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Imputazione soggettiva e rischio penale d'impresa

Tesi per Interfacoltà, dell'Università degli Studi del Molise - Unimol elaborata dall’autore nell’ambito del corso di Diritto penale commerciale tenuto dal professore Abbagnano Trione dal titolo Imputazione soggettiva e rischio penale d'impresa. Scarica il file in formato PDF!

Materia di Diritto penale commerciale dal corso del relatore Prof. A. Abbagnano Trione

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La giurisprudenza di legittimità , ad ogni modo, appare in tempi recenti

assestata nel riconoscere il dolo eventuale in capo al soggetto che, essendo

sieropositivo e consapevole di tale stato, abbia intrattenuto plurimi rapporti sessuali

non protetti con partner sano, poi contagiato tramite tale tipologia di condotta.

3.3. La posizione della Corte di Cassazione

Il confine tra dolo eventuale e colpa con previsione appartiene alla consolidata

giurisprudenza della Suprema Corte, che ha più volte stabilito che il dolo eventuale

si differenzia dalla colpa cosciente, in quanto, il primo consiste nella

rappresentazione della concreta possibilità della realizzazione del fatto, con

accettazione del rischio (e, quindi, volizione) di esso, mentre la seconda consiste

nella astratta possibilità della realizzazione del fatto, accompagnata dalla sicura

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fiducia che in concreto esso non si realizzerà (quindi, non volizione) . Il criterio

distintivo deve essere dunque ricercato sul piano della volizione: essenzialmente

laddove, nel dolo eventuale, il soggetto avrebbe agito anche se avesse avuto la

certezza del verificarsi dell’evento, viceversa nella colpa cosciente tale certezza lo

avrebbe fatto desistere dall’azione.

Con una nota sentenza la Corte di Cassazione sancisce: «ciò che è necessario

e sufficiente per ritenere la sussistenza del dolo eventuale è la rappresentazione

positiva, nell'agente, anche della sola possibilità positiva del prodursi di un fatto di

66 Cass. Pen., Sez. V, 17 settembre 2008, n. 44712, in www.altalex.com.

67 In questo senso, Cass. Pen., Sez. IV, 24 giugno 2009, n.28231, in dejure.giuffre.it; Cass. Pen.,

Sez. IV, 10 febbraio 2009, n. 13083, in dejure.giuffre.it; Cass. Pen., Sez. IV, 10 ottobre 1996, n.

11024, in Giust. pen., 1997, p.622.

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reato lesivo di un interesse tutelato dal diritto, ed esiste un solo criterio certo per

stabilire quale è stato l'atteggiamento del soggetto nei confronti dell'evento

rappresentato. Questo criterio consiste nel comportamento tenuto: se l'agente si

determina ad una certa condotta, malgrado la previsione che essa possa sfociare

in un fatto reato, ciò significa che accetta il rischio implicito nel verificarsi

dell'evento; qualora avesse voluto sottrarsi a tale rischio, qualora non avesse

acconsentito all'evento, non avrebbe agito. Ne discende che lo stato di dubbio sulla

possibilità che la condotta posta in essere esiti in un fatto di reato non esclude il

dolo, poiché comunque suppone la rappresentazione dell'evento e l'accettazione

68

del relativo rischio» .

Al contrario, la colpa con previsione dell’evento si contraddistingue per la

previsione negativa, da parte dell’agente, che il fatto di reato non si realizzerà. In

sostanza, pur in presenza di un’astratta previsione che l’evento possa verificarsi,

l’agente respinge il rischio confidando nella propria capacità di controllare l’azione.

Come meglio si vedrà nella continuazione della presente ricerca, quel che

maggiormente critica la dottrina alla giurisprudenza, è che spesse volte,

quest’ultima tende a giustificare decisioni già prese, attraverso motivazioni che

potrebbero condurre ad un esito differente, esprimendosi con formule del tipo

l’autore “non poteva non sapere” e “non doveva non sapere”.

68 Così, Cass. Pen. Sez. I, 14 febbraio 2012, n. 31449, in dejure.giuffre.it.

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4. Le ipotesi ricostruttive proposte dalla dottrina: Teorie della volontà, teorie

della rappresentazione e teorie miste

Numerose risultano essere le teorie elaborate da parte della letteratura penalistica in

ordine alla dicotomia strutturale del dolo eventuale e della colpa cosciente.

Alcune di esse sono riconducibili al paradigma della teoria della

rappresentazione, conformemente alla quale soltanto l’azione potrebbe essere

oggetto di rappresentazione e volontà, mentre l’evento, o comunque gli elementi

del fatto tipico diversi dalla condotta materiale, potrebbero essere oggetto di sola

rappresentazione, ma non di volontà – intendendosi per “volontà” un “impulso

fisico ai nervi motori”, il quale necessariamente dovrebbe, quindi, avere ad oggetto

solo il “movimento” umano o la “persistenza nello stato di quiete”, e non le

conseguenze dell’azione.

Tra queste meritano una considerazione la tesi della probabilità e quella della

possibilità: secondo la prima il dolo sussiste per il solo fatto che l’agente si

rappresenta l’evento come conseguenza probabile della propria condotta, senza che

sia necessario il riscontro di alcun coefficiente volontaristico; all’opposto, si

verserebbe nell’ambito della colpa cosciente quando il soggetto attivo considera

l’evento solo possibile.

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Tale tesi è ritenuta difficilmente attuabile e criticata da buona parte della

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dottrina in quanto risulta non facile confidare nel criterio della distinzione quale

quello dell’affidamento che è un fattore meramente statistico - probabilistico,

lasciando da parte l’elemento volitivo che è, invece, componente essenziale della

struttura del dolo.

La seconda tesi è quella della cd teoria della possibilità; secondo tale teoria, la

punibilità a titolo di dolo eventuale presupporrebbe la sola rappresentazione della

possibile verificazione dell’evento. In base a tale prospettazione, il dato

differenziale tra dolo eventuale e colpa cosciente andrebbe rinvenuto nella

previsione dell’evento (astratta nella colpa, concreta nel dolo). Condividendo tale

impostazione, la distinzione tra i due istituti, resterebbe senz’altro in un ambito di

carattere piuttosto indefinito, non essendo di individuazione certa la soglia di

probabilità statistica al di sopra della quale la mera possibilità divenga probabilità.

A queste impostazione dottrinali, che poggiano sulla valorizzazione

intellettualistica, si contrappongono le tesi cd volontaristiche, di matrice pure

sempre soggettiva, ma volontaristica, che si connotano per il fatto di valorizzazione

l’aspetto volitivo, attribuendo al Giudice il compito di verificare quale sarebbe stato

il comportamento del soggetto agente se fosse stata certa la verificazione

dell’evento da lui non desiderato, reputando l’esistenza del dolo eventuale quando

si constati che questi avrebbe comunque agito.

69 Vari Autori concordano nel ritenere che, al più, il criterio basato sulla probabilità possa essere

utilizzato al fine di trarre elementi indizianti per la qualificazione dell’elemento soggettivo. Fra

questi, C S., Dolo eventuale e colpa cosciente, cit., p. 35. Coerentemente, del resto, si

ANESTRARI

tende a sottolineare il fatto che dolo e colpa siano, in effetti, elementi qualitativamente diversi: dal

che l’inadeguatezza di una distinzione di carattere puramente quantitativo fra essi (e, quindi,

dell’attribuzione di carattere decisivo, e non limitato alla sola valenza indiziante, ad aspetti di

carattere quantitativo). In quest’ultimo senso, tra gli altri, L G., Dolo eventuale, in Riv. it. dir. e

ICCI

proc. pen., 1990, p. 1505.

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La complessità dell’evoluzione dottrinale e giurisprudenziale in ordine

all’individuazione del criterio di circoscrizione dell’elemento soggettivo è

rappresentata dalla presenza di altri orientamenti, le cd. teorie miste, che

rappresentano oggi il criterio più accreditato e si fondano sulla cd “accettazione del

rischio”; quest’ultimo parametro di valutazione è senza dubbio quello che, fino ad

ora, ha avuto maggior applicazione giurisprudenziale e maggior credito in dottrina,

tanto che si potrebbe parlare quasi di ricorso ormai tradizionale a tale teoria nella

70

prassi .

«La formula più accreditata nella dottrina contemporanea è quella che

identifica il dolo eventuale con l’atteggiamento di chi, pur ritenendo in concreto la

realizzazione dell’evento una possibile conseguenza della propria azione, tuttavia

non se ne astiene, accettando quindi consapevolmente il rischio del suo verificarsi.

71

(teoria dell’accettazione del rischio)» .

La colpa cosciente di contro è sempre caratterizzata dal fatto che l’evento non

è mai voluto anche se previsto come possibile conseguenza dell’azione o della

omissione.

Problema peculiare di entrambe le categorie sta nel tracciare un confine

sufficientemente netto tra esse.

70 In questo senso vari autori, C S., La definizione legale del dolo: il problema del dolus

ANESTRARI

eventualis, in riv. it. dir. proc. pen., 2001, p. 919; F G., Ai confini fra dolo e colpa: dolo

ORTE

eventuale o colpa cosciente?, in riv. it. dir. proc. pen., 1999, pp. 255 ss; in effetti, viene altresì

richiamata l’osservazione di, PROSDOCIMI S., Considerazioni su dolo eventuale e colpa con

previsione, in Prospettive di riforma del codice penale e valori costituzionali, Milano, 1996, p.

171; secondo quest’ultimo autore, la teoria dell’accettazione del rischio costituisce uno schermo

dietro il quale “si avverte l’eco di teorie diverse, cui il Giudice sembra affidarsi sulla scorta di

criteri di carattere intuitivo o di inconfessate ed incontrollate istanze di carattere politico

criminale”.

71 Così, F C. – F S., op. ult. cit., p. 210.

IORE IORE

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La linea di demarcazione tra dolo eventuale e colpa cosciente viene individuata

nel diverso atteggiamento psicologico che muove l’agente; si avrà dolo eventuale

quando l’agente accetta il rischio che si realizzi un evento diverso non direttamente

voluto; si avrà colpa cosciente quando l’agente, nonostante la medesima

prospettazione, respinga il rischio, confidando nelle proprie capacità di controllare

l’evento.

Comune alle due figure è la previsione dell’evento; divergente è l’animus con

il quale si compie l’azione che si differenzia in accettazione ovvero esclusione del

rischio relativo.

Sembrerebbe opportuno aderire alla concezione di quella parte, la quale

sostiene che «solo la concretezza del singolo caso – nella pienezza del riferimento

a una specifica esperienza di vita – può veramente sciogliere, fornendo

all’interprete e al Giudice i dati che permettono di stabilire, ad esempio, se il

soggetto ha veramente fatto i conti con la possibilità del verificarsi dell’evento, nei

72

termini propri di una accettazione del rischio » .

