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Fototerapia, uno sguardo interiore Appunti scolastici Premium

Tesi di laurea triennale del corso decorazione ( arti visive e discipline dello spettacolo) presso l'accademia di belle arti. Una tesi sulla fototerapia, ovvero l'utilizzo della fotografia in psicoterapia, un aiuto molto utile per l'analisi del paziente. Dopo brevi cenni storici sulla fotografia e sul suo utilizzo in psicologia nella storia, sono descritte le tecniche di fototerapia, vi sono interviste... Vedi di più

Materia di Fotografia digitale relatore Prof. E. Selvagio

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ESTRATTO DOCUMENTO

Le immagini digitali

La fotografia digitale nasce grazie alle esplorazioni spaziali e la conseguente necessità di

trasmettere a lunghissima distanza le immagini riprese dai satelliti artificiali e dalle missioni

spaziali; solo negli anni Ottanta, queste tecnologie incontrarono il computer come

moderna camera oscura e luogo per la visione, riproduzione, modifica ed archiviazione

delle immagini. La produzione è facilitata riducendo le tradizionali operazioni da effettuare;

la conservazione dei dati all’interno di memorie sempre più capienti e ridotte, è molto

agevole se confrontata ai vecchi archivi cartacei, così come la riproduzione dei contenuti in

un numero infinito di esemplari, senza alcuna perdita di qualità. Con l’avvento del digitale,

nasce il concetto di rielaborazione delle immagini; di conseguenza la foto può diventare

frutto di pura invenzione permettendo alla creatività del fotografo di manifestarsi.

Avendo superato il valore testimoniale della fotografia, essa, digitalizzandosi, ha ampliato i

suoi campi di applicazione e accresciuto la sua popolarità permettendo la nascita di nuovi

fotografi, perdendo però parte della sua autorevolezza di testimone oculare informato sui

fatti.

S

i Fig. 6 - Esempio di immagine artificiale 15

Si sono sviluppate numerose tecniche di elaborazione e fotoritocco e quindi un’immagine

del genere non deve essere necessariamente generata dall’azione della luce sul soggetto

rappresentato, come accade nella fotografia analogica, ma è frutto della conoscenza degli

effetti che la luce produce, come riflessi e ombre, le quali possono conferire un aspetto

reale ad un immagine che non lo è, il tutto ovviamente avviene grazie all’utilizzo del

computer con i software adatti. In questo modo si può quindi ottenere un’immagine

artificiale (Fig. 6). Tutto ciò ha profondamente modificato il senso delle immagini nella

nostra società e un insieme di pratiche sociali, usi , linguaggi, convenzioni estetiche molto

radicate. 16

II. Rapporto fra fotografia e psicologia

La fotografia come estensione della psiche

1.

Sebbene il valore della fotografia sembri oggigiorno sminuito dal suo continuo utilizzo

nella vita quotidiana di ogni individuo, essa può costituire un mezzo potente di

comunicazione interiore. Secondo la psicoanalisi, infatti, la macchina fotografica non è

altro che un estensione di uno degli organi percettivi fondamentali dell’apparato psichico,

l’occhio e di conseguenza della vista. La macchina è quindi uno strumento in grado di

collegare il fotografo con il mondo esterno, permettendogli di poter uscire fuori di sé e

creare un collegamento tra il suo mondo interiore e ciò che lo circonda.

La mente è in grado di assorbire informazioni solo attraverso gli organi della vista,

dell’udito, dell’olfatto, del gusto e del tatto, ma l’80% circa degli stimoli sensoriali è

percepito attraverso i nostri occhi per cui l’informazione basata sulla vista, svolge un ruolo

cruciale nella comprensione di ciò che viviamo e dunque nelle nostre esperienze, e nella

memoria che abbiamo di esse, è presente una forte componente visiva.

Il significato dell’esperienza esiste nella relazione tra l’oggetto dello stimolo e colui che lo

percepisce: se noi ci accorgiamo di qualcosa è perché questo ha un significato per noi, se

non lo notiamo è perché non si distingue. Quando percepiamo per la prima volta un

oggetto, lo imprimiamo nella mente con un significato ben definito attribuitogli da noi,

impossibile da rimuovere essendo fissato in modo permanente nella nostra memoria.

La fotografia è dunque un risultato estremamente individuale, il fotografo è l’unico che

deciderà cosa immortalare della sua realtà, compiendo un atto di ri-produzione e ri-

creazione. Se diversi fotografi avessero il compito di fotografare lo stesso soggetto, ne

uscirebbero fuori delle interpretazioni molto diverse fra loro. L’osservatore, stimolato

dall’immagine, proietta i propri vissuti e le proprie emozioni sulla foto, di conseguenza ogni

foto è strettamente soggettiva. La foto è una sorta di “acting out” attraverso il quale si

riproducono delle idee inconsce in azioni, piuttosto che come ricordi o pensieri.

Il fotografo compie quindi la dinamica “dentro fuori”, ovvero, porta parti di se all’esterno, e

utilizza quest’ultimo per comunicare parti interiori di se per elaborare i propri vissuti.

Attraverso le foto si simbolizza la realtà, esse colgono un gesto, un evento o un

17

comportamento riproponendolo nel suo significato simbolico. In questo modo si apporta il

proprio punto di vista alla realtà esterna.

Il valore dell’immagine può essere indipendente dall’oggetto che raffigura, anzi possiamo

dire che non è tanto l’oggetto in sè ma l’intensità ritrovata che ruota intorno all’oggetto,

che lo illumina e dà all’immagine valore catartico e rappresentativo.

Possono esserci dunque immagini ben fatte che restano irrilevanti e altre più comuni, che

colpiscono.

Cosa ci spinge a scattare e conservare le fotografie?

Continuando a far riferimento alla psicoanalisi, l’atto del fotografare, è strettamente

connesso ai processi di introiezione e incorporazione.

L’introiezione , in psicologia, è un processo mentale inconscio che permette all’individuo di

incorporare in sè pensieri, sentimenti, atteggiamenti e pene anche altrui, in modo

5

empatico. E’ un meccanismo fondamentale della strutturazione della psiche e un

meccanismo di difesa. Tramite l’introiezione le pulsioni di vita e di morte sono spostate

dall’oggetto esterno alla sua rappresentazione mentale, stabilendo dentro di se una

relazione sostitutiva, non più con l’oggetto in quanto tale, ma con la sua rappresentazione

interiore ricostruita. In questo modo sull’immagine che entra a far parte dell’apparato

psichico si riversano le spinte pulsionali proveniente dall’esterno, e quindi la libido non si

6

disperde verso l’esterno ma si rivolge verso l’io. Introiezione ed incorporazione invece,

sono usati il più delle volte come equivalenti. L’artista riuscirebbe, attraverso il fotografare,

a sublimare degli impulsi infantili aggressivi, insiti anche nella macchina fotografica come

strumento per “cacciare” immagini. Analizzando queste definizioni risulta piuttosto

evidente il modo in cui dunque l’arte della fotografia sia caratterizzata anche da una

dimensione e da un forte potere catartico: sia che la si produca sia che la si osservi.

Permette al fotografo e al fruitore della fotografia di elaborare e controllare le emozioni

interne. Come tutte le arti il fotografare può avere, quindi, l’importante funzione di essere

un modulatore della vita psichica umana; persone particolarmente sensibili e che hanno

difficoltà ad esprimere gli stati d’animo, attraverso le fotografie, possono esternare

contenuti interiori altrimenti difficilmente esternabili. Fotografare la natura, ad esempio,

5 Enciclopedia online, Treccani, introiezione: http://www.treccani.it/enciclopedia/introiezione/

6 Dizionario di medicina, Treccani, 2010. 18

può essere una metafora che riflette gli stati d’animo, così come ritrarre determinati

soggetti o animali può simbolizzare caratteristiche interne con cui ci si identifica (il leone: il

coraggio; un barbone: la solitudine ecc.).

La fotografia permette di contattare il proprio mondo interno, prenderne coscienza e può

generare un effetto liberatorio e di catarsi energetica.

Veniamo spinti a fotografare anche per avere la conferma della nostra esistenza.

La fotografia attiva anche il processo mnemonico e assicura la nostra esistenza nel

presente. Ogni foto colloca l'individuo in un continuum temporale che spazia attraverso un

passato pieno di ricordi, che dà senso al suo presente e gli permette di proiettarsi nel

futuro. Le foto rendono possibile conservare e fermare i momenti della vita, parti o aspetti

della persona. L’album di famiglia, ad esempio , dà la possibilità di narrare la propria storia

all’interno della famiglia, dando informazioni importanti sia sul background culturale di

appartenenza, che sulle dinamiche interne familiari e di conseguenza permette di

comprendere come ci si è proiettati nel mondo esterno a partire dalla famiglia.

Utilizzo della fotografia in psicologia

2.

Le fotografie possono fare miracoli là dove non arriva la parola e costituiscono, dunque, un

aiuto sostanzioso per psicoterapeuti, analisti, psicologi e per coloro che vogliono conoscere

un po’ meglio se stessi, andando oltre l’indagine verbale perché, a volte il dialogo si ferma

tra ricordi dimenticati e rimossi. I pazienti, infatti, rispondendo alle domande che lo

psicoterapeuta attua sulle fotografie riescono a realizzare connessioni con memorie,

pensieri e sentimenti che fino a quel momento erano rimasti sepolti nel loro inconscio, che

senza l’utilizzo dell’immagine ma con una sola analisi verbale non venivano alla luce.

