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Tesi Dotazione di risorse povertà e Benessere economico Appunti scolastici Premium

Tesi di laurea che cerca di spiegare come alcuni Paesi che sono privi di risorse naturali, come per esempio il Giappone, siano ai primi posti dell'economia mondiale e invece perchè Paesi che sono dotati di tantissime risorse naturali siano cosi poveri.

Materia di Economia dello sviluppo relatore Prof. E. Bove

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ESTRATTO DOCUMENTO

CAPITOLO II

LE RISORSE E LA CRESCITA

2.1 Le cause naturali complici delle diversità

Le risorse naturali sono sempre state di fondamentale

importanza nel corso dell'evoluzione della società umana. Come

dice Allen Kneese (1995) “le risorse vengono viste come le basi

per la prosperità, il potere e la salute di una nazione”.

Soprattutto, ed in maniera più intuitiva, esse hanno garantito fin

dall'antichità, la possibilità di sostentamento della popolazione:

se si parla di risorse agricole, la possibilità di produrre calore e

illuminazione, se pensiamo alle riserve boschive così

ampiamente utilizzate nei secoli passati, la possibilità di

sperimentare ritmi di sviluppo maggiori, qualora ad una tipologia

di risorsa meno efficiente ne venisse sostituita una in grado di

fornire un rendimento maggiore, come accadde con la

sostituzione del carbone di legna con il carbon coke

nell'Inghilterra del XVIII secolo. Nel corso del XIX e del XX

secolo, l'intensificazione della crescita industriale veniva guidata

da quei paesi, come gli Stati Uniti e la Germania, che erano

caratterizzati da una significativa dotazione di risorse minerarie

nonché da una produzione agricola in grado di soddisfare una

popolazione crescente. Anche l'esempio dell'Unione Sovietica

segue questo filone se pensiamo al fatto che il processo di

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industrializzazione forzata voluta da Stalin, cominciato negli

anni '30, poté essere sostenuto grazie alle quantità di metalli,

combustibili fossili e derrate alimentari che il blocco di potere a

Mosca riusciva a estrarre dall'impero, allocandolo poi, attraverso

la pianificazione centralizzata, verso i settori ritenuti prioritari

per la crescita.

Il fatto che uno Stato fosse abbondantemente dotato di risorse

naturali si è sempre posto come fattore rilevante - seppur non

condizione sine qua non della crescita, come dimostrato dai casi

dell'Olanda nel XVII secolo, dalla Svizzera, dal Giappone e

dall'Italia nel XX secolo - affinché esso si ponesse su un sentiero

di sviluppo positivo. É possibile affermare, quindi, che le risorse

naturali sono fondamentali nei processi di produzione, poiché,

unendosi ai vari fattori di produzione - forza lavoro (L), capitale

fisico (K) e umano, terra (T) - garantiscono l'output finale di un

determinato sistema economico. La possibilità di accedere ad

esse in maniera più economica, poiché per esempio il proprio

sottosuolo ne è ricco, nel caso dei minerali e dei combustibili

fossili, o perché vi è abbondanza di terra incolta, nel caso dei

prodotti agricoli, dovrebbe consentire la produzione a un minor

prezzo, garantendo un'accresciuta competitività sui mercati

mondiali e stimolando così la crescita del sistema. Come

abbiamo visto solo rapidamente nell'introduzione, e come più

ampiamente tratteremo nel resto della tesi, non sempre si ottiene

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questo fenomeno positivo dalla scoperta di abbondanti risorse

naturali.

2.2 La maledizione delle risorse

Stiglitz (2006) dice: “capire come mai i paesi in via di

sviluppo ricchi di risorse naturali se la passino così male dal

punto di vista economico – vittime di quella che viene talvolta

definita come maledizione delle risorse – è di importanza

fondamentale.

Innanzitutto perché moltissimi di questi paesi dipendono

economicamente dalle risorse naturali: in Africa, più di un terzo

del reddito derivante dalle esportazioni ha questa provenienza;

gran parte del Medio Oriente e molte regioni di Russia,

Kazakistan, Turkmenistan, Indonesia, oltre a vaste aree

dell'America Latina, tra cui Venezuela, Messico, Bolivia, Perù

ed Ecuador dipendono pesantemente dalle risorse naturali per la

produzione del reddito. [...] In secondo luogo perché i paesi con

abbondanza di risorse naturali tendono a essere paesi ricchi

popolati da gente povera”.

Le risorse naturali possono essere catalogate in diversi modi

fra i quali se ne individuano tre di maggior interesse per

l'argomento di studio.

A) Uno di questi si focalizza principalmente sul fatto che lo

stock esistente di una risorsa possa o meno ricostituirsi dopo il

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suo utilizzo. Si parlerà quindi di risorse rinnovabili quando lo

stock esistente può essere ricreato dopo, o durante, il processo di

sfruttamento. Esempi di risorse rinnovabili sono le foreste, le

derrate agricole e i capi d'allevamento, nonché i banchi di pesce

che vivono nei mari. Le risorse non rinnovabili invece

presentano uno stock iniziale dato e non espandibile, derivante da

processi geologici, chimici e fisici che per dipanarsi hanno

richiesto millenni. Esse presentano quindi un tasso di creazione

molto lento, dato il quale la specie umana le può ritenere come

limitate, esauribili, non espandibili nel breve termine. All'interno

di questa categoria rientrano molte tipologie di materiali, i quali

possono essere allo stato solido, liquido o gassoso come i

combustibili fossili - petrolio, gas naturale, carbone – o i minerali

- ferro, oro, zinco solo per citarne alcuni. Questa prima

distinzione rende necessarie regole differenti per la

determinazione del giusto tasso di sfruttamento di una risorsa

non rinnovabile rispetto ad una rinnovabile, e pure una diversa

modalità di gestione delle rendite accumulate grazie a esse. Tutto

questo è provocato dalla particolare attenzione che deve essere

posta sul benessere delle generazioni future, per le quali dovrà

essere garantita la possibilità di godere delle rendite accumulate

nel corso del tempo, anche nel momento in cui esse cesseranno

di esistere a causa del loro intensivo sfruttamento.

B) La seconda distinzione che possiamo individuare è quella

fra le risorse disponibili sulla superficie terrestre e quelle situate

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nel sottosuolo. Alla prima categoria apparterranno i prodotti

agricoli e i capi d'allevamento, nonché le riserve forestali e i

bacini idrici. Alla seconda categoria apparterranno invece le

risorse minerarie strettamente intese, come petrolio, gas naturale,

oro, ferro e zinco, solo per citarne alcuni. Questa differenza apre

la strada a considerevoli diversità, poiché per essere sfruttate esse

richiederanno un diverso peso dei fattori di produzione: il settore

agricolo, per esempio, sarà caratterizzato da una importanza

maggiore del fattore lavoro o del fattore terra, mentre le risorse

minerarie, per essere pienamente utilizzate, necessiteranno di una

maggiore quantità di capitale, sia fisico che umano, causando un

bisogno di investimenti in questo settore maggiore che nel primo.

