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Apnea e stato di flusso

Tesi per Medicina e chirurgia, Università degli Studi di Udine, elaborata dall’autore nell’ambito del corso di Neurofisiologia tenuto dal professore Anchisi dal titolo Apnea e stato di flusso. Analisi dettagliata sul significato e l'utilizzo dello "Stato di flusso". Sperimentazione con atleti apneisti. Analisi specifica delle nuove tecniche di mental training. Scarica il file in... Vedi di più

Materia di Neurofisiologia relatore Prof. D. Anchisi

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2.5. TECNICHE DI RILASSAMENTO CAPITOLO 2. APNEA

Questa tecnica si basa sull’alternanza contrazione/rilascio di alcuni gruppi mu-

scolari (fig:2.13). Anche in questo caso l’attenzione viene portata progressivamente in

tutto il corpo fermandosi nelle varie parti per contrarre volontariamente ed in seguito

distendere l’area interessata provocandone un estremo rilassamento. Per raggiunge-

re buoni risultati in termini di rilassamento è consigliabile esercitarsi con regolarità,

evitando di lasciar trascorrere più di 4 giorni tra un allenamento e l’altro. La dura-

ta dell’esercizio varia tra i 30 e i 45 minuti, durante i quali è importante non essere

disturbati ed è fondamentale vestire in modo comodo. Questa tecnica induce ad un

progressivo aumento dell’introspezione, alterando la qualità della percezione corpo-

rea e del grado di controllo sulla tensione distensione delle varie parti. Particolarmen-

te adatta per i soggetti particolarmente tesi, si dimostra una tecnica sempre efficace e,

veloce e facile da interiorizzare. Inoltre, come la tecnica sopracitata, è un ottimo me-

todo per iniziare ad allenare la mente a posizionarsi volontariamente su un oggetto

evitando il divagare in pensieri o dinamiche mentali che possono rivelarsi negative e

pregiudicare il risultato della prestazione. Questa tecnica trova maggiore applicazio-

ne in fase di preparazione, mentre è difficilmente impiegabile durante la prestazione,

in ogni caso consente comunque di ottenere una maggior consapevolezza e gestione

delle tensioni/distensioni muscolari nella varie fasi attive e passive della pinneggiata.

Particolarmente indicata nei corsi base, nei soggetti particolarmente tesi o con poca

confidenza con queste tecniche e con il loro corpo. Inoltre è risultata particolarmente

efficace con i bambini e ragazzi. Spesso poco abituati al rilassamento, trovano in que-

sta tecnica una incisiva dimostrazione dell’azione mentale sul corpo, apprendendone

il significato applicativo.

Intese come processo mediante il quale la nostra mente produce volontariamen-

te e consapevolmente delle immagini, una sorta di “sogno” creato e guidato dalla

mente stessa nello stato di veglia. La visualizzazione induce oltre che a vedere delle

immagini anche il vivere delle sensazioni legate a quelle immagini andando quindi a

renderla quasi reale. Per l’atleta l’ esercizio di visualizzazione è finalizzato all’incre-

mento delle prestazioni sportive, e la visualizzazione applicata viene scelta in base al

tipo di disciplina e in questo caso alla specialità prescelta. Queste tecniche sono effi-

caci durante le fasi di preparazione, in termini di rilassamento, attraverso immagini

che evocano uno stato di pace e di quiete mentale, indispensabile per calmare la men-

te e ridurre l’ansia e lo stress durante la fase precedente alla gara. Visualizzazione di