72 Così, F C. – F S., op. ult. cit., p. 259.

IORE IORE

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CAPITOLO 3: LE LINEE DI CONFINE DELLE CATEGORIE

DELINEATE DALLA GIURISPRUDENZA DI MERITO NELLA

VICENDA GIUDIZIARIA DELLA “THYSSENKRUPP”

Sommario: 1. Premesse introduttive. Le sentenze 2. Il giudizio di primo

grado: l’individuazione delle posizioni soggettive qualificate e la

ricostruzione dei diversi contributi psicologici 3. Dolo eventuale, colpa

cosciente e sicurezza sui luoghi di lavoro 4. La prevalenza della componente

rappresentativa su quella volitiva 5. Il punto di vista della dottrina: è corretto

ritenere il dolo eventuale? 6. La sentenza di secondo grado - Il revirement

dell’impostazione tradizionale 7. Le conseguenze di una giurisprudenza

oscillante e l’impatto sulla collettività 8. Sentenza isolata o nuovo

orientamento?

1. Premesse introduttive. Le sentenze

Come evidenziato fino a questo punto della ricerca, nelle attività

caratterizzate da un rischio di base autorizzato, possono verificarsi tragici e

spiacevoli eventi nei quali alcuni beni tutelati dall’ordinamento possono venir

lesi. Emblematico è il caso della “ThyssenKrupp” che è venuto all’attenzione

della pubblica opinione per ben tre volte: la prima volta come tragica notizia

di cronaca, per via del rogo scoppiato nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007

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nella fabbrica piemontese dell’azienda tedesca e nella quale sono risultate

vittime un numero intollerabile di persone/dipendenti, senza che i presidi

antincendio risultassero idonei alla pericolosità dell’attività svolta. La

seconda volta quando la Corte d’Assise di Torino, organo giudicante

incaricato di verificare le responsabilità del caso, ha pronunciato una sentenza

senza precedenti per il tipo di fattispecie contestate e condanne irrogate agli

imputati. Fino ad oggi difatti, gli incidenti conseguenti ad infortuni sul lavoro,

malattie professionali od omissioni di cautele erano sempre stati sanzionati a

titolo di responsabilità colposa ed il passaggio da responsabilità colposa a

responsabilità dolosa comporta conseguenze ben più severe per l’imputato.

La terza ed ultima volta, almeno fino ad oggi, quando la Corte d’Assise

d’Appello ha confermato nel complesso l’impianto della pronuncia di primo

grado ma nel contempo, ha significativamente ridotto le pene a carico di tutti

gli imputati e rovesciato il verdetto dei Giudici di primo grado quanto alla

sussistenza del dolo eventuale in capo all’amministratore delegato,

ritenendolo responsabile a titolo di colpa cosciente.

Come spesso accade, ogni qual volta si verificano eventi così

sconvolgenti l’intera comunità ha una reazione istintiva volta a condannare

gli imputati ancor prima che si celebri il processo, chiedendo a gran voce che

gli stessi vengano puniti con la pena più aspra possibile. Se ciò da un punto di

vista sociale potrebbe essere anche compreso, si deve considerare che

nell’applicazione del diritto i Giudici dovrebbero essere quanto più possibile

non emotivamente coinvolti e distanti da quelle che sono le istanze della

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comunità applicando le norme in maniera oggettiva evitando forzature delle

disposizioni normative.

Nel caso di specie i Giudici si sono trovati dinanzi a quanto accaduto

negli stabilimenti torinesi della ThyssenKrupp quando, da poco passata l’una

di notte del 6 dicembre 2007, sulla linea 5 dell’acciaieria, si sviluppa un

principio d’incendio. Un operaio si china per tentare di spegnerlo;

improvvisamente cede un tubo e fuoriesce una gran quantità d’olio idraulico

che provoca un’esplosione. L’operaio muore sul colpo. Dietro di lui sei

compagni di lavoro vengono travolti dalle fiamme. L’ottavo componente

della squadra riesce miracolosamente a sopravvivere nonostante anch’egli

riporta gravissime ustioni; poche ore dopo l’esplosione e nei giorni successivi

muoiono altri operai. Sette morti, una strage sul lavoro purtroppo epocale,

come “epocale” e “storica” è stata definita la sentenza di primo grado. Nel

momento di accadimento del fatto, la gran parte dei lavoratori era in fase di

trasferimento in vista della prossima dismissione dello stabilimento torinese;

difatti i dipendenti rimasti erano pochi e le condizioni di lavoro, nonostante i

ritmi forsennati, erano al di sotto della soglia minima di dignità e di

73

sicurezza. Il 15 aprile 2011 con sentenza della Corte D’Assise di Torino si

chiude, in tempi record dopo più di ottanta udienze, il primo grado di giudizio

del processo iniziato il 15 gennaio 2009. Il Presidente Maria Iannibelli, il

Giudice a latere Paola Dezani e i sei Giudici popolari hanno preso una

decisione storica per la Giurisprudenza Italiana in relazione ai reati contestati

ai sei imputati accogliendo tutte le richieste dell'accusa e dando differenti

73 Ass. Torino, 15 aprile 2011, dep. 14 novembre 2011, in www.penalecontemporaneo.it.

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valutazioni di responsabilità. Si riportano di seguito, sinteticamente, le

condanne inflitte dalle sentenza di primo grado e nel giudizio di Appello al

fine di approfondire le problematiche correlate all’elemento psicologico degli

autori del reato.

Nel giudizio di primo grado l’amministratore delegato ESPENHAHNN,

il quale aveva la delega in materia di sicurezza sul lavoro, è stato condannato

a 16 anni e mezzo di reclusione per omicidio volontario con dolo eventuale

(ovvero, secondo quando stabilito dalla Corte, per essersi concretamente

rappresentato prima del fatto l’evento incendio micidiale), disastro e incendio

dolosi.

L'impianto delle accuse formulate dai magistrati ha portato a ritenere che

ESPENHAHNN avesse “accettato” il rischio di un disastro mortale

all’interno della sua azienda e che abbia scelto, in vista dell'ormai decisa

dismissione dello stabilimento torinese a vantaggio di quello di Terni, una

logica del risparmio economico che ha sacrificato la sicurezza dei lavoratori

fino al punto di provocare (e volere) la strage. ESPENHAHNN, nonostante

fosse a completa conoscenza dei problemi, prendeva dapprima la decisione di

posticipare dal 2006/2007 al 2007/2008 gli investimenti antincendio per lo

stabilimento di Torino pur avendone già programmata la chiusura, e poi

prendeva la decisione di posticipare l'investimento per l'adeguamento della

linea 5 ad epoca successiva al suo trasferimento da Torino a Terni.

L'amministratore delegato è stato dunque condannato per aver omesso di

adottare misure tecniche, organizzative, procedurali, di prevenzione e

protezione contro gli incendi con riferimento alla linea 5.

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Differenti sono state ritenute le responsabilità degli altri concorrenti;

difatti il responsabile del servizio prevenzione e protezione, nonché dirigente,

Cosimo Cafueri; il responsabile dello stabilimento Raffaele Salerno; i membri

del comitato esecutivo Marco Pucci e Gerarld Priegnitz con deleghe in

materia commerciale finanziaria sono stati tutti condannati a 13 anni e mezzo

di reclusione per omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento,

disastro e incendio. Ancor diversa la sanzione inflitta al responsabile della

pianificazione degli investimenti antincendio Daniele Moroni che è stato

condannato a 10 anni e 10 mesi per gli stessi reati.

Per quel che riguarda la responsabilità amministrativa della

ThyssenKrupp, dipendente da reati commessi da figure apicali dell’azienda di

cui al D.lgs 231 del 2001, la sanzione pecuniaria a carico dell’impresa

medesima è pari ad un milione di euro, mentre altri 800.000 euro sono stati

addebitati a titolo di confisca del prezzo del profitto (basato sul risparmio

nella sicurezza), e sono state disposte ulteriori misure accessorie quali:

1) il divieto di pubblicizzare i propri prodotti per 6 mesi;

2) esclusione per 6 mesi da sussidi e finanziamenti pubblici;

3) revoca dei finanziamenti pubblici già concessi;

4) la pubblicazione della sentenza sui quotidiani nazionali “La Stampa”,

“La Repubblica” e il “Corriere della Sera”.

Inoltre la sentenza prevede un lungo elenco di risarcimenti alle parti civili

che si aggiungono ai 12 milioni e 970 mila di euro che erano già stati

consegnati ai familiari delle 7 vittime.

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La sentenza di primo grado è stata ritenuta sin dal primo momento,

nonostante le aspre critiche ricevute, epocale, storica, destinata a segnare la

Giurisprudenza della delicata materia della sicurezza sul lavoro (il pensiero

va ai processi Eternit, Darwin e tanti altri procedimenti penali che riguardano

casi di tumori professionali), atteso che per la prima volta un manager di

azienda era stato condannato per omicidio volontario. 74

La Corte d’Assise d’Appello in data 28 Febbraio 2013 , presieduta dal

Giudice Giangiacomo Sandrelli, in un clima di rabbia, dolore e sgomento, ha

riformato la sentenza di primo grado escludendo l’omicidio volontario con

dolo eventuale a carico del principale imputato ESPENHAHN, ritenendo

configurata la fattispecie di omicidio colposo con colpa cosciente, con

conseguente rideterminazione della pena da 16 anni e mezzo a dieci anni di

reclusione. Per gli altri imputati, che già rispondevano del reato di omicidio

colposo, vi è stata una sensibile riduzione di pena, con condanne tra gli 8 ed i

9 anni di reclusione; resta il riconoscimento dei danni subiti dai lavoratori per

essere stati esposti al rischio incendio durante l’attività lavorativa, non

essendo stato modificato dalla decisione d’Appello il relativo capo.

Al di là della rideterminazione della pena - non esigua in considerazione

che si è in presenza di omicidio colposo, figura in cui la condotta delittuosa

appare spesso legata ad un destino cinico e imprevedibile – alcuni discutono

sul venir meno di quell’effetto deterrente che la sentenza di primo grado

avrebbe potuto suscitare nei confronti di quei datori di lavoro che, devoti alla

74 Ass. App. Torino, 28 febbraio 2013, dep. 23 maggio 2013, in www.penalecontemporaneo.it.

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logica del profitto, non adeguano le condizioni di lavoro alle necessarie

misure di sicurezza, mettendo a rischio così la salute e la vita dei lavoratori.

Proprio i labili confini esistenti tra il dolo eventuale e la colpa cosciente,

hanno portato i Giudici di Appello a riformare la sentenza di primo grado,

scatenando nuovamente un dibattito ferrato all’interno dell’opinione pubblica,

vedendo contrapposta, la visione del comune cittadino che al diminuire delle

sanzioni inflitte diffida sempre più nella giustizia e quelle dei fruitori del

diritto che ritengono la decisione di Appello come più opportuna al caso di

specie.

