HDX
Il continuo evolversi dei flussi marittimi nel Mediterraneo dimostra in realtà una
contraddizione costante tra gli approcci teorici, adottati in virtù di politiche di
salvataggio, accoglienza ed integrazione, e i risultati ottenuti attraverso una ripetuta
violazione dei diritti umani dei migranti.
Le operazioni di soccorso in mare, infatti, generano una narrativa politica che cela,
dietro azioni di respingimento considerate “positive” ai fini di contrastare
11 Il relativo piano d’azione si occupa di garantire l’utilizzo di strumenti efficaci per contrastare minacce in
ambito marittimo relative alla sicurezza e alla protezione del territorio.
16
l’immigrazione irregolare e salvare le vite dei migranti, la trasformazione degli stessi in
vittime di contrabbando e tratta di esseri umani, impedendo loro di raggiungere la
desiderata salvezza. Si assiste quindi ad un cambiamento della logica europea che,
promuovendo un modello umanitario di “salvataggio”, legittima le azioni intraprese
dalle autorità dei Paesi membri con il pretesto di preservare i migranti dai pericoli dei
viaggi irregolari, senza però fornire ad essi la possibilità di esercitare realmente i loro
diritti e avvalersi di libertà incontestabili.
Questa situazione di crisi in Europa aggravata dall’assenza di una visione unilaterale
nella gestione del fenomeno, il collasso delle politiche di accoglienza degli Stati riceventi,
in particolare Italia e Grecia, provocano ogni anno migliaia di morti nelle acque del
Mediterraneo. Con oltre 30.000 persone morte o disperse dal 2014, il Mediterraneo
centrale rappresenta la frontiera più letale del mondo per i migranti in movimento. La
tragedia umana alla quale si assiste riflette l’assenza di volontà politica e l’incapacità di
enti sovranazionali appartenenti al Vecchio Continente di accantonare interessi
puramente economici e soffermarsi piuttosto sulla risoluzione tempestiva e concreta di
una situazione d’emergenza che continua a trascinare sul fondo del mare vite umane.
Le opportunità di migrare attraverso vie legali e regolari, infatti, si sono ridotte a
causa dell'applicazione di stretti controlli alle frontiere esterne dell'UE. Di conseguenza,
molti migranti si vedono costretti a utilizzare mezzi illegali per entrare in Europa,
esponendo così le proprie vite a gravi pericoli. È per questa ragione, in particolare a
causa dell’elevato numero di vittime, che diverse ONG hanno deciso di attuare missioni
di salvataggio per evitare tragedie nel Mediterraneo.
In questo contesto, il Civil MRCC (Centro civile di Coordinamento del soccorso
marittimo) garantisce il soccorso delle persone in pericolo in mare e il loro sbarco in un
luogo sicuro, nel pieno rispetto delle norme del diritto internazionale,
indipendentemente dalla nazionalità, status e circostanze in cui si trovano i soggetti che
necessitano aiuto . Tale obbligo morale, oltre che legale, di rispettare i diritti umani
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fondamentali, ha riscontrato attuazione pratica nella fondazione dell’Organizzazione
delle Nazioni Unite, risultato della creazione di numerose associazioni di salvataggio,
allo scopo di plasmare quello che sarebbe diventato un obbligo comune di prestare
12 Mediterranea saving humans, 2024 in: Civil Fleet: la Flotta Civile di Soccorso in Mare
(mediterranearescue.org) 17
soccorso stabilito nei successivi trattati internazionali. In particolare, è con la nascita
dell’Organizzazione Marittima Internazionale del 1948, che tale organismo, ad oggi
comprendente 174 Stati Membri, avvalendosi di un’autorità mondiale, si occupa di
emanare norme per proteggere e garantire un corretto funzionamento del trasporto
marittimo internazionale.
Per comprendere maggiormente quali siano i limiti in cui rientra l’obbligo
internazionale di prestare soccorso in mare, occorre citare le principali convenzioni
adottate nella disciplina di tale fenomeno. Uno dei principali trattati internazionali in
materia di garanzia della sicurezza marittima è la Convenzione internazionale per la
salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS) che, dopo essere stata approvata nel
1914 a seguito del naufragio del Titanic, ed aver subito una serie di modifiche, ha trovato
una sua versione definitiva a partire dal 1974; tra le principali clausole adottate dispone
l’obbligo di garantire qualsiasi mezzo o servizio di ricerca e salvataggio per far sì che i
superstiti possano sbarcare il prima possibile in condizioni di sicurezza e in territori
idonei. Un ulteriore convenzione di rilievo è la Convenzione delle Nazioni Unite sul
diritto del mare del 1982, che, come si evince dall’art.98 “Dovere di prestare soccorso”,
impone la cooperazione tra paesi vicini nelle azioni di salvataggio di individui in
pericolo di vita e, in casi eccezionali, la delega ad altre autorità di occuparsi di tale
iniziativa.