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CAPITOLO 2. APNEA 2.5. TECNICHE DI RILASSAMENTO

www.valesana.it

Figura 2.13: Rilassamento progressivo di Jacobson. Tratto da:

particolari immagini o colori, se esercitate, possono indurre facilmente l’atleta nella

dimensione mentale scelta, in modo veloce ed efficace nei momenti di necessità. Inol-

tre, in alcune specialità dell’apnea ed in particolar modo nella apnea statica questa

tecnica è di fondamentale importanza. Utile anche l’applicazione di alcune immagi-

ni mentali durante lo svolgimento di esercizi atti a sviluppare un determinato gesto

atletico. Secondo il principio della teoria psico-neuro-muscolare, determinate imma-

gini vanno a stimolare specifici atteggiamenti, provocando l’interiorizzazione di un

particolare movimento. Un esempio utilizzato può essere l’immagine del nuoto del

delfino per stimolare il gesto atletico necessario per un efficace utilizzo del monopin-

na o della capovolta, l’immagine di un apneista con un’ottima tecnica di pinneggiata

che di riflesso stimola una successiva attenzione alla posizione delle gambe durante

questa fase. Viene utilizzata questa tecnica per ripassare mentalmente le procedure

da eseguire durante le discese profonde o l’apnea dinamica, prima di eseguire la pre-

stazione. Gesti che diverranno in seguito automatici o semplicemente richiederanno

energie mentali

meno dispendio di che spesso provocano aspettativa e quindi tensione,

permettendo di conseguenza di potersi concentrare sulle sensazioni corporee durante

queste fasi delicate in cui è richiesta una massima concentrazione.

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2.6. MEDITAZIONE APPLICATA ALL’APNEA CAPITOLO 2. APNEA

2.6 Meditazione applicata all’apnea

Le tecniche di Meditazione applicate all’Apnea consistono nell’apprendere un nuo-

vo modo di interagire con se stessi.

In particolare attraverso le pratiche meditative si familiarizza con una dimensione

mentale di pura osservazione non giudicante. La consapevolezza si apre gradual-

mente a tutte le componenti del nostro campo esperienziale, attraverso i sensi con cui

percepiamo la realtà. Applicando la pura presenza al corpo, alle sensazioni, emozioni,

pensieri e mente, sperimentiamo ciò che viene definito il legame mente-corpo.

Si impara ad osservare ciò che accade nel corpo, nel campo sensoriale, e nella men-

te, senza esserne coinvolti, semplicemente come testimoni. Questo stato offre la pos-

sibilità di accrescere il grado di autocontrollo e di gestione delle proprie dinamiche

interiori, potendo valutare con mente lucida come procedere senza ad esempio “an-

dare in panico”. Le tecniche di meditazione consentono quindi di familiarizzare con

uno stato di lucidità e calma presente all’esperienza momento per momento, gesten-

do le varie situazioni nel modo più efficace. La funzione primaria delle tecniche di

meditazione è quella di riportare la mente ad uno stato di quiete naturale. Questo lo

si raggiunge in genere applicando l’attenzione su un oggetto per un tempo prolun-

gato, come ad esempio il respiro, oppure un’ immagine, un suono o una determinata

sensazione corporea. In seguito, a seconda delle tecniche si passa ad esplorare sta-

ti più profondi della mente. Queste tecniche in genere sono state poco utilizzate, se

non per gli atleti di alto livello con un interesse personale nel campo introspettivo.

E’ stata comunque utilizzata per portare la mente ad uno stato di quiete in partico-

lare prima di prove impegnative e soprattutto competizioni dove si dimostra molto

efficace per calmare la mente, concentrarla e gestire situazioni di stress ed ansia. Tra

gli effetti notati mediante le tecniche meditative osserviamo: maggiore calma menta-

le, rilassamento generale del corpo, maggiore lucidità e concentrazione, rilassamento

muscolare, abbassamento del battito cardiaco (fig:2.14). Necessita di allenamento re-

golare e costante, è infatti une delle tecniche meno immediate ed i risultati in genere

sono più lenti ad arrivare, ma nel lungo periodo porta ad una capacità di gestione di

sé superiore a tutte le altre tecniche descritte. In genere si dice che la meditazione è un

atteggiamento alla vita e non una semplice tecnica. Questa infatti modifica il proprio

modo di approcciarsi alla vita non solo in acqua ma anche fuori.

