UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI CAGLIARI
FACOLTÀ DI STUDI UMANISTICI
CORSO DI LAUREA IN SCIENZE E TECNICHE
PSICOLOGICHE
La stigmatizzazione nei confronti di
chi soffre di un disturbo mentale:
come stereotipi e pregiudizi
influenzano il fenomeno.
Relatore: Tesi di Laurea di:
Prof. Ferdinando Caterina
Fornara Matricola:
Anno Accademico 2021 - 2022 0
1
2
Indice
INTRODUZIONE........................................................................................... 4
CAPITOLO 1................................................................................................ 5
Caratteristiche della stigmatizzazione........................................................5
1.1 Concetto di stigma: definizione e determinanti del fenomeno..........5
1.2 La componente cognitiva: gli stereotipi..........................................10
1.3 La componente affettiva: i pregiudizi..............................................13
1.4 La componente comportamentale: la discriminazione....................16
CAPITOLO 2.............................................................................................. 18
La concezione del disturbo mentale.........................................................18
2.1 Rappresentazioni e considerazioni dei disturbi mentali nelle
principali epoche storiche.....................................................................18
2.2 Rappresentazioni e considerazioni dei disturbi mentali e di chi ne
soffre nel XXI secolo.............................................................................. 20
2.3 Gli effetti della stigmatizzazione su chi soffre di un disturbo
mentale................................................................................................. 22
CAPITOLO 3.............................................................................................. 26
Teorie e strumenti per contrastare la stigmatizzazione............................26
3.1 Principali approcci teorici e modelli per la riduzione del pregiudizio.
.............................................................................................................. 26
3.2 Progetti e interventi elaborati per la sensibilizzazione e la lotta allo
stigma................................................................................................... 30
3.3 Gli strumenti di ricerca più utilizzati per l’analisi e la misurazione
dello stigma.......................................................................................... 34
CONCLUSIONI........................................................................................... 39
BIBLIOGRAFIA........................................................................................... 42
3
INTRODUZIONE
Questo lavoro di tesi, nasce dalla necessità di comprendere le dinamiche dello
stigma, un fenomeno sociale caratterizzato da biasimo e condanna nei confronti di un
individuo o di un gruppo. Lo stigma può essere indirizzato a vari gruppi, sulla base
della loro cultura, etnia, religione, orientamento sessuale, orientamento politico,
status, disabilità etc.
Nei seguenti capitoli verrà analizzato lo stigma nei confronti delle persone che
soffrono di disturbi mentali e, in particolar modo, gli elementi costitutivi del
fenomeno: gli stereotipi, i pregiudizi e i comportamenti discriminatori. Viene
presentata inoltre una prospettiva sulle conseguenze della stigmatizzazione insieme
alle teorie e approcci elaborati per contrastarla.
La trattazione di questo argomento, ha come obiettivo quello di presentare ogni
aspetto insito di quello che, per coloro che hanno un disturbo mentale, diventa una
seconda malattia. 4
CAPITOLO 1
Caratteristiche della stigmatizzazione
1.1 Concetto di stigma: definizione e determinanti del fenomeno.
La parola stigma, dal greco “punteggiatura, marchio, macchia”
(https://www.treccani.it), è un termine coniato dagli antichi greci per indicare quei
cc
c
segni fisici, o mar hi, che permettevano di distinguere gli schiavi e i criminali dagli
uomini liberi. Si trattava dunque di un carattere distintivo, il quale rendeva chiaro a
tutti che chi li avesse portati sarebbe stata una persona da bandire ed evitare,
specialmente nei luoghi di vita pubblica (Lasalvia, 2022). A partire dal XX sec. il
concetto viene ripreso dalla Psicologia Sociale per indicare una condizione di
discredito che affligge la percezione sociale di una persona (o di un gruppo),
impedendone l’accoglimento e l’accettazione in un ordinario rapporto sociale
(Goffman,1970). Goffman riteneva che lo stigma, nel suo insieme di connotazioni
negative associate ad una o più persone, “è un attributo profondamente screditante
che declassa l’individuo, lo segna […], lo stigmatizzato è quindi visto come
qualcuno che possiede una differenza indesiderabile”.