C) Un altro concetto da sottolineare, parlando delle risorse

naturali, è la distinzione fra risorse diffuse a livello territoriale e

geografico all'interno di un paese, quali i prodotti agricoli come

riso o frumento, e risorse che invece hanno una concentrazione

territoriale molto forte - tanto da essere definite in letteratura

point-source - come invece il petrolio, i diamanti, i minerali e le

piantagioni maggiormente orientate al commercio. Questa

differenza è molto importante, poiché le rendite da risorse

maggiormente concentrate presenteranno possibilità superiore di

essere appropriate da parte del governo centrale e dai leader

statali/regionali o locali, come anche da parte dei gruppi di

potere e interesse locali, come gruppi etnici, enclave industriali e

gruppi militari ribelli. Ciò provocherà una maggior incidenza di

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fenomeni quali la corruzione o l'acquisizione indebita di rendite,

molto diffusi, difatti, nei paesi ricchi di petrolio.

Si comincerà, quindi, studiando le varie posizioni teoriche

dell'economia dello sviluppo legate alla spiegazione della

causalità fra abbondanza di risorse e scarse performance

economiche e il rapporto tra scarse risorse e performance

notevoli introducendo come esempio il caso del Giappone.

2.3 Colonialismo e neocolonialismo

Possiamo dire che le risorse pur non essendo condizione

necessaria da sole per lo sviluppo di una nazione, influiscono

alla crescita economica tanto che la mancanza ha spinto i paesi

che non ne avevano ad andarle a cercare in altri, agendo

brutalmente per farsele proprie e depredando i paesi ricchi di

questa "manna dal cielo". Nasce, da queste esigenze un'epoca

storica che rispecchia questa caccia alle risorse: il Colonialismo e

il Neocolonialismo.

La colonizzazione, cioè la fondazione di colonie su territori

diversi e spesso lontani dalla madrepatria, è un fenomeno che

può essere fatto risalire ai Fenici e ai Greci, che in gruppi

numerosi si spostavano dalle terre d'origine e andavano a vivere

nei territori vicini e successivamente nelle regioni del

Mediterraneo occidentale. Questo primo tipo di colonizzazione,

determinato soprattutto da carestie, lotte politiche o ragioni di

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espansione commerciale per il rifornimento di materie prime di

cui la madrepatria era carente, prevedeva la fondazione di

insediamenti stabili. I cittadini che immigravano trasferivano il

loro modo di vita, la loro civiltà che si fondeva con quella delle

popolazioni locali, dando origine a centri che sarebbero diventati

fiorenti città. Successivamente alle grandi scoperte geografiche

del XV secolo si ebbe una seconda colonizzazione verso le

Americhe. La scoperta di questo continente suscitò spirito

avventuriero nei paesi europei che mosse molti Spagnoli a

recarsi al di là dell'Atlantico in cerca di ricchezza, terra e gloria

militare. I più feroci furono i conquistadores, guidati da Cortez e

Pizarro (Levy 2010) che, sfruttando l'ignoranza degli indigeni,

conquistarono gran parte del nuovo territorio. I Portoghesi, forti

già dei loro possedimenti in Africa e in Asia, si diressero alla

volta del nuovo mondo e colonizzarono l'America Meridionale.

Le scoperte geografiche ebbero importanti conseguenze in

campo economico, politico e sociale.

Le condizioni di schiavitù e di lavoro imposte dai

colonizzatori portarono a un drastico calo delle popolazioni

locali. Vi fu una completa soggezione culturale delle genti

colonizzate, le quali venivano sfruttate come manodopera a

basso costo, mentre le risorse dei loro territori venivano esportate

nella madrepatria, depredando gli indigeni delle loro ricchezze.

Un ulteriore impulso alla conquista coloniale si ebbe in particolar

modo nella seconda metà dell'800, in seguito alla seconda

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rivoluzione industriale e alla prima grande crisi di

sovrapproduzione determinata dallo sviluppo del capitalismo.

Infatti, l'imperialismo e la politica di conquista coloniale da parte

delle potenze europee ai danni dei Paesi afro-asiatici, fu la

principale risposta data dai diversi Stati alla crisi economica: le

colonie divennero di vitale importanza per le esigenze delle

industrie europee, sia come luoghi in cui smerciare i prodotti in

sovrappiù, sia come possibilità di attingere liberamente alle

immense risorse e alle materie prime di cui i Paesi colonizzati

disponevano. Non a caso fu nella seconda metà dell'800 che

vennero elaborate teorie fortemente razzistiche, che miravano a

legittimare e a giustificare il modo pseudo-scientifico. Il

colonialismo cominciò a entrare in crisi dopo le due guerre

mondiali; in particolare, dopo la seconda guerra mondiale iniziò

in maniera decisiva il processo di decolonizzazione, che ebbe

termine nei primi anni Settanta. I paesi colonizzati dalle grandi

potenze europee credevano che una volta raggiunta

l'indipendenza sarebbero scomparsi tutti i vecchi mali di cui

soffrivano e avrebbe avuto inizio un'era di prosperità e di

giustizia. La realtà risultò diversa. Lo sviluppo economico e

sociale era infatti subordinato all'industrializzazione, per la quale

mancavano le condizioni essenziali: capitali, manodopera e

infrastrutture. Occorrevano pertanto grossi finanziamenti che non

potevano venire che dai paesi ad economia avanzata. Perciò i

governi che si trovarono alla testa dei "paesi nuovi" (gli stati

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africani, asiatici....) dovettero ricorrere alla collaborazione delle

ex-potenze coloniali e stringere con esse accordi. Si ricreava così

la "soggezione ai vecchi padroni" nel campo finanziario, tecnico

e culturale . Si è coniato pertanto il termine di "neocolonialismo"

per indicare quei rapporti politici ed economici volti a ristabilire

il controllo e lo sfruttamento da parte di una grande potenza su

quei territori che in passato erano stati sotto il suo dominio. Tutto

ciò va visto nel quadro del neoimperialismo tipico della nostra

età. Con la fine della seconda guerra mondiale gli ultimi grandi

imperi coloniali europei cominciavano a dissolversi e diveniva

predominante il neocolonialismo, fenomeno attualmente noto per

l'assenza di sistemi istituzionali di controllo. Ne sono esempio gli

Stati Uniti d'America che possono influenzare la politica

economica di molti stati del Terzo Mondo, grazie al proprio

potere economico e al controllo esercitato su organismi

internazionali come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario

Internazionale.