<< Le fotografie sono impronte della nostra mente, specchio delle nostre vite, immagini

riflesse nei nostri cuori, memorie congelate che se vogliamo possiamo tenere nelle nostre

mani in un momento di calma silenziosa. Esse non solo documentano i luoghi in cui siamo

stati, ma indicano anche la strada verso la quale stiamo andando, indipendentemente da se

19

7

la conosciamo o no. >>

Così si esprime Judy Weiser, direttrice del PhotoTherapy Centre di Vancouver in Canada, la

quale, insieme a e Linda Berman nel 1993 fu la prima ad utilizzare le fotografie come

strumento che collabori con la psicoterapia facilitando l’esplorazione del mondo

emozionale e familiare dell’individuo. Nacque una nuova tecnica terapeutica, la

“Fototerapia”. Con questa terapia, si utilizzano foto personali e familiari per la cura di

patologie psichiche, utili a comprendere e cambiare delle parti di se aiutando il paziente a

raggiungere una maggiore consapevolezza della propria identità e rafforzare la propria

autostima.

La Weiser sostiene che le foto possono essere utilizzate sia all’interno che al di fuori del

setting di terapia e definisce tale utilizzo “fotografia terapeutica”.

Il fototerapeuta brasiliano Ayres Marques Pinto nel 2002 iniziò ad utilizzare la fotografia in

questo modo in diverse comunità psichiatriche con il suo progetto ”Foto-inconscio”,

attraverso il quale ha coinvolto gli ospiti di una comunità psichiatrica nei vari momenti del

processo fotografico, sottolineando come il fotografare e il mettere, poi in mostra, le

proprie foto abbia aiutato gli ospiti della comunità psichiatrica a prendere contatto con

determinate emozioni e parti di sé. La fotografia e il fotografare, quindi, permettono di

rappresentare delle emozioni espandendo l’immaginario e il sogno.

Par fare ciò è necessario saper pensare per immagini ed imparare ad ascoltare le foto

E’ importante, infatti, comprendere il mondo interiore e le emozioni che comunica chi

fotografa attraverso le sue foto, considerando che ogni foto evoca nell’altro diverse

emozioni che possono coincidere o meno con l’intenzionalità del fotografo e, inoltre,

ognuno, può percepire in modo diverso la stessa immagine, creando dei significati diversi

alla stessa foto, non ascoltandola e denaturandola dei suoi reali messaggi emotivi.

Origini della Fototerapia

Pian piano sono dunque andate scoperte le potenzialità terapeutiche della fotografia che si

sono affermate, ottenendo un riconoscimento ufficiale, molto lentamente.

Questo riconoscimento è avvenuto grazie al contributo sia degli psicoterapeuti che degli

artisti. Tra i più recenti, sono significativi Oliviero Rossi e Carmine Parrella.

J. WEISER, FotoTerapia ( tecniche e strumenti per la clinica e gli interventi sul campo) (ed. or. Vancouver, 1994),

Milano, 2013, p. 25. 20

Oliviero Rossi è docente nell’ambito della Psicoterapia della Gestalt e del Counseling,

direttore delle riviste “Formazione in Psicoterapia Counseling Fenomenologia” e “Nuove

Arti Terapie” e del Master di primo livello in Video, Fotografia, Teatro e mediazione

artistica nella relazione d’aiuto. Inoltre, nel 2009 ha pubblicato il libro “ Lo sguardo e

l’azione. Il Video e la Fotografia in Psicoterapia e nel Counseling”, in cui parla della sua

esperienza con la fototerapia e la videoterapia. Carmine Parrella è invece coordinatore di

un Laboratorio di Fototerapia attivo presso l’ASL2 di Lucca, sorto proprio grazie alle

esperienze da lui maturate nell’ambito dell’arteterapia, alla quale ha dato il suo contributo

anche mettendo a punto le tecniche della VideoBiografia, del VideoDilemma e del

VideoTraining, utili nei progetti di prevenzione al disagio adolescenziale.

Il primo convegno internazionale di fototerapia si svolse nel 1977 negli Stati Uniti. L’attività

del Phototherapy Center a Vancouver, che dal 1982 è l’archivio e la sede dei corsi sulle

tecniche fotografiche in psicoterapia, iniziò da un’idea di Judy Weiser, psicologa e arte-

terapista, il cui primo articolo al riguardo era apparso già nel 1975. Da allora sono nati

centri di fototerapia in Finlandia, in Giappone, e si sono susseguite centinaia di conferenze

e tavole rotonde, di cui una in Italia nel 2006, presso il Centro di Salute Mentale di Lucca,

mentre ad Ancona è esistito un Gruppo di Ricerca Italiano in Fototerapia (GRIFO).

La fototerapia, sebbene sembri essere una scoperta recente, in realtà ha origini molto

lontane. Fu nell’ ottocento che si iniziò ad utilizzare la fotografia in ambito psichiatrico.

Hugh Welch Diamond

Fu Hugh W. Diamond il primo psichiatra ad aver colto per la prima volta la valenza

terapeutica della fotografia . Nel 1848 Diamond era diventato Direttore del Dipartimento

femminile del manicomio Surrey County Lunatic Asylum e vi rimase per almeno un

decennio, sviluppando nel frattempo anche la sua passione di fotoamatore.

All’interno del manicomio sopracitato ebbe modo di studiare le diverse patologie

psicologiche esistenti, che , nel 1852, illustrò in una serie di ritratti chiamati “ the types of

insanity” (Fig. 7), ritraenti i pazienti del manicomio con le loro particolari espressioni,

dando il suo primo contributo fotografico alla psichiatria.

Nel 1856 presentò dunque una relazione alla Royal Society in cui parlò dei vantaggi che la

fotografia poteva conferire alla psichiatria. Questo lavoro parla del modo in cui i suoi

21

pazienti riuscivano a entrare in relazione con i loro ritratti fotografici, analizzandone le

reazioni e i benefici scaturiti.

Q

u

e

s

t Fig. 7 - Ritratti della serie "the types of insanity"

i Questi pazienti, osservando la loro immagine riuscivano a raggiungere una maggiore

consapevolezza della propria condizione attuale, confrontarla con quella passata e quindi

riuscire a cogliere i propri miglioramenti, dimostrando infine gratitudine nei confronti di chi

li aveva curati. Significativo a riguardo è il racconto del caso di una giovane donna che

soffriva di allucinazioni e che si era convinta di essere una regina, ma vedendo i propri

ritratti, trovandoli divertenti e conversandone con Diamond stesso, era riuscita ad

abbandonare le sue fantasie. E’ stato proprio grazie alla congiunzione dei suoi interessi di

fotoamatore e di psichiatra che gli è stato possibile cogliere il potere terapeutico della

fotografia, realizzando in un certo senso il primo vero progetto di fototerapia. Questo, a

differenza di altri successivi, fu un progetto molto umano in cui il paziente, dunque, non era

considerato una semplice cavia, ma un individuo in grado d’interagire con la sua immagine.

Da quel momento in poi, sempre più psichiatri, prendendo esempio da Diamond, hanno

iniziato a concentrarsi sulle reazioni dei loro pazienti di fronte ai propri ritratti fotografici.

La fotografia provocò diversi effetti nei vari pazienti dei manicomi. Ad esempio, in un

articolo pubblicato dal direttore del Chester County Lunatic Asylum del 1857, si osserva

come i pazienti si sentivano appagati alla vista della propria immagine tanto da volerle

spedire ai propri cari. Citando altri esperimenti del genere, all’inizio del 1880, in base a

delle fotografie scattate da Sir William Charles Hood al Bethlem Asylum, si è constatato,

invece, come lo scattare delle fotografie ai pazienti fosse per loro un diversivo per

movimentare le giornate. Da quegli scatti ne derivavano anche commenti e osservazioni sul

22

solo aspetto estetico, nonché sull’abbigliamento ecc.. Questo aspetto è ulteriormente

riscontrabile nell’approccio che la gente ha avuto con le cartes – de – visiste di Disdéri.