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CAPITOLO 2. APNEA 2.6. MEDITAZIONE APPLICATA ALL’APNEA

Figura 2.14: Modificazioni fisiologiche durante la meditazione. Tratto da:

www.greatergoodbarkeley.edu 31

Mental training

Capitolo 3 |

Secondo l’approccio standard (che verrà seguito per l’esposizione di questa prima

parte), il fattore mentale è ciò che permette all’atleta di ottenere un maggior controllo

attivo sui fattori critici connessi alla prestazione e all’allenamento; controllo che viene

ottenuto attraverso un processo che si definisce mediazione mentale. Come vedremo

più avanti, l’idea del controllo attivo è stata contestata e superata dagli approcci di

mental training più recenti, es. MAC – si veda ğ 3.3 a pagina 45.

Si possono distinguere due componenti separate all’interno del fattore mentale

(Cavalieri & Lombardo, 1994):

• le caratteristiche di personalità dell’atleta: fanno riferimento a capacità e strate-

gie definite primarie, che sono generali e presenti in contesti e attività diverse,

non solo sportive ma anche di vita quotidiana, che fanno parte del carattere.

Individuano degli atteggiamenti in base alla persona. Queste vengono interio-

rizzati durante la crescita del soggetto e pur essendo modificabili attraverso gli

apprendimenti, lo sono in maniera minore rispetto alle abilità mentali specifi-

che. Per esempio la gestione dell’ansia pre-gara è maggiore del controllo della

frustrazione.

• le abilità mentali specifiche che l’atleta è in grado di utilizzare durante la presta-

zione: esse individuano strategie e capacità di tipo secondario, specificamente

connesse alla prestazione e difficilmente trasferibili ad altri contesti. Rispetto al-

le caratteristiche di personalità esse sono più facili da apprendere attraverso un

et al.,

processo di allenamento (Chalip 1984; Cavalieri & Lombardo, 1994).

training mentale

L’allenamento mentale, o è un allenamento che utilizza gli stessi prin-

cipi generali dell’allenamento atletico. In quest’ultimo gli stimoli sono i carichi di

lavoro che ripetuti provocano cambiamenti strutturali e biochimici nella fibra mu-

scolare e nei sistemi centrali. Nel caso dell’allenamento mentale gli stimoli sono di

33

CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING

www.terzobinario.it

Figura 3.1: Training mentale. Tratto da:

natura diversa: quello che viene ripetuto ai fini di sviluppare degli adattamenti nuovi

sono unità di attività cognitiva, emozionale e ideomotoria. L’obiettivo è lo svilup-

po di attività mentali specifiche per aumentare il rendimento, ovvero ottimizzare la

prestazione. L’allenamento consiste in sedute con cadenza regolare (due o tre volte

la settimana) sulla base di un programma definito. Le abilità mentali dunque pos-

sono essere allenate in quanto esse possono essere apprese, migliorate e richiedono

impegno, tempo, costanza e sacrificio. training mentale,

Esistono inoltre dei fattori e stereotipi in grado di limitare il dei

mental training:

luoghi comuni che danneggiano l’immagine del la psicologia dello

sport cura atleti che hanno problemi psicologici; le abilità psicologiche sono innate e

training mentale training mentale

immodificabili; il non è utile; il è riservato ad atleti

d’elite; mancanza di tempo.