2. Il giudizio di primo grado: l’individuazione delle posizioni

soggettive qualificate e la ricostruzione dei diversi contributi psicologici

Con la sentenza della Corte d’Assise di Torino, si ha la condanna

dell’amministratore delegato alla sicurezza della società per i delitti di

omicidio volontario plurimo, incendio doloso e omissione dolosa di cautele

contro gli infortuni sul lavoro aggravata dall’evento. Per il medesimo fatto, a

titolo di omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, incendio

colposo ed omicidio colposo plurimo, sono stati condannati anche cinque

manager. Emblematico è proprio il fatto che tale Corte abbia scelto, quale

criterio di imputazione, il dolo eventuale così discostandosi dal costante

orientamento che in simili aveva sempre portato ad un addebito a titolo di

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75

colpa . In particolare si nota come la Corte abbia confermato quello che è

l’orientamento recentemente espresso dalla Corte di Cassazione con riguardo

ai casi di incidenti mortali causati da una guida sconsiderata. La condanna

dell’amministratore delegato trova origine in una condotta assai articolata,

che risulta essere caratterizzata sia da profili attivi che omissivi. La condotta,

difatti, consiste nella omessa adozione di misure tecniche, organizzative,

procedurali, di prevenzione e protezione contro gli incendi in una linea di

produzione di per se particolarmente pericolosa. In concreto la Corte

individua il presupposto dell’imputazione dolosa, nella concreta possibilità

del verificarsi degli infortuni (anche mortali) sulla linea dello stabilimento

ove si è verificato l’incendio, dedotta da una serie innumerevoli di indicatori,

per lo più riferiti ad eventi accaduti in precedenza. Possono essere sintetizzati

come segue gli indicatori, rispettivamente del momento volitivo e di quello

rappresentativo del dolo, ritenuti e valutati nella sentenza in oggetto. Così tra

i primi si annoverano: «a) un precedente incendio in uno stabilimento

tedesco(….); b) le conseguenti misure prese in quello stabilimento del rischio

in quello stabilimento; c) la valutazione del rischio delle compagnie

assicurative(….); d) (….); e) una relazione del consulente tecnico della

compagnia assicuratrice che raccomanda alla ThyssenKrupp l’istallazione di

un sistema di protezione antincendio automatico; f) una richiesta di

autorizzazione agli investimenti per i lavori di prevenzione incendi di poco

precedente al fatto nel quale si sottolinea la non conformità della linea

75 Difatti non risultano fino ad oggi precedenti affermazioni di una responsabilità a titolo di dolo

eventuale del datore di lavoro per incidenti mortali a danno dei lavoratori; sul punto si veda,

B E. R., La responsabilità del datore di lavoro e dell’impresa per infortuni sul lavoro: i

ELFIORE

profili di colpevolezza, in Arch. pen., 2011, pp. 5 ss.

66

produttiva di Torino alle prescrizioni dell’assicurazione, oltre che del

76

comando provinciale dei vigili del fuoco» . Tra i secondi, invece, si evincono

i poteri decisionali dell’amministratore delegato, la sua particolare

competenza nella materia della sicurezza dei luoghi sul lavoro e la specifica

delega a lui conferita in materia di sicurezza e prevenzione incendi negli

stabilimenti di Torino e Terni.

Come ormai avviene per prassi consolidata, la giurisprudenza al fine di

affermare la sussistenza del dolo eventuale, si avvale del criterio

dell’accettazione del rischio, che viene riscontrato sulla base di specifiche

caratteristiche dell’autore, quali, nel caso di specie, i poteri decisionali

inerenti alla posizione apicale, la competenza, la delega in materia di

77

sicurezza sul lavoro e prevenzione negli stabilimenti di Torino e Terni .

A tal proposito, la Corte d’Assise di Torino riprende esplicitamente

l’orientamento espresso dalla Corte di Cassazione, da ultimo, nella

78

motivazione della sentenza n. 10411/11 , laddove ha affermato che «poiché

la rappresentazione dell’interno del fatto tipico come probabile o possibile è

presente sia nel dolo eventuale che nella colpa cosciente, il criterio distintivo

79

deve essere ricercato sul piano della volizione» . Così «mentre (….) nel dolo

eventuale occorre che la realizzazione sia accettata psicologicamente dal

76 Così, D G.P., Sulla flessibilità concettuale del dolo eventuale, Nota a Corte d’Assise di

EMURO

Torino, 15 aprile 2011, (dep. 14 novembre 2011), Pres. Iannibelli, Est. Dezani, imp. Espenhahn e

altri, in www.dirittopenalecontemporaneo.it., 1/2012, p. 143.

77 Si pensi, che a parere dell’organo giudicante, tra gli altri fattori che tendono a confermare la

sussistenza del dolo eventuale, si può annoverare la circostanza egli abbia ritenuto di delegare la

materia antinfortunistica ed antincendio interamente ai suoi collaboratori di Torino, privi di ogni

potere decisionale e di spesa autonomo.

78 Cass. Pen., Sez. I, 1 febbraio 2011, n. 10411, in Foro it., 2011, pp. 533 ss.

79 Così, Cass. Pen., ult. cit., p. 535.

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soggetto, nel senso che egli avrebbe agito anche se avesse avuto la certezza

del verificarsi del fatto, nella colpa con previsione la rappresentazione certa

80

del determinarsi del fatto avrebbe trattenuto l’agente» . La Corte di

Cassazione, in detta pronuncia, aggiunge che «nel dolo eventuale il rischio

deve essere accettato a seguito di una deliberazione con la quale l’agente

81

subordina consapevolmente un determinato bene ad un altro» . Detto in altri

termini, l’autore si prospetta un fine da raggiungere, ed effettua una

valutazione comparata di tutti gli interessi in gioco, e attribuisce prevalenza

ad uno di essi. Da qui si giunge alla conclusione che, ai fini del dolo

eventuale, non è sufficiente la previsione della concreta possibilità di

verificazione dell’evento lesivo, ma è indispensabile l’accettazione, sia pure

in forma eventuale, del danno che costituisce il prezzo da pagare per il

conseguimento di un determinato fine. Alla base della pronuncia di legittimità

su citata, anche la Corte d’Assise di Torino, si avvale della ormai tradizionale

teoria dell’accettazione del rischio, combinata con la c.d. formula di Frank,

della quale fa applicazione pur senza renderlo noto in maniera esplicita. La

Corte individua principalmente in due specifiche condotte l’elemento volitivo

ed in particolare, la decisione di posticipare dal 2006/2007 al 2007/2008 gli

investimenti antincendio per lo stabilimento di Torino, pur essendone già in

programma la chiusura nonché la decisione di posticipare l’adeguamento

della linea 5 nonostante le sollecitazione della compagnia assicurativa, dei

vigili del fuoco e del gruppo di lavoro acciaio inossidabile. «La Corte ritiene

quindi, così come emerge da tutti gli elementi sin qui esposti, che l’elemento

80 Così, Cass. Pen., ult. cit., p. 536.

81 Così, Cass. Pen., ult. cit., p.540.

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soggettivo di ESPENHAHNN non comprenda la sola previsione della

concreta possibilità di verificazione dell’evento lesivo, ma altresì la

“accettazione”, sia pure in forma eventuale, del danno che costituisce il

prezzo (eventuale) da pagare per il conseguimento di un determinato

82

risultato» I Giudici di Torino, hanno dovuto comunque sottolineare che

l’amministratore delegato, così come gli altri imputati, nutrivano “la

speranza che nulla accadesse”; tuttavia sottolineano, in maniera discutibile

nel caso di specie, che «la speranza, perché il soggetto escluda dentro di se

la concreta possibilità del verificarsi dell’evento previsto (….) deve essere

caratterizzata dalla ragionevolezza; non essere quindi solo un moto

dell’animo paragonato all’auspicio, bensì (….) nella ragionevole speranza

83

di poterlo evitare per abilità personale o per intervento di altri fattori» .

La Corte d’Assise giunge ad inquadrare nell’alveo della responsabilità

colposa la condotta che è stata tenuta dagli altri cinque condannati. La

condotta penalmente rilevante, nei loro confronti, viene individuata nell’aver

omesso di segnalare l’esigenza di adottare quelle misure indispensabili per

prevenire e gestire il rischio di realizzazione di eventi del tipo di quello

verificatosi, nonostante la previsione dell’evento. I Giudici ritengono,

tuttavia, fondato che gli imputati in questione confidarono nella non

verificazione dell’evento, alla luce della loro posizione aziendale,

completamente dipendente da quella dei dirigenti: essi, cioè, avrebbero

confidato che i vertici, rispetto a loro gerarchicamente sovraordinati

82 Così, Ass. Torino, ult. cit., p. 351.

83Così, Ass. Torino, ult. cit., p. 352.

69

(compreso in primis l’amministratore delegato), avrebbero evitato il

verificarsi dell’evento oggetto di rappresentazione.

Da ciò la Corte dopo aver «esaminato, esposto e ritenuto che le misure di

prevenzione antincendi, imposte dalla legislazione antinfortunistica, fossero

"rese ancor più necessarie" a causa dell'assenza, sulla Linea 5, di "altre

misure idonee a ridurre il rischio incendio o almeno l'esposizione dei

lavoratori a tale rischio", (….) e ritenuto che tali misure fossero "rese ancor

più necessarie" a causa della situazione in cui versava lo stabilimento di

84

Torino (….)» ha ritenuto provato nel dibattimento a carico degli imputati

sopra indicati, l'addebito a titolo di colpa anche specifica; inoltre «la

contestazione risulta aggravata secondo l'art. 61 n. 3 c.p.: "l'avere, nei

delitti colposi, agito nonostante la previsione dell'evento"; secondo la

seguente ipotesi in fatto: "di avere agito nonostante la previsione dell'evento,

essendosi rappresentati la concreta possibilità del verificarsi di infortuni

85

anche mortali sulla Linea APL 5 dello stabilimento di Torino» .

Nello specifico, «per rispondere dell'aggravante della colpa c.d.

"cosciente" l'evento che il soggetto si deve rappresentare, sulla base della

sua conoscenza, come concretamente possibile e causalmente collegato alla

sua condotta - nel caso di specie, condotta omissiva, secondo quanto stabilito

dal 2° comma dell'art. 40 c.p. - non deve essere "identico" a quello che si è

poi, di fatto, verificato. Lo detta la logica (ma anche, vorremmo dire, il

semplice buon senso): l'evento oggetto di rappresentazione deve essere

simile, analogo a quello successivamente accaduto, non esattamente

84 Così, Ass. Torino, ult. cit., p. 297 .

85 Così, Ass. Torino, ult. cit., p. 298.

70

coincidente perché, banalmente, la rappresentazione corrisponde alla

86

prevedibilità umana e non alla preveggenza» .

Risulta chiaro che uno degli aspetti significativi della sentenza oggetto di

indagine è la differente imputazione dei condannati, che ha consentito, da un

lato, attraverso l’ascrizione del dolo, di attrarre il giudizio nell’ambito della

competenza della Corte d’Assise, dall’altro, tramite l’attribuzione agli altri

dirigenti della responsabilità per colpa, di far applicare anche all’ente cui

appartengono i dirigenti, la propria responsabilità ex D. Lgs. N. 231 del 2001

(art 25 septies). Tuttavia tale impostazione risulta difficilmente condivisibile

in quanto le due condotte commissive individuate rispettivamente nella

decisione di posticipare gli investimenti antincendio e nella decisione di

posticipare l’adeguamento sulla linea 5 ad epoca successiva al trasferimento

da Torino a Terni, non sembrano esser prese in solitudine dall’amministratore

delegato.

3. Dolo eventuale, colpa cosciente e sicurezza sui luoghi di lavoro

Nella sentenza su richiamata della Corte d’Assise di Torino, si affrontano

delicate e rilevanti questioni di diritto che attraversano l’intera grammatica

del diritto penale, con riguardo ai sotto sistemi dell’imputazione soggettiva in

caso di reati commessi dai vertici aziendali e della tutela della sicurezza sui

luoghi di lavoro.