Esaminando il problema, bisogna dire che all'origine del

colonialismo vi sono ragioni economiche, politiche e

ideologiche. La motivazione economica è la più importante: uno

stato cerca di dominarne altri per reperire materie prime, forza

lavoro e trovare mercati per la propria produzione. Secondo tale

politica, la volontà di espandere la propria influenza può nascere

dal desiderio di acquisire potere e prestigio, dalla ricerca della

sicurezza nazionale o di vantaggi diplomatici. Ci furono anche

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motivazioni ideologiche: l'espansione europea ottocentesca

veniva considerata missione civilizzatrice di popoli più avanzati

verso quelli più arretrati. Per quanto riguarda l'attuale neo-

colonialismo, il parametro con cui normalmente si misurano i

suoi effetti rimane sempre quello economico: gli investimenti

occidentali, i prestiti, le politiche commerciali e i programmi di

"aiuto" hanno lo scopo di proteggere gli interessi politici e

strategici degli imperialisti e di mantenere economicamente

deboli i paesi in via di sviluppo e quindi farli dipendere dal

neocolonialismo. Questa situazione si aggrava quando il governo

locale è formato da esponenti della borghesia e della piccola

borghesia i quali preferiscono, in nome del proprio interesse, che

il loro paese resti una debole dipendenza delle potenze

capitalistiche, piuttosto che avviarsi verso il socialismo.

2.4 Abbondanza di risorse e effetti sulla crescita

Ora andiamo a studiare quanto l'abbondanza di risorse

influisce effettivamente sulla crescita economica di un paese. La

prima posizione teorica che andiamo a studiare è quella

presentata da Sachs e Warner (1995) in due articoli, centrati

sull'interpretazione da loro data alle dinamiche che conducono

alla maledizione delle risorse. Essi si muovono nel solco della

tradizione originatasi negli anni '40 e '50 con le prime teorie

dello sviluppo, e in quello stabilito dalle teorie centrate

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sull'effetto del Dutch Disease, postulate da Van Wijnbergen e

Matsuyama (1992:317-334) fra la fine degli anni '80 e i primi

anni '90.

Il primo degli articoli dei due accademici che si considera,

pone l'attenzione sulle cause di un fenomeno che stimola molte

riflessioni: in diverse situazioni lo studio empirico e l'esperienza

storica dimostrano come paesi privi di risorse naturali

surclassino, dal punto di vista delle prestazioni sugli indicatori

economici più rilevanti, quei paesi che risultano più dotati delle

stesse in maniera più abbondante. Questo è stato testimoniato

dalle numerose ricerche che hanno dimostrato che tutti i paesi

esportatori di materie prime tra cui beni agricoli, e i fossili

minerali nei venti anni successivi di evoluzione del paese

registravano tassi di crescita inferiori. Le pagine successive

dell'articolo sono dedicate ai controlli realizzati per valutare

l'esattezza econometrica delle loro posizioni e cioè se la

correlazione fra l'abbondanza di risorse e la riduzione dei tassi di

crescita non sia influenzata da altri fattori, che rimangono invece

nascosti alla prima analisi. Sachs e Warner dopo aver controllato

anche altre variabili come la qualità delle istituzioni, il PIL reale

e l'accumulazione del capitale affermano in ultimo che

l'abbondanza di risorse rimane un fattore significativo per

spiegare la diminuzione dei tassi di crescita. Per arrivare ad

affermare ciò, formulano il legame fra la crescita - espressa come

GEA7089, cioè il tasso di crescita annuale medio in PIL reale

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diviso per la popolazione economicamente attiva fra il 1970 e il

1989 (periodo in cui venne scritto l'articolo) e la dotazione di

risorse. Sachs e Warner inoltre ipotizzano che all'interno

dell'economia esistono tre settori distinti:

1. settore manifatturiero, orientato all'esportazione e non

riconducibile a quello delle risorse naturali;

2. settore dei beni immobiliari e dei servizi locali, non

proiettato all'esportazione ma al consumo locale;

3. settore delle risorse naturali, orientato all'esportazione di

esse, come prodotto grezzo o lavorato, sui mercati internazionali.

E' importante notare che i fattori di produzione quali capitale e

lavoro sono utilizzati nei due primi settori, ma non nel settore

delle risorse.

Per contro in un altro articolo, i ricercatori Sachs e Warner

(2001) studiano quali siano le determinanti delle scarse

performance dal punto di vista della crescita economica per i

Paesi africani, ove la maledizione colpisce più duramente. In

questo articolo, tali dinamiche negative non sono esclusivamente

ricondotte all'abbondanza delle risorse; ma le risorse naturali

scarseggiano fortemente. Le loro evidenze empiriche difatti

mostrano un effetto congiunto di fattori naturali (quali un

limitato accesso al mare, una maggiore dotazione di risorse

naturali, una maggior vicinanza alle regioni tropicali) e di fattori

economico politici (come l'apertura al commercio internazionale,

il tasso di risparmio e i conseguenti investimenti in capitale

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produttivo del governo, l'esistenza di istituzioni orientate alla

promozione di politiche pro-mercato). Scompare così dalla loro

teoria la preminenza degli effetti provocati dall'abbondanza delle

risorse naturali sulla crescita - che in questo articolo agiscono

tramite il dispiegamento dell'effetto del Dutch Disease (che

indica una relazione tra l'aumento dell' uso delle risorse naturali e

il declino del settore manifatturiero) aprendo invece alla

possibilità che altre influenze di natura diversa abbiano una certa

rilevanza. Questo viene rilevato proprio in quei Paesi ove

l'effetto negativo delle risorse sugli indicatori economici è

maggiore.

La tendenza di Sachs e Warner a porre l'accento sulla

preminenza totale dei meccanismi economici nella

determinazione dei tassi di crescita, mette in secondo piano le

dinamiche e gli effetti legati alla qualità delle istituzioni,

scoprendo in questo modo il fianco alle critiche di altri

economisti dello sviluppo, quali Mehlum (2002), Sala-i-Martin e

Subramanian (2003) e Van der Ploeg (2007), solo per citarne

alcuni. Questi ultimi partono dalla consapevolezza che non tutti i

paesi dotati di abbondanti risorse naturali vivono un

rallentamento nei tassi di crescita, poiché altrimenti le differenze

nelle performance di due paesi come la Finlandia e la Nigeria

non sarebbero spiegabili. Essi ritengono predominante la qualità

delle istituzioni, così che gli Stati con istituzioni di cattiva

qualità, favorevoli più a pratiche di rent-seeking (alla ricerca

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della rendita) che allo stimolo dell'attività produttiva,

presenteranno tassi di crescita inferiori a quelli con buone

istituzioni, proiettate all'implementazione di politiche di stimolo

alle attività imprenditoriali ed a un ruolo positivo del mercato.