Prescindendo dalla tipologia di programma e dal modello teorico di riferimento,

è possibile tracciare delle linee guida, utili come indicazioni metodologiche generali

per sviluppare un lavoro accurato (Garrat, 1999):

1. Stabilire con l’atleta un rapporto di collaborazione e fiducia da cui l’acquisizione

di un gergo tecnico, specifico della disciplina che il soggetto pratica. Informare

l’atleta riguardo gli obiettivi del programma e le modalità operative. Va ribadita

34

CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING

la centralità del suo ruolo così da responsabilizzarlo e creare una partecipazione

attiva alle fasi decisionali che lo riguardano;

2. Il coinvolgimento dell’allenatore inoltre è fondamentale ed il suo contributo

è utile per le informazioni che può fornire come supporto all’atleta durante

l’allenamento mentale autogestito;

3. Le prime fasi sono dedicate alla conoscenza dell’atleta: informazioni acquisite

assessment psicodiagnostico,

tramite un i cui risultati sono motivo di approfondi-

mento e di discussione durante il colloquio (Orlick, 1989);

4. Ciascun programma va individualizzato: obiettivi, strumenti e metodi in fun-

zione di differenti fattori;

5. Lo sviluppo delle abilità mentali richiede tempo e applicazione metodica; l’off-

season pre-season

e il sono i momenti ottimali per iniziare un programma di

preparazione mentale;

6. Diversificare i programmi: quelli orientati all’acquisizione delle abilità necessa-

rie a ridurre l’effetto negativo o a trasformarlo in punti di forza;

7. Fare sempre una valutazione dei progressi delle abilità mentali: interviste strut-

turate e schede di valutazione, elaborazioni statistiche.

Si può dunque riassumere il protocollo di lavoro tra il preparatore e l’atleta in una

struttura sequenziale a tre fasi principali:

1. Educazione: consapevolezza di come l’abilità mentale influenza la prestazione,

riconoscerne l’allenabilità e imparare come svilupparle;

2. Acquisizione: apprendimento delle tecniche e delle strategie necessarie allo svi-

luppo delle abilità mentali;

3. Pratica: automatizzazione delle abilità mentali e al loro trasferimento in gara.

Le abilità mentali da sviluppare in ogni atleta sono: la motivazione, l’autoconsape-

volezza, l’autostima, la fiducia in se stessi, l’ottimizzazione del livello di attivazione

35

3.1. PEACK PERFORMANCE CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING

psicofisica, la gestione ottimale dell’attenzione, la capacità di relazione interpersonale

e la gestione dello stile di vta.

3.1 Peack performance

peak performance

Nella entrambi gli emisferi cerebrali sono utilizzati in modo in-

tegrato con un’elevata interazione delle loro specifiche funzioni. L’emisfero sinistro

consente di analizzare i movimenti, stabilire quali muscoli contrarre e con quale or-

dine, forza e rapidità. L’emisfero destro, primariamente coinvolto nell’elaborazione

delle immagini, è invece maggiormente abilitato al controllo dell’esecuzione di mo-

vimenti automatizzati (Csikszentmihalyi & LeFevre, 1989; Csikszentmihalyi, 1997b).

Nei piloti l’integrazione funzionale di entrambi gli emisferi è evidente, per esempio,

quando si riconosce e corregge l’errore di traiettoria (emisfero sinistro) e poi si esegue

in modo automatico e fluido (emisfero destro).

peak performance

Nelle esperienze di vi è un’elevata interazione nelle funzionali-

tà cerebrali, con passaggi rapidi da una modalità all’altra in relazione alle richie-

ste; inoltre, sembra siano maggiormente utilizzate le funzioni dell’emisfero destro

rispetto a quanto accade normalmente. Piloti d’elite, per esempio, dimostrano una

relativa dominanza dell’attività cognitiva dell’emisfero sinistro mentre controllano la

posizione iniziale prima dell’ingresso in curva; durante la traiettoria però, vi è una

maggiore attività dell’emisfero destro associata a processi visuo-spaziali e cinestetici,

concentrazione ed esclusione di pensieri consapevoli disturbanti.

mental training

Attraverso le opportune procedure di è possibile incrementare la

funzionalità di entrambi gli emisferi. I vissuti di soddisfazione e successo collega-

ti ad una prestazione ideale sono più facilmente rievocati in stato di rilassamen-

peak

to profondo. Comportamenti, sensazioni, emozioni di precedenti esperienze di

performance, vengono rivissute nella competizione futura (Delle Fave & Massimini,

2003).

