Università Pontificia Salesiana
Facoltà di Scienze dell'Educazione
Curricolo di Psicologia dello sviluppo e dell'Educazione
Genitorialità tra trauma infantile e legame transgenerazionale: analisi di un caso clinico
Tesi di Licenza di Simona Virdieri
Relatore: Prof.ssa Elena Margiotta
Roma, 2023/2024
A mio fratello, Federico. La mia "base sicura".
Introduzione
"Ogni bambino cresce in risonanza con i propri genitori. Se la risonanza è armoniosa, il bambino crescerà come un fiore. Ma se la madre è turbata, allora anche il bambino rifletterà il suo stato d'animo" (Schützenberger, 2006)
La presente tesi si propone di far emergere il ruolo che un trauma vissuto in età infantile esercita sulla genitorialità futura dell’individuo, esaminando il genogramma familiare, la terapia EMDR e l’approccio sistemico relazionale. I traumi infantili, che possono includere abusi fisici, emotivi, sessuali o trascuratezza, spesso lasciano cicatrici profonde nel sistema emotivo e comportamentale dell’individuo che li subisce.
Tali esperienze traumatiche influenzano vari aspetti della vita adulta, compreso il ruolo genitoriale. Quando si diventa genitore, ci si trova a fronteggiare una serie di sfide aggiuntive: possono emergere difficoltà nel creare un attaccamento sicuro con i propri figli, problemi nella gestione dello stress e della rabbia, oppure tendenze a riproporre modelli di comportamento disfunzionali appresi durante l’infanzia. È infatti possibile che tali genitori trasmettano inconsciamente aspetti del loro trauma ai figli attraverso le loro interazioni e il loro genitoriale (Bornstein & Venuti, 2013).
La scelta è caduta su tale argomento poiché ritengo imprescindibile comprendere il nesso tra trauma infantile e genitorialità, al fine di aprire nuove prospettive e accrescere l’attenzione sulla salute mentale delle famiglie. Indagare su questo tema è di notevole importanza per individuare possibili cicli di trasmissione intergenerazionale dei traumi, spezzando così la perpetuazione di schemi disfunzionali.
Per la mia formazione come psicologa e per la mia persona, ritengo essenziale acquisire consapevolezza sull’importanza di comprendere i meccanismi attraverso i quali le generazioni successive possono essere influenzate da eventi traumatici.
Il lavoro è articolato in quattro capitoli. Nel primo, verrà fornita una definizione di trauma infantile e ne saranno delineate le caratteristiche. Infatti, secondo il DSM-5-TR, il termine "trauma" si riferisce ad un’esperienza stressante o dannosa, derivante da eventi singoli o situazioni prolungate (DSM-5TR). Inoltre, verrà esaminato il ruolo cruciale dell’attaccamento sicuro come fattore protettivo durante l’infanzia, insieme all’analisi dei fattori di rischio correlati.
Nel secondo capitolo verrà approfondito il concetto di “genitorialità” che non è solitamente considerato in termini scientifici, ma implica l’acquisizione di specifiche conoscenze. I comportamenti genitoriali possono essere modificati e influenzati dalla cultura d’appartenenza (Bornstein & Venuti, 2013). Si esplorerà l’influenza del trauma sulla genitorialità, evidenziando le sfide e le dinamiche complesse che ne derivano. Sarà introdotto il genogramma come strumento diagnostico prezioso, in grado di fornire una visione sistemica e approfondita delle dinamiche familiari, aiutando a individuare schemi ereditari.
Il fulcro della genitorialità è il bambino, che cresce e si sviluppa con il sostegno dei genitori. È quindi essenziale fornire al bambino attenzioni e interazioni che siano regolari, stabili e disponibili (Bornstein & Venuti, 2013).
Nel terzo capitolo, per il trattamento del trauma, verrà introdotta la terapia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), un approccio terapeutico efficace articolato in otto fasi. Questo metodo si basa sull’assunto che nella memoria di ciascun individuo l’evento traumatico venga immagazzinato insieme a tutte le emozioni e sensazioni ad esso correlate. L’obiettivo è ripristinare il processo di elaborazione delle informazioni, favorendo nuove connessioni funzionali (Faretta, 2022).
Nell’indagine sul trauma infantile e la genitorialità, verrà introdotto l’approccio sistemico-relazionale, che considera il contesto familiare nella sua interezza. In questo caso, il focus del terapeuta si sposta dalla singola persona al sistema familiare (Loriedo & Picarsi, 2005).