86 Così, Ass. Torino, ult. cit., p. 298.

71

La mancanza dei rilevatori automatici di spegnimento sulla linea 5, causa

principale dell’incendio verificatosi, racchiude di per sé una fattispecie di

omesso impedimento dell’evento, sanzionata dall’art. 437, com. 1 e com. 2,

c.p., secondo cui, chi omette di predisporre impianti di sicurezza, che

prevengano infortuni sul lavoro, o li rimuova, o li danneggi, ne risponde

87

penalmente . Si evince che principalmente, colui che ha l’obbligo giuridico

di predisporre le cautele previste dalle norme antinfortunistiche in materia di

lavoro, o comunque, desumibili dalla sua esperienza professionale, e dunque,

il datore di lavoro, deve tutelare l’incolumità ex art. 437 c.p. .

Affinché la fattispecie si realizzi da un punto di vista soggettivo non

occorre necessariamente l’intenzionalità di recare danno ai dipendenti, ma

basta la consapevolezza dell’esistenza di una situazione di pericolo, derivante,

ad esempio, dal cattivo funzionamento di un’apparecchiatura che sarebbe

preposta ad evitare l’infortunio, che potrebbe portare all’evento indesiderato.

La rimozione o omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro

è per volontà del legislatore reato di pericolo presunto, poiché entrambe le

condotte espressamente tipizzate sono astrattamente idonee a determinare una

situazione di pericolo, senza che risulti necessaria una verifica per ogni

singolo caso concreto. In tal caso l’anticipazione della tutela penale è tale da

estrinsecarsi prima ancora che si verifichi il disastro e in relazione alle

condizioni che possano prevenirne il verificarsi. Quindi, il precetto penale

impone al datore di lavoro di attivarsi affinché neutralizzi, utilizzando le

87 In tema si veda, S C., I rapporti fra il delitto di rimozione dolosa di cautele contro

ANTORIELLO

gli infortuni sul lavoro ed i reati di omicidio e lesioni colpose per violazione sulle norme per la

prevenzione degli infortuni sul lavoro, in Arch. pen., 2011, pp. 369 ss.

72

cautele necessarie, una situazione di rischio in via preveniva, oltre a vietare di

rimuovere le predette misure cautelative. Il dolo del datore di lavoro non può

sussistere solo perché lo stesso, nell’assunzione del rischio relativo

all’organizzazione del lavoro, non si sia aggiornato tecnologicamente in

relazione alla sua competenza professionale, ma per aver percepito

l’aggravarsi del rischio per effetto del deficit di cautele sopravvenute o per

aver acconsentito consapevolmente a ciò.

Difatti, se è certo che il dolo è ontologicamente e sostanzialmente più

grave della colpa, risulta sempre di non facile individuazione quella linea di

demarcazione che caratterizza le due differenti forme di colpevolezza. Appare

evidente che, per essere colposa la condotta dell’agente, deve esservi un

rischio almeno significativo e giustificato, atto a causare l’evento rilevato.

Nel caso della ThyssenKrupp di certo la presenza di continui incendi, che

comportavano da parte dei lavoratori il dover intervenire con gli estintori, il

tipo di attività svolta, la mancanza di un sistema volto ad aspirare gli oli

residui sulla linea 5 ed il forte consumo d’olio nei circuiti oleodinamici, sono

tutti elementi che denotano l’assunzione di un rischio qualificabile come

significativo.

Il rischio diviene ingiustificato, e quindi irragionevole nel caso di specie,

proprio in quanto il danno scaturito supera i benefici attesi rispetto ai costi

assunti.

I Giudici di Torino hanno affermato che «il quadro di conoscenze di cui

gli imputati disponevano permetteva loro di prefigurarsi, di rappresentarsi la

concreta possibilità di un incendio e di un infortunio anche mortale sulla

73

linea 5 analogo a quello accaduto; sussiste, pertanto, il nesso di causalità tra

88

la loro condotta omissiva e l’evento in concreto verificatosi» .

La colpa cosciente nelle motivazioni della sentenza si verifica quando

l’agente, nel porre in essere la condotta, nonostante la rappresentazione

dell’evento, ne esclude la possibilità di realizzazione, non volendo ne

accettando il rischio che quel risultato si verifichi o comunque nella

ragionevole speranza di poterlo evitare per abilità personale o per intervento

di altri fattori. Di contro, il comportamento doloso orienta finalisticamente i

fattori della realtà nella prospettiva verso lo scopo. Nel caso di specie,

l’agente, a parere dei Giudici di primo grado, pur non avendo avuto di mira la

morte dei sette operai, ha, tuttavia, agito anche a costo che l’evento morte

potesse realizzarsi.

4. La prevalenza della componente rappresentativa su quella

volitiva

Nella ricostruzione dell’elemento psicologico nella sentenza in

89

commento, come precisato da un’autorevole dottrina , prevale l’esegesi del

momento rappresentativo su quello volitivo. Ciò accade proprio in virtù del

richiamo espresso alla decisione della Suprema Corte 10411/2011 dalla quale

si evince che l’elemento rappresentativo costituisce il substrato razionale in

88 Così, Ass. Torino, dep. 14 novembre 2011, cit., p. 325.

89F G., Sul dolo eventuale nella giurisprudenza più recente tra approccio

IANDACA

oggettivizzante-probatorio e messaggio generalpreventivo, osservazioni in margine a Corte

d’Assise di Torino, 15 aprile 2011 (dep. 14 novembre 2011), Pres. Iannibelli, Est. Dezani, imp.

Espenhahn e altri, in Diritto penale contemporaneo, 1-2012, pp. 152 ss.

74

virtù del quale la decisione di agire si pone in correlazione con il fatto inteso

nella sua unitarietà, così giustificando il riconoscimento di una scelta

realmente consapevole, idonea a fondare la più grave forma di colpevolezza.

Dalla sentenza della Corte d’Assise di Torino, si evince che l’imputato

aveva una diretta e dettagliata conoscenza dello stabilimento di Torino ed era

in possesso di un elevato livello di preparazione ed esperienza nel settore

dell’acciaio, oltre che particolarmente attento alla prevenzione degli infortuni

sul lavoro. Da ciò la Corte evince che la decisione di non investire nulla e di

non effettuare alcun intervento volto a prevenire gli incendi né sulle linee di

ricottura e decapaggio né sulla linea 5, luogo ove si è sviluppata la tragedia,

non sia stato causato solo da leggerezza. Detto in altri termini, per potersi

aprire la strada ad un imputazione dolosa, seppur nella forma meno intensa

del dolo eventuale, deve aversi un momento rappresentativo espresso in

termini concreti e non astratti. In tal modo la Corte d’Assise di Torino segue

l’indirizzo di quella parte della dottrina che ritiene che il vero problema

dell’accettazione del rischio consista nell’accertare se l’evento sia stato

previsto o meno come conseguenza possibile in concreto: perché se così

fosse, l’accettazione del rischio sarebbe in re ipsa, dato che il solo fatto di

agire nonostante una tale previsione dell’evento implica una sua accettazione;

difatti qualora il soggetto non avesse inteso correre il rischio, si sarebbe a

90

monte astenuto dalla condotta .

90 P T., Diritto penale, 9° ed, Milano, 2008, pp. 202-203.

ADOVANI

75

Sempre riportandoci alle motivazioni di questa sentenza, la forte

componente rappresentativa, senz’altro presente, è compensata da un

momento volitivo debole, seppur esistente.

Questo momento volitivo si manifesterebbe nella decisione di non voler

far nulla per la sicurezza dei lavoratori, pure in presenza di un quadro

rappresentante un pericolo ampio e nitido; ciò può essere dedotto sia dal fatto

che l’imputato abbia deciso di non investire nello stabilimento di Torino,

azzerando qualsiasi intervento in materia di sicurezza e di prevenzione

incendi sia che abbia continuato la produzione dopo l’annuncio ufficiale delle

sue dimissioni.

Tutti questi dati significherebbero una volizione nel grado di intensità di

una accettazione, poi ritenuta provata dalla Corte, nei termini di una

deliberazione con la quale il reo subordina consapevolmente un determinato

bene ad un altro. Nel caso di specie, il bene subordinato sarebbe quello

dell’incolumità dei lavoratori nello stabilimento, mentre quello sovraordinato,

sarebbe rappresentato dagli interessi economici aziendali che hanno

comportato una carenza di investimenti per la tutela delle vite umane.

5. Il punto di vista della dottrina: è corretto ritenere il dolo

eventuale?

76

Se, per le sue modalità di avvenimento, l’incendio avvenuto sulla linea

cinque dell’acciaieria di Torino il 6 dicembre 2007 può essere ritenuto

esemplare, altrettanto esemplare resta, anche a seguito della riforma

intervenuta in Appello che sarà a breve analizzata, la sentenza pronunciata nel

giudizio di primo grado.

Difatti tale pronuncia si inserisce in quella prassi giurisprudenziale in cui,

anche in altri settori che risultavano tradizionalmente riservati all’

91 92

imputazione colposa, come la circolazione stradale o l’attività medica , a

fronte di attività in sé connotate da un elevato tasso di rischio, si giunge ad

affermare una responsabilità per dolo eventuale in relazione ai molteplici

eventi lesivi che ne siano derivati.

Seppur restando in attesa di verificare se la sentenza oggetto di indagine

rappresenti un caso isolato, che come si vedrà il suo verdetto è stato già

ribaltato in giudizio di appello, ovvero un precedente giurisprudenziale al

91La casistica riguarda innumerevoli casi di incidenti stradali con esito letale provocati da

condotte di guida particolarmente spericolate: attraversamento di incroci col semaforo rosso, alta

velocità in centro abitato o con scarse condizioni di visibilità, contromano in corsia autostradale,

manovre zigzaganti o di conversione a “U”, etc.,G.u.p. Trib. Roma, 26 novembre 2008, in Foro it.,

2009, p. 4141, con nota di F G., Sfrecciare col “rosso” e provocare un incidente stradale:

IANDACA

omicidio con dolo eventuale?; Ass. Milano, 16 luglio 2009, in Giur. mer., 2010, pp. 757 ss., con

nota di A F., Colpa cosciente e dolo eventuale in tema di sinistri stradali; Ass. App. Milano,

GNINO

1 febbraio 2012, n. 9, in diritto penale contemporaneo, 23 marzo 2012; nonché, sia pur in fase

cautelare, Cass. Pen., Sez. I, 30 maggio 2012, n. 23588, in diritto penale contemporaneo, 26

ottobre 2012, con nota di A A., Scontro frontale in autostrada con esito letale: la Cassazione

IMI

conferma il dolo eventuale e in Diritto & Giustizia, 15 giugno 2012 con nota di F A.,

OTI

L’automobilista risponderà titolo di dolo eventuale o di colpa cosciente? Ass. Roma, 6 febbraio

2001, inedita; G.i.p. Trib. Milano, 21 aprile 2004, in Corr. mer., 2007, p. 70.

92 Si veda tra le altre, Cass. Pen., Sez. IV, 20 aprile 2010, n. 21799, in Dir. pen. proc., 2010, pp.

1321 ss., con nota di I G., Violazione consapevole della regola del consenso del paziente

ADECOLA

e responsabilità penale e in Riv. it. med. leg., 2010, pp. 747 ss., con nota di, B M.,

ARANI

Imputabilità, colpa e dolo del chirurgo: tutto – o quasi – dipende dall’esito, riguardante un caso di

trattamento chirurgico con esito infausto effettuato carpendo fraudolentemente il consenso del

paziente in ordine alle modalità esecutive e sulla quale si rinvia alle osservazioni critiche di,

R A., Medicina difensiva e colpa professionale medica in diritto penale. Tra teoria e prassi

ODIATI

giurisprudenziale, Milano, 2012, pp. 63 ss.