3.2 standard

Mental training

Allo scopo di ottimizzare la prestazione atletica sono stati sviluppati a partire dagli

anni ’70 molteplici programmi di preparazione mentale. Tali programmi incorporano

goal-setting,

strategie di tipo cognitivo-comportamentale che comprendono tecniche

imagery self-talk,

di e metodiche di autoregolazione dell’arousal, allenamento della con-

36

CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING 3.2. MENTAL TRAINING STANDARD

Figura 3.2: Goal training: meccanismi per un buon protocollo di training mentale.

Emozioni, strategia, tattica, abitudini, tecniche di visualizzazione e so-

lidità del costrutto mentale sono fattori che se in equilibrio conduco-

no ad un completo controllo dell’azione e della prestazione. Tratto da:

www.dreamstime.com 37

3.2. MENTAL TRAINING STANDARD CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING

centrazione e gestione dello stress. Queste tecniche miravano così a ristrutturazioni

cognitive caratterizzate dalla modificazione dei pensieri considerati disfunzionali alla

prestazione e, attraverso graduali esposizioni, alla riduzione dell’attivazione emotiva

mal adattiva.

3.2.1 Goal setting

Goal setting

Per si intende la formulazione degli obiettivi a breve medio e lungo

termine con lo scopo di incrementare la motivazione intrinseca. Questa metodologia

si basa su tre punti fondamentali (Cairo & Grenville, 1998):

• tracciare una direzione chiara da seguire, riducendo il livello di incertezza, ed

eliminare le possibili fonti di dispersione –intese come attività non produttive–

non finalizzate al raggiungimento degli obiettivi significativi dell’atleta;

• dosare efficacemente gli sforzi attraverso la parcellizzazione della meta prima-

ria in sotto-obiettivi;

• la difficoltà di raggiungere l’obiettivo e la frustrazione derivata dall’eventuale

fallimento possono costituire una spinta per la ricerca di strategie d’azione e ad

apprendere nuove abilità. et al.

Sono stati identificati nei lavori di Gould (1996) dei principi base che determi-

goal setting.

nano l’efficacia di un programma di Gli obiettivi devono essere specifi-

ci e misurabili, ovvero tradurre l’obiettivo in termini numerici per stabilire così un

traguardo da raggiungere per rendere più facile la valutazione dei progressi e la di-

stanza dalla meta. L’obiettivo deve avere un certo grado di difficoltà: il programma

inizialmente deve avere poche mete, una volta raggiunte ne stabilisco di successive

più complesse e specifiche. Devo suddividere gli obiettivi da lungo termine in breve e

medio termine per rendere più frequente il monitoraggio dei progressi. Serve fissare

limiti temporali per il raggiungimento degli obiettivi per mantenere la motivazione a

livelli soddisfacenti.

Gli obiettivi possono essere suddivisi in due tipologie: obiettivi di prestazione (rag-

giungimento di uno standard di azione indipendentemente dal comportamento degli

avversari), obiettivi di processo (si focalizzano su specifiche azioni o movimenti che

l’atleta deve eseguire per ottenere la prestazione eccellente), infine gli obiettivi di ri-

sultato (dipendono da fattori esterni indipendenti; essi devono essere espressi in mo-

38

CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING 3.2. MENTAL TRAINING STANDARD

do positivo: meglio concentrarsi su abilità da acquisire o sviluppare, piuttosto che su

errori da evitare). E’ indispensabile considerare come obiettivo l’allenamento, non so-

lo lavorare in funzione delle gare. Risulta inoltre fondamentale mettere per iscritto gli

obiettivi prefissati e monitorare i progressi attraverso la frequenza dei comportamenti

osservati.