La stigmatizzazione può essere rivolta a vari tipi di persone e/o gruppi, che vengono
distinti e categorizzati sulla base di caratteristiche comuni, può inoltre verificarsi in
qualsiasi contesto, come quello familiare, scolastico, lavorativo, sociale e anche
sanitario. Questo fenomeno parte quindi dall’individuazione delle differenze
(biologiche, psicologiche, sociali, culturali, fisiche, etniche etc) tra “l’io” e
“l’altro/i”. Secondo Goffman (1970) lo screditato, ossia colui/colei che porta e
subisce lo stigma, può esserlo in relazione a tre tipi diversi di stigma:
- per deformazioni fisiche;
- per aspetti criticabili del carattere, della personalità e delle credenze;
- per aspetti culturali e legati alla propria nazionalità. 5
Nella società tra i principali bersagli della stigmatizzazione ci sono coloro che hanno
disabilità o patologie, in particolar modo e più di ogni altra malattia, i disturbi
mentali sono quelli a cui maggiormente viene posto il “marchio”. Lo stigma legato
alla malattia mentale è onnipresente. Non esiste Paese, società o cultura in cui le
persone affette da un disturbo mentale abbiano lo stesso valore sociale delle persone
che non ne soffrono (Goffman,1963). Benché lo stigma sia universale, l’esperienza
dello stigmatizzato è influenzata dalla cultura e avviene in modo differente a seconda
del tipo di disturbo. Le principali concettualizzazioni sul termine “stigma” emergono
da tre tipologie di approcci che si concentrano su specifici aspetti: l’approccio
sociologico, l’approccio della psicologia sociale, l’approccio della psichiatria e della
sanità pubblica. Secondo l’approccio sociologico, di cui Goffman, Sheff e Link ne
sono i maggiori esponenti, lo stigma è fondamentalmente un fenomeno sociale,
radicato nelle relazioni interpersonali e modellato dalla cultura e dalla struttura di
una società. Goffman spiegò che lo stigma è un attributo che rende una persona
diversa dalle altre, cioè dai membri del gruppo sociale di riferimento, per il fatto di
non essere desiderabile. La diversità dello stigmatizzato viene quindi vista dagli altri
come una condizione di inferiorità. Per Sheff (1966) e la sua “teoria
dell’etichettamento”, sarebbe l’etichetta di “malato mentale”, attribuita a chi ha
comportamenti devianti o antisociali (sebbene nel concreto non ci sia una reale
correlazione), a evocare nelle persone l’attivazione di stereotipi e pregiudizi negativi,
con conseguente stigmatizzazione. Successivamente Link e Phelan (2001) proposero
la “teoria dell’etichettamento modificata” secondo la quale lo stigma è il prodotto di
un complesso processo circolare caratterizzato da una serie di fasi: a) etichettamento,
in cui le persone distinguono e etichettano le differenze umane; b) stereotipizzazione,
credenze socio-culturali dominanti portano a collegare i soggetti etichettati a
determinante caratteristiche indesiderabile, ossia stereotipi negativi; c) separazione, i
soggetti etichettati vengono collocati in categorie determinando così un qualche
grado di separazione tra coloro che non presentano l’attributo e coloro che lo
presentano; d) perdita di status, i soggetti etichettati sperimentano la perdita di status;
e) discriminazione, iniquità e disparità di trattamento verso l’etichettato (Link et al.
1989). 6
Fattore determinate nell’attivazione e nella resistenza del fenomeno della
stigmatizzazione è il contesto in cui il potere (sociale, economico, istituzionale,
politico) consente o meno di realizzarsi.
Secondo l’approccio della Psicologia Sociale, attraverso i lavori di Mazzara (1997),
Corrigan (2000) e Brown (2010), l’essere umano è dotato di una naturale
propensione nella divisione del mondo in categorie, e questo processo di
elaborazione e raggruppamento degli elementi nell’ambiente esterno è
sostanzialmente di tipo cognitivo e motivazionale. La categorizzazione può però
diventare il precursore di stereotipi e pregiudizi. Di fatto le persone vengono prima
divise in categorie sulla base di caratteristiche che vengono loro attribuite
(stereotipi), a queste caratteristiche vengono associati sentimenti e aspetti emotivi
che provocano conseguenti valutazioni e atteggiamenti (pregiudizi), infine, gli
eventuali pregiudizi e atteggiamenti possono essere messi in atto come
comportamenti rivolti ad un gruppo e i suoi componenti (discriminazione).