Nel quarto capitolo, viene esaminato un caso clinico il quale offre un’illuminante panoramica sulle dinamiche intergenerazionali del trauma. Durante l’analisi del caso, si evidenzia come il trauma possa perpetuarsi attraverso le generazioni, influenzando profondamente le strutture psicologiche e relazionali dei membri della famiglia. Un aspetto centrale della trattazione riguarda il ruolo cruciale dell’attaccamento sicuro. Questo costrutto emerge come un elemento chiave nella mitigazione degli effetti nocivi del trauma, fungendo da fattore protettivo che favorisce la resilienza.
Inoltre, la terapia EMDR viene approfonditamente discussa per la sua efficacia nella rielaborazione dei ricordi traumatici e vengono proposti una serie di interventi basati sull’approccio sistemico-relazionale, i quali offrono una visione olistica del caso.
Il metodo utilizzato è di tipo analitico-descrittivo e il materiale utilizzato proviene dai libri di psicologia, di psicopatologia e psicologia della famiglia consultati alla Biblioteca Nazionale di Roma e alla Biblioteca Don Bosco, presso l’Università Pontificia Salesiana.
Capitolo 1
Trauma infantile: prevenzione e fattori di rischio
Questo primo capitolo si focalizza sull’approfondimento del trauma infantile e dei fattori di rischio ad esso connessi, esaminando le diverse forme di trauma che possono colpire i bambini durante la fase critica dello sviluppo. Si esplorano le implicazioni emotive e psicologiche derivanti da tali esperienze, insieme alle possibili conseguenze a lungo termine sul benessere psicologico dei bambini.
Inoltre, viene analizzato il ruolo dell’attaccamento come elemento chiave nella comprensione e nella gestione del trauma infantile, con un’attenzione particolare alla prevenzione e alla creazione di un ambiente sicuro e protettivo per favorire la salute mentale e il benessere dei più giovani.
Infine, si esplora la correlazione tra trauma infantile e patologia, evidenziando le possibili conseguenze a livello di salute mentale e psicopatologia nei bambini esposti a esperienze traumatiche.
1. Trauma infantile: definizione e caratteristiche
Nell’esperienza di un trauma, il bambino può assistere alla compromissione della sua percezione di sicurezza e alla minaccia della prevedibilità sia nel presente che nel futuro. La soddisfazione dei bisogni e il raggiungimento delle tappe cruciali dello sviluppo possono subire un pregiudizio, arrecando un danno significativo agli elementi fondamentali del suo equilibrio psicologico, quali l’autoefficacia, la stima di sé, la capacità di regolare le emozioni e il complesso ambito delle relazioni interpersonali (Simonetta, 2018).
Le percezioni di pericolo durante l’infanzia si manifestano principalmente attraverso la minaccia di separazione dal caregiver e il rischio di una risposta inadeguata ai segnali di disagio. I traumi infantili, pertanto, spesso si configurano come “traumi nascosti”, scaturiti dalla mancanza di disponibilità del caregiver o dalla disregolazione emotiva che emerge nell’interazione. Tali traumi sono intessuti nel contesto dell’interazione tra bambino e figura d’attaccamento, senza necessariamente manifestarsi in maniera evidente (Williams, 2008).
È possibile identificare due categorie di trauma: la prima è derivante da eventi improvvisi, imprevedibili e di breve durata, contraddistinti da un grave rischio per la vita, come incidenti stradali, aggressioni, violenze sessuali, la perdita di un genitore o la presenza di genitori terrorizzanti o impotenti. La seconda tipologia, invece, si origina da situazioni sfavorevoli e ripetitive, in cui l’individuo sperimenta sensazioni di sopraffazione e impotenza, subendo senza possibilità di reagire. Esempi includono abusi sessuali ricorrenti in ambito familiare, trascuratezza, eccessiva distanza emotiva tra genitori e figli, inversione di ruoli o il mancato riconoscimento dei propri bisogni da parte dei genitori. Si tratta di circostanze di varia natura che possono comunque generare esiti traumatici (Simonetta, 2018).
