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Iliade, XXII, VV 208-231


ἀλλ' ὅτε δὴ τὸ τέταρτον ἐπὶ κρουνοὺς ἀφίκοντο,
καὶ τότε δὴ χρύσεια πατὴρ ἐτίταινε τάλαντα,
ἐν δ' ἐτίθει δύο κῆρε τανηλεγέος θανάτοιο,
τὴν μὲν Ἀχιλλῆος, τὴν δ' Ἕκτορος ἱπποδάμοιο,
ἕλκε δὲ μέσσα λαβών· ῥέπε δ' Ἕκτορος αἴσιμον ἦμαρ,
ᾤχετο δ' εἰς Ἀΐδαο, λίπεν δέ ἑ Φοῖβος Ἀπόλλων.
Πηλεΐωνα δ' ἵκανε θεὰ γλαυκῶπις Ἀθήνη,
ἀγχοῦ δ' ἱσταμένη ἔπεα πτερόεντα προσηύδα·
<< νῦν δὴ νῶι ἔολπα Διῒ φίλε φαίδιμ' Ἀχιλλεῦ
οἴσεσθαι μέγα κῦδος Ἀχαιοῖσι προτὶ νῆας
Ἕκτορα δῃώσαντε μάχης ἄατόν περ ἐόντα.
οὔ οἱ νῦν ἔτι γ' ἔστι πεφυγμένον ἄμμε γενέσθαι,
οὐδ' εἴ κεν μάλα πολλὰ πάθοι ἑκάεργος Ἀπόλλων
προπροκυλινδόμενος πατρὸς Διὸς αἰγιόχοιο.
ἀλλὰ σὺ μὲν νῦν στῆθι καὶ ἄμπνυε, τόνδε δ' ἐγώ τοι
οἰχομένη πεπιθήσω ἐναντίβιον μαχέσασθαι. >>
Ὣς φάτ' Ἀθηναίη, ὃ δ' ἐπείθετο, χαῖρε δὲ θυμῷ,
στῆ δ' ἄρ' ἐπὶ μελίης χαλκογλώχινος ἐρεισθείς.
ἣ δ' ἄρα τὸν μὲν ἔλειπε, κιχήσατο δ' Ἕκτορα δῖον
Δηϊφόβῳ ἐϊκυῖα δέμας καὶ ἀτειρέα φωνήν·
ἀγχοῦ δ' ἱσταμένη ἔπεα πτερόεντα προσηύδα·
<< ἠθεῖ' ἦ μάλα δή σε βιάζεται ὠκὺς Ἀχιλλεύς
ἄστυ πέρι Πριάμοιο ποσὶν ταχέεσσι διώκων·
ἀλλ' ἄγε δὴ στέωμεν καὶ ἀλεξώμεσθα μένοντες.>>


Ma quando, per la quarta volta essi raggiunsero le sorgenti,
allora il padre agganciò le bilance d’oro,
e vi pose i due destini di morte dolorosa,
quello di Achille e quello di Ettore domatore di cavalli,
e, tenendole per il centro, le sollevò, il giorno fatale di Ettore precipitò

e finì giù nell’Ade, allora Apollo lo abbandonò.
Nello stesso tempo, la dea Atena dagli occhi lucenti giunse
presso il Pelide e standogli accanto gli rivolse parole alate:
“Illustre Achille, caro a Zeus, credo che ora noi due
conquisteremo una grande gloria per gli Achei, presso le navi,
per aver ucciso Ettore, anche se non è mai sazio di guerra.
Ora non è più possibile che ci sfugga, neppure
Se Apollo saettante si darà da fare in ogni modo,
rotolandosi ai piedi del padre Zeus, signore dell’egida.
Tu ora fermati e riprendi fiato, mentre io, recandomi da lui,
lo convincerò ad affrontarti in duello”.
Così disse Atena ed egli obbedì, si rallegrò nell’animo
E si fermò, appoggiato all’asta di frassino dalla punta di bronzo.
Ella lo lasciò e raggiunse il glorioso Ettore,
simile a Deifobo nell’aspetto e nella voce possente,
standogli accanto gli rivolse parole alate:
“Fratello, ti sfinisce davvero il veloce Achille,
inseguendoti con i piedi veloci intorno alla rocca di Priamo,
ma suvvia, ora fermiamoci e respingiamolo a piè fermo”.

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