3.2.2 Imagery

L’immaginazione (imagery) è la creazione volontaria di un esperienza, esclusiva-

mente mentale, che riproduca l’esperienza reale. Possono essere rappresentate imma-

gini visive, sensazioni tattili e propriocettive, odori, sapori e suoni (Vedelli, 1985). Si

indaga per ogni atleta il personale significato che le immagini evocate rivestono. L’a-

tleta visualizza se stesso da angolazioni interne ed esterne (come se stesse realmente

svolgendo il compito immaginato o l’atleta utilizza il punto di vista di un osservatore

e visualizza se stesso durante l’esecuzione di un compito da una posizione distacca-

ta). La scelta delle due prospettive dipende dagli aspetti di personalità dell’atleta e

et al.,

dalle caratteristiche specifiche della disciplina (Kosslyn 1995).

Le funzioni dell’imagery sono principalmente quelle: programmatoria –ottimizzazione

della scelta d’azione ideale attraverso l’anticipazione dettagliata dell’immagine–, al-

lenante –perfezionamento, stabilizzazione del gesto tecnico– e regolatrice –controllo e

correzione del movimento o del comportamento in generale– (Jeannerod, 1995). Que-

sta tecnica è risultata efficace per il miglioramento della capacità di concentrazione,

per l’aumento della fiducia in sé, per il controllo delle reazioni emotive, per le abilità

tecniche e tattiche, per l’ottimizzazione del recupero da infortunio, per la vividezza

–maggiore è il grado di corrispondenza tra immagine mentale e situazione reale più

performance–

elevati sono gli effetti positivi sulla e per la controllabilità –permette di

visualizzare le immagini desiderate, di manipolarle in modo corretto e di gestire il

proprio comportamento nella situazione visualizzata– (Zago & Gravano, 2009).

3.2.3 Gestione del pensiero

Fondamentale durante la prestazione sportiva è l’abilità di orientare in modo pro-

duttivo il controllo del proprio pensiero. Questo può avvenire attraverso tecniche di

self talk

dialogo interiore o tramite l’utilizzo di parole-stimolo appropriate, positive e

focalizzate sulle capacità realmente possedute, semplici, chiare e sintetiche. Da questo

aspetto nasce la fiducia in se stessi. Inoltre i comportamenti automatizzati per esse-

39

3.2. MENTAL TRAINING STANDARD CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING

re modificati richiedono uno sforzo attentivo volontario e le parole-stimolo devono

quindi orientare l’attenzione dell’atleta verso l’azione corretta da seguire (non verso

et al.,

l’errore da evitare) (Ammons 2013).

3.2.4 Gestione ottimale dell’attenzione

L’abilità di controllo della fatica nelle discipline sportive di resistenza può essere

sviluppata attraverso la gestione della capacità dell’attenzione selettiva e prolungar-

la su un differente stimolo che agisce da elemento distrattore. La capacità di gestio-

ne della frustrazione nell’apnea può avvalersi dell’abilità del controllo del pensiero

e della capacità di riorientare rapidamente la propria attenzione sull’azione. La ge-

stione dell’attenzione è un processo cognitivo complesso ed è condizionato da diver-

si fattori tra cui le caratteristiche individuali dell’atleta, le richieste specifiche della

performance, arousal.

disciplina, il livello della le condizioni ambientali e il livello di

In base al modello teorico di Nideffer (1986) la focalizzazione attentiva varia in

et al., et al.,

relazione a due parametri (Boutcher & Rotella, 1987; Brewer 1991; Cote

1992; Nideffer, 1986):

Ampiezza:

• quantità di elementi contemporaneamente controllati; focus attenti-

vo ampio (permette all’atleta di percepire diversi elementi simultaneamente) o

ristretto (funzionale nelle discipline in cui è necessario controllare uno o due

elementi).

Direzione:

• focus attentivo esterno o interno (provenienza degli stimoli dalle in-

formazioni dell’ambiente circostante o dai pensieri e dalle sensazioni rimandate

dal proprio corpo).