Come econometricamente rilevato, non vi è un diretto legame fra

l'abbondanza di risorse e le minori performance in fatto di

crescita economica, ma come dicono Sala-i-Martin e

Subramanian (2003) “le risorse naturali sembrano avere un

effetto forte, robusto e negativo sulla crescita attraverso un

peggioramento della qualità delle istituzioni [...] In altre parole,

il possesso di risorse naturali può essere una benedizione

piuttosto che una maledizione in contrasto con i risultati di

Sachs e Warner (1995) e altri”. Quindi, il punto centrale dei

teorici che focalizzano l'attenzione maggiormente sulla qualità

delle istituzioni è che la maledizione delle risorse potrà essere

evitata nel caso in cui un sistema economico sia dotato di

istituzioni con una buona qualità, mentre sarà inevitabile in Stati

che, per tutta una serie di ragioni storiche, sociali e culturali,

presentano istituzioni con una pessima qualità. Come espresso in

Van der Ploeg (2007), se uno Stato dispone di una classe politica

in grado di sostenere la crescita di un settore manifatturiero

intensivo dal punto di vista del fattore lavoro, allora l'effetto

negativo di una eccessiva dipendenza dall'esportazione dei beni

primari può essere evitato. 28

In conclusione possiamo dire che la lettura della relazione fra

le risorse e la crescita risulta essere diametralmente opposta.

Sachs e Warner considerano come più rilevanti gli effetti

dell'abbondanza di risorse in sè, la quale provoca disturbi

nell'allocazione dei fattori di produzione fra il settore

manifatturiero e l'economia locale, conducendo infine a

fenomeni inflattivi e di perdita di competitività sui mercati

internazionali. E’ importante, anche, analizzare altri fattori che

contribuiscono a far distinguere i paesi come: il ruolo delle

istituzioni, il livello di corruzione interno del paese o il

progresso tecnologico.

2.5 Le Istituzioni nella crescita economica

I legami esistenti fra la qualità delle istituzioni che uno Stato

ha e la sua capacità di gestire la scoperta e lo sfruttamento di una

risorsa naturale, nonché gli effetti di questa capacità sui tassi di

crescita degli indicatori economici sono temi che, come abbiamo

detto in precedenza, possono influenzare la crescita di un paese

in maniera positiva o negativa. Mettiamo a confronto diverse

posizioni che si sono sviluppate su questo argomento; si

andranno ad analizzare alcuni articoli, come abbiamo fatto anche

per l'analisi dell'abbondanza delle risorse, ritenuti rilevanti,

cercando di raggrupparli il più possibile secondo le tematiche

trattate. In primis, si procederà con lo studio di due lavori - il

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primo di La Porta (1999), il secondo di Alesina (2003) - per

determinare quali fattori provocano una cattiva qualità delle

istituzioni. In secondo luogo si procederà con lo studia della

letteratura su questo argomento, con un'attenzione particolare

rivolta ai concetti ritenuti di maggior interesse, al fine di poter

comprendere e chiarire come una cattiva qualità delle istituzioni

agisca sulla crescita economica.

2.5.1 Il ruolo delle istituzioni della crescita economica

Nel lavoro di La Porta (1999), l'obiettivo è quello di spiegare

come sia possibile che alcuni paesi presentino delle buone

istituzioni e altri no, e come la storia possa aver influenzato

questo risultato. La definizione utilizzata da La Porta per

denominare come “buone” delle istituzioni è che “esse siano

buone per lo sviluppo economico”, che si muovano cioè per

promuovere la sicurezza dei diritti di proprietà, che dotino lo

Stato di una burocrazia efficiente e non corrotta, che

garantiscano con successo la fornitura di beni pubblici, che le

spese siano efficaci e, infine, che vi sia democrazia. Le teorie che

spiegano quali fattori determinano le prestazioni delle istituzioni

vengono raccolte attorno a tre grandi famiglie:

1. teorie economiche;

2. teorie politiche;

3. teorie culturali. 30

Il primo insieme di teorie punta l'attenzione sul fatto che le

istituzioni vengono create nel momento in cui diviene efficiente

farlo, quando cioè il beneficio sociale dato dalla loro esistenza

supera i costi di transazione necessari a porle in essere. Le teorie

politiche, invece, si concentrano sulla questione della

redistribuzione, postulando che le istituzioni vengono create dai

gruppi al potere per proteggere il loro status elitario, potendo

così continuare a ridistribuire e allocare le risorse a loro stessi.

Ma chi sono questi “gruppi al potere?”. Ancora La Porta, afferma

che “per Marx gli interessi al potere erano identificati con la

classe, ma possono essere anche autocrati, burocrati autonomi,

religioni organizzate, gruppi etnici o anche particolari interessi

economici organizzati”. E' fin da subito interessante notare che

nel contesto dei paesi ricchi di risorse, soprattutto nell'Africa

Sub-Sahariana, troviamo una grande varietà di gruppi etnici e, di

conseguenza, società sostanzialmente frazionate. Ciò può essere

ricondotto all'eredità del passato pre-coloniale e dell'esperienza

del dominio occidentale, la fine della quale ha partorito delle

fratture etniche dotate di una carica di conflittualità pronta a

esplodere all'emergenza delle prime tensioni. E' interessante

anche notare che i paesi con una elevata frammentazione etnica

sono spesso quelli associati a bassa qualità delle istituzioni e non

certo brillante conduzione delle politiche economiche. La terza

categoria, quella delle teorie culturali, muove dal fatto che le

credenze tradizionali condizionano le performance di governo di

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un determinato sistema. La Porta ha l'obbiettivo di spiegare la

qualità delle prestazioni di governo partendo da una prospettiva

esogena, in cui lo stimolo al cambiamento viene attivato

dall'esterno. Ma questi legami sono difficili da riscontrare, così

che ritengono le variazioni da lui postulate da ricondursi a

cambiamenti interni al sistema, cioè a cause endogene che

stimolano il cambiamento. Detto ciò, ha riscontrato maggiori

difficoltà nel verificare dei collegamenti endogeni fra quanto

affermato dalle teorie economiche e la conseguente qualità del

governo - soprattutto a causa di difficoltà nella determinazione

dei nessi di causalità fra i diversi fenomeni analizzati - così che

le loro idee affondano le radici nei legami di causalità proposti

sia dalle teorie politiche che da quelle culturali. In particolare, lo

studio dei processi di determinazione fondati politicamente viene

centrato sull'eterogeneità etnica e sull'origine legale del paese,

mentre quelli fondati culturalmente si basano sul credo religioso.

E' necessario spendere qualche parola su questo argomento.