André Adolphe Eugène Disdéri Con il fotografo A. A. E. Disdéri si notò come la

fotografia possa stimolare la fantasia umana e

quindi toccare le corde più nascoste ci ciascun

individuo.Ciò accadde, più che in ambito

psichiatrico come nel caso di Diamond, in un

ambito prettamente fotografico, ovvero nel suo

studio grazie all’avvento delle cartes-de-visite

(Fig. 9),da lui brevettate, con le quali ha reso

Fig. 8 - Apparecchio fotografico per la

realizzazione delle cartes de visite possibili, anche se inconsapevolmente, le prime

immersioni nella complessa identità delle persone e nei loro ricordi. Egli, nel 1854, creò un

apparecchio fotografico a quattro obiettivi (Fig. 8 ), che, in un secondo tempo diventarono

otto o anche dodici, attraverso i quali su di un’unica lastra potevano essere riprese quattro,

otto o dodici pose, uguali oppure diverse fra loro, sia dello stesso soggetto che di soggetti

diversi. Un apparecchio che ne deriva è quello che oggi viene utilizzato per creare le

fototessere. Queste stampe misuravano in media 6 x 9 cm e venivano montate su un

cartoncino rigido, erano molto economiche in quanto venivano impressionate tutte su una

sola lastra al collodio umido, costavano 20 franchi, mentre per un ritratto a lastra intera

erano ne erano necessari circa 100. Queste foto andarono molto di moda poiché potevano

essere collezionate da chiunque; per la prima volta anche i ceti popolari ebbero la

possibilità di avere delle fotografie, anche se poi questa moda si estese anche alla

borghesia e alla nobiltà parigina. Il piccolo formato permetteva di portarle sempre con sé,

nei portafogli, nei taschini, negli album di famiglia, rivoluzionando anche il modo di fruire le

fotografie e anticipandone la dimensione psicologica. Questi ritratti possono apparire

banali, non sono particolarmente studiati, la maggior parte sono realizzati a figura intera,

su fondali abbastanza scarni e senza particolari allestimenti scenografici, sono immagini

che non hanno niente a che vedere con le magistrali riprese di Nadar, fotografo francese al

tempo molto in voga, ma che consentono di rispondere all’esigenza di poter fermare il

corso del tempo, della storia e di non disperdere il proprio passato. In effetti ciò che

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interessava ai clienti di Disdéri era la possibilità di avere a portata di mano una prova della

loro esistenza e un pezzo della loro vita, meritevole di essere conservato e ricordato. Gli

album di famiglia erano considerati degli oggetti concettuali degli scrigni di memorie

presenti in ogni salotto della seconda metà dell’ottocento.

L’aspetto interessante, sta inoltre, nel modo in cui i clienti di Disdéri si ponevano davanti

all’obiettivo. Essi, infatti, cercavano di evadere dalla quotidianità calandosi nei panni di

personaggi con i quali avrebbero sempre voluto identificarsi. Il momento del ritratto

fotografico, diventava un pretesto per concretizzare le fantasie del cliente, il ciò è

riconducibile all’appagamento sostitutivo del desiderio di cui Freud ha parlato nel saggio “Il

poeta e la fantasia” del 1907 nel quale ha paragonato l’attività artistica ai giochi dei

bambini, alle fantasie e ai sogni degli adulti, sottolineando che quest’ultimi tendono a

relegare al mondo dell’immaginario e dell’onirico proprio quei desideri considerati infantili

e perciò fonti di vergogna. Fig. 9 - Carte de visite 24

In questo modo la terapeuticità della fotografia si è collocata da subito in una zona di

confine tra arte e psicologia, diventando da un lato uno strumento di cui l’uomo comune,

magari con l’aiuto di un’artista, può impossessarsi per curare i suoi piccoli disagi psichici,

dall’altro lato, può essere invece uno strumento con il quale un terapeuta professionista

affronta quelle patologie più gravi manifestate dai suoi pazienti.

Tuttavia nell’Ottocento il contesto culturale presente non era abbastanza maturo per

permettere l’affermazione della terapeuticità della fotografia, e se a Londra Diamond

sembrava aver colto il potere terapeutico della fotografia, in Francia era stata trasformata

da Charcot, padre della neurologia, nel pretesto per rimandare il momento della guarigione

delle povere isteriche. Infatti egli, provocava artificialmente e ripetutamente i dolorosi

attacchi isterici per i quali le pazienti erano state internate, aggravandone la situazione e

perfino sostenendo che questo era l’unico trattamento terapeutico possibile.

Inoltre la fotografia doveva celare il modo in cui le isteriche venivano toccate, illudendo i

fruitori che i loro attacchi avvenivano spontaneamente e che i medici conservavano nei

loro confronti una distanza neutra.

Il primo riconoscimento ufficiale

La relazione alla Royal Society di Diamond fu un documento prezioso che meritava di

essere riproposto. Fu Sander L Gilman che, nel 1976 riscoprì e pubblicò questo documento

nel libro “The face of Madness, Hugh W. Diamond and the origin of psychiatric

photography” che contiene anche le fotografie prodotte da Diamond e le descrizioni che

nel 1858 scrisse lo psichiatra John Conolly. Questa pubblicazione contribuì ad un

riconoscimento ufficiale del potere terapeutico della fotografia.

Nel 1859, sulla rivista “Psychology Today”, il terapeuta Brian Zakem, attivo presso il

Ravenswood Hospital Mental Health, con l’articolo “Photographs help patients focus on

their problems” ha parlato per la prima volta della fotografia come strumento terapeutico.

Nel 1975 apparse il primo articolo di Judy Weiser “Photography as a verb” nella rivista “The

BC photographer” Nel 1979 inoltre ebbe luogo il primo International Phototherapy

Symposium , nell’ Illinois. 25

In generale, negli Sessanta-Settanta del Novecento si analizzò molto l’identità concettuale

della fotografia, studiando la sua funzione e la sua capacità di innescare dei processi

mentali. Si individuarono diverse finalità dell’uso della fotografia in ambito terapeutico, la

fotografia poteva essere una sollecitazione della memoria, un modo di recuperare il tempo

o uno specchio in cui guardarsi e controllarsi.

Judy Weiser (Fig. 10)

Oggi, un contributo sostanzioso alla fototerapia e alla tecnica è stato e continua ad essere

fornito da Judy Weiser. Judy Weiser, canadese, è una dei primi

pionieri della Fototerapia, Fotografia

terapeutica, Arte terapia, Video Terapia e

altre tecniche affini. Svolge attualmente le

professioni di psicologa, arte terapeuta,

consulente, docente universitario,

formatrice e scrittrice. Fondatrice e

direttrice del PhotoTherapy Centre a

Vancouver, Canada. Per oltre 25 anni ha

usato le sue tecniche di fototerapia in uno

studio privato (precedentemente con

clienti socialmente diseredati) , ha passato

Fig. 10 - Judy Weiser gli ultimi 15 anni fornendo consulenze,

conferenze e workshops nelle università e conducendo dei corsi intensivi in tutto il mondo.

Inscritta nel registro canadese dei fornitori dei servizi sanitari in psicologia, è non solo

psicologa e arte terapeuta ma anche fotografa e artista. Judy ha tenuto più di 300

Workshops, seminari, conferenze e presentazioni in più di 50 città in tutto il mondo

durante gli ultimi tre decenni in cui spiega ai professionisti per la salute mentale come

usare le tecniche di Fototerapia, Arteterapia, Videoterapia, al fine di migliorare il loro

lavoro di terapia e counseling.

Ha inoltre insegnato alle persone comuni come utilizzare le tecniche di fotografia

terapeutica e la terapia filmografica , delle attività fotografiche finalizzate a migliorare il

26

benessere individuale e della collettività riducendo l’emarginazione sociale causando dei

cambiamenti positivi nella gente. Judy attualmente tiene in Canada ogni anno il corso

intensivo di 6 giorni “Judy Weiser’s Phototherapy tecniques Certificate Program” che tiene

occasionalmente anche in Italia. Fa parte del comitato editoriale della rivista italiana

“psicoart: rivista on line di arte e psicologia” e la rivista canadese di “Art Therapy

Association Journal” , ed è un membro eletto della Canadian Academy of Independent

Scholars and the American Family Therapy Academy. Si presta inoltre come Consulente

internazionale nel centro per terapie visive negli Stati Uniti , nell’istituto per psicologia e

fotografia in Messico, in PSYfoto in Russia e La Dama Sognatrice Produzioni Audiovisive in

Italia. E’ stata inoltre istruttrice negli istituti di Arte Terapia a Toronto e a Vancouver. Il

lavoro di Judy è stato menzionato in molte pubblicazioni , lei ha inoltre discusso delle sue

8

tecniche in molte interviste radiofoniche e televisive in molti paesi.

Le fotografie , come ha osservato J. Weiser , sono degli “oggetti curiosi”, esse, infatti,

possono sembrare dei semplici pezzi di carta ma quando vengono osservate prendono vita

e proiettano l’osservatore nel luogo e nel momento da loro congelato. In questo modo il

soggetto ha l’impressione di trovarsi di fronte a una testimonianza oggettiva della realtà,

dimenticando che essa non è altro che una sua costruzione simbolica. Questa costruzione

simbolica della realtà, in quanto tale, può essere variamente interpretata dai fruitori,

poiché , come vuole la concezione filosofica del relativismo, non esiste una sola realtà ma

più realtà a seconda dei punti di vista. Una fotografia è dotata di una profondità abitata, in

essa vi sono dunque storie, memorie ed emozioni che costituiscono quel contenuto latente

che si cela in profondità e che di quindi può essere colto solo se si è in grado di attraversare

con lo sguardo i vari strati che compongono un’immagine. Solitamente questa operazione

viene facilitata dalla presenza in superficie di alcuni elementi minimi, designati da Roland

Barthes col termine latino di punctum, in apparenza insignificanti ma capaci di “pungere” il

fruitore aprendo di fronte ai suoi occhi uno spazio illimitato di emozioni, di interrogativi e

di rimandi ad esperienze già vissute.