Ogni individuo presenta un particolare stile attentivo: esterno-ampio, interno-ampio,

esterno-ristretto, interno-ristretto. Differenti situazioni sportive e differenti momenti

della stessa prestazione richiedono stili attentivi diversi, sia in termini di ampiezza

che di direzione (Fig:3.3).

L’efficacia del sistema selettivo aumenta con l’aumentare dell’esperienza e del livel-

lo competitivo. Ciò dipende anche dal livello di automatizzazione raggiunto dall’a-

tleta nella prestazione motoria. Bisogna dunque analizzare anche gli stimoli distrat-

tori, che sono di due tipi: esterni (pubblico, condizioni climatiche, avversari, arbitro)

o interni (fatica, dolore, ansia, frustrazione ed eccessivo automonitoraggio, continuo

controllo). Sempre nel modello di Nideffer, si riscontrano dei passaggi preliminari

40

CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING 3.2. MENTAL TRAINING STANDARD

Figura 3.3: Andamento dell’attenzione sostenuta e stabilizzata in funzione del tempo.

www.slideplayer.it

Tratto da: 41

3.2. MENTAL TRAINING STANDARD CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING

nell’allenamento al controllo attentivo: Bisogna verificare che le difficoltà dell’atleta

arousal

non siano riconducibili a problemi di bassa autostima, o livelli di inappropria-

Attentional and Inter-

ti; valutare le capacità attentive dell’atleta attraverso il TAIS (Test

personal Style) open skill

(Nideffer, 1990, 1976); nelle azioni caratterizzate da necessità

di controllo dell’elevata variabilità ambientale, l’atleta deve imparare a monitorare

configurazioni complesse e a discriminare tra segnali rilevanti e distrattori interni o

esterni. Nelle azioni closed skill (bassa variabilità ambientale, compiti di precisione)

le risorse attentive sono sull’azione in atto.

Tra le metodologie utili allo sviluppo del controllo attentivo ci sono: l’utilizzo di

imagery (la focalizzazione dell’attenzione su particolari passaggi o momenti critici

della prestazione è facilitata dalla rappresentazione interna e dalla ripetizione im-

maginativa); la strutturazione di specifiche sessioni di allenamento per riprodurre le

condizioni tipiche di gara, acquisire consapevolezza verso gli stimoli distraenti; for-

malizzare una routine preparatoria, costruita sulla base delle abitudini, deve favorire

arousal warm-up

un livello di ottimale e costituire una forma efficace di (riscaldamento

psicofisico); infine l’immediata ripetizione immaginativa dell’azione, efficace quando

è necessario azzerare un errore appena commesso ed evitare che questo si riverberi.

3.2.5 Regolazione dell’arousal

Indica l’attivazione psico-fisiologica dell’organismo, supportata da stati motivazio-

nali che determina uno stato di prontezza all’azione. Con il termine arousal è indicata

in psicofisiologia l’intensità dell’attivazione fisiologica e comportamentale dell’orga-

nismo: quando l’organismo deve effettuare una prestazione deve attivarsi, cioè met-

arousal et al.,

tere in moto una serie di processi caratteristici dello stato di (Steenkamp

1996). Essi sono:

1. Aumento della vigilanza e dell’attenzione (attivazione del sistema nervoso cen-

trale)