L’approccio della Psichiatria e della sanità pubblica considera lo stigma legato ai
disturbi mentali come causa di tre problemi: problemi di conoscenza, problemi di
atteggiamento, problemi di comportamento (Thornicroft et al., 2006). Essendo questo
un tipo di approccio pratico orientato all’azione, ognuno di questi problemi
rappresenta un obiettivo specifico degli interventi anti-stigma, vale a dire azioni volte
ad ampliare e migliorare le conoscenze sui disturbi mentali, azioni mirate al
cambiamento di atteggiamenti e comportamenti nei confronti di chi è affetto da una
malattia mentale. Ad oggi gli interventi anti-stigma sono risultati carenti o inefficaci.
Per Thornicroft e i suoi collaboratori i principali fattori limitanti nella ricerca
riguardano: 1) tener poco conto del sistema politico, legislativo, sanitario e dei diritti
umani presenti o meno in uno stato; 2) ricerche prevalentemente descrittive, che si
limitano ad indagare l’opinione della popolazione generale; 3) la ricerca ha dato
pochissimo spazio ai contributi provenienti dalle persone che hanno o hanno avuto
un problema di salute mentale; 4) la ricerca solitamente è stata condizionata da una
visione pessimistica, che considera lo stigma come radicato nella società e quindi
difficile da modificare; 5) scarsa attenzione a fattori sociali e culturali (Thornicroft,
2000). 7
Lo scopo di quest’ultimo approccio è quello di valorizzare tutti questi aspetti non
approfonditi, per riuscire così a produrre un reale cambiamento nei comportamenti
delle persone.
La stigmatizzazione è un fenomeno sociale che è necessario osservare da più
prospettive, come il punto di vista da un lato di chi lo subisce, e dall’altro di chi lo
mette in atto. Pescolido e Martin (2015) proposero una sorta di tassonomia delle
varie tipologie di stigma inserite all’interno di due macrocategorie: una di tipo
esperienziale e l’altra legata all’azione.
La prima macrocategoria fa riferimento all’esperienza e al modo in cui lo stigma
viene sperimentato, si concentra quindi sul punto di vista individuale, includendo i
seguenti tipi di stigma:
- lo stigma percepito, rappresenta il grado di riconoscimento dell’esistenza di
determinati stereotipi, pregiudizi e comportamenti discriminatori nei confronti di un
determinato gruppo.
- lo stigma dichiarato, esprime il grado di adesione da parte di un individuo o gruppo
sociale nei confronti di determinati stereotipi esistenti nella popolazione.
- lo stigma anticipatorio, riguarda esclusivamente lo stigmatizzato e si riferisce
all’aspettativa che gli altri adotteranno nei propri confronti, atteggiamenti di
svalutazione o comportamenti discriminatori a causa della propria condizione.
- lo stigma ricevuto, raccontato dallo stigmatizzato, riguarda ogni tipo di
atteggiamento o comportamento stigmatizzante ricevuto direttamente dall’individuo.
- lo stigma agito, riguarda lo stigmatizzatore e si verifica attraverso l’aperta
manifestazione dei propri pregiudizi o comportandosi in maniera discriminatoria nei
confronti dello stigmatizzato.
La seconda macrocategoria, vale a dire lo stigma legato all’azione, considera
maggiormente gli elementi esterni che determinano lo stigma, le tipologie di stigma
incluse sono: 8
- lo stigma strutturale, ossia leggi, politiche e istituzioni pubbliche o private che sia
intenzionalmente che involontariamente, restringono il campo di opportunità o
ostacolano ad alcune possibilità un determinato gruppo sociale.
- lo stigma pubblico, costituito dall’insieme di credenze e atteggiamenti negativi
(pregiudizi) da parte della popolazione generale nei confronti di un determinato
gruppo sociale, rispetto al quale tende ad agire con comportamenti discriminatori,
come ad esempio forme di evitamento o esclusione.
- lo stigma associativo, detto anche di cortesia, è una forma di stigmatizzazione che
ingloba anche coloro che vivono, lavorano o sono vicini ad individui e gruppi
stigmatizzati. Pur non essendo direttamente “marchiate”, subiscono ugualmente gli
effetti dello stigma.
- lo stigma degli operatori sociosanitari, l’insieme degli stereotipi, delle attitudini
negative e comportamenti conseguenti, consapevoli o inconsci, da parte di
professionisti che lavorano nelle cosiddette professioni d’aiuto e che sono tenuti a
occuparsi per lavoro di individui o gruppi stigmatizzati.