S.Freud, nell’Interpretazione dei sogni (1899), ha paragonato il funzionamento

dell’apparato psichico delle persone a quello di una macchina fotografica, poiché la psiche

umana, durante il sonno, converte l’energia psichica libera in immagini, le quali sono un

8 Cfr. J. WEISER, FotoTerapia ( tecniche e strumenti per la clinica e gli interventi sul campo) (ed. or. Vancouver, 1994),

Milano, 2013, ibidem. pp. 22-23 27

linguaggio della personalità profonda. In altre parole, le immagini provengono da quelle

emozioni o tensioni interne da cui è nato il sogno stesso e che così si riesce ad elaborare

psichicamente.

A questo punto risulta evidente l’analogia con le immagini fotografiche, anch’esse

considerabili degli equivalenti visivi di certe pulsioni interne, altrettanto ricchi di significato

e pur sempre da decifrare razionalmente. Ad essere analogo è anche l’effetto riparativo

che la produzione sia delle immagini fotografiche che di quelle oniriche ha sulle persone.

In entrambi i casi avviene un’oggettivazione e una ripetizione di certi traumi che in questo

modo diventano qualcosa che il soggetto può ricordare ed elaborare. E da non trascurare è

anche l’effetto benefico del dispendio di energia psichica richiesto dal lavoro creativo

stesso, che sottrae forza al dolore, spostando l’attenzione lontano da quest ultimo.

In conclusione si può affermare che ciò che spinge una persona ad usare la fotografia è

sempre uno stato di necessità, di cui può essere più o meno consapevole, ma in ogni caso il

potere terapeutico sia dell’agire che dell’oggetto fotografico sarà ben presente, anche a

prescindere dalla professione di chi si è calato nel ruolo del fotografo.

La Fototerapia

3.

La FotoTerapia è una pratica terapeutica che sfrutta le foto personali, gli album di famiglia,

e le foto realizzate da altri, le quali evocano sentimenti, i pensieri e i ricordi, come

catalizzatori per approfondire la comprensione e migliorare la comunicazione durante le

sedute di terapia, le quali sono condotte da professionisti della salute mentale specializzati,

facendo emergere dei concetti che con il solo utilizzo della parola non sarebbero emersi.

Oltre la Fototerapia, esistono le tecniche di fotografia terapeutica; pratiche fotografiche

messe in atto dalle persone stesse al fine di incrementare la propria consapevolezza e

conoscenza di sé, attivare un cambiamento sociale positivo, rinforzare la comunità,

migliorare le relazioni interculturali, ridurre il conflitto, rivolgere l’attenzione su problemi di

giustizia sociale, approfondire l’educazione visiva, migliorare la cultura, ampliare i mezzi

della ricerca qualitativa e produrre altri tipi di guarigione o apprendimento attraverso la

fotografia. Queste tecniche non necessitano delle abilità di un terapeuta specializzato o di

un counsellor. Senza limitarsi alla sola “fotografia cartacea”, si può lavorare con qualunque

tipo di immagine fotografica, sia statica che in movimento, includendo applicazioni di

28

Videoterapia e/o lavoro terapeutico Videografico, foto digitali, foto di cellulari, DVD.

Le foto scelte per le sedute di Fototerapia, non vengono interpretate dallo psicoterapeuta,

l’input dovrebbe piuttosto venire sempre dal cliente, guidato dalle domande del suo

terapeuta stimolate dalle foto, mentre entrambi esaminano insieme l’immagine e il suo

impatto emotivo. La FotoTerapia, essendo una pratica terapeutica, richiede le competenze

di un terapeuta o di un counsellor, formato professionalmente, che conduca il processo,

mentre la fotografia terapeutica, essendo una pratica fotografica non ne ha bisogno.

Entrambe tuttavia si basano sul fatto che le foto sono un modo, molto più ricco e sicuro, di

esplorare i sentimenti di quello che potrebbero offrire le sole parole.

Durante le sessioni di FotoTerapia, i clienti non si limitano a stare seduti in silenzio, a

contemplare foto già scattate, ma ne fanno e ne creano di nuove; per alcune posano, o

parlano con esse, le ascoltano, le ricostruiscono in modo attivo, le scolpiscono visivamente,

le rivisitano per formare o illustrare nuove narrative, le raccolgono o le acquisiscono come

compito, le ri-visualizzano nella memoria o nell’immaginazione o perfino le fanno dialogare

con altre foto .

Porre alle persone domande sulle loro foto può essere un buon modo di scoprire il loro

sistema valoriale e le credenze ad esso relative, le valutazioni di sé, i giudizi individuali e le

conseguenti aspettative, tutti aspetti con cui si misureranno i loro cambiamenti futuri.

Si può imparare molto dalle emozioni di cui i pazienti narrano nei loro album, oltre che di

ciò che essi rappresentano visivamente. Riguardando le loro foto personali e di famiglia, o

ascoltando il feedback delle risposte di altri su queste immagini, i clienti spesso imparano

cose su se stessi di cui non erano consapevoli nel momento in cui avevano scelto o scattato

la foto. Cose che divengono poi visibili in modo ovvio erano forse solo potenzialmente

“presenti” al momento dell’originaria “sospensione del tempo”.

Tutto ciò può essere usato al fine di ottenere un beneficio terapeutico da uno specialista

che sappia come lavorare adeguatamente sulle interazioni dei clienti con le proprie foto e

con quelle della propria famiglia, per aiutarli a “ottenere un quadro migliore” della loro

vita. La costruzione interna di sé è ciò che inquadra la realtà delle persone.

La loro visione del mondo influenzerà e filtrerà tutto ciò che accade dentro e fuori della

loro testa. 29

A chi si rivolge?

Principalmente, essendo una terapia che facilita la comunicazione, risulta molto adatta per

soggetti che costituzionalmente hanno un deficit linguistico, dai bambini agli stranieri e

dunque anche persone che cercano di adattarsi ad una cultura diversa possono riscontrare

nella macchina fotografica un forte aiuto per osservare ciò che li incuriosisce senza

guardarlo direttamente. Allo stesso modo può essere rivolta dai sordi alle persone con

disturbi emotivi o disfunzioni cerebrali o persone che hanno bisogno di riaccettare la

propria immagine dopo un incidente o una malattia, o come sfogo per coloro che non

possono manifestare la propria identità sessuale e per i quali fissare in immagine il proprio

desiderio represso vale come conferma, oltre che come gioco. Attraverso il medium

fotografico non soltanto è più facile esprimere contenuti psichici latenti, ma viceversa

imprimere nella mente un contenuto esterno, rendendo possibile una tecnica di

cambiamento personale.

A tale scopo si rivolgono al fototerapista anche persone che hanno una vita pubblica e

desiderano costruire la propria immagine in maniera da risultare vincenti prima di tutto ai

propri occhi. In questo caso è più corretto parlare di fotografia terapeutica, poiché

l’accento è spostato sulla fotografia e non sulla terapia.

Anche la gente comune si è approcciata a queste tecniche, persone che non hanno

necessariamente problemi psicologici ma con l’ intenzione di esplorare più a fondo le

proprie vite attraverso ciò che si riflette nelle loro fotografie, allo scopo di migliorare la

conoscenza di se stesse per crescita personale.

La figura del fototerapeuta

Queste tecniche possono essere esercitate da psicoterapeuti, counsellor, psicologi,

terapeuti di coppia, psichiatri, arte-terapeuti, assistenti sociali ma anche da soggetti

provenienti da attività collegate quali insegnanti di sostegno, antropologi, sociologi

personale dei campi estivi, clero e così via. Queste tecniche sono rivolte comunque a

terapeuti già formati in cerca di tecniche da aggiungere al proprio repertorio personale, per

esercitarle con chiunque altro all’infuori di se stessi, è necessario per legge possedere

30

anche una formazione professionale nel campo del counselling o della psicoterapia. Non è

necessario essere fotografi esperti per poter eseguire con successo un intervento di

Fototerapia, anzi, una formazione professionale nel campo dell’arte della fotografia si è

spesso rivelata un handicap piuttosto che un vantaggio poiché le preoccupazioni estetiche

per la composizione dell’immagine, le qualità tonali, i sistemi zonali, le formule

decostruttiviste e così via, interferiscono con le risposte spontanee alle fotografie che sono

necessarie per utilizzarle come mezzo di comunicazione emozionale.

Spesso vengono utilizzate anche foto sfocate, sgualcite, che raggiungono scarsi risultati

estetici, ma che risultano estremamente utili per la terapia.

Pertanto anche i terapeuti che sono soltanto dei fotografi casuali o coloro che non hanno

mai scattato una foto in vita loro sono in grado di incorporare la Fototerapia nel loro

repertorio di strumenti professionali né più né meno di coloro che hanno ricevuto una

formazione specifica dal punto di vista fotografico.

La tecnica

La FotoTerapia consiste in cinque tecniche che vengono combinate in base alla situazione

di ogni cliente e delle preferenze del terapeuta. Non esiste un solo modo corretto,

prestabilito, di usare queste tecniche, né c’è l’obbligo di applicarle in qualche particolare

ordine o combinazione. Ogni terapista infatti, utilizza queste tecniche in modi un po’

diversi, in base alla sua formazione professionale e al suo orientamento teorico, ma anche

a seconda dei bisogni e degli obiettivi terapeutici specifici della situazione di ogni cliente.

Una volta formati, i terapisti che lavorano in campi diversi della salute mentale

svilupperanno sicuramente, nell’applicazione di queste tecniche, un loro personale

approccio particolarmente adeguato al tipo di aiuto che si trovano a offrire ai clienti.