Va notato che un individuo può subire traumi anche da eventi che per altri potrebbero apparire normali; la persona traumatizzata vive tali esperienze in modo scioccante, accompagnate da stati d’animo caratterizzati da vergogna o terrore. È cruciale evidenziare che molti traumi infantili non derivano necessariamente da violenze, incidenti o abusi, ma piuttosto da eventi emotivamente intensi che si ripetono frequentemente o quotidianamente, come l’udire litigi tra i genitori, subire punizioni eccessive o ricevere minacce di essere allontanati dalla famiglia in caso di comportamenti giudicati inappropriati (Ibidem).
Tra le varie sfaccettature che contraddistinguono i traumi infantili, si possono menzionare i meccanismi di soppressione del pensiero, i disturbi del sonno, l’iperattività, la regressione evolutiva, le paure irrazionali, l’evitamento consapevole, il panico, l’irritabilità e l’iper-vigilanza. Quattro caratteristiche rivestono particolare importanza: i ricordi intensamente rivissuti, sia visivamente che attraverso altre modalità percettive, i comportamenti ripetitivi, le paure specificamente legate al trauma e la modificazione degli atteggiamenti nei confronti delle persone, degli aspetti della vita e del futuro (Williams, 2008).
1.1. La storia del trauma infantile
Il racconto del danno psichico costituisce il narrare di come la percezione mentale dell’individuo si trasforma, accompagnato da mutamenti nella stessa mente. È cruciale discernere le molteplici accezioni della parola “trauma” e individuare come tali significati si evolvano nel corso del tempo (Bonomi, 2001).
Etimologicamente, l’origine della parola “trauma” si rintraccia nel verbo greco τιτρώσκω, che connota l’atto di “danneggiare” o “ledere” (Laplanche & Pontalis, 1967). La storia del trauma infantile affonda le sue radici nel contesto dell’evoluzione della teoria psicoanalitica, particolarmente nelle opere di Sigmund Freud e dei suoi collaboratori. Nel corso del tempo, il concetto di trauma infantile ha subito svariate reinterpretazioni e revisioni, riflesso delle intricate dinamiche della psiche umana e delle teorie psicoanalitiche.
Nel diciannovesimo secolo, in concomitanza con le veloci mutazioni sociali e le nuove concezioni mediche, sorse la problematica dell’ampia suscettibilità umana di fronte agli eventi traumatici. Freud fu plasmato dagli insegnamenti di Charcot (Bonomi, 2001), illustre neurologo francese, il quale sin dal 1876 aveva avviato la correlazione dei sintomi che manifestavano in seguito agli incidenti in un complesso quadro post-traumatico di nevrosi, noto come “isteria traumatica”.
Non considerava l’isteria come una malattia specifica al genere femminile, poiché i sintomi post-traumatici si manifestavano più frequentemente negli uomini a seguito di incidenti lavorativi. Secondo Charcot un incidente poteva instillare l’idea di aver subito un grave danno, e questa idea stessa poteva divenire patogena, generando così una paralisi. Il disordine nervoso veniva, pertanto, concepito come una “lesione dinamica” mentre l’idea patogena veniva considerata come una parassita insediato nella mente (Charcot, 1897).
In aggiunto, Charcot, operando con pazienti isteriche, formulò l’ipotesi che l’isteria avesse una radice di natura traumatica, ma di ordine psichico: secondo le sue indagini, esisteva un’idea latente nell’individuo, capace di emergere in concomitanza di un evento traumatico. Pertanto, le pazienti non manifestavano i sintomi a causa delle conseguenze fisiche scaturite dal trauma, bensì a causa dell’idea che avevano elaborato attorno ad esso (Ibidem).
«Non vi è nessun rapporto fra la violenza del traumatismo e il grado del disturbo motorio che gli tiene dietro. Il fattore essenziale è l’emozione, lo shock morale che accompagna la violenza. La paralisi che compare dopo i traumatismi non compare immediatamente dopo lo shock, ma soltanto dopo un tempo più o meno lungo, dopo un periodo di incubazione o di meditazione, di auto-suggestione, durante il quale l’idea di impotenza dell’arto ferito, ingigantisce e si impone alla mente dell’ammalato» (J. M. Charcot, 1897, p. 517)
Sotto l’influenza delle congetture di Charcot, Freud cominciò ad esplorare il ruolo del trauma nella configurazione dei disturbi psichici. Mediante il concetto di trauma infantile, Freud avanzò l’ipotesi che eventi traumatici sperimentati durante l’infanzia potessero plasmare la struttura della personalità e provocare la comparsa di sintomi nevrotici. Tuttavia, Freud attraversò diverse fasi di modifica della sua teoria, oscillando tra l’importanza assegnata al trauma e la sua riduzione a fantasie inconsce. Questo processo di revisione rifletteva la complessità del concetto di trauma nell’ambito della psicoanalisi e le sfide legate all'interpretazione e all’elaborazione di esperienze traumatiche.
