UNIVERSITÀ PONTIFICIA SALESIANA - ROMA
IUSTO - Istituto Universitario Salesiano Torino
Aggregato alla Facoltà di Scienze dell’Educazione
TORINO
TESI DI LICENZA IN
PSICOLOGIA CLINICA E DI COMUNITÀ
Vivere la disabilità in famiglia: dallo stress alle risorse
Relatore: Prof. Bert Pichal Candidato: Roberto Gambarini
Anno accademico 2020 / 2021
Ringrazio il Professor Bert Pichal per la professionalità con la quale mi ha seguito durante
la realizzazione di questo lavoro. Un ulteriore ringraziamento va alla mia famiglia per
avermi accompagnato nel mio percorso di studi.
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Indice
Introduzione………………………………………………………………………………..5
1 Disabilità: note introduttive
1.1 Cenni storici……………………………………………………………………………………….6
1.2 Dall’ICIDH alla visione biopsicosociale dell’ICF…………………………………..14
1.3 Disabilità, inclusione ed educazione………………………………………………….20
2 La Famiglia di fronte alla disabilità
2.1 Impatto della diagnosi sulla famiglia………………………………………………...26
2.2 I percorsi adattivi delle famiglie con disabilità……………………………………32
2.3 Stress genitoriale, Autismo e Sindrome di Down a confronto…………….45
3 Disabilità e famiglia: le risorse
3.1 la resilienza………………………………………………………………………………………52
3.2 il ruolo della famiglia………………………………………………………………………. 58
3.3 l’auto-mutuo aiuto come risorsa………………………………………………………67
Conclusioni…………………………………………………………………………………………….73
Bibliografia…………………………………………………………………………………………….74
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Introduzione
La nascita di un bambino disabile all’interno di una famiglia costituisce un
evento critico tale da minare l’equilibrio e l’organizzazione dell’intero nucleo.
Partendo da un’analisi storica della disabilità e dei sistemi di classificazione
della stessa, l’elaborato si concentra sull’impatto emotivo che l’evento
disabilitante ha sul nucleo familiare e le relative ripercussioni. Un momento
critico è costituito dalla diagnosi di disabilità alla quale i genitori possono
reagire in modi contrapposti trovando le risorse necessarie per affrontare il
problema o chiudendosi in se stessi. La letteratura per lungo tempo ha
considerato il nucleo familiare come vincolante; oggi gli studi indicano che la
famiglia costituisce un’importante risorsa che necessita di riorganizzarsi e
adattarsi alla nuova condizione. Il lavoro si concentra sia su come essa reagisce
sia su come si adatta all’evento analizzando le risorse del nucleo e il ruolo dei
suoi membri. Inoltre, viene esaminato il ruolo dello stress e l’impatto che
questo ha nei genitori di figli con sindrome di down e autismo mettendo in
luce le relative differenze. Infine, si pone l’accetto sull’importanza della
resilienza familiare, importante capacità che permette alla famiglia di adattarsi
alla condizione di disabilità e non restare chiusa in se stessa, promuovendo il
confronto nei gruppi di auto mutuo aiuto.
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1. Disabilità: note introduttive
1.1 Cenni storici
La disabilità è una componente insita dell’essere umano e per tal motivo è
sempre esistita; in questo capitolo si esploreranno le principali tappe che
hanno scandito tale fenomeno nel corso dei secoli a partire dalla visione
predominante in ogni epoca e i trattamenti che hanno interessato la disabilità
fino ad oggi e successivamente si illustreranno i principali modelli di
classificazione della disabilità. Infine, si rifletterà sull’importanza
dell’inclusione socio-lavorativa.
La presenza di persone affette da malformazioni in epoca classica comporta
inevitabilmente l'emarginazione, l'allontanamento ed addirittura la
soppressione dei più deboli. Si pensi, ad esempio, che in tal periodo l'ideale
dominante è kalos kai agathos (il bello e il buono). Infatti, come viene
riportato nell'opera Politica del filosofo greco Aristotele, lo stesso, afferma
l’esigenza di emanare una legge che vieti ai bambini deformi di sopravvivere,
in quanto ritenuti inutili allo Stato.