- lo stigma internalizzato, o auto-stigmatizzazione è un processo attraverso cui la
persona stigmatizzata considera come veri e giustificati, gli stereotipi e i pregiudizi
diffusi nella popolazione generale nei confronti delle persone appartenenti al suo
stesso gruppo sociale, li interiorizza e li attribuisce a sè stesso.
La classificazione di Pescosolido e Martin appena elencata non ha solamente un
valore euristico, ma va ritenuto fondamentale per definire gli obiettivi nella ricerca
per la lotta contro la stigmatizzazione.
Per poter comprendere a pieno il fenomeno della stigmatizzazione è necessario
analizzarne la struttura a più livelli, in cui ogni livello consiste in una componente
diversa da cui si parte per poi evolversi. L’inizio è dato dalla componente cognitiva
che dà forma agli stereotipi; successivamente attraverso la componente affettiva
subentrano valutazioni e atteggiamenti attraverso i pregiudizi; infine la messa in atto
della componente affettiva innesca comportamenti di tipo discriminatorio. 9
1.2 La componente cognitiva: gli stereotipi.
Precedentemente sono stati introdotti gli elementi costitutivi della stigmatizzazione e
di come questi elementi vengano attivati dal naturale processo di categorizzazione.
Nel corso dell’interazione sociale, ognuno di noi mette inconsapevolmente in atto
una serie di strategie cognitive di categorizzazione, che permettono di ordinare e
semplificare le informazioni in entrata e di prevedere alcuni dei comportamenti che
le altre persone potrebbero esibire. Sebbene possano essere altamente funzionali in
alcuni contesti, queste strategie a volte conducono ad effettuare semplificazioni
eccessive innescando così gli stereotipi.
Il termine “stereotipo” dal greco stereos, “rigido, permanente” e tupos, “impronta”
(https://www.treccani.it) ha origine in ambito tipografico ed indicava il nome dato
agli stampi utilizzati per la realizzazione delle copie di giornali. L’introduzione nelle
Scienze sociali di questo concetto si deve al giornalista W. Lippmann (1922), egli
sosteneva che il rapporto conoscitivo con la realtà esterna non è diretto, bensì
mediato dalle immagini mentali (gli stereotipi) costruite in relazione a come ogni
individuo recepisce e percepisce la realtà. Lo stereotipo è un’opinione precostruita su
persone o gruppi, che prescinde dalla valutazione del singolo caso ed è frutto di un
antecedente processo di ipergeneralizzazione e ipersemplificazione, ovvero risultato
di una falsa operazione deduttiva (https://www.treccani.it). Si tratta dunque di
scorciatoie mentali e schemi utilizzati per incasellare persone e situazioni in
determinate categorie, tali rappresentazioni però sono spesso imprecise ed erronee,
infondate e non basate sull’esperienza diretta e una volta formate sono molto
resistenti a ogni cambiamento e modificazione, anche in presenza di nuove
informazioni. La stereotipizzazione, essendo un processo di pensiero distorto,
costituisce un modo parziale o inesatto di conoscere il mondo (Lipmann, 1922). Di
fatto, questo tipo di generalizzazioni applicate a gruppi (o categorie) non tengono
conto delle differenze tra membri di uno stesso gruppo, in questo modo viene
10
offuscata qualsiasi specificità individuale.
Il processo di stereotipizzazione si articola come dimensione di personalità, come
prodotto socio-culturale e come struttura cognitiva.
Per quanto riguarda la dimensione della personalità, il primo approccio ad indagare
su questa parte fu quello psicodinamico, che concepisce gli stereotipi (e anche i
pregiudizi) come espressione di bisogni e conflitti intrapsichici del soggetto. Questa
spiegazione sostiene che attraverso l’uso di meccanismi di difesa, come la proiezione
e la dislocazione, gli attributi negativi riferiti a sé o a un membro del proprio gruppo
vengono percepiti invece come caratteristiche di altri gruppi, generalmente più
deboli. Gli esempi più noti di questo orientamento sono la teoria del capro
espiatorio, derivata dalla teoria della frustrazione-aggressività di Dollard e coll.