La definizione di nessi di causalità molto precisi fra le teorie

economiche e la qualità delle istituzioni è più complicato che per

le teorie politiche o quelle culturali. Fattori come la

frammentazione etnica, l'origine legale o il credo religioso

possono essere considerati come dati, cioè provocati

dall'evoluzione storica, affondano le loro radici nel processo di

formazione dell'identità culturale e della struttura istituzionale di

un popolo e di uno Stato. Risulta così assai più facile determinare

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un nesso univoco fra esse, la qualità delle istituzioni e le

prestazioni di crescita economica. Solo difficilmente, difatti, il

tasso di crescita o il livello di reddito di uno Stato possono

influire sulla sua composizione etnica o sul credo religioso, come

anche difficilmente potranno influenzare che il codice legale

appartenga a una determinata famiglia giuridica piuttosto che a

un'altra. Tutti e tre questi fattori vengono dalla cultura, dalla

storia e dall'evoluzione di un popolo e di un'area geografica, sono

dati come endogeni e non trasformabili.

E' semplice poi affermare che la frammentazione etnica

provoca una cattiva qualità delle istituzioni, ma è assai più

difficile dire che una preesistente cattiva qualità delle istituzioni

provochi la frammentazione etnica. Il ragionamento si fa molto

diverso se si parla di variabili economiche, poiché i collegamenti

e i nessi si fanno qui biunivoci. Sarà quindi la cattiva qualità

delle istituzioni a provocare le negative prestazioni economiche

di uno Stato oppure queste prestazioni economiche scadenti

causano la cattiva qualità delle istituzioni? In quale direzione

agiranno i nessi di causalità? Questo concetto si ritrova in

Acemoglu (2001), il quale si chiede “quali sono le cause

fondamentali delle forti differenze di reddito pro-capite che si

affermano nei diversi paesi? [...] le differenze nelle istituzioni e

nei diritti di proprietà hanno ricevuto una considerevole

attenzione negli anni più recenti. [...] nonostante ciò,

manchiamo di stime dell'effetto delle istituzioni sulle prestazioni

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economiche. E' assolutamente possibile che le economie più

ricche scelgano o possano permettersi istituzioni migliori. Forse

più importante, le economie che differiscono per una serie di

ragioni differiranno fra loro sia nelle loro istituzioni che nei loro

redditi procapite”.

Quindi, per poter capire in quale direzione si muove il

principio di causa-effetto, se è l'impatto delle istituzioni a influire

sulle prestazioni economiche ovvero il contrario, essi necessitano

di una fonte di esogeneità. Essi la identificano nell'influenza

della colonizzazione europea sullo sviluppo dei paesi colonizzati.

Essi affermano che quei paesi dove gli europei, nei momenti dei

primi insediamenti, subirono alti tassi di mortalità sono oggi più

poveri di quelli in cui i tassi di mortalità erano inferiori.

Afferma quindi una relazione fra i tassi di mortalità dei

coloni, influenzati dall'incidenza di malattie o dal clima

inospitale, e le prestazioni economiche odierne attraverso un

percorso di causalità di questo tipo: i tassi di mortalità avevano

un legame con le possibilità di insediamento dei coloni, che a sua

volta influivano sulla qualità delle istituzioni che si svilupparono

nei primi momenti della conquista, dando vita o a un

“imperialismo rapace”, come ad esempio nel caso del Sud

America, o a un sistema di “colonie del benessere” come in

America del Nord. A sua volta questo ha agito sulla qualità

istituzionale che sono giunte fino ai giorni nostri, portando infine

a differenze nelle prestazioni economiche sperimentabili nei

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contesti statali moderni. Il problema principale che essi si

trovano a dover risolvere e il verificare l'ultimo passaggio del

legame, quello che fa discendere le pessime performance

economiche di alcuni paesi dalla loro cattiva qualità delle

istituzioni, poiché e evidente che tale legame potrebbe anche

agire nel senso opposto. Per testare quale direzione abbia questo

rapporto potenzialmente biunivoco, è necessario realizzare delle

regressioni econometriche che ci portino ad asserire la veridicità

di una posizione piuttosto che dell'altra. In Acemoglu (2001) si

analizza in primis il rapporto econometrico fra la crescita

economica e la qualità delle istituzioni attraverso questa

equazione: γ+ξ

log y =µ+αR +X

i i 1

dove

y = il reddito iniziale pro-capite;

i

R = la protezione contro l'espropriazione;

i

X = un vettore di altre variabili indipendenti;

i

ξ = un errore casuale.

Le loro risultanze gli consentono di dire che vi è uno stretto

legame fra la qualità delle istituzioni e le prestazioni

economiche, come ad esempio il livello del reddito pro-capite.

Nonostante questo, in Acemoglu (2001) si afferma che “ci sono

un numero di importanti ragioni per non interpretare questa

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relazione come causale”. Una fra queste ragioni, ad esempio,

può essere il fatto che le economie ricche siano capaci di

costruire istituzioni migliori che quelle povere, rovesciando

appunto il legame di causalità proposto. Questo problema

potrebbe essere risolto nel caso in cui si possedesse uno

strumento per la determinazione delle istituzioni: esso difatti

sarebbe importante se portasse con se un legame con le

istituzioni ma non con le prestazioni economiche, cioè se avesse

influenza sulle istituzioni ma non sulle performance. Ciò

starebbe a significare che tale strumento agisce sulla qualità delle

istituzioni, le quali al loro volta avrebbero effetti sulle

performance economiche. In tal modo si sarebbe in grado di

identificare un nesso di causalità ben preciso, potendo così

invalidare quello opposto che agisce dalle prestazioni verso le

istituzioni. Detto ciò, dopo aver realizzato un controllo empirico

fra la mortalità delle popolazione europee insediate e la qualità

delle istituzioni nella prima fase della colonizzazione, e aver così

raccolto una serie di risultanze che gli consentono di asserire che

la relazione e significativa dal punto di vista econometrico,

possono sviluppare in maniera più consistente le loro teorie: dal

tasso di mortalità iniziale possono far discendere la qualità delle

prime istituzioni e di quelle attuali. A questo punto, identificato il

primo legame causale, quello che agisce dalla mortalità negli

insediamenti europei verso la qualità delle istituzioni passate e

moderne, possono considerare sotto un'altra luce il secondo, cioè

36

quello che va dalla qualità delle istituzioni alle prestazioni

economiche. E' questa la relazione causale importante qui, e non

quella che potrebbe potenzialmente agire nella direzione opposta.