77

quale la prassi applicativa farà seguito, già a caldo differenti sono state le

posizioni prese dalla dottrina.

Difatti alcuni autori ritengono adeguata ed opportuna l’imputazione a

titolo di dolo eventuale in capo all’amministratore delegato della

ThyssenKrupp sia in base agli indicatori dell’elemento psicologico valutati

dall’organo giudicante, sia in coerenza con l’attuale prassi giurisprudenziale;

in particolare ci si basa sulla teoria dell’imputazione oggettiva dell’evento,

nella misura in cui il comportamento dell’agente sembra tradursi in una

drastica riduzione degli spazi di autodeterminazione, intervento e reazione

disponibili per il potenziale soggetto passivo a fronte dell’iniziativa del

soggetto attivo ritenendo quindi, nel caso di specie, che il reo abbia agito

anche a costo di causare l’evento lesivo, che non può non essersi

93

rappresentato come concreta conseguenza della sua azione .

Certo è, che tutti gli autori che hanno concordato sull’esito del giudizio di

primo grado, concordano altresì sul fatto che tale pronuncia non debba dare

adito all’affermazione automatica della responsabilità per dolo eventuale in

capo al datore di lavoro in qualsivoglia ipotesi di infortunio sul lavoro in quei

contesti caratterizzati dall’omissione di misure precauzionali o

94

antinfortunistiche .

93 Si veda in tal senso, R S., la seconda vita del dolo eventuale tra rischio, tipicità di

AFFAELE

colpevolezza, in Riv. it. dir. pen. e proc .pen., 2012, p. 1115.

94 Si pensi che lo stesso Guariniello, pubblico ministero occupatosi del caso in questione, afferma

che “il dolo non è applicabile meccanicamente a tutti i casi di infortunio sul lavoro” . Tale

citazione è tratta da, B ., La sentenza Thyssen, in www.hyperedizioni.com.

ACCHINI F

78

Di contro, a parere di chi scrive, sembrano maggiormente condivisibili

95

quelle posizioni dottrinali le quali ritengono la sentenza in oggetto essere

mossa da esigenze volte a placare i timori e le paure della collettività e non da

una attenta e dettagliata analisi del caso di specie che in maniera più

ponderata potrebbe portare ad una diversa forma di imputazione.

Parte della dottrina non ha mancato di rilevare o, quantomeno, di

suscitare il sospetto che il dispositivo della sentenza oggetto di indagine lasci

trasparire in se la presenza di una logica fondante la condanna per dolo

eventuale in capo all’amministratore delegato, considerato quale vertice

decisionale di ThyssenKrupp: se ciò fosse vero, la decisione in questione

96

rischierebbe di assumere un carattere prettamente simbolico o strumentale in

97

un’ottica puramente generalpreventiva . Significative sono le osservazioni di

chi ha evidenziato come la pronuncia sul caso ThyssenKrupp debba «far

sperare i lavoratori e far pensare gli imprenditori», dovendo essere

interpretata come una sorta di «riscatto del lavoro», considerando che «la

98

vita di un lavoratore non si può trasformare in profitto» : considerazioni che

mettono in luce la potenzialità “simbolica” della sentenza in esame.

95 Differenti sono gli autori che risultano più opportuna la responsabilità colposa; tra gli altri si

veda, F G, Sul dolo eventuale nella giurisprudenza più recente, cit.; M G., La

IANDACA ARRA

prevenzione degli infortuni sul lavoro e il caso ThyssenKrupp. I limiti penalistici delle decisioni

rischiose nella prospettiva delle regole per un lavoro sicuro, in Olympus.uniurb.it., 2012, pp. 1 ss;

D G. P., cit., pp. 142 ss.

EMURO

96 In questo senso, M G., Regolazione del rischio, dolo eventuale e sicurezza del lavoro.

ARRA

Note a margine del caso Thyssen, in olympus.uniurb.it, 2011, pp. 5-6. Da notare, tuttavia, che il

commento in questione è stato prodotto prima del deposito delle motivazioni della sentenza in

esame.

97 M ., op. ult. cit., p.18.

ARRA G

98 Così, M ., op. ult. cit., pp. 18-19.

ARRA G

79

Altra parte della letteratura penalistica ha criticato negativamente un

utilizzo del dolo che sembra svuotare il dolo stesso del suo contenuto

psicologico, rendendolo un modello puramente normativo: si tratterebbe quasi

di una trasformazione della “colpa macroscopica” in dolo o, quantomeno, di

un non corretto utilizzo del carattere macroscopico della colpa al fine di

giustificare l’affermazione del dolo (svuotato, come si è detto, del proprio

99

contenuto psicologico) . Sostanzialmente sulla stessa linea si è evidenziato,

con terminologia sin troppo pregnante, che «la “fame” del dolo, stimolata

dall’istanza general-prevenzionistica, assume sempre più i caratteri della

100

crisi bulimica» , giungendo a «trasformare in dolo la colpa, almeno quando

quest’ultima si sostanzia in una grave trascuratezza dell’agente rispetto ai

101

beni della vita, dell’incolumità fisica e della salute» . In tal modo, il dolo

giunge a coincidere con l’antico concetto di “culpa”, intesa come

consapevole deviazione da un modello comportamentale previsto per

102

l’ambito di attività di riferimento .

Tornando al complessivo modo di argomentare dei Giudici torinesi, in

particolare il fatto che la Corte non neghi, anzi ritenga indubitabile, che

l’amministratore delegato nutrisse intimamente la speranza che nulla

accadesse, avrebbe potuto, e forse fin dall’inizio, dovuto, portare a ritenere

99 In questo senso, . ., cit., p.7.

BELFIORE E R

100 In questo senso, R M., La tensione tra dolo e colpa nell’accertamento della

ONCO

responsabilità per gli incidenti sul lavoro, in www.archiviopenale.it , 2011, p. 1.

101 Così, R M., cit., p.3.

ONCO

102 Così, M., cit., p.3.

RONCO

80

che di fronte alla certezza di verificazione dell’evento, l’imputato non

103

avrebbe agito .

A venire in rilievo dalla decisione della Corte è una scelta che, se da un

lato, altera la complessiva logica preventiva che caratterizza quell’intervento

dell’ordinamento volto a favorire la sicurezza dei lavoratori, dall’altro sembra

influenzato da uno scopo general-preventivo. Infatti, il riferimento a decisioni

precedenti e ai suoi processi è un dato che immette nella ricerca del dolo un

elemento soggetto a manipolazioni valutative, strumentale all’affermazione di

istanze di deterrenza. Nello specifico, viste le censure più che giuste mosse

sul piano della colpa nei confronti degli altri garanti della sicurezza,

l’interprete avrebbe dovuto tener debito conto dei seguenti elementi: la

sfocata conoscenza fattuale acquisita dall’organo apicale attraverso il

contributo di dirigenti preposti al quotidiano controllo della fonte di rischio;

la non chiara valutazione degli stessi operata in ordine alla probabilità del

verificarsi dell’evento e, in specie, in ordine al grado di funzionalità

preventiva dei presidi cautelari in essere; l’esistenza di alcuni vincoli, dovuti

anche ad accordi intrapresi sotto il pubblico controllo, che limitavano

l’insieme delle opzioni di scelta a disposizione del soggetto apicale. Inoltre

nella sentenza si nota la svalutazione di due fattori di impedimento

dell’evento sui quali fortemente confidava anche l’imputato: il primo è dato

dal fatto che vi era nello stabilimento la presenza di un impianto antincendio

nel locale sotterraneo; però la Corte ritiene assolutamente irragionevole che

una persona come l’amministratore delegato della società, potesse confidare

103 In questo senso, D G. P., cit., p. 150.

EMURO

81

solo su di un impianto neppure collocato a bordo linea; quanto al secondo,

viene ritenuta inidonea, a giustificare razionalmente la speranza di evitare

l’evento, la capacità dei suoi collaboratori che erano presenti in sede i quali

nutrivano particolari competenze e cognizioni tecniche tali da poter

collaborare con il reo al fine di evitare l’evento.

Tali sono tutti elementi che sembrano mettere in forte discussione la

correttezza della soluzione alla quale giunge la Corte nel giudizio di primo

grado. Difatti alla luce anche di queste considerazioni, riesce difficile

escludere la ragionevolezza della fiducia riposta dal decisore nella sufficienza

dei presidi cautelari comunque presenti sulla linea produttiva a rischio.

Da ciò come già anticipato, risulta davvero difficile, pensare che la

decisione sia stata presa anche a costo di produrre il disastro evento ed inoltre

che l’amministratore delegato abbia subordinato la vita dei lavoratori a

personali interessi economici. Non essendovi alcun dubbio sulla sussistenza

di una responsabilità colposa, data anche dal fatto che l’amministratore

delegato non abbia aggiornato le misure di minimizzazione del rischio di

incendi, sembrerebbe più corretto inquadrare il comportamento del reo

nell’alveo della responsabilità colposa mossa dalla previsione dell’evento.

6. La sentenza di secondo grado - Il revirement dell’impostazione

tradizionale

La Corte d’Asside d’Appello, in data 28 febbraio 2013, ha confermato nel

complesso la pronuncia di primo grado, pur tuttavia riducendo

82

significativamente le pene a carico di tutti gli imputati e, soprattutto,

rovesciando il verdetto dei Giudici di primo grado, circa la sussistenza del

dolo eventuale in capo all’amministratore delegato. La questione

dell’elemento psicologico degli imputati rappresenta di certo l’aspetto di

maggior interesse della sentenza dal punto di vista della letteratura

penalistica. La sentenza in commento, nella parte in cui si occupa della

104

distinzione tra dolo eventuale e colpa cosciente si articola in diversi

passaggi che in parte modificano ed in parte confermano le risultanze del

giudizio di primo grado.

In un primo passaggio, la Corte ritiene di adottare un concetto di dolo

eventuale che si basa sull’accettazione della verificazione dell’evento

ritenendo che: «la nozione di dolo eventuale, inesistente nel nostro codice, è

frutto di una lunga elaborazione giurisprudenziale e dottrinaria (….) Si è in

definitiva ritenuto responsabile del delitto doloso non solo chi dirige

intenzionalmente la propria condotta alla produzione dell’evento, ma anche

chi accetta consapevolmente il rischio che esso si verifichi come conseguenza

105

del proprio comportamento» .

In un secondo passaggio la sentenza individua il cuore della distinzione

tra dolo eventuale e colpa cosciente negli indici fattuali della componente

volitiva, ritenendo che, deve ricostruirsi l’atteggiamento intellettivo interiore

dell’agente sia attraverso le prove dirette sia, necessariamente, attraverso

quelle indirette, utilizzando indici e regole di esperienza e valorizzando tutti

gli elementi probatori raccolti, fra i quali particolare attenzione deve essere

104 Così, Ass. App. Torino, dep. 23 maggio 2013, cit., pp. 297-308.

105Così, Ass. App. Torino, ult. cit., p. 298.