Platone ne la Repubblica afferma che il ruolo della giustizia e della medicina è
prendersi cura dei cittadini sani nel corpo e nello spirito e lasciar morire coloro
che sono fisicamente malati. Come afferma Soresi (2016) la soppressione dei
più deboli viene pratica in Grecia nella città di Sparta, in epoche in cui la
democrazia è agli arbori. Infatti, come ricorda l'autore sul monte Taigeto
vengono abbandonati i neonati affetti da malformazioni e menomazioni. I
latini, continuano la storia greca, tuttavia, tra le cause di disabilità, che oggi
definiremmo psichiatriche, vengono incluse il lusso, l'avidità ed i vizi.
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Sebbene ogni forma di disabilità venisse considerata impura, vi sono
testimonianze nell'antica Roma, come ricorda l'autore, di persone non vedenti
a cui ci si rivolge in caso di necessità in quanto ritenute veggenti. Come afferma
Mary Douglas (1966) l'uomo in tempi remoti giustifica qualsiasi evento tragico
o imprevisto come conseguenza di un illecito o violazione di un divieto.
Infatti come riporta l'autrice l'idea che siano le divinità a determinare
menomazioni e disabilità è centrale accanto all'idea di abbandonare i bambini.
Con l'inizio dell'epoca medioevale, la comunità, spinta dalla carità cristiana
sente l'esigenza di occuparsi in modo caritatevole dei malati. Come afferma
Schianchi (2012) nel XII secolo si assiste allo sviluppo dei lebbrosari, all'interno
dei quali vengono assistiti i malati di lebbra, posti in quarantena. Tale
esperienza di confinamento costituisce il primo passo dell'istituzionalizzazione.
A partire dal XIII secolo in avanti, le persone affette da disabilità vengono
“ricoverate” all'interno di strutture ospedaliere gestite dalla Chiesa. Tra queste
si annovera l'ospedale londinese di St. Mary Bethlehem, il quale costituisce
uno dei primi manicomi, divenuto famoso per l'atrocità dei trattamenti
riservate ai pazienti con malattie mentali e disabilità intellettiva.
Nel XVIII secolo Diderot mette in dubbio la categorizzazioni che
distinguevano la normalità dalla patologia. I “mostri” secondo l'autore,
rappresentano il simbolo del potere della natura e sono la prova naturale che
l'ordine delle cose non è perfetto. Successivamente, ne La lettera sui sordi e
sui muti prende le difese delle persone disabili, affermando l'inesistenza della
normalità considerando il linguaggio mimico e dei gesti nel campo di una
pluralità di forme comunicative aventi ognuna rilevanza e pari dignità. In
quest'ottica si assiste ad un radicale cambiamento nella rappresentazione di
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normalità e disabilità, le quali vengono considerate espressioni diverse della
stessa natura, tuttavia, come afferma Ferrucci (2004) gli interventi
assistenziali a favore di persone disabili non comportano l'assunzione di
responsabilità di carattere educativo. L’esordio della pedagogia speciale
combacia con il caso del selvaggio dell'Aveyron, il più celebre caso di
ritrovamento di enfants savage.
Tale vicenda, come afferma Canevaro (1988) introduce una nuovo approccio
alla disabilità nella storia: il tentativo di normalizzare l'anormalità attraverso
l'educazione. A partire dai primi anni dell'Ottocento si assiste ad un
importante cambiamento; come riporta Soresi (2016) con la rivoluzione
industriale si assiste ad una ridefinizione del concetto di normalità che si
identifica con gli ideali e gli usi e costumi della classe dominante del periodo:
la borghesia. Il disabile viene così escluso a causa dell'ideale di produttività ed
efficienza che dominano il periodo. E' l'idoneità fisica al lavoro a separare il
soggetto disabile dal soggetto normale. In tal senso, l'istituzionalizzazione
rappresenta l'unica via possibile per tutti coloro che non possono partecipare
alla vita produttiva. Si assiste così alla diffusione di ospedali, manicomi e
orfanotrofi in Europa e nell'America del Nord. Inoltre, come sostiene Lepri
(2011) in questo periodo storico si delinea una nuova rappresentazione del
disabile come persona che necessità di cura, assistenza ed educazione speciale.