Considerazioni sugli stessi concetti elaborati in Acemoglu

(2001), si possono ritrovare anche nei suoi componimenti

successivi. In questi due articoli vengono considerate le relazioni

e i nessi causali postulati dalla teoria della modernizzazione, che

intercorrono fra il reddito e la democrazia, nonché fra la crescita

economica e la democrazia. In questi lavori viene analizzata la

premessa di questa teoria, la quale afferma che il nesso di

causalità agisce dal livello del reddito - cioè da quanto un

sistema economico e sviluppato - verso il sistema politico - cioè

la presenza di un sistema politico democratico. Essi analizzano

questo legame di causa-effetto, non prendendo come

aprioristicamente vero quanto non viene confermato dalle stime

econometriche. Questi studi realizzati da Acemoglu (2001) e

colleghi - al fine di determinare i nessi di causalità fra istituzioni

e crescita, nonché fra democrazia e crescita - mettono in risalto le

mancanze e le debolezze presenti in La Porta (1999). Essi difatti

non si addentrano nello studio dei legami fra le teorie

economiche e la qualità delle istituzioni, per l'esistenza appunto

di queste problematiche legate alla determinazione dei rapporti

causa-effetto. Al contrario, si limitano a studiare i rapporti fra le

istituzioni e quei fattori che possono essere considerati come pre-

37

determinati per un popolo o per un'area geografica, affondando

le loro radici nel processo storico e culturale. Queste - come

appunto le teorie politiche e culturali, basate sulla causalità fra

frammentazione etnica e istituzioni, fra origine legale e

istituzioni, fra credo religioso della popolazione e istituzioni –

semplificano l'analisi e la trattazione, data la minore probabilità

che questi nessi di causalità siano biunivoci, che possano cioè

agire in entrambe le direzioni.

Nel corso della trattazione sarà bene tenere a mente le

considerazioni realizzate fino a ora, così da essere in grado di

comprendere le difficoltà che il modello di La Porta ha in sè.

Focalizzeremo quindi ora l'attenzione sull'analisi della

relazione fra le istituzioni e le due variabili identificate per le

teorie politiche, cioè la frammentazione etnica e l'origine legale

delle legislazioni statali, e quella identificata per le teorie

culturali, cioè l'appartenenza religiosa della popolazione.

Riguardo le teorie politiche la prima caratteristica risulta

importante data la tendenza dei gruppi che giungono al potere, in

una società etnicamente frammentata, di espropriare o uccidere

gli sconfitti nella competizione, restringendo le loro liberta

d'opposizione. A fianco a ciò vi è la tendenza a ridurre la

produzione di beni pubblici, per le aree di provenienza degli

outsider, cosi da evitare che essi diventino più forti e minacciosi.

Questo è sintomo di una contrazione della efficacia dei diritti di

proprietà, che non garantiscono più, a tutti i cittadini, la

38

possibilità di godere dei beni su cui possono rivendicare una

giusta proprietà. Accanto a ciò, si verifica anche una crescita

della corruzione e delle attività di malversazione di fondi

pubblici.

Analizzando invece le teorie culturali, essi ritengono rilevante

il fattore religioso e la sua influenza sulle performance di

governo, partendo dall'assunto che alcune religioni, come quella

mussulmana o quella cattolica, provochino delle prestazioni

governative inferiori rispetto, per esempio, a quella protestante.

Per analizzare empiricamente le correlazioni sotto esame,

vengono creati degli indici – strettamente correlati fra loro - atti a

valutare la qualità delle prestazioni governative:

1. interventismo del governo nell'economia, misurato

rilevando la protezione dei diritti di proprietà, la qualità dei

regolamenti a cui e sottoposto il mondo degli affari e l'aliquota

marginale massima;

2. efficienza del governo, misurato tramite la stima della

corruzione, delle strozzature burocratiche e della tassazione;

3. produzione di beni pubblici, basato sul calcolo della

mortalità infantile, sul tasso di scolarizzazione e su un indice

della qualità delle infrastrutture;

4. ampiezza del settore pubblico, misurato sull'ampiezza dei

trasferimenti e dei sussidi governativi, sulla dimensione dei

consumi pubblici e sulla rilevanza delle imprese pubbliche.

39

Come detto precedentemente, le variabili di interesse per stimare

gli effetti sulle quattro misure elencate sopra sono la

frammentazione etnica, l'origine legale degli Stati e la

composizione religiosa della popolazione, a cui vengono poi

aggiunte la latitudine e il reddito pro-capite quali variabili di

controllo. La prima regressione che viene presentata è quella che

lega la frammentazione etnica (FE) alla qualità delle prestazioni

di governo. Prima di analizzare le considerazioni econometriche

proposte da La Porta (1999) per verificare questo legame, si tenta

di contestualizzare meglio l'argomento.

2.6 Risorse, istituzioni e ricerca di rendite

In questo paragrafo si andrà a studiare quali sono gli effetti di

una cattiva qualità delle istituzioni sullo sviluppo di due

differenti attività: da un lato l'attività produttiva, la quale

contribuisce alla crescita degli indicatori economici; dall'altro

l'attività di ricerca di rendita, la quale garantisce vantaggi per

agenti privati in grado di estrarre risorse e ricchezze dal sistema a

discapito del benessere generale. Per affrontare questo

argomento saranno considerate le posizioni di Mehlum (2002).

L'attenzione è focalizzata sulla comprensione di quale influenza

possa avere la qualità delle istituzioni in paesi ricchi di risorse

sull'attività produttiva e su quella di cattura delle rendite, e come

questo influenzi il processo di crescita economica.

40

L'obbiettivo finale è spiegare come sia possibile che paesi

privi di risorse, ovvero paesi ricchi di risorse ma con buona

qualità delle istituzioni, possano sperimentare tassi di crescita

superiori rispetto a paesi dotati abbondantemente e con scarse

qualità delle istituzioni, portando giustificazioni che contrastano

con le risultanze di Sachs e Warner (1995, 1997, 2001). Mehlum

(2002) si basa sulla distinzione fra “istituzioni favorevoli

all'attività produttiva, dove la ricerca delle rendite e la

produzione sono attività complementari, e istituzioni favorevoli

alla conquista delle rendite, dove la ricerca delle rendite e

l'attività produttiva sono attività conflittuali”. Con istituzioni di

quest'ultimo tipo, in un contesto di abbondanza delle risorse, esse

vengono distolte dall'attività produttiva per essere invece

dirottate verso attività improduttive, seguendo quindi le

risultanze presentate in Lane e Tornell (1996). Mehlum (2002)

definisce le istituzioni favorevoli alla conquista delle rendite e

con il suo modello ha dimostrato che: una maggior quantità di

risorse è una benedizione in una situazione di equilibrio

favorevole ai produttori. Una maggior quantità di risorse è invece

una maledizione in una situazione di equilibrio favorevole ai

rent-seeker. Il paradosso aperto da quest'ultima considerazione

viene spiegato dal fatto che la crescita delle rendite produce due

effetti confliggenti:

1. un effetto reddito che agisce immediatamente;

41

2. un effetto di sostituzione che conduce alla riduzione del

reddito nazionale, poiché provoca la trasformazione degli

imprenditori impegnati in attività produttiva in imprenditori alla

ricerca della rendita.

