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Attraverso la terra attraverso il mare Trauma da migrazione

Conferenza tenuta nell'ambito di una lezione universitaria nell'ambito del ciclo di conferenze I Lunedì dei Diritti Umani organizzato da Amnesty International.
Vuole analizzare i traumi vissuti dai migranti, Università degli Studi di Milano Bicocca - Unimib.

Esame di Fondamenti di psicologia di comunità docente Prof. S. Taliani

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post traumatico da stress. Questa è la violenza del sistema asilo in Europa: costringere i rifugiati ad un unico racconto,

ad omologare le loro esperienze ad un unico canovaccio.

Mosaico, negli incontri con le donne, priva a far condividere le varie esperienze. Quando i migranti lasciano i loro Paesi

hanno tante speranze, perché hanno un’idea che qui è un paradiso. Ma in realtà trovano un contesto molto diverso. La

prima cosa che le donne si chiedono è “dove siamo?”. Se durante l’accoglienza possono mangiare solo minestrone per

1 mese, rimangono stupiti, perché non possono immaginare di mangiare minestrone per 1 mese in un Paese civile.

Quindi fanno un paragone tra quello che hanno lasciato nel loro Paese e quello che vivono in Italia.

Dobbiamo partire anche dal fatto che una donna si sia accolta in un gruppo al punto da dire che per lei mangiare

minestrone per 1 mese non è da Paese civile, per lei fa parte di una civiltà civile poter mangiare quello che si vuole. Da

un punto di vista psicologico è importante, perché noi occidentali quando mangiamo lo facciamo per davvero.

Bisogna tener conto che per una donna africana dover vivere una comunità senza i suoi ritmi di vita è un problema, ma

deve trovare un luogo dove potersi esprimere. Ella ha difficoltà di adattamento, di integrazione. Quindi se raccontasse

ciò davanti ad uno psicologo sarebbe una donna disadattata, perché non riuscirebbe ad integrarsi in un sistema che, dal

nostro punto di vista, le sta offrendo tutto. Quelle donne davanti ringraziano, ma dentro vorrebbero dirci che non stanno

bene e che non le stiamo aiutando come loro si aspettano.

Ci sono tante ragazze che arrivano qui, come quelle della Somalia, che non vanno a scuola. Il loro percorso sarà difficile.

È vero che sono in Italia, e lasciarla sarà difficile. Ognuno ha il suo percorso, difficile, non pensando che sia qualcuno

faccia il percorso al loro posto.

Tante delle persone che lasciano la loro terra è perché c’è la guerra, altre per le dittature che opprimono quelli che

considerano una minaccia per il regime. I complici di queste situazioni sono anche gli occidentali, che ora non vogliono

vedere o capire la situazione che i rifugiati vivono nei loro Paesi. Le conseguenze vanno condivise fra l’Africa, l’Europa e

gli Stati Uniti: se vogliamo vincere il problema dell’immigrazione clandestina, dobbiamo risolverlo insieme. Le guerre in

Africa sono spesso causate dal fatto che sono terre ricche di risorse naturali.

Quando si intraprende questo viaggio, si pensa non a sé stessi, ma a quello che si lascia indietro, alla famiglia che si

lascia nel Paese d’origine.

Grazie alla globalizzazione, in teoria ci si può muovere liberamente. Ma noi europei possiamo andare liberamente in

Africa, ma non è vero il contrario. Finché noi non risolviamo questo problema, continueranno ad esserci dei morti.

Ormai viviamo in un mondo molto frantumato, soprattutto se guardiamo al Mediterraneo. Dobbiamo pensare che se nel

2011 muoviamo guerra alla Libia, ci saranno delle conseguenze. Ora ci troviamo a confrontarci con la frantumazione di

un territorio, in cui i più deboli vengono mossi come delle pedine per ottenere qualcosa. Questo scenario di massima

dobbiamo sempre tenerlo a mente perché le vite delle persone che incontriamo si muovono in questa scacchiera.

Tony Morrison rievoca il periodo della schiavitù negli Stati Uniti d’America, facendo dire ad uno dei protagonisti della sua

storia, un’anziana donna che ha vissuto 60 anni da schiava e 10 anni da donna libera, che lei ha imparato una verità

nella vita: il bianco non smette di giocare a dama neanche quando le pedine sono i suoi figli.