83

rivolta al comportamento tenuto dall’agente, calato nel patrimonio

complessivo delle proprie conoscenze.

In un successivo passaggio Corte esprime un esplicito rifiuto all’utilizzo

del solo criterio della rappresentazione concreta dell’evento quale strumento

volto a ricavare la componente volitiva del soggetto agente. Difatti, se è pur

vero che fra gli elementi sintomatici della accettazione del verificarsi

dell’evento il Giudice deve valutare il grado di probabilità di previsione del

verificarsi dell’evento quale conseguenza dell’azione, «ciò non permette di

affermare in via generale che, per ritenere sussistente il dolo eventuale, sia

necessaria e sufficiente la dimostrazione della previsione da parte

dell’agente della concretezza e della probabilità del verificarsi dell’evento.

In altre parole, tale tipo di previsione rimane solo uno degli strumenti offerti

al Giudice per accertare la sussistenza della volizione dell’agente e non una

106

sua caratteristica essenziale» .

Di poi la Corte ritiene che ai fini della verifica del dolo eventuale debba

svolgersi una verifica interamente ipotetica nella quale spetta al Giudice tener

conto di tutti quegli specifici elementi volti a verificare ciò che avrebbe

deciso l’agente ove si fosse prefigurata come certa la verifica dell’agente.

Quindi occorre verificare se «egli avrebbe comunque perseverato nella

sua condotta. Questa Corte condivide tale impostazione e osserva che

soltanto questa ipotetica verifica permette di dimostrare un’aliquota volitiva

107

effettiva in capo all’agente» .

106 Così, Ass. App. Torino, ult. cit., p. 299.

107 Così, Ass. App. Torino, ult. cit., p. 300.

84

Successivamente a questa ricostruzione dogmatica del concetto del dolo

eventuale, la sentenza entra nel merito della vicenda, assumendo una

posizione contraria rispetto alla soluzione prospettata dall’accusa.

Quest’ultima infatti si basava su una verifica induttiva che portava ad una

conclusione differenziata sotto due profili.

Sotto il primo, ricavava il dolo eventuale da due indici fattuali

sintomatici della componente volitiva, e cioè dalle decisioni di posticipare gli

investimenti anti-incendio e da quella di posticipare l’adeguamento della linea

5 ad epoca successiva rispetto al trasferimento dello stabilimento.

Sotto il secondo profilo, l’accusa riteneva differenziata la posizione

dell’amministratore delegato rispetto agli altri imputati.

Di contro la sentenza, rispetto al primo punto, compie una critica di

merito verso quello che è stato il criterio adottato: «è vero (…) che numerose

sentenze di legittimità mettono l’accento, per verificare il dolo, sulle

caratteristiche del comportamento tenuto dall’imputato. Ma bisogna

convenire in questo caso che la differenza tra condotte omissive e commissive

appare evanescente, perché la decisione di slittamento dell’utilizzo del fondi

appare solo la formalizzazione di una lunga serie di omissioni che avevano

da tempo tagliato gli investimenti destinati alla prevenzione. Inoltre (…) non

è la natura commissiva od omissiva della condotta che costituisce indice di

108

volizione» .

Rispetto al secondo profilo, la sentenza contesta sia la differenziazione

del contributo psicologico degli imputati sia il criterio utilizzato per

108 Così, Ass. App. Torino, ult. cit., p. 302.

85

differenziare le condotte commissive ed omissive tenute dagli imputati. «E’

risultato smentito che ESPENHAHNN abbia tenuto le due condotte

109

commissive in solitudine» .

A tal punto la Corte assume una posizione contraria rispetto a quella

adottata nel giudizio di primo grado sia rispetto al profilo del dolo eventuale

sia rispetto a quello della differente posizione dell’amministratore delegato

rispetto agli altri imputati.

Ebbene sotto il primo profilo, la Corte di Appello non entra nel merito

dell’indice della speranza, così come configurato dalla sentenza di primo

grado, bensì esprime perplessità in ordine alla comparazione/contraddizione

tra interessi: «nel comparare l’obiettivo di risparmio perseguito con i danni

previsti in caso di verificazione dei due eventi (…) noi possiamo

tranquillamente concludere che accettando il verificarsi degli eventi

ESPENHAHNN non solo non avrebbe fatto prevalere l’obiettivo perseguito

ma avrebbe provocato un danno di tali dimensioni da annullarlo e

soverchiarlo totalmente. Qui non si tratta dunque di un caso in cui l’evento

previsto è raffigurato come un prezzo da pagare per il raggiungimento

dell’obiettivo, bensì di una vicenda in cui la verificazione dell’evento diventa

110

la negazione dell’obiettivo perseguito» .

Rispetto al secondo, come già anticipato, la Corte torna a contestare la

differenziazione di pene e di imputazione tra l’amministratore delegato e gli

altri imputati ritenendo che in base agli elementi acquisiti, quest’ultimi

109 Così, Ass. App. Torino, ult. cit., p. 303.

110 Così, Ass. App. Torino, ult. cit., p. 305.

86

avevano gli stessi elementi di conoscenza e avevano anche loro deciso di non

intervenire per nulla sulla sicurezza.

In conclusione, la sentenza adotta la propria soluzione, basata ancora una

volta su una verifica ipotetica, ma che approda ad una conclusione unitaria

sotto entrambi i profili suddetti, in particolare la sentenza afferma che «sia

ricostruito che i focolai, tanto frequenti da essere giornalieri, venivano

sempre spenti grazie all’intervento immediato degli addetti alla produzione

che riuscivano, pur con i mezzi inadeguati e pericolosi messi a loro

disposizione, ad avere la meglio sulle fiamme. (…) sicché il mancato

approntamento di protezione rispetto a questo rischio segnalato configura

colpa specifica e cosciente a carico degli imputati. Ciò non toglie che la

realtà quotidiana dello stabilimento vedeva gli operai raggiungere pressoché

costantemente l’obiettivo di spegnimento dei focolai ricorrenti. Era dunque

su questo che ESPENHAHNN (e gli altri imputati) confidava, ritenendo che

111

si sarebbero evitati incendi disastrosi» .

7. Le conseguenze di una giurisprudenza oscillante e l’impatto sulla

collettività

A conclusione di queste note verso la su esposta vicenda, l’impressione

che si trae è che, neppure le più recenti elaborazioni dottrinarie del dolo

eventuale, sfocino in esiti sicuri. Sembra difatti confermato il sospetto che i

criteri di determinazione del dolo eventuale, di volta in volta esplicitati nella

111 Così, Ass. App. Torino, ult. cit., p. 307.

87

prassi giurisprudenziale, assolvano una funzione prevalentemente retorica,

che tenda a coprire e giustificare la ratio decisoria già elaborata nella mente

del giudicante.

Naturale risulta essere il fatto che l’interpretazione delle norme è

un’attività creativa, necessariamente creativa, nella quale l’interprete,

chiunque esso sia, esprime la propria soggettività, con tutto il bagaglio di

convinzioni, di opzioni, anche di tipo ideologico, che hanno concorso a

formare la sua personalità. Difatti il Giudice non è un matematico che applica

in maniera statica una determinata formula consolidata da secoli, bensì deve

dare una motivazione logica, plausibile e coerente con le premesse in punto di

fatto e nel rispetto del principio di legalità.

Rarissimi sono i casi in cui nel giudizio la motivazione precede il

dispositivo. «Le motivazioni sono una giustificazione logica adattata a

posteriori a una decisione già presa una scelta già fatta in anticipo, per

motivi sentimentali prima che logici. Il Giudice non è soltanto un Giudice è

un cittadino cioè un uomo associato che ha certe opinioni e certi interessi

112

comuni con altri uomini» .

“Mai più simili eventi”; questo risulta essere il monito che risuona alto

dopo analoghi e tragici episodi. In evenienze, come la sentenza oggetto di

indagine, si tenta di compensare la rabbia sociale con pene quanto più

possibile severe, tentando di dare un’immediata risposta alla collettività,

approdando a conclusioni spesse volte opinabili da un punto prettamente

giuridico. Si delinea in tal modo un denso programma di lavoro, che, se da un

112 Così, P M. A., Responsabilità, giustizia e diritto vivente, in Arch. pen., 2012, n.3, p.

ASCULLI

14.

88

lato si dimostra congeniale alla moderna sensibilità, dall’altro appare dare

troppo peso ad idealismi che conducono a motivazioni di sentenze volte a

toccare da un punto di vista emotivo gli animi della collettività.

Tuttavia, si ha l’impressione che la Giurisprudenza, soprattutto nel

giudizio di secondo grado, quando il processo si è, per così dire, raffreddato,

preferisca comunque optare per una soluzione maggiormente coerente con le

risultanze processuali a discapito di quell’influenza esterna presente in

maniera più pregnante nel giudizio di primo grado. Ciò che maggiormente

preme segnalare (si vedano anche gli esempi in tema di circolazione stradale

analizzati nel secondo capitolo della presente ricerca) è che, il dolo eventuale,

nella maggior parte dei casi, non regge o al primo vaglio dibattimentale, o, al

più, ai successivi gradi di giudizio, per cui il fatto doloso viene derubricato in

colposo. Ciò di certo non accontenta la pubblica opinione, la quale ripone

sempre minor fiducia nella giustizia, a causa della drastica riduzione delle

pene che vengono irrogate nei confronti degli imputati.

Difatti, con riferimento all’argomento de quo, appare eccessivo il divario

tra il trattamento sanzionatorio previsto per l’ipotesi di omicidio colposo e

quello previsto per l’ipotesi di omicidio volontario. Al variare dell’elemento

psicologico, infatti, muta notevolmente (eccessivamente) la pena che in

concreto verrà irrogata dal Giudicante, ciò comportando un sentimento e una

sensazione di ingiustizia, vuoi da parte delle persone, offese vuoi da parte

dell’imputato.

In particolare, le pene inflitte a seguito di una qualificazione giuridica del

fatto come colposa lasciano percepire alle persone offese una sostanziale

89

impunità del fatto e, comunque, una pena da scontare troppo tenue da parte

del colpevole; diversamente, una qualificazione giuridica del fatto come

dolosa viene percepita dall’autore del reato come eccessiva e, pertanto,

ingiusta, quanto meno dal punto di vista sanzionatorio.

8. Sentenza isolata o nuovo orientamento?

Quotidianamente, attraverso le varie testate informative, si apprende

notizia di eventi infortunistici sui luoghi di lavoro con vite spezzate e scene

tragiche che ruotano attorno alle vicende. Ed è, per certi versi anche in

maniera fisiologica, che la gran parte dei lettori ascrivano tali fenomeni

all’assenza di una effettiva sicurezza sui luoghi di lavoro ed all’assenza sugli

stessi di efficaci controlli da parte di chi sarebbe deputato ad effettuarli. Prima

che, durante l’ascolto o la lettura di tali notizie, il lettore dirotti la propria

mente in altri luoghi o che ponga l’attenzione sulla notizia successiva, è facile

che nella mente dello stesso salti, almeno per un attimo, l’idea che, se pur

buone le leggi che disciplinano la sicurezza sui luoghi di lavoro, non risultano

essere applicate nella realtà in modo da prevenire gli eventi infortunistici. La

soluzione che passerebbe nella mente dei più è che, in simili evenienze, il

miglior modo per arginare il problema sarebbe quello di passare alle maniere

forti sia attraverso verdetti aventi forte eco mediatico sia utilizzando l’arma

più irruenta dell’ordinamento giuridico, ossia il diritto penale, esasperando al

massimo le disposizioni normative.