Il collaboratore di Freud, Ferenczi, avanzò una rielaborazione del trauma infantile, sottolineando l’impatto delle esperienze individuali rispetto alle fantasie filogenetiche. Ferenczi enfatizzò il potere destrutturante e ristrutturante del trauma, mettendo in luce la sua capacità di disorganizzare il mondo interno del soggetto. Nonostante le divergenze tra le teorie di Freud e Ferenczi, il concetto di trauma infantile rimase al centro della psicoanalisi come un fenomeno che continuava a suscitare interesse e discussione (Bonomi, 2001).
La ricerca di una riscrittura della scena iniziale e la tendenza alla ripetizione evidenziano la complessità e la persistenza del trauma nella psiche umana. Ciononostante, l’errore di Freud consistette nel trasferire il modello del trauma adulto al bambino, riducendo la sua teoria e la comprensione del trauma infantile, portando a una riconsiderazione della sua concezione originale.
L’abbandono della teoria del trauma infantile determinò una ridefinizione del concetto stesso di trauma nell’ambito della psicoanalisi, con un accresciuto rilievo attribuito ai fattori costituzionali ed ereditari rispetto alle esperienze traumatiche dell’infanzia. Questa modifica influenzò le pratiche cliniche e la ricerca nel campo della psicoanalisi, mettendo in luce la complessità e la mutevolezza del concetto di trauma nella storia di questa disciplina (Ibidem).
Importante fu il pensiero di Pierre Janet, neurologo e psicologo francese, che sottolineava che taluni eventi, identificati come traumi, interferiscono con i consueti processi di coscienza, amalgamando ricordi, percezioni, senso di identità e rappresentazioni corporee e comportamentali in una sinergia personale: il senso che ognuno di noi ha di sé stesso.
Janet suggerisce che di fronte a eventi percepiti come particolarmente stressanti, è possibile temporaneamente frammentare alcuni aspetti di sé stessi, rendendoli momentaneamente inaccessibili (Liotti & Farina, 2013).
1.2. Concetto di trauma secondo il DSM-5-TR
Il DSM-5-TR, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, è uno strumento usato per la pratica clinica. All’interno del manuale il trauma viene spiegato come una reazione psicologica alla sofferenza dopo un evento stressante. I sintomi, in gran parte, rientrano in una cornice di ansia o paura. Individui che affrontano eventi traumatici o stressanti possono manifestare un fenotipo caratterizzato principalmente da sintomi anedonici (mancanza di piacere o interesse nelle attività) e disforici, oltre a sintomi di rabbia e aggressività esternalizzante, o sintomi dissociativi.
Il trauma è descritto come un evento che espone una persona a morte, minaccia di morte, grave lesione o violenza sessuale. Questa esposizione può avvenire attraverso l’esperienza diretta dell’evento, l’osservazione di un evento traumatico accaduto ad altri, la consapevolezza di un evento traumatico che coinvolge un membro della famiglia, o l’esposizione ripetuta o estrema a dettagli crudi dell’evento traumatico (DSM-5-TR, 2023).
Possiamo suddividere in tre fasi il processo di stabilizzazione del trauma: una fase iniziale critica, in cui si mette in questione la validità della struttura psicologica del soggetto coinvolto e del senso di identità personale. La fase successiva di reazione: durante questo periodo, a seconda della natura del trauma e delle abilità personali di risposta, emergono due tappe significative, ovvero il ritorno alla normalità e l’adattamento dell’individuo alla situazione, rappresentato da una ristrutturazione di tipo difensivo della personalità, che, potrebbe costituire le basi per eventuali manifestazioni psicologiche. In ultimo, c’è la fase cronica finale in cui si manifestano eventuali segni evidenti del trauma psicologico (Ibidem).
Si è cominciato ad utilizzare il termine “trauma complesso” per descrivere l’esposizione a esperienze traumatiche multiple, croniche e prolungate, verificatesi durante la prima infanzia. Questa esposizione spesso si manifesta all’interno del contesto delle relazioni di cura.
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