Ogni tipo di fotografia e di tecnica fotografica ha i suoi benefici e i suoi limiti specifici, ed

ognuna di esse può essere usata non solo singolarmente, ma anche insieme con le altre

quattro, o combinata con i mezzi di varie arti espressive, o immagini appropriate per

qualche altra ragione, così da migliorare ulteriormente il processo terapeutico.

Le cinque tecniche di Foto-Terapia sono direttamente corrispondenti alle diverse

relazioni possibili tra l’individuo e la macchina fotografica (o la fotografia) tuttavia spesso

nella pratica queste categorie si sovrappongono spontaneamente: 31

1. Foto scattate personalmente dal cliente o delle foto che fanno parte di una selezione

personale, possono essere foto scattate da esso o foto collezionate da riviste,

cartoline, internet, foto altrui fatte proprie.

Questa tecnica può anche includere un lavoro con immagini fotocopiate, inserite in

un collage, costruite digitalmente, scannerizzate o rielaborate per poter essere

riutilizzate. Questo gruppo di fotografie innesca rapidamente il processo di

rievocazione, viene chiesto, dunque, al paziente, di descrivere le fotografie scelte

ricordando gli eventi a cui sono collegate o esprimere giudizi sulle persone e le cose

rappresentate rendendo più facile l’apertura di un racconto autobiografico a cui ci si

lascia andare con facilità. Queste foto, permettono di porsi degli interrogativi in

direzione introspettiva provando a chiarire i motivi inconsci che hanno portato a

scattare quella foto in quel determinato istante, con quella determinata

inquadratura. Le foto che si scattano sono una forma di autoespressione.

Molte cose possono influenzare la decisione di scattare una fotografia: un obiettivo,

una speranza, l’attesa del risultato, e se lo scatto non soddisfa le aspettative è

comunque utile esplorarlo per capire cosa non va bene in esso e come avrebbe

dovuto essere. Il semplice fatto di avere avuto con sé la macchina fotografica

proprio in quel giorno o il semplice gesto di portare l’obiettivo agli occhi, sono già di

per sé elementi significativi. In questo tipo di foto il coinvolgimento emotivo può

essere più o meno alto e variamente ricco di contenuti simbolici che sarà compito

dell’analista portare in superficie. Studiare i momenti che le persone decidono di

fotografare può portare alla luce informazioni emozionali, comportamenti ricorrenti

e interessi, metafore personali e simboli anche inconsci e dunque le fotografie che i

pazienti scattano diventano metafore di loro stessi o indizi di percezioni estranee a

dominio della coscienza.

Il terapista può anche assegnare dei compiti al cliente, fornendo delle indicazione su

degli scatti da effettuare. Si tratta di foto il cui tema può venire imposto oppure

concordato, ma sempre scelto dalle alternative offerte dall’analista. Da queste

fotografie, l’analista ne ricaverà elementi di discussione mettendo in rilievo figure

ricorrenti, suggerendo motivi ed esplicitando altre eventuali linee di indagine, più

difficilmente percorribili attraverso la sola verbalizzazione. 32

La foto supera facilmente le difese di un soggetto che rifiuta il dialogo, permettendo

al terapista di rivolgere domande intorno alle foto scattate dal paziente evitando di

farlo sentire sotto esame. Ovviamente in questi casi ciò che più conta è l’aderenza a

un tema predefinito, e non tanto la padronanza di una tecnica, è molto importante

l’interessamento verso un particolare problema, la focalizzazione dell’attenzione

verso un aspetto del mondo e la possibilità di esprimersi attraverso un canale che

non richiede più di tanto impegno o manualità. Si può chiedere, ad esempio, di

scattare fotografie di cose che il paziente vorrebbe poter cambiare nel mondo o di

se stessi, fotografare ostacoli, progetti, speranze, sogni o segreti che difficilmente

verrebbero fuori verbalmente ma che si preferisce esternare visivamente.

Questo rapporto di committenza tra l’analista e il suo cliente comprende l’uso

attivo della fotografia, trasforma lo spettatore in autore, e spesso si conclude con il

lavoro in camera oscura e con l’esposizione delle foto al pubblico; esternare le foto

fornisce un aiuto per esplorare in sicurezza quello che abbiamo conosciuto di noi

scattandole. Va anche detto che la fototerapia , incoraggiando un uso artistico della

macchina fotografica, mentre ottiene una preziosa testimonianza sulla personalità

dell’autore, d’altra parte stuzzica la sua vanità e ne aumenta l’autostima.

2. Foto fatte da altre persone al cliente, il quale può aver appositamente posato per

esse, oppure venir colto il un momento spontaneo, in cui egli non era consapevole di

essere fotografato.

Le foto scattate da altri mostrano ai pazienti molti modi diversi in cui gli altri li

vedono, ma anche come appaiono a loro stessi quando non c’è l’effetto di inversione

dello specchio. Se in particolare il soggetto è ripreso a sua insaputa,

dall’osservazione di queste foto emergono i tratti di sé più nascosti, espressioni e

gesti che, non essendo controllati al momento dello scatto, offrono indizi e appigli

per l’interpretazione. Questi ritratti accidentali sono molto rari e quindi non sono

molto familiari, di conseguenza, quando li si osserva si ha un sentimento di sorpresa

e di fascinazione verso la propria immagine, poiché si scorge un “sé” diverso da

quello che si credeva di mostrare agli altri. Ottenere un espressione naturale, infatti,

non è molto facile e il fotografo tende a fare diversi scatti in modo che il soggetto

possa abituarsi alla macchina fotografica fin quasi a dimenticarsene, e questo

33

ovviamente aumenta la possibilità di buona riuscita. Il fotografo deve essere inoltre

bravo a distrarre i suoi modelli, facendoli pensare ad altro mettendoli a proprio agio,

per ottenere l’effetto desiderato. Se si posa per la fotografia consapevolmente, si

andrà a mostrare il modo del paziente di atteggiarsi nei confronti del fotografo, se si

tratta invece di una foto spontanea si andranno ad evidenziare diversi aspetti della

personalità che vengono catturati. Le foto scattate da altri pazienti ci permettono di

mettere alla luce le parti di noi che non attraggono l’attenzione altrui. Permettono

anche di esplorare il modo in cui una persona cambierebbe il suo comportamento

abituale, la sua apparenza, il suo linguaggio corporeo, se si rendesse

improvvisamente conto che qualcuno la sta fotografando.

Può essere terapeuticamente utile per le persone comparare le foto “in posa” con

quelle che non lo sono, così come varie foto scattate loro da diversi fotografi, per

vedere come le percezioni che ognuno di essi ha di loro siano differenti, e cosa

questo possa raccontare circa la diversa relazione tra loro e i fotografi coinvolti.

Molto interessante è, inoltre, il confronto fra l’autoritratto e ritratti realizzati da altri,

in particolare quelli realizzate da fotografi dell’altro sesso che hanno inconsciamente

guidato, influenzato e limitato le vite dei pazienti.

Questa tecnica risulta molto efficace per quelle donne che hanno voluto rafforzare la

propria identità, o gruppi sociali privati dei diritti civili le cui vite vengono manipolate

dagli altri.

3. Autoritratti, foto in cui il volto è in primo piano e l’atteggiamento di chi è in posa

comunica il sentimento manifestato davanti all’obiettivo.

Possono essere scattate spontaneamente con una macchina fotografica istantanea

durante le sedute di terapia, oppure scattate o raccolte in un momento successivo,

come compito assegnato dal terapeuta. In queste foto, a differenza delle foto

scattate da altri, il cliente ha avuto il controllo totale e il potere su ogni aspetto della

creazione dell’immagine. A questo livello comincia a divenire molto importante

l’interpretazione di istanze di censura e di controllo.

L’autoritratto permette di vedere il modo in cui la persona si presenta agli altri, e di

esplorare chi essa è quando nessuno la sta guardando e non la giudicherà, permette

di vedere chi realmente è senza limitazioni o aspettative inflitte dagli altri. 34

Con gli autoritratti si può ottenere una visione del sé come entità esterna, come se

fosse un'altra persona, di conseguenza è molto facile comparare la propria immagine

con l’immagine interiore che spesso è idealizzata. Quando queste due visioni non

combaciano si incorre in un conflitto inconscio, di conseguenza gli autoscatti

possono aiutare il paziente ad affrontare la negazione, scoprire i suoi limiti e

oltrepassarli mediante un discorso autogestito e ragionevole.

Questi autoritratti possono anche essere assegnati dal terapeuta che può dare, ad

esempio dei computi da svolgere, come ad esempio fotografare “le parti di te che ti

piacciono di più, o meno”, “il te stesso che tua madre avrebbe sempre voluto che

fossi”, “il te stesso che i tuoi genitori non apprezzeranno mai” e così via.

Questa tecnica è molto utile per risolvere problematiche legate all’autostima, la

sicurezza di sé e l’auto accettazione. Dal momento in cui gli autoritratti permettono

un confronto non-verbale diretto con se stessi, risultano il tipo di foto più

minaccioso e pericoloso dinanzi al quale lasciarsi andare alle proprie emozioni, si

crea un faccia a faccia che può causare una profonda vulnerabilità in cui la

razionalizzazione difensiva è difficile, poiché non c’è nessun altro “lì” cui dare la

colpa, devono essere pertanto molto ben seguiti dal terapeuta.