(1939) e la teoria della personalità autoritaria elaborata da Adorno e coll. (1950). La
teoria del capro espiatorio spiega come la frustrazione delle persone (nel momento in
cui non riescono a raggiungere uno scopo prefissato, sono infelici e insoddisfatte,
vivono instabilità) favorisca una maggiore aggressività che viene orientata
soprattutto nei confronti di gruppi privi di potere, poco graditi e poco visibili, i quali
svolgerebbero la funzione di capri espiatori. L’individuo, non potendo reagire nei
confronti dell’effettiva causa della sua frustrazione, compie l’operazione di spostare
l’aggressività (meccanismo della dislocazione) verso un obiettivo generalmente più
debole.
Nella teoria della personalità autoritaria, invece, Adorno e colleghi ritenevano che gli
stereotipi si originano da un particolare tipo di personalità, ossia quella autoritaria.
La personalità autoritaria è generalmente caratterizzata da uno stile di pensiero
rigido, dogmatico, convenzionale e conservatore, tendente all’ostilità.
La visione degli stereotipi come prodotto socio-culturale alla fine degli anni ’80 pone
l’accento sul ruolo che hanno sia il contesto sociale sia la cultura nella formazione e
nel tramandamento degli stereotipi. L’individuo è un soggetto attivo che costruisce e
dà significato alla realtà e all’ambiente in base alla sua cultura e alle ideologie dei
gruppi a cui appartiene, dunque le credenze, il linguaggio, la storia di una comunità
influenza le modalità di elaborazione delle informazioni.
Secondo la prospettiva cognitiva gli stereotipi vanno intesi come insiemi di credenze
riguardanti gruppi sociali. Da qui emergono due filoni di ricerca: il primo concepisce
11
lo stereotipo negativamente, ovvero come una generalizzazione scorretta e come
impressione rigida. Il secondo ritiene che i processi sottostanti alla formazione degli
stereotipi siano un fenomeno normale dell’attività cognitiva nei contesti sociali e
rapporti intergruppi.
Utilizzare uno stereotipo significa attribuire ad uno o più individui, certe
caratteristiche considerate proprie di tutti i membri di un intero gruppo a cui
l’individuo appartiene. Tajfel (1969) fu tra i primi a ritenere che gli stereotipi non
sono un giudizio avventato o irrazionale della persona, ma si originano da processi
normali del pensiero umano quali la categorizzazione, la differenziazione e le diverse
prese di posizione. Il comportamento viene modificato in funzione del modo in cui
una situazione viene percepita e compresa. Sempre secondo Tajfel, i processi
fondamentali di base da cui provengono le rappresentazioni stereotipiche sono: la
categorizzazione, l’accentuazione delle somiglianze intracategoriali e delle differenze
intercategoriali, l’assimilazione delle norme e dei valori, la ricerca di coerenza.
La prospettiva cognitiva pone in relazione la stereotipizzazione e l’elaborazione delle
informazioni, gli stereotipi infatti influenzano il processo di elaborazione in due
modi: nel primo caso vengono intesi come strutture o schemi che guidano
l’elaborazione dei dati, le interpretazioni e i ricordi. Si tratta, quindi, di un processo
cognitivo che comprende conoscenze, credenze e aspettative di un individuo nei
confronti di persone e gruppi. Nel secondo caso gli stereotipi possono influenzare il
modo in cui l’informazione viene interpretata e costruita, soprattutto quando
l’informazione è ambigua o il tempo che si ha a disposizione per elaborare un dato è
limitato.
In entrambi i casi, queste strutture evocano attese da parte di chi percepisce sul modo
in cui i membri di un gruppo generalmente si pensa che si comportano, di
conseguenza influenzano e guidano i comportamenti delle persone nel momento in
cui avvengono delle interazioni.
In sintesi, le funzioni principali degli stereotipi, cioè il motivo del loro utilizzo, sono:
funzione cognitiva (selezionare e interpretare informazioni, economia
cognitiva); 12
costanza dei valori sociali (permettono il mantenimento di valori e credenze
condivise);
causalità sociale (in caso di situazioni complesse, ambigue o con tempo di
reattività limitato, aiutano a comprendere il contesto in cui l’individuo si
trova);
giustificazione (orientano alla valutazione positiva del proprio ingroup);
funzione di differenziazione (distinzione tra Noi e Loro).
Se dunque da un lato lo stereotipo può rappresentare un’agevolazione, dall’altro può
portare a delle distorsioni sistematiche conosciute come bias cognitivi. Una
peculiarità dello stereotipo &e
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
L'Autorità Nazionale Anticorruzione - Tesi
-
Tesi di laurea magistrale
-
Tesi magistrale
-
Tesi: elaborato finale