90

Ma se il lettore fosse maggiormente ponderato, dovrebbe ragionare sul

fatto che, da tale assunto, talvolta fatto proprio anche dai componenti

dell’organo giudicante, possono nascere nuove prassi giudiziarie in

corrispondenza di accadimenti infortunistici, che potrebbero condurre a

113

risultati oggettivamente non equi, con condanne troppo esasperate.

Nella sentenza in oggetto, proprio a causa del verificarsi delle su temute

considerazioni, ed in vista di un discorso prettamente posto da istanze

politico-criminali, non sorprende che, come hanno creduto i Giudici di primo

grado, solo la capacità general-preventiva del reato doloso sia idonea allo

scopo. Tuttavia tale conclusione risulta essere tanto suggestiva, quanto fragile

nelle premesse che coltiva.

La decisione della Corte di Assise di Torino sul caso ThyssenKrupp è di

certo rappresentativa di una frattura rispetto a quella che era stata fino ai

giorni d’oggi la prassi indicativa della responsabilità penale in materia di

infortuni sul lavoro.

Sarà il passare del tempo, con le future sentenze aventi ad oggetto casi

analoghi a dire se si è trattato di una deviazione momentanea, così come

confermato nel giudizio di appello, oppure di una nuova rotta nel percorso

che conduce all’effettiva sicurezza dei luoghi di lavoro. Allo stato, tale

pronuncia, seppur risulta già modificata dal giudizio di appello, rappresenta

comunque una preziosa occasione per discutere dei rapporti intercorrenti tra

intervento penalistico e impianto delle regole per un lavoro sicuro. Relazione

imprescindibile, in un’ottica strumentale, nella prospettiva di un reale

113 In questo senso si veda, M G., op. ult. cit., pp. 28-29.

ARRA

91

innalzamento dei livelli di sicurezza dei lavoratori, che si ritiene doveroso

sviluppare, anche in un’ottica metodologica, se si condivide l’ormai comune

idea che il diritto penale è strumento e limite della politica criminale.

In conclusione, a parere di chi scrive, se responsabilità dolosa deve

essere, è solo perché il soggetto abbia realmente deciso contro il bene

giuridico tutelato dall’ordinamento.

CAPITOLO 4: PROSPETTIVE DI RIFORMA

Sommario: 1. Excursus storico dei progetti di riforma del codice penale

italiano 2.Possibili modelli di riferimento per combinare le attività rischiose e

l’elemento soggettivo 3. Alla ricerca di una terza forma tra dolo e colpa nelle

attività rischiose 4. Conclusioni e prospettive di riforma

1. Possibili modelli di riferimento per combinare le attività rischiose

e l’elemento soggettivo

92

Sembra opportuno, a parere di chi scrive, fare riferimento, seppur in

maniera sintetica, ai più o meno recenti progetti di riforma del codice penale

che si sono susseguiti, a partire dagli anni novanta dello scorso secolo, i quali

hanno tentato di proporre, tra le altre, nuove formulazioni delle definizioni di

dolo e colpa sia nell’ottica di un miglioramento dell’attuale assetto indicato

dall’art. 43 c.p., sia nell’ottica di rendere più nette le differenziazioni fra i

diversi contributi psicologici, onde evitare le commistioni che possono crearsi

fra il dolo eventuale e la colpa cosciente.

In ordine cronologico, si tratta dei progetti Pagliaro, Riz, Grosso e

Piasapia. Allo stato attuale, le definizioni di dolo e colpa non sono state

riformate e restano le stesse così come espresse sin dall’inizio del codice

penale.

Passando all’analisi, seppur sintetica, dei progetti di riforma elencati,

occorre iniziare dal meno recente fra essi, ossia il progetto Pagliaro del 1922.

Esso utilizza lo strumento normativo della delega legislativa: in particolare,

quanto al dolo ci si limitò a proporre la formulazione di una definizione che

racchiudesse in sé in modo univoco anche il dolo eventuale e che richiedesse,

in maniera assoluta, che il soggetto fosse consapevole del significato del

fatto; per quel che concerne la colpa, l’unica vera indicazione utile era quella

che richiede, in qualsiasi forma di colpa, che l’imputazione si fondasse su un

114

criterio strettamente personale .

Il progetto Riz del 1995 non utilizza lo strumento della delega legislativa

ma assume la forma del procedimento di iniziativa parlamentare,

114 C D., La colpa penale, Milano, 2009, p. 253.

ASTRONUOVO

93

abbandonando lo strumento normativo della delega legislativa. Per quanto

riguarda il dolo eventuale, il disegno di legge specificava che sarebbe stato

responsabile a titolo di dolo, anche chi avesse previsto “l’evento come

conseguenza inevitabilmente connessa e concretamente possibile della

115

propria azione od omissione” e ne avesse accettato il rischio . Per quel che

riguarda invece il delitto colposo, i tratti di innovazione rispetto al vigente art.

43 c.p. sono rappresentati dalla espressa menzione del requisito di

“prevedibilità” dell’evento, nonché dalla previsione di una forma di

“imperizia grave” per quelle ipotesi in cui l’evento fosse stato causato in

occasione di prestazione d’opera per far fronte a quelle situazione tecniche di

116

speciale difficoltà . Come osservato da una parte della letteratura

penalistica, l’unica vera innovazione del progetto Riz sembra che lo stesso

accolga, quale criterio distintivo fra dolo eventuale e colpa cosciente, la teoria

117

dell’accettazione del rischio .

Passando all’analisi del progetto Grosso, lo stesso in una prima fase (art.

30 dell’articolato approvato il 12 settembre 2000), attribuiva la responsabilità

a titolo di dolo a colui che avesse agito con l’intenzione di realizzare il fatto,

oppure a chi avesse agito essendosi rappresentato “la realizzazione del fatto

come certa, ovvero come altamente probabile, accettandone il rischio ”; una

successiva formulazione (art. 17 dell’articolato approvato il 26 maggio 2001)

prevedeva l’attribuzione della responsabilità a titolo di dolo in capo a chi

115

116 In questo senso, C D., cit., p. 256.

ASTRONUOVO

117 F., Colpa di organizzazione ed impresa: tertium datur. La responsabilità degli enti alla

CURI

luce del Testo Unico in materia di sicurezza sul lavoro, in Sicurezza nel lavoro, a cura di C F.,

URI

Bologna, Bononia University Press, 2009, pp. 136 – 138.

94

“con una condotta volontaria attiva od omissiva realizza un fatto costitutivo

di reato: a) se agisce con l’intenzione di realizzare il fatto; b) se agisce

rappresentandosi la realizzazione del fatto come certa; c) se agisce

accettando la realizzazione del fatto, rappresentato come probabile”.

Nell’ambito di entrambe le formulazioni, appare degna di considerazione la

scelta di introdurre il riferimento al “fatto di reato”; ciò potrebbe eliminare le

incertezze correlate alla determinazione ed individuazione dell’oggetto del

dolo; tuttavia, non sono valutabili in senso del tutto positivo i riferimenti alla

previsione in termini di “alta probabilità” o, nella seconda formulazione,

“probabilità”: si potrebbe incorrere nel rischio di dare adito a tendenze di

oggettivizzazione e normativizzazione del contenuto volitivo del dolo,

attraverso l’agevolazione della presunzione di sussistenza dell’elemento

volitivo in presenza di un elemento intellettivo che assuma i connotati di

rappresentazione in termini di “elevata probabilità” o, comunque, in termini

di “probabilità” intesa come concetto più pregnante rispetto alla “mera

possibilità”.

Può essere valutata in modo positivo la definizione della responsabilità

per colpa prospettata dal progetto Grosso: “Risponde a titolo di colpa chi,

con una condotta che viola regole di diligenza, o di prudenza, o di perizia,

ovvero regole cautelari stabilite da leggi, regolamenti, ordini o discipline,

realizza un fatto costitutivo di reato che è conseguenza prevedibile ed

evitabile dell’inosservanza della regola cautelare”. Parte della dottrina ha

giustamente notato che il riferimento “in positivo” alle regole di diligenza,

prudenza o perizia (e non, in negativo, al comportamento “negligente”,

95

“imprudente”, o “imperito”) potrebbe valorizzare la dimensione normativa

della colpa, al contempo scongiurando i rischi di identificazione della colpa

118

attraverso suggestioni di carattere morale .

Il progetto Pisapia, per quel che attiene la colpa, elimina l’aggravante

prevista specificamente per la colpa “con previsione”, postulando una

categoria generale di “colpa grave” non necessariamente coincidente con la

colpa cosciente, e che debba essere individuata tenuto conto della concreta

situazione, anche psicologica, dell’agente, nonché della pericolosità della

119

condotta e della rilevanza della violazione di regole cautelari .

Come già anticipato però, allo stato attuale, restano in vigore le originarie

definizioni di dolo e colpa con tutte le difficoltà e le problematiche ad esse

correlate.

2. Possibili modelli di riferimento per combinare le attività rischiose

e l’elemento soggettivo

Nell’ambito del sistema penale inglese esiste un’autonoma forma di

colpevolezza, parallelamente alla intention e negligence che viene definita

120

recklessness: si tratta, dunque, di una terza forma di elemento soggettivo . In

particolare, intention e recklessness ad oggi, rappresentano le ipotesi più

frequenti e comuni di imputazione soggettiva, facendo assumere alla

121

negligence un ruolo del tutto marginale e residuale ; addirittura, con

118 In questo senso, C D., cit., pp. 263 -264.

ASTRONUOVO

119 In questo senso, C D., cit., p. 271.

ASTRONUOVO

120C F., Tertium datur. Dal common Law al civil Law per una scomposizione tripartita

URI

dell’elemento soggettivo del reato, Milano, 2003, p. 47.

121C F., op. ult. cit., p.67.

URI

96

riguardo alla negligence, proprio in virtù del principio di sussidiarietà del

diritto penale, sono stati avanzati dubbi circa la fondatezza della relativa

122

rilevanza penale . E’ necessario osservare che esistono due differenti

tipologie di recklessness: una prima di stampo prettamente soggettivo (detta

anche modello Cunningham); una seconda di stampo oggettivo (detta anche

modello Caldwell/Lawrence). Ad oggi, va premesso, che risulta affermata in

maniera maggiore la recklessness di stampo soggettivo.

Senza analizzare gli sviluppi storici a cui sono andate incontro le due

differenti tipologie di recklessness, e volendo tarare alcune considerazioni

circa l’inquadramento dogmatico al fine di ipotizzare alcune analogie con le

categorie del dolo e della colpa, si può osservare che la recklessness di tipo

Cunningham risulti affine al dolo eventuale: infatti, essa consiste nella

consapevole assunzione di un rischio irragionevole, persistendo l’agente in

una determinata condotta, nonostante la consapevolezza che dal fatto possa

123

determinarsi un evento lesivo . Tuttavia, sembra corretto osservare come la

giurisprudenza tenda ad estendere la sfera della recklessness di tipo

Cunningham anche ad alcuni casi che, nell’ambito dell’ordinamento giuridico

italiano, sono stati tradizionalmente inquadrati come ipotesi di colpa

cosciente, sulla base della “fiducia nella non verificazione dell’evento”; in

124

particolare si pensi al caso Shimmen nel quale si è sostenuto che l’imputato

fosse stato consapevole di aver ridotto ma non eliminato i rischi correlati alla

propria condotta.