Il problema oggi della globalizzazione è che non c’è solo più i bianchi a giocare a dama anche quando le pedine sono i

propri figli, ma ci sono anche i vari dittatori, trafficanti, politicanti corrotti e così via.

Quello che fa problema è che oggi ci sono delle persone disposte a farsi caricare nella stiva di una nave chiusa a chiave,

sapendo che possono andare incontro alla morte. È questo il punto che per uno psicologo fa nodo. Le condizioni di vita

di una persona che le consentono di accettare la violenza squarciano psichicamente è la questione della responsabilità

individuale. La ferocia del sistema è che quelle persone hanno desiderato salire su quelle navi, anzi hanno fatto di tutto

per salirci.

Quelle che stiamo guardando sono delle esistenze tragiche: la tragedia è già scritta, è ovvio che non c’è nulla di

normale, dove sappiamo che ogni azione avrà delle conseguenze nefaste su qualcun altro. Ed è già scritto.

Quello che spinge questo desiderio di altrove è molto spesso la possibilità di vivere una vita normale, cioè si affronta la

tragedia con un unico desiderio: vivere una vita normale. Qual è la vita normale? Una casa, anche piccola, un piccolo

lavoro. Per raggiungere il desiderio di normalità abbiamo delle vite che sono disposte a tutto. Ma dopo che ci si è lasciati

dietro la devastazione, si può avere una vita normale?

Normalità è anche sentirsi sicuro senza paura di essere aggredito.

Forse in questo desiderio di normalità c’è anche il desiderio di mobilità, di potersi muovere senza problemi, proprio come

succede per noi europei. Forse questo desiderio nasce nell’epoca moderna, nato dallo sviluppo di una certa tecnologia e

dalla riduzione delle distanze. Nelle persone c’è proprio questo desiderio di libertà di movimento. È una questione di

avere diritti ed un apparato burocratico che permetta questo, e non solo una questione economica.

Noi non riusciamo ad invitare studiosi africani perché c’è bisogno di una lettera in cui si dichiara il ritorno in patria finita la

conferenza, altrimenti non si ottiene il visto. Negli Stati Uniti, molti non sono riusciti a partecipare a conferenze perché

l’ambasciata statunitense non aveva avuto sufficienti garanzie per un futuro ritorno in Africa del relatore.

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Il problema è che se si arriva alla normalità dopo che si è lasciata indietro devastazione, è difficile ottenere una vita

“normale” e tranquilla.

Oggi milioni di persone vivono in accampamenti, la forma più diffusa nei vari continenti di abitazione è l’accampamento/il

campo. Bisogna chiedersi cosa vuol dire passare anni della propria vita in un campo, che è diventato una vera e propria

cittadina, con i servizi, organizzazione interna e così via; fino ad arrivare ai campi palestinesi, che sono diventati vere e

proprie città, in cui si è arrivati già alla terza generazione di persone nate nei campi; così come ci sono Europa degli

accampamenti spontanei o campi amministrati dalle istituzioni pubbliche (CARA, centri amministrativi richiedenti asilo, e

CIE, centri di identificazione ed espulsione o di detenzione amministrativa, come si chiamano in Francia).

Questi sono spazi dove lavorano medici e psicologi, perché da parte nostra si intuisce che sono centri di sofferenza

urbana e sociale. Noi non ci stiamo chiedendo come superare l’accoglienza nel campo, ma stiamo fornendo al campo

tutta una serie di operatori ed esperti che possano gestire la sofferenza lì dentro. Quindi quel sistema non viene mai

messo in discussione, lo teniamo così, eventualmente abbiamo bisogno di esperti che ci dicano come gestire le

sofferenze in quelle nuove forme dell’abitare.

L’Europa sta costruendo dei canali privilegiati per i vulnerabili: è un pericolo enorme. Perché intanto chi definisce la

vulnerabilità siamo sempre noi, è l’Europa, quindi siamo noi a stabilire i criteri della vulnerabilità. E questi criteri, non

essendo leggi naturali ed eterne, sono modificabili, sindacabili, nulla dice che oggi una donna stuprata è vulnerabile e fra

10 anni non lo sarà più, che una donna incinta oggi è vulnerabile e fra 10 anni non lo sarà più. Il primo rischio è che se

continuiamo a pensare che noi facciamo accoglienza e vogliamo solo le persone più vulnerabili, da un lato noi stabiliamo

i criteri e quindi esercitiamo una forza violenta ed arbitraria nei confronti dell’altro, dall’altra parte chi cerca di entrare in

Europa diventerà vulnerabile. Se io so che per entrare in Europa ho un canale privilegiato di vulnerabilità, io cercherò in

tutti i modi di essere vulnerabile. Noi produciamo una macchina di vulnerabili.