Tale visione viene corroborata nel XIX secolo dal darwinismo sociale, corrente
secondo cui ogni variazione sarebbe conservata solo qualora fosse utile alla
specie o alla sopravvivenza del più adatto.
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Il filosofo e sociologo Herbert Spencer è il primo che applica la teoria
evoluzionistica darwiniana alla società, fraintendendo però, alcuni dei suoi
concetti fondamentali come quello di adattamento. Le idee di Darwin in
questo periodo vengono utilizzate in modo strumentale per affermare
molteplici opinioni socio-politiche che causano ostilità tra nazioni ed etnie,
conferendo validità scientifica a ideologie totalitarie come quella nazista.
Come sostiene La Vergata (2009) nel XIX secolo, l'antropologia razziale nasce
come pseudo-scienza che basandosi erroneamente sulla teoria evoluzionistica
di Darwin tenta di fornire una spiegazione scientifica del razzismo.
A partire da tali concezioni, le razze umane vengono classificate sulla base
attributi fisici e qualità intellettive e inizia a farsi strada il concetto di razza
superiore. Anche negli Stati Uniti viene applicata la teoria di Darwin per
confermare la superiorità delle persone dalla carnagione bianca e la comunità
scientifica dell'epoca promuove diverse ricerche con l’obiettivo di studiare
l'ereditarietà di quei gruppi considerati biologicamente inferiori. In tal clima le
scienze naturali costituiscono un'autorità inconfutabile ed è all'interno di tal
concezione razziale, tipica della cultura occidentale del XIX e XX secolo che
vengono gettate le basi per la realizzazione dell'eugenetica. Questo termine
viene utilizzato per la prima volta dall'antropologo inglese Francis Galton per
denominare lo studio delle situazioni nelle quali vengono prodotti uomini
superiori.
Come riporta Brambilla (2009) nel Regno Unito tale fenomeno si diffonde
originariamente con il termine “stirpi cultura”. Il fenomeno dell'eugenetica si
sviluppa come riposta alla paura dell'epoca che la selezione naturale avesse
cessato la sua azione per il miglioramento della specie e pertanto spettasse
all'uomo agire sull'evoluzione. Galton sostiene erroneamente che la
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trasmissibilità dei caratteri avviene in modo prevalente per via ereditaria,
senza alcuna influenza dell'ambiente. Lo scopo dell'eugenetica diviene dunque
rendere libera l'umanità dalla malattia e dalle malformazioni favorendo la
riproduzione degli individui migliori. In Italia è il criminologo Cesare Lombroso
a fornire un grande contributo alla diffusione del programma eugenetico; lo
studioso arriva a etichettare interi gruppi etnici in qualità criminali ed uno di
tali gruppi è costituito da persone con qualche forma di disabilità.
Il controllo eugenetico come afferma Padovan (2003) viene realizzato
durante il ventennio fascista, concretizzandosi in sanzioni legislative e aumenti
di pazienti ricoverati presso ospedali psichiatrici. Durante il periodo fascista
medici e psichiatri sono preoccupati da una probabile diffusione di
degenerazioni e infermità mentali, dunque tra il 1926 e 1928 sono più di
cinquantamila i malati mentali ad essere internati. Similmente, in Germania,
negli anni trenta del XX secolo, si assiste a violente procedure e interventi di
sterilizzazione.
Come riporta Ciceri (2009) la drammatica storia dell'olocausto inizia con
l'eliminazione organizzata degli esseri umani più fragili ed indifesi. Una legge
del 1933, infatti, definisci i candidati alla sterilizzazione: persone affette da
handicap mentali e fisici o affette da malattie congenite e più avanti gruppi
etnici considerati biologicamente inferiori. Come sottolinea Friedlander (1997)
nel 1935 seguono le leggi di Norimberga che impediscono matrimoni tra
persone ritenute indesiderabili. Alle procedure di sterilizzazione seguono
quelle che prevedono l'eutanasia dei soggetti inferiori.