Il paradosso è provocato dal fatto che questo secondo effetto

agisce in maniera più forte rispetto al primo: un incremento delle

rendite causa la trasformazione di alcuni imprenditori produttivi

in imprenditori rent-seeker, viste le accresciute possibilità di

conquistare nuovi fondi, portando il sistema verso un equilibrio

caratterizzato da un reddito nazionale inferiore. Egli afferma poi

che, nell'equilibrio favorevole ai rent-seeker, il fatto che le

istituzioni divengono più favorevoli agli imprenditori produttivi,

incrementano il reddito di entrambi gli imprenditori, portando

perciò alla crescita del reddito nazionale. Un altro punto che

viene messo in risalto nell'articolo e che nell'equilibrio più

vantaggioso per la ricerca delle rendite, una crescita del numero

delle imprese fa crescere il numero degli imprenditori produttivi,

mentre, fa diminuire quello dei rent-seeker. Al contempo si avrà

un incremento dei profitti in entrambe le attività. Si va ora a

considerare quali saranno le conseguenze del modello sulla

crescita dei redditi, nel contesto di un sentiero di transizione. La

dimensione del settore moderno dipende dal numero di

imprenditori, dalla qualità delle istituzioni e dal livello

dell'abbondanza di risorse. Nell'articolo poi sono presentati dei

casi esempio: 42

Caso I: inizialmente si considera il caso di due paesi che

presentano la stesse qualità delle istituzioni e lo stesso livello

iniziale di reddito, ma differiscono fra loro per quel che riguarda

la dotazione delle risorse naturali. Il paese A difatti ha minori

risorse naturali ma una quantità maggiore di produttori, mentre il

paese B ha una dotazione maggiore di risorse naturali ma una

quantità inferiore di produttori. Quest'ultimo terminerà nel suo

livello di steady state con un reddito inferiore, poiché la maggior

dotazione di risorse lo costringerà nell'equilibrio più favorevole

ai rent-seeker. Al contrario il paese A, seppur meno dotato di

risorse, avrà un livello di reddito superiore, poiché il suo

percorso gli consentirà di terminare in un equilibrio favorevole

alle attività produttive, data l'incidenza inferiore delle risorse

naturali.

Caso II: in questa situazione si considera che il paese B sia

dotato di istituzioni più favorevoli all'attività produttiva rispetto

λ

al paese A, cioè che abbia una superiore, e che sia, come sopra,

maggiormente dotato di risorse naturali. Al contrario di quanto

visto nel caso I, il paese B e in grado di sostenere la sua

superiore dotazione di risorse senza che ciò infici le sue

prestazioni di crescita, essendo più tutelato verso il processo di

conquista delle rendite. Ciò gli consentirà di terminare

nell'equilibrio più favorevole all'attività produttiva, garantendosi

la possibilità di maturare un reddito superiore, anche rispetto a

quello realizzato dal paese A. In tal caso, attraverso una

43

maggiore qualità delle istituzioni, diviene possibile eliminare il

paradosso dato dall'abbondanza di risorse, rendendo cosi

possibile che un paese riccamente dotato sperimenti tassi di

crescita positivi e, soprattutto, anche superiori a quelli di un

paese scarsamente dotato. Le ultime considerazioni sono rivolte

alla considerazione empirica di quanto considerato. Come detto

all'inizio, il modello di Mehlum (2002) parte da basi empiriche

opposte rispetto a quelle di Sachs e Warner (1995, 1997, 2001).

Per questo motivo vengono utilizzati gli indici e i dati da loro

utilizzati. Particolarmente significativo per la comprensione della

maledizione delle risorse come teorizzata da Mehlum (2002) è la

valutazione dell'effetto congiunto dell'abbondanza delle risorse e

della qualità delle istituzioni sulla crescita del PIL. Per fare

questo utilizzano gli indicatori espressi in Sachs e Warner

(1997):

1. la crescita del PIL e indicata tramite un indice che riporta

il tasso di crescita medio del PIL pro-capite reale fra il 1965 e il

1990;

2. l'abbondanza delle risorse e misurata come il peso

dell'esportazione dei beni primari sul prodotto nazionale lordo

(PNL) nel 1970;

3. a qualità delle istituzioni e misurata tramite un indice che

sintetizza cinque determinanti diverse, quali la rule of law, la

qualità della burocrazia, la corruzione nel governo, il rischio di

espropriazione e il ripudio dei contratti da parte del governo. Il

44

termine d'interazione che essi creano e misurato tramite la

moltiplicazione della variabile considerata per l'abbondanza di

risorse con quella considerata per la qualità delle istituzioni.

Con ciò essi vogliono dimostrare che l'abbondanza di risorse è

deleteria per la crescita solo in quei contesti in cui le istituzioni

sono favorevoli alla conquista della rendita piuttosto che

all'attività produttiva. Le loro rilevazioni empiriche permettono

di affermare che quanto previsto nel loro modello è attendibile,

poiché riscontrano un effetto forte e significativo del termine di

interazione sulla crescita del PIL procapite reale. Questo modello

è quindi significativo per il lavoro che si sta definendo. Come

abbiamo visto procedendo con la trattazione, esso identifica un

meccanismo preciso attraverso cui l'abbondante dotazione di

risorse, unita alla scarsa qualità delle istituzioni, portano verso la

creazione di individui più proiettati alla ricerca della rendita

privata che alla messa in campo di attività produttiva. E tale

meccanismo, che è stato qui analizzato tramite la figura

dell'imprenditore, può essere ampliato in maniera generale a tutti

i livelli della società, partendo dall'elite politica, la quale per

prima mette in essere taluni comportamenti, tutt'altro che

virtuosi. Quando tutti i livelli della società, e in particolare

l'establishment politico industriale, si caratterizzano, quindi, per

una certa proiezione alla ricerca del profitto, le prestazioni

economiche vissute da quello Stato risulteranno essere

inevitabilmente compromesse. 45

In conclusione possiamo dire che in questi ultimi paragrafi del

capitolo la questione della qualità delle istituzioni è stata

considerata sotto diversi punti di vista: partendo dallo studio

delle determinanti delle istituzioni, come la frammentazione

etnica, sotto l'aspetto della cultura e della religione di un paese e,

infine, i canali attraverso cui esse influiscono sulla crescita

economica.

2.7 L'incidenza della Corruzione

Prima di entrare nella trattazione di questo argomento, risulta

utile dare una definizione di ciò che si intende qui con

corruzione. La definizione più popolare è quella utilizzata dalla

Banca Mondiale, la quale afferma che essa è “l'abuso del potere

pubblico per raccogliere benefici privati”, o in senso più

generico, la condotta propria del pubblico ufficiale che riceve,

per sé o per altri, denaro od altre utilità che non gli sono dovute.

