Attraverso la terra, attraverso il mare
Trauma da migrazione. 5 maggio 2015. Amnesty International ed Associazione Mosaico. Mosaico è un’associazione fondata nel 2007 dai rifugiati, con sostegno di tanti italiani. Quest’anno abbiamo il problema delle ondate di migranti dalla Libia, soprattutto somali e sudanesi.
La situazione in Libia e le rotte migratorie
La Libia è la destinazione perché è un Paese ricco, dove si trova lavoro e, quindi, mandare soldi ai familiari, è un Paese sicuro: tra la guerra e la Libia c’è il deserto. Dopo la caduta di Gheddafi però la situazione in Libia è cambiata: è diventata non più una destinazione, ma una tappa di passaggio verso l’Europa. I rifugiati vengono dall’Eritrea, dove c’è una dittatura feroce, dall’Etiopia, dalla Somalia, dove c’è l’anarchia totale. La maggior parte dei rifugiati non arrivano in Europa, ma si fermano in Africa: in Ciad c’è un grande campo profughi, con milioni di persone; oppure si fermano nel Darfour. C’è un milione di somali rifugiati in quelle zone.
Perché arrivano i giovani?
Perché sono forti e perché i giovani sono destinati a combattere, e ciò non è una scelta. Questi giovani scelgono di non far parte di questa guerra, e quindi i loro familiari li invitano ad andarsene per paura di ritorsioni. Dalla Somalia e dall’Etiopia entrano in Sudan, attraversano il deserto libico, arrivano a Bengasi e prendono i barconi, che noi vediamo. Il gran numero delle persone che arrivano adesso sono pochi in proporzione al totale dei migranti (sono pochi quelli che arrivano rispetto a quelli che partono), perché comunque il viaggio costa. Chi ha soldi può partire, chi non ne ha è destinato a morire o vivere una situazione molto difficile.
Le difficoltà del viaggio e le morti nel mare
Noi vediamo solo l’ultima tappa, nel mare. Le persone che sono morte in mare sono comunque tantissime, più di 23.000 dall’inizio dell’anno. Comunque un altro gran numero non lo vediamo, e sono i dispersi nel deserto. Altro più gran numero sono le persone in carcere in Somalia o in Eritrea, o dispersi nel Darfour. Non vediamo tutte le persone morte o disperse in Siria, Giordania, in Libano. È stato aperto un canale umanitario su richiesta dell’ONU per 12.000 persone, ma non è sufficiente. Quando si chiudono le vie legali, si cerca una via illegale. È un business diventato molto redditizio.
I trafficanti di migranti
I gommoni utilizzati dai trafficanti di migranti sono importati dalla Cina. Sono arrivati ora in Libia container pieni di gommoni dalla Cina. Ovviamente i viaggi si sono fatti più pericolosi. I trafficanti per paura della polizia libica, lasciano i migranti a circa 50 km dal confine ed indicano la strada per Kufra. Ma nel viaggio verso la città, molte persone muoiono nel deserto.
La violenza e il trauma
Roland Barthes dice che la violenza è tale perché è insignificabile, nell’ordine del non senso totale. È un fotografo ed intellettuale che riflette sulle foto shock, perché il XXI secolo ci ha lasciato un’infinità di immagini che tolgono il fiato, che obbligano ad una posizione ambivalente: la foto shock è una foto che non vorremmo guardare ma che in realtà continuiamo a guardare, non riusciamo a distogliere lo sguardo e mentre guardiamo ci diciamo che non possiamo vedere queste cose. C’è una dimensione della violenza, dell’orrore e dell’atrocità che va conosciuta. C’è una dimensione voyeuristica.
Iniziamo a dire qualcosa sulla responsabilità del sistema occidentale, ma anche delle responsabilità di un sistema interno. La prima questione che si pone forte e che assume la dimensione del trauma è che qui la violenza deriva da un connazionale, da un libico che fino a qualche anno prima era un “vicino”. La violenza arriva dall’interno. Ci sono immagini altrettanto scioccanti che fanno vedere come in Libia si eserciti su questi corpi migranti che sono riusciti ad arrivare vivi in Libia e che stanno aspettando di salire sui barconi forme di violenza arbitraria.
Ciò che va detto con forza è che questa non è una violenza che arriva da un nemico lontano, è una violenza che può arrivare da qualcuno con cui si condivide la lingua, la religione, fino a qualche attimo prima ci aveva aiutato e poi passa dall’altra parte, magari perché non ha i soldi per il viaggio e quindi decide di diventare piccolo scafista per pagarsi il viaggio per l’Europa. Quindi è una violenza a tanti livelli.
Violenza interna ed esterna: un parallelismo storico
Con un parallelismo storico un po’ forzato, è una violenza alla quale le popolazioni dell’Africa subsahariana sono esposte da tempo. Quando noi paragoniamo queste migrazioni forzate alla schiavitù di qualche secolo fa, stiamo sicuramente facendo un errore storico, ma in un punto c’è qualcosa che deve farci riflettere: se la schiavitù ci ha insegnato qualcosa è che certamente la violenza veniva portata da un sistema che era quello europeo di espansione imperialistica che aveva bisogno di schiavi dall’altra parte dell’Atlantico, ma chi esercitava la violenza di villaggio in villaggio e di città in città erano senegalesi, le popolazioni del Golfo di Guinea. Era una violenza che veniva esercitata dall’interno: i capi villaggio si liberavano delle persone indesiderate facendole prendere ai portoghesi, un padre che aveva tanti figli e non sapeva come distribuire le terre ai figli più piccoli, dava i cadetti in schiavitù.
La violenza con cui siamo costretti a confrontarci è contemporaneamente la violenza che arriva dall’esterno ed all’interno: il nemico diventa intimo, dice qualche autore, il nemico diventa qualcuno che fino a poco prima era il vicino di casa con cui si andava a lavorare nei campi.
Il trauma delle esperienze accumulate
Queste persone stavano scappando da un sistema di violenza politica interna al loro Paese, si sottopongono ad un sistema di violenza interno gestito da connazionali o da persone legate ad un’area “di famiglia”, e poi si espongono alla violenza del sistema asilo in Europa. È in questa cornice che poi va collocato il trauma: abbiamo un accumulo e sovrapposizione di esperienze violente, straordinarie, non attese, ed allora il primo punto da mettere è che il trauma di cui parlano gli psicologi è spesso una categoria semantica riduttiva, perché noi siamo alla ricerca di una sola esperienza traumatica, di una esperienza che ha sconvolto l’esistenza, quando queste persone in realtà si ritrovano a dover vivere una sommatoria di esperienze traumatiche, e quando si aspettano che quella sia l’ultima e poi sia finito, in realtà il sistema continua a produrre violenza.
Il trauma a cui si deve pensare in questi scenari è un trauma che si fa plurale e soprattutto dobbiamo guardarlo nella sua complessività, non pensare che il trauma sia solo quello del Paese d’origine, di qualcosa che è accaduto nel Paese di origine, ma dal Paese di origine guardare il viaggio e poi guardare come funziona il sistema di accoglienza. Quando una giovane ragazza etiope, alla domanda un po’ ingenua e banale, nel primo colloquio con lo psicologo, “Parla di quello che adesso non ti fa dormire e non ti fa star bene”, racconta che il suo problema è stato, quando è arrivata nel Centro CARA di Crotone, l’aver ricevuto un solo pezzo di sapone per lavarsi, lavare i panni sporchi, le parti intime, per 2 settimane. Per lei quello era diventato la violenza massima.
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