Nonostante tali disposizioni rappresentassero un passo importante nell’imporre
obblighi di carattere internazionale nella disciplina dei salvataggi in mare, la svolta vera
e propria si è prodotta a partire dal 1979, con l’adozione della Convenzione
internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo (SAR, “search and rescue”), poi
entrata in vigore nel 1985: attraverso questa iniziativa gli oceani del mondo sono stati
divisi in 13 zone di ricerca all’interno delle quali ogni paese corrispondente detiene la
responsabilità in merito alle operazioni di soccorso. Questo per garantire azioni di
salvataggio concrete, mirate e tempestive sia nel rispetto della protezione dei migranti
ma anche nell’attuazione di misure di controllo dei confini che vengono attraversati
illegalmente.
In conclusione, si può dunque affermare che, nonostante le recenti politiche in materia
d’immigrazione abbiano tentato di integrare dialogo e cooperazione tra paesi e popoli,
il processo migratorio ancora presenta complessità e contraddizioni di portata notevole.
18
Nel caso del bacino Mediterraneo, tali difficoltà ed incongruenze contribuiscono a
fornire la visione di una realtà instabile, debole e insicura che più che gestire il fenomeno,
si trova ad esserne assoggettata, accettando passivamente quelle che sono le
conseguenze di una realtà che non sembra poter essere modificata in tempi rapidi. Dato
il carattere multifattoriale della migrazione in quest’area, si richiede una risposta
complessa e coordinata a livello internazionale che non solo rintracci i sintomi immediati
della crisi migratoria, ma anche le cause più radicate, promuovendo lo sviluppo
sostenibile nei paesi di origine e creando percorsi legali e sicuri per le vite dei migranti.
La salvaguardia della vita e della dignità umana, infatti, è ciò che è necessario sia
garantito come interesse primario, indipendentemente da ciò che stabiliscono leggi, patti
e convenzioni, ed è questo il ruolo che dovrebbero assumere le entità statali in contesti
sia nazionali che non. Chiudere le frontiere, contrastare gli arrivi, disinteressarsi a
qualsiasi forma di soccorso e salvataggio di vite umane, o ancor peggio reprimere quelli
che sono diventati eventi ormai quotidiani attraverso violenza e atrocità, non solo genera
forme di condotta delittuosa violando il rispetto dei principi umani fondamentali, ma
soprattutto non risolve in alcun modo la gravità del fenomeno, bensì tenta di
nasconderla, contribuendo a quella che si può considerare la forma più inefficace di
risoluzione.
“Le porte possono anche essere sbarrate, ma il problema non si risolverà, per quanto
massicci possano essere i lucchetti. Lucchetti e catenacci non possono certo domare o indebolire
le forze che causano l’emigrazione; possono contribuire a occultare i problemi alla vista e alla
.”
mente, ma non a farli scomparire 13
13 Zygmunt Bauman, 2002. “La società sotto assedio” 19
CAPITOLO SECONDO
2.1 L’origine del fenomeno migratorio in Italia
Il crescente sviluppo dell’immigrazione straniera in Italia è da ricondurre ad un
sostanziale cambiamento del potere di attrazione dell’economia italiana a partire dagli
anni 50’ e 60’ rispetto ad altri paesi europei.
Prima d’allora, in particolare durante gli anni del regime fascista, la presenza
straniera sul territorio nazionale, percepita come minaccia, aveva determinato la
necessità di avvalersi di misure normative di rigido controllo per proteggere l’ideologia
autocratica dittatoriale. Il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1926 infatti,
14
affidava agli uffici territoriali di pubblica sicurezza il compito di supervisionare la
presenza straniera per garantire il mantenimento dell’ordine pubblico e l’incolumità dei
cittadini; nel 1930 invece, l’introduzione di nuove procedure per i controlli di frontiera
rendeva necessaria la denuncia di presenza sul suolo italiano al fine di procedere con
operazioni di registrazione e controllo di eventuali spostamenti.
In realtà, tale politica restrittiva nei confronti dei rapporti con paesi esteri, non riuscì
a sopravvivere a lungo a seguito del crollo del regime; a dimostrarlo è l’art.35 della
Costituzione italiana, secondo cui la Repubblica «riconosce la libertà di emigrazione,
salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano
all’estero».
È proprio il principio dell’emigrazione a collocarsi quale elemento fondante di
strategia governativa per determinare una graduale evoluzione economica nazionale
sviluppatasi principalmente a partire dagli anni 60’: da un lato si puntò infatti a stipulare
accordi con i paesi interessati ad accogliere flussi di immigrazione e dall’altro si cercò di
promuovere l’interesse italiano all’emigrazione in un contesto di sviluppo globale.
Attraverso tale sistema, l’economia italiana produsse i tassi di crescita più elevati,
trasformando la struttura industriale produttiva del paese e avvantaggiando le
migrazioni interne come un’alternativa migliore rispetto all’emigrazione con l’estero; si
pensi all’ondata migratoria di studenti universitari diretti verso città a Nord della nostra
penisola.
14 Testo Unico della legge di pubblica sicurezza (TULPS), 1931 in: Testo Unico della legge di pubblica
sicurezza (TULPS) (studiocataldi.it) 20
A metà degli anni 70’ iniziarono anche i primi flussi di immigrazione straniera, in
particolare lavoratori, diretti in Italia, gestiti da regolamenti legislativi piuttosto carenti,
che ancora riflettevano l’ideologia del regime precedente. Con l’obiettivo di limitare tali
flussi e ridurre la richiesta di manodopera straniera a
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