Essa si compone di attività di diverso tipo, “come la richiesta di

bustarelle, il nepotismo, furti e altre appropriazioni indebite di

fondi pubblici”.

La prima asserzione viene considerata da Tanzi (1998) come

parziale, poiché esclude la possibilità che attività di questo tipo

siano portate avanti anche dal settore privato, in particolar modo

da imprese private di grandi dimensioni, le quali sono in grado di

agire in tale modo, al fine di conquistare l'approvvigionamento di

46

beni, risorse o commesse. Inoltre, come dice ancora Tanzi (1998:

564), “l'abuso del potere pubblico può essere realizzato non per

garantire la rendita e il beneficio a un solo individuo, ma per un

partito, una classe, una tribù, clienti o familiari”.

Un argomento molto discusso in letteratura è se la corruzione

sia un fattore che incrementa le prestazioni economiche di un

sistema o se, al contrario, le deprima. Come espresso in Drury

(2006) essa sembra garantire sia alcune conseguenze positive che

alcune negative: sotto il primo punto di vista, viene sottolineato

che essa serve a creare un equilibrio economico in Stati che sono

eccessivamente burocratizzati, razionalizzare le imprese più

fragili del mercato e sostituire le decisioni economiche prese

dallo Stato con quelle del settore privato. D'altro canto essa rende

cattiva la qualità di governi che al contrario sarebbero buoni,

provocando il peggioramento di quelli già affetti da scarse

prestazioni, provoca la dissipazione di risorse che potrebbero

essere usate per attività produttive – pensiamo per esempio a un

policy-maker che promuove talune iniziative, quali progetti di

lavori pubblici, non per soddisfare un certo bisogno sociale ma

solo perchè questa attività incrementa la possibilità di bustarelle

e di appropriazione indebita - e genera alti costi di transizione

che limitano in maniera significativa gli investimenti. In

particolare, quest'ultimo punto viene sottolineato in Mauro

(1995), all'interno di un valido lavoro di analisi empirica, nel

quale l'attenzione viene focalizzata sull'identificazione dei canali

47

attraverso i quali la corruzione colpisce la crescita economica. Il

suo lavoro si inserisce molto bene nel contesto di studio qui

presentato, poiché egli nota che la frammentazione etnica e

fortemente correlata con una cattiva qualità delle istituzioni e a

un maggior grado di corruzione. Questa a sua volta, attraverso

effetti sul clima economico, provoca la diminuzione degli

investimenti produttivi i quali a loro volta colpiscono i tassi di

crescita del sistema nel suo complesso. In Tanzi (1998) vengono

messe subito in luce alcune situazioni in cui la corruzione

registra un rafforzamento delle sue dinamiche:

1. In paesi privi di istituzioni funzionanti e di un'onesta

burocrazia, un ruolo più ampio del governo, sviluppato attraverso

maggior tassazione, maggior spesa pubblica e una più estesa

regolamentazione, può condurre a un impatto molto forte sul

comportamento degli impiegati statali, e quindi sull'andamento

della corruzione. Già qui e possibile mettere in luce un effetto di

potenziamento provocato dall'abbondanza delle risorse naturali,

le quali provocano in molti casi l'espansione incontrollata della

spesa pubblica e dell'interventismo governativo in campo

economico;

2. la crescita del commercio internazionale e del business a

livello mondiale hanno creato opportunità per il pagamento delle

bustarelle, rappresentando un grande beneficio per le imprese,

poiché si garantisce loro l'accesso a contratti vantaggiosi, a

discapito delle imprese concorrenti. Possono essere considerate

48

le ampie bustarelle pagate per ottenere profittevoli contratti in

paesi oppure per conquistare un accesso privilegiato ai mercati;

3. la gestione statale delle imprese e il connesso fenomeno

delle privatizzazioni sono state entrambe fortemente correlate

con la corruzione.

La prima è stata considerata come una delle maggiori fonti di

corruzione politica, poiché e stata usata per finanziare le attività

dei partiti politici e per garantire posti di lavoro alle reti

clientelari di alcuni gruppi.

Allo stesso tempo però, anche il fenomeno della

privatizzazione ha fatto si che alcuni individui dotati di potere e

informazioni, pensiamo ad esempio a ministri o ad alti ufficiali

politici, potessero utilizzare il processo di vendita al privato per

estrarre in questo modo vantaggi per loro stessi. Continuando,

Tanzi sottolinea i fattori che direttamente e indirettamente

conducono alla crescita della corruzione e ne sono fortemente

affetti. Ricorda, per esempio, che l'esistenza di un ampio numero

di legacci burocratici, come l'esistenza di regolazioni e

autorizzazioni per l'apertura, o per la conduzione, delle attività

affaristiche ed economiche, garantisce un conseguente potere di

monopolio ai pubblici ufficiali e ai membri della burocrazia.

Oltre a ciò, la stessa provoca il rallentamento e l'inceppamento

della macchina statale, rallentamento che può essere quindi

bypassato attraverso l'utilizzo dello strumento corruzione: il

pagamento di bustarelle può velocizzare i tempi di gestione

49

dell'impresa, rendendo necessario un minore numero di contatti

fra un imprenditore e il sistema burocratico assai inefficiente.

Un altro fattore direttamente colpito dalla corruzione è la

realizzazione delle decisioni di spesa. Come già detto in

precedenza, e come vedremmo in seguito considerando Leite e

Weidmann (1999), l'abbondanza di risorse influisce su questo

punto in maniera assai decisa, attraverso la crescita rilevante

della spesa pubblica, come anche nelle crescenti possibilità che si

presentano per l'accumulazione di extra budget incontrollati e

per nulla trasparenti. In particolare, Tanzi (1998) considera tre

punti influenzati dalla corruzione:

1. La definizione e la realizzazione dei progetti di

investimento, poiché porta con se un forte livello di

discrezionalità a vantaggio dei pubblici ufficiali di più alto rango,

influendo negativamente sia sulla loro dimensione che

composizione. I progetti pubblici difatti provvedono opportunità

per alcuni soggetti e gruppi, di ricevere commissioni per la loro

attivazione da parte di coloro che vengono scelti per eseguirli;

2. Gli acquisti pubblici, cioè l'acquisto di beni e servizi da

parte dello Stato e del Governo;

3. I fondi depositati al di fuori del budget ufficiale, in

particolare di quelli creati al fine di eludere i controlli

amministrativi e pubblici. Essi favoriscono in maniera concreta

la possibilità di realizzare spese non sottoposte a controllo, come

anche la distorsione di fondi che possono essere utilizzati dai

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale
SSD:
Docente: Bove Ettore
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mikiannie di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Basilicata - Unibas o del prof Bove Ettore.

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