4. Album di famiglia, questo tipo di immagini comprendono foto conservate

formalmente in album oppure connesse tra loro a costituire in maniera più libera

delle narrative, attaccate al muro o sullo sportello del frigo, inserite nel portafogli o

nelle cornici, sistemate sul monitor del computer, o caricate su siti web.

Sono una semplice raccolta dei precedenti tre tipi di foto individuali (quelle fatte

dalle persone, quelle fatte alle persone, e gli autoritratti) ma quando queste sono

messe in una sequenza ordinata che forma nell’insieme un “quadro più ampio”

come nel caso di un album, esse assumono tutte una seconda vita. Le foto di

famiglia costituiscono una base per iniziare un analisi sulle radici, il background,

l’ambiente circostante, i modelli relazionali o i messaggi e le aspettative comunicate

a livello intergenerazionale del paziente, definendo il suo ruolo nell’ambiente in cui

si trova dalla nascita e quindi il modo in cui esso si rapporta in diversi contesti.

Molte foto di questi album ritraggono cerimonie, ma la maggior parte raccontano

momenti quotidiani, dunque, foto realizzate mentre le cose stavano accadendo.

35

Simili fotografie permettono pertanto di studiare com’era la realtà della vita degli

anni rappresentati nell’album, contengono anche persone “dimenticate”, miti,

segreti, aneddoti gustosi, così come occasionali false verità e di conseguenza ciò che

tra le loro pagine è stato omesso risulta a volte, dal punto di vista terapeutico, più

significativo di ciò che di fatto vi appare. La storia fotografica di una famiglia

documenta cosa ha avuto importanza per quella famiglia, infatti per creare un album

si effettua una selezione; alcune foto avranno un valore emotivo più profondo e

verranno perciò conservate in un album, altre, invece non essendo considerate

rilevanti, ne verranno escluse. Inoltre, l’organizzazione delle foto nell’album e quindi

il significato che esse rivestono per il paziente rivela molte informazioni aggiuntive

sui vissuti personali del paziente. Infatti, la storia costruita nelle pagine di un album

sarà raccontata in modo selettivo che varia in base a chi crea l’album, tanto che un

diverso membro della famiglia probabilmente userebbe gli stessi scatti per

raccontare una storia nell’insieme diversa, dal suo diverso punto di vista.

Mostrare le proprie foto di famiglia può servire alla ridefinizione della propria

identità, permettendo di includere interpretazioni che vadano al di là della posa e

della facciata andando oltre l’apparenza e analizzando la situazione in modo più

profondo e approfondito. Spesso, infatti, le foto di famiglia sono costruite secondo

criteri che esprimono spazialmente le relazioni sociali e di potere interne alla

struttura della parentela: la coppia dei genitori e i membri più anziani in centro con

ai lati i figli maggiori e in basso quelli più piccoli, collocate più in disparte, o distanti

sullo sfondo, le persone che non fanno parte della famiglia biologica. Talvolta però,

le vere relazioni familiari non sono quelle ritratte nelle pagine idealizzate di un

album, e spesso si chiede al paziente di far notare cosa effettivamente appare

diverso da ciò che in realtà è.

Avere una collezione di foto di famiglia è per tutti molto importante poiché

costituisce la prova del fatto che ci sono delle persone a cui importa di noi

nonostante i momenti negativi. Questa attività di descrivere le proprie foto è anche

un gioco abbastanza comune nella vita quotidiana, che tuttavia si addice più

felicemente a chi ha intenzione di trasmettere un particolare messaggio, di tipo

storico generazionale, oppure di costume e di appartenenza sociale.

Una tale attività presuppone negli altri, una notevole capacità di ascolto il più delle

36

volte simulata. Per far si che la lettura di un album di famiglia funzioni bene, e che

scaturisca l’attenzione dell’interlocutore, è necessario che le persone coinvolte in

questa attività siano imparentate; di conseguenza, se la si svolge di fronte all’analista

emergeranno parole e atmosfere diverse.

Aiutare le persone a vedere se stesse all’interno dei loro contesti personali e storici

spesso le aiuta a comprendere meglio la loro situazione e i loro sentimenti attuali e

forse a riconoscere da dove traggano origine alcune delle loro aspettative e dei loro

giudizi.

5. Foto proiettive, questa tecnica parte dal presupposto che il significato di qualunque

foto è innanzi tutto creato dal suo spettatore nel momento stesso in cui la vede o la

scatta, o anche solo la progetta, per questo qualunque foto che attiri l’interesse del

cliente ha un valore potenziale per il setting di terapia.

Le foto di questo gruppo fanno quindi parte di una collezione ad hoc.

L’uso delle immagini fotografiche come test proiettivo presuppone l’esistenza di una

sorta di codice e di un sistema di corrispondenze tra le immagini e il loro significato.

Le fotografie sono qui usate per formare le lettere di un alfabeto aperto, in cui le

immagini si scartano via via fin che si trova quella giusta, come in una selezione

naturale dei simboli. Questa tecnica è stata chiamata “Foto-proiettive” proprio per il

comune fatto che le persone proiettano sempre un significato sulle fotografie e la

maggior parte di ciò che pensiamo di vedere proviene in realtà direttamente da

dentro di noi. Grazie a questa qualità è possibile analizzare le reazioni dei clienti di

fronte alle foto in modo da aiutarli a capire meglio il mondo che li circonda.

Non può esserci un modo sbagliato di guardare o di rispondere a una qualunque foto

e quindi non ci possono essere risposte giudicate sbagliate (da sé o dagli altri).

Le risposte alle foto vengono assunte per il loro contenuto piuttosto che per la loro

correttezza. Dunque, poiché ogni interpretazione è corretta per la persona che la

offre, questa tecnica può essere uno strumento efficace per aiutare l’auto-

consapevolezza, specialmente con i clienti che hanno spesso visto le loro percezioni

svalutate e messe in discussione dagli altri e da se stessi e comprendono che

possono anche esistere diversi modi di vedere le cose. Una volta che un individuo è

in grado di accettare che molte persone possano vedere una singola foto in modi

37

diversi, ed essere comunque nel giusto allora potrà iniziare a capire che questo

processo di selezione percettiva accade anche in tutte le sue interazioni quotidiane.

Il significato di qualunque scatto dipende più dalle emozioni narrate che da ciò che

quella stessa immagine rappresenta visivamente, di conseguenza le fotografie

spesso attivano memorie profonde e forti sentimenti, permettendo di accedere ad

altre informazioni che per molto tempo sono rimaste precluse al ricordo cosciente;

Questo è il focus principale e la principale funzione del lavoro fotoproiettivo.

Le tecniche proiettive di FotoTerapia sono per i clienti un modo ideale di affrontare

in modo sicuro i propri “filtri” personali, sociali, familiari, culturali, di classe e di altro

tipo, senza essere per questo svalutati, sminuiti, indeboliti, o giudicati da altri che

9

non li capiscono.

Similitudini e differenze tra FotoTerapia e arte-terapia

Quando ci si interroga sul fatto che la fotografia possa essere considerata un’arte, ci si

imbatte in un dibattito. Molti vedono le fotografie esclusivamente come il prodotto di una

documentazione meccanica che non coinvolge alcun aspetto creativo personale da parte

dell’artista e che quindi le fotografie possono costituire una forma di comunicazione ma

non sono pura arte. Nel campo della fototerapia il dibattito si risolve nel fatto che sia

l’aspetto dell’arte che quello della comunicazione coesistono simultaneamente. Sembra un

po’ sciocco discutere sul fatto se la fotografia sia arte o comunicazione dal momento in cui

l’arte è essa stessa una forma di comunicazione e tutte le forme di comunicazione sono

forme di espressione artistica.Secondo la Weiser, arte-terapia e fototerapia sono

sottoinsiemi correlati reciprocamente l’uno con l’altro, che possono talvolta differire nel

risultato o nel processo dato che i mezzi usati sono diversi. Entrambi cercano di dare una

forma visuale ai sentimenti e di rendere l’invisibile più visibile, fornendo una sorta di presa

di coscienza dell’inconsapevolezza.

Queste tecniche sostengono che il visuale favorisce meglio la comunicazione rispetto a

quella verbale, di conseguenza si basano sulla metodologia della proiezione.

L’arte terapia mira a far emergere dall’inconscio le preoccupazioni interiori del paziente

attraverso il processo di creazione di un disegno, prodotto spontaneamente dal paziente,

9 Burke Cfr., J. WEISER, FotoTerapia (tecniche e strumenti per la clinica e gli interventi sul campo) (ed. or. Vancouver,

1994), Milano, 2013, ibidem. cap. 2 38

per la realizzazione del quale non è necessaria la presenza in quel momento di uno stimolo

esterno; nel momento in cui il disegno viene realizzato il soggetto è libero di ignorare in

tutto o in parte i contenuti esterni. Le fotografie, invece, vengono scattate nel luogo in cui il

contenuto fisico esiste davvero.