Ad esempio, dato che per la donna musulmana l’essere nella fase di mestruazione può scoraggiare l’uomo musulmano

dall’avere rapporti sessuali con lei, le donne, quando si avvicinano alle frontiere, si procurano loro stesse dei tagli al

livello del inguine per avere gli indumenti intimi sporchi di sangue e far passare la ferita come mestruazione. Ciò a volte

funziona.

Questa macchina di produzione della vulnerabilità funziona anche per entrare in Europa. Perché se il corpo della donna

viene poi visitato dal ginecologo di turno, se si vuole dimostrare una violenza, se si possono mostrare delle ferite o

cicatrici, questo permetterà di avere delle prove evidenti che si è vulnerabili.

La costruzione della categoria del vulnerabile costruisce socialmente dei vulnerabili. Secondo i nostri criteri e secondo le

loro produzioni.

C’è un’antropologa, Lisa Malki, che ha lavorato in un campo profughi in Burundi negli anni ’70 – ’80, che dice che il

sistema profughi e rifugiati nel mondo, allora, per gli utu burundesi, stava prendendo sempre più la forma di avere un

corpo eloquente. Quello che interessa al sistema sociale e giuridico che controlla gli sfollati interni ed i rifugiati non è il

racconto di quella persona, ma avere il vulnerabile per eccellenza a cui è accaduto qualcosa che dal mio punto di vista è

disumano. È nel suo corpo che potrà avere la “prova” di questa esperienza. Il sistema sta andando nella direzione di

voler avere un corpo che parla per poi mettere a tacere la bocca: non mi interessa più qual è la tua storia e cosa ti è

successo, mi interessa che il tuo corpo abbia delle prove evidenti in modo tale che io possa darti il diritto protetta nel

campo perché vulnerabile.

Questo è un rischio, perché se io, come donna, ho più possibilità di avere un permesso di soggiorno se da qualche parte

mi porto i segni di una violenza subita, c’è il rischio che quella violenza subita me la possa procurare anche io. Arrivo a

pensare che posso passare da questa esperienza per avere il permesso di soggiorno.

La categoria temporale del “prima” è stata utilizzata da Primo Levi ne I sommersi e i salvati. Dice che quando andava

nelle classi a fare testimonianza, c’era sempre qualche studente che chiedeva perché gli ebrei non sono fuggiti prima.

Ma prima di cosa? Quando è che si può sapere quando è il prima, quando si stanno vivendo i fatti storici e non si sa

cosa accadrà dopo? Adesso è più semplice stabilire che forse c’era un prima, un prima di quello che è successo al

ghetto di Varsavia, c’era un prima dei rastrellamenti a Roma, ma per loro non c’era un prima. O forse qualcuno lo sapeva

anche, ma non era creduto.

Il problema per l’Europa è che se scappi troppo prima, se ti salvi e non sei vulnerabile, non sei desiderabile, e sei

espellibile, perché quando arrivi in Europa deve per forza esserti successo qualcosa, altrimenti non sei vulnerabile e non

sei vittima.

La categoria della vulnerabilità è una categoria che ci imprigiona tutti, noi che dobbiamo fare certificati di vulnerabilità e

che dobbiamo trasformare un uomo in vulnerabile, e loro perché in questa categoria di vulnerabili ci devono entrare a

tutti i costi per avere una qualche chance per essere regolari.

Se prende così forza la categoria della vulnerabilità, gli psicologi hanno bisogno di una diagnosi che attesti la

vulnerabilità, e per fare ciò si avvalgono di categorie, creando dei registri di totale arbitrarietà.

La categoria che per eccellenza viene utilizzata è quella del disturbo post traumatico da stress. È una diagnosi che

vogliono anche i pazienti, perché è la diagnosi che, una volta ricevuta, attesta e certifica che quello che si dice è vero.

Con la diagnosi si legittima il dato storico. 4


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in comunicazione e psicologia
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesca ghione di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di psicologia di comunità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Taliani Simona.

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