, dello stile e tratta in particolare l’ornatus, il requisito più importante che è l’elaborazione artistica del materiale linguistico, esposizione dettagliata delle figure retoriche.
L’ultima parte tratta dell’actio, cioè, del modo di porgere il discorso, della dizione della gestualità e dal tono di voce che l’oratore deve avere.


BRUTUS
(46): Brutus sta per Marco Giunio Bruto, futuro cesaricida: è un dialogo ambientato nel 47 nella casa romana di Cicerone. Anche in questo dialogo c’è una ripresa di Platone perché i tre protagonisti, Cicerone Bruto e Tito Pomponio Attico siedono presso una statua di Platone. Il Brutus non è molto vicino al dialogo platonico perché è prevalentemente un dialogo di Cicerone e non c’è confronto tra tesi diverse, è una storia dell’oratoria romana, dalle origini fino alla storia contemporanea a Cicerone dopo una breve notizia sulla storia greca, passa a giudizio critico circa 200 oratori romani divisi per età fino alla generazione di Crasso ed Antonio in cui il massimo oratore è Ortensio Ortalo. Al ritratto di Ortalo si intreccia una lunga digressione autobiografica di Cicerone fino agli inizi del processo di Verre. La storia dell’oratoria a Roma è presentata nei termini di una lenta evoluzione che dagli inizi imperfetti si arriva alla perfezione; Cicerone considera la sua oratoria il momento culminante di questo progresso. Sull’auto-glorificazione prevale il pessimismo perché guarda al futuro dell’eloquenza romana condannata al declino da una situazione politica che impedisce la libertà di espressione. Questa concezione di progresso ascendente viene ridimensionata dal pessimismo provocato dalla dittatura di Cesare. Si chiude con l’augurio a Bruto che sul suo talento oratorio possa affermarsi pur nella notte della repubblica. C’è poi una polemica nei confronti degli atticisti perché Cicerone si propone di sottrarre il giovane Bruto in cui vede una promessa dell’oratoria all’influsso degli atticisti (atticisti si contrapponevano agli asiani rappresentati da Ortalo, gli atticisti si rifacevano a Lisia) gli atticisti propongono un ritorno all’oratoria di Lisia e secondo gli atticisti lo stile di Cicerone era troppo vicino all’ampollosità dello stile asiano. Cicerone criticato si difende proponendo una sua concezione dello stile attico come uno stile fondato sulla varietà il cui modello si ritrova in Demostene.

ORATOR: non è un dialogo ma un trattato di teoria retorica che va riportato alla polemica contro gli atticisti. È dedicato a Bruto ed è evidente che Bruto continuasse ad essere dalla parte degli atticisti. Delinea l’oratore ideale con formazione e cultura enciclopedica e capace di adoperare uno stile appropriato di volta in volta al tema che affronta. Riprende la teoria del terzo libro del De oratore relativa all’elocutio e la novità è che istituisce una corrispondenza tra docere, delectare, e movere e la tripartizione degli stili.
Alla funzione del docere è adatto (stile tenue), al delectare (stile medio), al movere (stile sublime). È grande solo l’oratore che raggiunge l’eccellenza in tutti e tre i generi e che sa alternare i tre generi in rapporto alle parti dell’orazione come faceva Demostene e quindi implicitamente Cicerone. Chiude con la trattazione di un aspetto dell’eloquenza rifiutato dagli atticisti, il NUMERUS il ritmo della prosa, un problema rifiutato perché volevano uno stile asciutto.

Con Cicerone la retorica non è una fredda disciplina scolastica, ma un gruppo sociale caratterizzato dall’humanitas. Saper parlare è l’espressione di un ideale di vita. Attribuisce all’oratoria il primo posto tra tutte le discipline destinate ai migliori, cioè, agli optimates, agli esponenti di un aristocrazia non più necessariamente di sangue. Con la sua concezione dell’eloquenza prende posizione nell’ambito di un conflitto in Grecia nel IV sec. tra Isocrate e Platone e intensificatosi nel II sec. con la conquista romana dell’Oriente. Questo conflitto era relativo alla superiorità della filosofia e della retorica: Platone aveva iniziato la contesa accusando i sofisti di insegnare la retorica come scienza amorale, pura tecnica utilizzabile per il fine di far prevalere il discordo ingiusto su quello giusto. Isocrate attribuiva il primato al λoγoς, arte della parola, diceva che fosse all’origine della società, segno distintivo dell’uomo; il romano Cicerone erede di una tradizione che aveva stabilito un nesso tra oratoria e politica (legato alla mentalità pragmatica romana) riprende approfondendola la tesi di Isocrate e nel De oratore Crasso celebra la funzione dell’oratoria segno della superiorità degli uomini sugli animali, forza civilizzatrice che ha unito in società gli uomini che prima erano selvaggi, unico strumento che permette anche ad un solo uomo di guidare la collettività, mezzo per aiutare gli amici nell’esilio nei pericoli della vita, per difendere se stessi e pratica che rende piacevole l’otium.
L’oratoria distingue la civiltà dalle barbarie e per questo l’eloquenza non può essere raggiunta solo con tecnicismi ma richiede conoscenze culturali e quindi l’oratoria è legata alla filosofia soprattutto morale perché più consona alla mentalità pratica dei romani (Cicerone pensa alla filosofia aristotelica e accademica e rifiuta l’epicureismo che predicava l’astensione dalla vita politica e l’eccessivo rigore etico degli stoici non adatto alla vita sociale). Oltre alla filosofia deve conoscere la storia, l’ideale ciceroniano della storiografia è quello dell’Opus maxime oratorium, cioè, un lavoro di eloquenza, deve conoscere il diritto. Perché la parola sia convincente deve conoscere la letteratura; l’originalità di Cicerone consiste nell’aver dato all’oratoria dignità artistica e letteraria: ha funzione pratica ma in virtù della sua bellezza ha anche un ruolo consolatorio nelle difficoltà della vita e quindi l’oratore è colto, raffinato, elegante, eticamente corretto e ha come fine il bene dello stato. Quando traccia questo ideale di oratore ha davanti a sé la decadenza della classe dirigente romana: nobili corrotti, demagoghi, politici che hanno perso il senso delle tradizioni dello stato, approva la decisione dell’amico Attico di tenersi fuori dalla politica, però pur vivendo nella notte della repubblica non rinuncia alla speranza di un rinnovamento della società romana, e ad affidarsi ad una classe dirigente formata sui valori della filosofia con una memoria storica e una conoscenza del diritto. Il suo oratore politico deve avere due qualità:
1.Deve essere Disertus: cioè, capace di comunicare per doti naturali (deve avere una voce sonora, lingua sciolta, intelligenza visiva, fisico robusto)
2.Deve essere Eloquens: cioè, sorretto dalle conoscenze tecniche dell'Ars, sorretto dalla cultura e dalla morale.

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