122 C F., op. ult. cit., pp. 65-70.

URI

123 C F., op. ult. cit., p. 101.

URI

124 C F., op. ult. cit., p. 100.

URI

97

Di contro, la recklessness di tipo Caldwell, tende ad inglobare in sè

quelle ipotesi che sembrano maggiormente affini alla colpa incosciente,

ritenendo non necessario che il soggetto fosse stato effettivamente

consapevole dell’assunzione di una rischio irragionevole, ma risulta essere

sufficiente che detto rischio fosse “ovvio” o “serio” agli occhi di un soggetto

mediamente ragionevole.

Anche nell’ambito dell’ordinamento giuridico francese, è possibile

rilevare l’esistenza di una terza forma di imputazione, che è sostanzialmente

simile alla recklessness, la quale è situata a metà strada fra il dolo e la colpa,

125

ed assume i connotati di “volontaria esposizione a pericolo” : si tratta della

mise en danger deliberee de la personne d’autrui.

Tale forma di imputazione soggettiva, è stata introdotta dal legislatore nel

1992. Prima di tale introduzione esistevano come criteri di imputazione

soggettiva, all’interno dell’ordinamento francese, solo il dolo e la colpa. Ciò

risulta di notevole interesse, in quanto si mette in luce che non solo all’interno

dell’ordinamento italiano l’estrema labilità di confine fra dolo eventuale colpa

cosciente, arrechi problemi anche con riferimento agli aspetti della pena

edittale da commisurare in situazioni concrete. Ritornando all’assetto

attualmente vigente, all’interno dell’ordinamento giuridico francese, è

possibile rilevare che esistono differenti norme che affrontano il problema

oggetto di indagine.

Andando ad analizzare quello che è l’assetto vigente dopo l’introduzione

della mise en danger si può osservare che sono diverse le disposizioni

125 C F., op. ult. cit., p.113.

URI

98

normative che trattano il tema oggetto di indagine; difatti l’art. 121-3 comma

2 c.p. tratta di una forma di responsabilità non ordinaria, bensì ammessa solo

nei casi in cui la legge espressamente la prevede; ad oggi la mise en danger è

prevista quale circostanza aggravante per i delitti di omicidio colposo e nei

casi in cui, attraverso aggressioni involontarie all’integrità fisica, si provochi

un’incapacità totale al lavoro superiore ai tre mesi ed inferiore ai tre anni. In

ognuno dei suddetti casi si richiede che l’agente abbia commesso una

“violazione manifestamente volontaria” di un “obbligo particolare di

sicurezza o di prudenza” il quale sia “imposto dalla legge o da

126

regolamento” .

Per quel che riguarda la natura dogmatica della mise en danger risulta

opportuno tenere in considerazione che vi sono oscillazioni dottrinarie fra

quanti la ritengano una categoria affine al dolo eventuale, quanti una

127

categoria affine alla colpa cosciente e quanti una forma attenuata di dolo .

Inoltre bisogna tenere presente che la mise en danger sia prevista,

attualmente, in modo limitato ai soli reati contro la persona umana.

Un richiamo lo merita anche l’analisi dell’ordinamento giuridico

spagnolo. E’ necessario tener presente che tale ordinamento è caratterizzato

da una mera enunciazione generica del dolo e della colpa, intesi quali

elementi psicologici del reato, senza che si rinvengano indicazioni espresse,

da parte del legislatore, in ordine alla determinazione e delimitazione dei

rispettivi contenuti e limiti, nonché delle sfumature che possano assumere.

126 Così, C F., op. ult. cit., p.135.

URI

127 C F., op. ult. cit., pp. 124-226.

URI

99

A tale assetto si contrappone, tuttavia, la presenza di un istituto di parte

speciale la cui analisi interessa particolarmente ai fini della presente ricerca, il

quale ha significative analogie con il dolo eventuale: si tratta dell’attuale art.

381 c.p.

L’attuale art. 381 c.p. prevede un espresso richiamo all’art. 380 c.p., e

quest’ultimo prevede a sua volta un espresso richiamo all’art. 379 c.p.: ragion

per cui una trattazione, seppur sintetica, dell’art. 381 c.p. necessita del

riferimento alle due ulteriori norme citate.

L’art. 379 c.p. prevede la punibilità di chi «conduce un autoveicolo o un

ciclomotore a velocità superiore a 60 km/h su strada urbana, o a 80 km/h su

strada extraurbana, nonché di colui che guida un autoveicolo o un

ciclomotore sotto l’effetto di farmaci tossici, stupefacenti, sostanze

psicotrope o bevande alcoliche”, ovvero “colui che guida con un tasso

alcolico espirato nell’aria superiore a 0,60 milligrammi/litro, o con un tasso

128

alcolico nel sangue superiore a 1,2 grammi/litro» . La norma esprime una

fattispecie di pericolo astratto, la quale seppur da un lato non richiede

l’accertamento dell’effettività del pericolo creato, dall’altro la giurisprudenza

costituzionale ha ritenuto che non sia sufficiente, ai fini dell’integrazione

della fattispecie, il solo dato oggettivo consistente nel rilievo del tasso

alcolico, ma è altresì necessario verificare che detto tasso abbia influenzato la

129

condotta di guida .

L’art. 380 c.p., inoltre, configura come penalmente rilevante la condotta

di chi «guida un autoveicolo o un ciclomotore con manifesta temerarietà e

128 Così, Los nuevos delitos contra la seguridad vial, in www.datadiar.com

129 Così, Delitos contra la seguridad del tràfico, in www.enciclopedia-juridica.biz14.com

100

pone in concreto pericolo le persone», precisando che «ai fini della presente

norma si reputerà manifestamente temeraria la guida in cui concorrano le

circostanze previste al primo punto ed al secondo capoverso del secondo

130

punto dell’articolo precedente» . Anche il tal caso emerge una fattispecie di

pericolo concreto, proprio per l’espressa previsione da parte della stessa

norma di riferimento.

L’art. 381 c.p., quindi, dispone la rilevanza penale della condotta di chi

“con cosciente disprezzo per la vita altrui, mette in atto la guida descritta

nell’articolo precedente”; si aggiunge, inoltre, la rilevanza penale, seppur con

applicazione di sanzioni più lievi, dell’ipotesi in cui la condotta in questione

non abbia posto in pericolo concreto la vita o l’integrità fisica delle

131

persone . La “guida descritta nell’articolo precedente” di tipo

“manifestamente temeraria”; e la guida “manifestamente temeraria”

comprende quelle ipotesi di guida “a velocità superiore a 60 km/h su strada

urbana o a 80 km/h su strada extraurbana”, ovvero “con un tasso alcolico

espirato nell’aria superiore a 0,60 milligrammi/litro o con un tasso alcolico

nel sangue superiore a 1,2 grammi/litro”.

L’art. 381 c.p. aggiunge un ulteriore connotazione soggettiva necessaria

ai fini della rilevanza penale della fattispecie da esso descritta: il “cosciente

disprezzo per la vita altrui”: il che giustifica l’aumento di pena rispetto

all’attuale art. 380 c.p.

130 Los nuevos delitos contra la seguridad vial, cit.

131 Los nuevos delitos contra la seguridad vial, cit.

101

Conclusivamente il legislatore spagnolo ha introdotto l’istituto del

cosciente desprecio por la vida de los demas che è rivolto ai soli diritti contro

la sicurezza del traffico.

In sostanza si tratta di un parametro intermedio di responsabilità avente

ad oggetto solo alcune specifiche e tipizzate ipotesi delittuose di parte

speciale. Questo nuovo elemento psicologico può essere considerato degno di

riconoscimento in relazione ai settori in cui è stato previsto, poiché, il più

delle volte, in simili evenienze difetta l’intenzione del soggetto agente nel

cagionare l’evento lesivo che si verifica; in tali casi la prassi è maggiormente

orientata nel senso di un’imputazione colposa.

Inoltre rispetto alle più gravi ipotesi delittuose, sebbene sia plausibile la

mancanza di intenzione nel causare l’evento lesivo, risulta giustificata una

risposta sanzionatoria che è diversa, e ben più grave, rispetto a quella prevista

nelle ipotesi in cui è ravvisabile una mera colpa.

3. Alla ricerca di una terza forma tra dolo e colpa nelle attività

rischiose

L’analisi dei peculiari istituti presenti negli ordinamenti inglese, francese

e spagnolo, che configurano peculiari forme di responsabilità che si collocano

a metà strada fra il dolo e la colpa, e l’analisi dei principali progetti di riforma

che si sono susseguiti, mettono in evidenza tutte le problematiche che ruotano

intorno all’imputazione soggettiva in caso di commissione di un reato; da ciò

deriva l’ovvio interrogativo se non sarebbe opportuno, auspicabile ed utile

102

introdurre anche all’interno dell’ordinamento italiano, un terzo genere di

colpevolezza, espressivo di una rimproverabilità per volontaria assunzione di

un rischio che assuma in se, elementi propri degli attuali istituti del dolo

132

eventuale e della colpa cosciente .

Difatti, proprio dalla disamina fino ad ora effettuata, emerge con

chiarezza come dottrina e giurisprudenza si siano, oramai da anni, sforzate

nell’individuare una definizione sostanziale di dolo eventuale, cercando una

nitida linea di confine tra questa forma di imputazione soggettiva e la

limitrofa figura della colpa cosciente. Malgrado tali innumerevoli sforzi

compiuti, va però registrata la persistente incapacità di accertare la presenza

del dolo eventuale o della colpa cosciente sulla base di un criterio univoco.

Anche le decisioni giurisprudenziali che sono state oggetto di indagine

confermano che non esiste realmente un’adesione univoca ad uno schema

dogmatico. Tali circostanze continuano ad alimentare forti perplessità,

soprattutto riguardo alla possibilità di garantire la certezza del diritto, in modo

particolare nei casi che si prospettano maggiormente problematici a causa

delle difficoltà che si riscontrano nel valutare obbiettivamente

l’atteggiamento psicologico del soggetto agente.

Attenta dottrina ha evidenziato che le maggiori difficoltà si manifestano

proprio in presenza di casi simili a quello che riguarda la responsabilità

dell’amministratore delegato della ThyssenKrupp, vale a dire quelle ipotesi

132 A favore di una prospettiva di questo genere si è espressa parte della dottrina in particolare,

F., op. ult. cit. p.3 ss. la quale ha effettuato l’analisi degli istituti della recklessness, della

CURI

mise en danger délibérée e del cosciente desprecio por la vida de los demas non già in un’ottica

comparatistica fine a sé stessa, bensì con l’obiettivo di trarne prospettive de iure condendo, nonché

considerazioni e riflessioni sulla capacità del sistema penale italiano di istituire una terza forma di

elemento soggettivo che si inquadri come intermedia fra dolo e colpa.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della politica e dell'amministrazione (Facoltà di Economia e di Giurisprudenza) (ISERNIA)
SSD:
Università: Molise - Unimol
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eugenia994 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale commerciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Molise - Unimol o del prof Abbagnano Trione Andrea.

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