L’arte terapia si basa infine su soggetti interiori esteriorizzati mentre la fototerapia dipende

da soggetti esterni interiorizzati. L’arte terapia, inoltre, sembra focalizzarsi sul prodotto

ultimato, facendo meno attenzione alla ideazione o allo sviluppo dell’immagine. Nella

fototerapia, invece la stampa è spesso l’ultimo elemento importante, mentre i criteri usati

per pianificare lo scatto, per decidere cosa fare per creare la fotografia, sono importanti e

meritano di essere utilizzati. 39

III Fotografie che esprimono paure e

. sfruttamento di esse al fine terapeutico

Come già detto, le tecniche di fototerapia di Judy Weiser in particolare, attirano

l’attenzione di diverse persone provenienti da formazioni e aspirazioni diverse e c’è chi ne

è stato influenzato tanto da sviluppare poi una tecnica personale.

I concetti di cui ho parlato nei capitoli precedenti si vanno a concretizzare, anche se con

scopo e modi diversi, in questo capitolo.

E’ ormai appurato che le fotografie siano la proiezione della nostra interiorità, e questo è

riscontrabile in tutte le espressioni artistiche, a livello fotografico e non.

Analizzando specificamente l’ambito fotografico, chiunque in un modo o in un altro, finisce

per raccontarsi, c’è chi preferisce farlo in un modo più mediato e nascosto, e chi con

maggiore impeto ed evidenza. Questo dipende ovviamente anche dalle tematiche che si

vogliono affrontare e da ciò che si vuole comunicare.

Nella mia tesi analizzo quelli che sono gli aspetti più difficili da esternare verbalmente, di

conseguenza scheletri nell’armadio che costituiscono o hanno costituito una fonte di

malessere e disagio personale, facendo un excursus partendo dall’opera del fotografo

Bruno Taddei, parlando quindi del modo in cui egli esterna le sue paure più profonde e

cerca di accettarle e quindi combatterle, attraverso una tecnica da lui stesso sperimentata

che è stata affiancata a quella della fototerapia da parte di counsellor o psicoterapeuti, fino

ad arrivare al mio progetto personale realizzato appositamente per questo studio, dove

anch’io esterno un aspetto di me che verbalmente tengo nascosto o non riesco ad

esprimere, raccontando visivamente un’esperienza che mi ha forgiato e che sono riuscita a

superare, concludendo il tutto in una chiave di lettura positiva. 40

Bruno Taddei

1. Il fotografo dell’inconscio.

Biografia:

Bruno Taddei è nato a Cittiglio, in provincia di Varese, il 23 Maggio 1962.

Attualmente è un educatore professionale, si occupa da anni dell’integrazione lavorativa di

disabili psichici, presso il CFPIL dall’Agenzia Formativa della Provincia di Varese.

Ha seguito un percorso di cinque anni di psicoterapia. In passato si è occupato di pittura e

scultura esponendo i suoi lavori presso alcune gallerie italiane. Dal 2004 si è avvicinato alla

fotografia , già da subito ha cercato di inserire nelle proprie fotografie altre forme

espressive, che nel tempo si sono concretizzate nella tecnica del graffio.

Taddei utilizza una tecnica completamente manuale, con l’aiuto di un taglierino o bisturi,

attua delle vere e proprie incisioni, sollevamenti e spaccature della carta fotografica.

<< Con questo nuovo metodo sto cercando attraverso forme espressive quali il graffio, il

disegno, l’incisione e lo strappo della carta fotografica, di esplorare, contaminare e

oltrepassare il confine dato dalla fotografia tradizionale per intraprendere un percorso

introspettivo di trasformazione profonda delle immagini e del significato che da ciò ne

deriva. Un approfondimento interiore costituito da solchi procurati alle immagini che mi

permettono di andare in profondità nella ricerca di me stesso, al riconoscimento e

10

all’accettazione di quello che è stato e di quello che ora … è >>

Ha esposto le sue foto in numerose mostre come “Facce da pesce” , un reportage

effettuato a Catania all’interno dei mercati della “Pescheria”; “ Il permesso di crescere”

reportage effettuato all’interno del C.F.P.I.L (centro di formazione professionale e

inserimento lavorativo) per giovani disabili psichici, realizzato per la pubblicazione di un

libro in collaborazione con Claudio Argentiero (foto) Anna Sculli e Giovanna Daverio per i

testi. Altre mostre sono “ Dentro la nebbia”, “ Graffi dell’anima”. Ha tenuto inoltre seminari

di approfondimento a proposito del legame tra psicologia e fotografia con la collaborazione

di Maria Grazia D’Amico e Sandro Iovine, il quale ha anche collaborato alla pubblicazione

del libro “Il permesso di crescere” e a numerose mostre fotografiche.

Sandro Iovine accompagna inoltre, le fotografie di Taddei, con i suoi testi, nella rivista “il

Fotografo” , della quale è redattore. Taddei conduce, inoltre, corsi legati alla composizione

dell’immagine e portfolio fotografico e corsi legati all’insegnamento della tecnica relativa al

“graffio”. Le sue fotografie sono state pubblicate su numerosi giornali e riviste, tra i quali:

Il Fotografo, Fotografia reflex, La Stampa, Il Giornale, la Sicilia. Nel 2011 è tra i selezionati

per la mostra Confini 09.

10 Testo di Bruno Taddei. 41

Bruno Taddei e il rapporto fra fotografia e psicoanalisi.

Per analizzare al meglio, il rapporto che c’è fra fotografia e psicoanalisi secondo Bruno

Taddei, è opportuno approfondire al meglio il progetto “ I graffi dell’anima” la cui mostra è

stata tenuta nel 2010 a cura di Sandro Iovine.

Fig. 11 - Foto di Bruno Taddei rielaborata con la tecnica del graffio

Attraverso lame incido la mia paura di essere solo.

<<

Attraverso lame incido la carta. Attraverso nuove immagini scolpisco le preesistenti.

Trasformo ci che è stato in ci che è. Trasformo in carezza creativa un atto meccanico.

Trasformo il figlio dell’obiettivo in figlio della mia mano.

Mi riapproprio di una parte di me, mi approprio delle paure

Mi approprio del mio coraggio. Conosco la profondità con i graffi sulla superficie.

Conosco ciò che finora non ho mai voluto conoscere.

Conosco me stesso. 11

Riconosco i graffi dell’anima. >>

Sandro Iovine

11 S.IOVINE , I graffi dell’anima, Il Fotografo, Sprea Editori, Marzo 2010, nr.215 42

Bruno Taddei, ha da subito inserito nella sua fotografia quello che è stato il suo percorso

pittorico e scultoreo agendo manualmente sulle foto. A lui infatti la rappresentazione delle

immagini non basta, attraverso i graffi egli accentua degli aspetti che vuole fare emergere.

Le foto de “i graffi dell’anima “ sono tutti

autoritratti. Questo lavoro ha un grande

contributo emotivo da parte del fotografo

a livello espressivo poiché vi è un’

articolata ricerca di quelle che sono le

profondità dell’animo umano con tutti i

suoi timori. Costituisce un lavoro molto

introspettivo, che lo ha messo a nudo,

facendolo sentire addirittura a disagio

ogni volta che deve presentarlo, tuttavia

crede che sia comunque una cosa utile.

Taddei ha cercato di raccontare ciò che sta

vivendo e provando a livello emotivo.

Prevalentemente viene raccontata la sua

difficoltà nell’avvicinare le persone e le

Fig. 12 - Da "I graffi dell'anima" sue paure di morte, solitudine e

dell’ignoto, paure che comunque accomunano gran parte delle persone. Per rappresentare

le sue paure, egli si immagina in uno spazio chiuso con delle sbarre, lui ha davanti un

cellophane che rappresenta una sorta di protezione poiché gli permette di mantenere una

distanza con le altre persone e quindi lo rassicura. (Fig. 12 – 13 - 14)

I suoi timori si manifestano nella consapevolezza che questo velo protettivo possa

sgretolarsi facendolo andare incontro ad una forma di distruzione per paura che il prossimo

lo abbandoni. Secondo Bruno, graffiare in superficie permette di andare a profondità

rispetto se stessi. In questo caso il togliere, il sottrarre la materia serve ad aggiungere

significato. Con i suoi graffi, ci sono parti dell’immagine che fa completamente scomparire,

facendone spiccare altre. Agire con i graffi, con degli strumenti aggressivi, vuol dire reagire

ad una condizione. Il fatto di intervenire sull’immagine, e quindi sulle proprie paure, da la

possibilità di acquisire una maggiore consapevolezza , facendo temere di meno, diventando

parte attiva di una determinata condizione emotiva, e non sottomesso. Bruno Taddei ha

43

rotto i limiti della fotografia aprendo il mondo a nuove forme d’arte. Ogni foto è un pezzo

unico poiché irriproducibile. Se l’autore stesso dovesse rigraffiare la stessa foto non

12 13 14

potrebbe mai rifarlo allo stesso modo.

Tratto da un’ intervista a Bruno Taddei

<< Attraverso la sperimentazione fotografica che porto avanti da qualche anno ritrovo, nel

mio operare, un totale rapporto sia con la psicologia che con la psicoanalisi. Attraverso i

graffi cerco di entrare

profondamente in un territorio

estremamente personale con

l’obiettivo di oltrepassare il limite

della fotografia tradizionale per

entrare prepotentemente in un

ambito introspettivo. Lavorando

spesso sull’autoritratto graffiato,

cerco di indagare le aree più

Fig. 13 - Da "I graffi dell'anima" oscure della mia personalità, il

malessere esistenziale che mi accompagna da sempre e un modo per stemperarlo.