Al fine di sensibilizzare la popolazione e giustificare tali atrocità, il governo
tedesco denuncia gli alti costi pubblici previsti per la cura dei disabili,
promuovendo così l'eliminazione di tutte quelle persone che rappresentano
un peso per la società. Come riporta Tarditi (2007) tra il 1939 e il 1947 sono
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257 mila le persone disabili uccise in Germania.
A partire dagli anni Sessanta, la critica nei confronti delle istituzioni totali
accresce grazie al lavoro di Goffman, sociologo canadese, il quale pubblica una
raccolta di saggi sulla realtà dei manicomi, dal titolo Asylum. Come ritiene
l'autore (2003) il paziente mentale si fa carico di uno stigma a lui attribuito
dalla società che cerca di discriminarlo ed emarginarlo. Tale stigmatizzazione
è dovuta a diversi fattori tra cui: aspetti comportamentali bizzarri,
deformazioni fisiche: accade così che il focus della collettività si concentri
sull'individuo e su una sua caratteristica negativa, producendo un fenomeno
di emarginazione sociale.
In Italia la critica decisiva avviene grazie al lavoro rivoluzionario dello
psichiatra Franco Basaglia il quale propone una realtà alternativa a quella del
manicomio. Secondo il medico (1968) è necessario spezzare la barriera che
divide il manicomio e il mondo esterno, in modo da trasformare il rapporto tra
sano e malato e far discutere sulla definizione di salute e malattia come mezzo
di discriminazione. Inoltre, per Basaglia la scienza ufficiale si occupa fino a quel
momento di distinguere tra sani e malati, mettendo in cattiva luce i malati
mentali attribuendo loro l'etichetta di imprevedibili e pericolosi. In ultimo, la
psichiatria dovrebbe dunque non più fare riferimento allo stato morboso della
patologia, ma cercare di comprendere la diversità e la sua soggettività.
In tal senso, Basaglia promuove una riforma che non termina all'interno del
manicomio ma espande i suoi orizzonti all'intera società. Infatti, solamente
quando i problemi dei malati mentali sono presi in carico dall'intera società,
quest'ultima può creare strutture terapeutiche fondate sui bisogni di un
soggetto libero. Nel 1978 viene inaugurata la famosa legge Basaglia sugli
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“accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori” tramite cui
vengono sospesi i manicomi.
La nascita di questa legge rappresenta una svolta verso l'integrazione delle
persone disabili fino ad allora paragonate ai malati mentali.
Il modello sociale della disabilità
In netto contrasto con il modello medico delle disabilità, vi è il modello
sociale. A differenza del primo, che legge la disabilità in modo lineare e
considera le difficoltà che il soggetto sperimenta nel sociale e nel quotidiano
come derivanti dalle componenti organiche dell'individuo e che dunque
considera la disabilità una questione da affrontare in modo individuale,
focalizzandosi sui limiti e sulle perdite, il secondo ribatte un'interpretazione
opposta.
Se da un lato il modello medico individuale interpreta la disabilità come
qualcosa che non funziona nel soggetto, cosicché quest’ultimo resta cittadino
passivo, Il modello sociale di Oliver (1990) non rifiuta il “problema” della
disabilità ma lo inserisce all'interno della società: non sono infatti le limitazioni
dell'individuo a causare il problema ma il fallimento della società nel fornire
servizi adeguati ai bisogni dei soggetti disabili.
In quest'ottica la disabilità viene considerata come uno stato sociale e non
una patologia organica. Come riporta D’Alessio (2009) la disabilità, secondo il
modello sociale, non riguarda la persona e il suo deficit ma si riferisce alle
barriere politiche, socio-culturali e comportamentali che una persona con
disabilità &eg
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