Attraverso l’intervento manuale sull’immagine, provo a essere parte attiva di una

trasformazione non solo dell’immagine rappresentata, ma di me stesso, diventando

protagonista di questa trasformazione. Operare questa modificazione cambia l’immagine

fotografica e al contempo si modifica il rapporto tra me e quello che produco, tra quello

che produco e me stesso. Cerco in ogni lavoro che produco di stimolare in me e

successivamente nello spettatore una dimensione che rimandi ad aspetti emotivi

condivisibili, quali il senso di solitudine e di morte attraverso immagini che per loro

strutturazione, vadano a sfiorare aspetti psicologici, propri di ogni persona sensibile a

queste tematiche.

La psicologia e la psicoanalisi sono dal mio punto di vista due canali privilegiati per

avvicinare e far dialogare autori e fruitori. Ogni prodotto creativo stimola sia in modo

12 Fonte: Intervista a Bruno Taddei e Sandro Iovine, Giugno 2011 https://www.youtube.com/watch?v=kEEctVSEfsA

13 Fonte EXPERIENCING PHOTOGRAPHY #2 B. Taddei M D'Amico e A. Cunsolo, Dicembre 2013. Cunsolo

https://www.youtube.com/watch?v=6TEeYtwTGXk

14 S. FERRARI,T. MONA LISA, I quaderni di PsicoArt, Vol. 3, Incontri sul contemporaneo. Gli artisti, l’arte e la psicologia,

PsicoArt - Rivista on line di arte e psicologia ,Bologna, 2013. http://amsacta.unibo.it/3855/1/2._Bonomi.pdf 44

positivo che negativo chi ne fruisce. Il comprendere quali siano le ragioni personali che ci

avvicinano o meno ad un’opera è strettamente legato al nostro modo di essere, alle

esperienze vissute, alla rievocazione emotiva di avvenimenti e cose che in modo più o

meno consapevole ci fanno apprezzare una cosa o ci fanno allontanare da essa. Per ciò che

concerne l’aspetto “terapeutico” dell’arte, in relazione alla psicoanalisi, utilizzo il

perturbante in modo continuativo per esprimere i pensieri e i sentimenti che provo, quello

che mi spaventa e mi turba. Enfatizzo immagini che parlano di solitudine e di morte perché

tutta la mia ricerca ruota intorno a questo asse. Attraverso la consapevolezza di quello che

emotivamente si muove producendo o guardando un’immagine, si possono esplorare parti

“scomode” di noi stessi, affrontando un lavoro volto a riparare sul piano psichico alcuni

aspetti irrisolti delle nostre esistenze. Trovo che in un percorso terapeutico, analizzare le

emozioni che una qualsiasi opera produce in chi la osserva, sia uno strumento

straordinario, un facilitatore capace di portare in superficie aspetti profondi della

personalità delle persone .

Ritengo altresì che alcune opere possano essere destabilizzanti, ma anche in questo caso

credo di poter dare una connotazione positiva alla cosa, perché il carattere eversivo

appartiene all’arte. Non so cosa sia

arte, sicuramente io non ne faccio.

Quello che penso è che la forma sia

un elemento che appartiene all’arte,

ma sono certo che non per tutti sia

necessariamente così. Per quanto mi

riguarda la forma è importante, è un

contenitore per altro, è supporto per

quello che faccio. È necessaria

quando, con il graffio, la annullo in Fig. 14 - Da " I graffi dell'anima"

parte o totalmente per dare nuova

15

forma. >>

15 Idem. 45

La tecnica

La tecnica da lui sperimentata, è utilizzata anche al di la del progetto “i graffi dell’anima” ,

la utilizza in moltissime altre sue foto. E’ simile a quella di un disegno a matita o a

carboncino, con la differenza che, al posto di utilizzare la scala di grigi, con i graffi si va ad

evidenziare il bianco della carta creando delle sfumature alla foto, come se fosse il negativo

di un disegno. Questa tecnica si basa sul saper modulare la pressione e l’aggressività

dell’intervento della lama, perché ovviamente bisogna prestare attenzione poiché se si

incide troppo si rischia di bucare la carta.

Mentre infatti alcune foto sono appena accarezzate dalla lama, altre sono incise in

profondità fino ad arrivare a sollevare interi lembi di carta. In alcuni casi è possibile creare

un particolare effetto pittorico quando, il tocco leggero del graffio evidenzia le emulsioni

colorate della carta (Fig. 15). In questo caso dalla polarità bianco-nero è possibile

sperimentare molto altro.

 Fig. 15 - Esempio di emulsioni colorate della carta evidenziate dal graffio 46

L’aspetto tattile

All’entrata della sua mostra, Bruno, ha fatto volutamente mettere la scritta “ Si prega di

toccare”. Secondo lui per apprezzare al maggiormente questo lavoro e per percepire

meglio le foto , è indispensabile che le si tocchino. Il lavoro di Bruno è molto

innovativo poiché va al di la della

bidimensionalità, il graffio infatti

conferisce la terza dimensione.

Con le foto avviene un integrazione

fra vista e tatto e quando le si tocca

si forma una sorta di corpo a corpo

fra l’immagine e il fruitore.

Il toccare le foto fa risvegliare nel

corpo del fruitore delle sensazioni

Fig.16 - Fotografia rielaborata con la tecnica del graffio che portano l’individuo ad una

maggiore consapevolezza della sua condizione e quindi della realtà data appunto dall’unità

fra consapevolezza, risposta motoria e sentimenti. Si ha un contatto con se stessi, con

l’ambiente e con gli altri e questo scaturisce un risveglio dei sensi.

Il più grande desiderio di Taddei è quello che sempre più persone possano sperimentare

questa tecnica, per questo motivo organizza sempre dei corsi.

L’utilizzo del graffio in terapia

Una volta visto il lavoro di Bruno Taddei, ci sono state persone che hanno pensato che

questo modo di operare potesse essere utilizzato per altro e di conseguenza è nata una

collaborazione con Maria Grazia d’amico per una sperimentazione di questa tecnica in

ambito terapeutico.

Altra gente ha pensato di utilizzare questa tecnica al di la della fotografia come la

psicoterapeuta Antonella Cunsolo. 47

La sperimentazione con Maria Grazia d’amico

Maria Grazia d’amico è un counsellor di formazione filosofica gestaltica, che ha voluto

sperimentare in prima persona le sensazioni scaturite dalla tecnica di Bruno per poi

mettere in atto la loro esperienza di fotografia terapeutica.

Ha descritto i diversi momenti del loro lavoro:

 Lo scatto della foto: è il gesto che codifica il senso del tempo cronologico.

In questa fase si ha l’illusione di fermare un momento che in realtà non si può

bloccare.

 La scelta della foto: momento in cui tempo cronologico e tempo soggettivo si

intersecano. E’ interessante notare come le stesse immagini possano acquisire

dentro un individuo dei significati diversi a seconda del momento in cui si trova.

 La sospensione in attesa del primo graffio: il momento in cui si è con la lama in

mano e si è indecisi su come incominciare, l’avvento del tempo opportuno.

Quando successivamente la mano si avvia piano piano a graffiare, quel gesto che

all’inizio non aveva meta inizia a svelare una direzione ben precisa.

Questa è un esperienza fondamentale per dare avvio ad un processo di

cambiamento.

 Il contatto con lo strumento: si interviene su una foto che è già di per se un oggetto

di senso compiuto e quindi costituisce una grossa responsabilità.

E’ un processo molto vicino alla meditazione poiché ogni gesto è carico di un potere

che va diluito nella consapevolezza. Per consapevolezza si intende la capacità di

ascoltare ogni sensazione.

Con la lama si va ad aggredire, annientare e quindi portare al nulla, escludere

qualcosa dalla propria attenzione e quindi non esiste più. Ciò che non esiste non

smette di avere un energia propria perché potrebbe rimanifestarsi. Quando si

lavora su un immagine si distrugge e si destruttura. Ciò significa che si può anche

cancellare parte di un immagine consapevolmente, la consapevolezza è l’elemento

fondamentale che può permettere all’individuo di compiere un passo avanti.

Questa cosa, accompagnata dall’aiuto di psicoterapeuti, può sostenere il processo

di cambiamento dell’individuo. 48


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DESCRIZIONE TESI

Tesi di laurea triennale del corso decorazione ( arti visive e discipline dello spettacolo) presso l'accademia di belle arti. Una tesi sulla fototerapia, ovvero l'utilizzo della fotografia in psicoterapia, un aiuto molto utile per l'analisi del paziente. Dopo brevi cenni storici sulla fotografia e sul suo utilizzo in psicologia nella storia, sono descritte le tecniche di fototerapia, vi sono interviste e documentazioni di esperienze, e un analisi sul lavoro di un fotografo contemporaneo, Bruno Taddei. Alla fine della tesi parlo del mio progetto fotografico personale " da dentro a fuori" , sulle paure e le ansie tramutate in immagini


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in arti visive e discipline dello spettacolo
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Parnazzus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fotografia digitale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Accademia di Belle Arti Mediterranea o del prof Selvagio Emanuela.

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