2. I muscoli si preparano allo sforzo (attivazione del sistema muscolo-scheletrico)

3. Cuore e polmoni si attivano per sopportare lo sforzo (sistema vegetativo simpa-

tico) 42

CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING 3.2. MENTAL TRAINING STANDARD

arousal

Figura 3.4: Andamento del livello di durante la prestazione. Tratto da:

www.blogs.kincorth.aberdeen.sch.uk

L’energia psichica è l’attivazione della mente e sta alla base della motivazione. Quan-

do è associata ad emozioni come eccitazione e felicità è positiva, quando è associata

ad emozioni come ansia e rabbia è negativa. Lo stato di stress si verifica quando gli

atleti intuiscono che c’è uno squilibrio tra quello che è chiesto loro di fare (sfida) e

quello che invece essi sentono di essere capaci di fare (livello di abilità) (fig:3.4). An-

che l’allenatore può essere sottoposto a stress ed essere iper o ipo-attivato come i

suoi atleti; si renderà quindi necessario adottare delle strategie per abbassare o incre-

mentare anche il livello di attivazione dell’allenatore per permettergli una direzione

accurata ed equilibrata durante la gara (Berlyne, 1969).

arousal

Un basso livello di risulta necessario prima di praticare una tecnica di vi-

sualizzazione (il giorno prima della gara e mezz’ora prima della partenza), quando

risulta fondamentale un’ampia analisi percettiva per decidere e reagire in modo ra-

pido (quando si osservano gli spostamenti degli avversari, vale a dire nella maggior

parte del tempo di gara), quando si deve eseguire un movimento tecnico accurato

(durante i cambi di rapporto, le frenate, la messa a punto di una strategia di gara).

arousal

Un moderato livello di è necessario quando i velocisti si preparano allo

sprint (compito di elevato impegno, alto dispendio energetico, coordinazione fine

dei movimenti e strategie complesse di percezione e decisione; uno stato di eccita-

performance).

zione eccessivo comprometterebbe la Nella durata del tempo di gara le

migliori prestazioni si hanno con un moderato livello di ansia.

arousal

Un alto livello di può anche essere tollerato nelle attività più semplici e di

43

3.2. MENTAL TRAINING STANDARD CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING

Figura 3.5: Relazione tra i fattori di ansietà e prestazione. Agli estremi dell’equili-

brio si trovano i fattori predisponenti la scarsa prestazione. Tratto da:

www.psicologiaok.com

minore precisione motoria. Può essere trasformato a proprio vantaggio da percezioni

negative di ansia e rabbia ad eccitazione positiva e piacevole.

3.2.5.1 Strategie per abbassare il livello di attivazione

Segnali tipici di una iper-attivazione sono l’ansietà, la tensione e la rigidità mu-

scolare, un aumento della frequenza cardiaca, respiro irregolare, innalzamento della

pressione arteriosa, un affaticamento precoce, uno scarso controllo delle proprie rea-

zioni emotive (scatti di rabbia), difficoltà di concentrazione e di attenzione, un’at-

tenzione spostata sui fattori distraenti esterni (ambiente) o interni (idee negative)

(Berlyne, 1969).

Risulta ottimale effettuare esercizi per mantenere bassa la frequenza respiratoria

(respirazione profonda e regolare), esercizi di rilassamento muscolare (mezz’ora pri-

ma della gara oppure sulla bicicletta durante eventuali fasi stressanti di gara), esercizi

di focalizzazione dell’attenzione, esercizi di deconcentrazione dai fattori distraenti,

sviluppare un atteggiamento mentale positivo.

44

CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING 3.3. MENTAL TRAINING: EVOLUZIONE

3.2.5.2 Strategie per aumentare il livello di attivazione

Tipici segnali di una ipo-attivazione sono la sensazione di mancanza di energia

(l’atleta si sente spento, fiacco), scarsa concentrazione (distrazione, attimi di confusio-

ne psicologica, indecisione), troppa riduzione della tensione e dell’ansia (mancanza

di stimoli), disinteresse e demotivazione, noia e pigrizia, una scarsa valutazione del

tempo e incapacità di anticipazione (l’atleta non si inserisce nella fuga, non scatta, non

effettua lo sprint), sensazione psichica di impotenza (é inutile tentare, tanto non ce la

faccio), effettuare esercizi per mantenere alta la frequenza respiratoria (respirazione

rapida e frequente), esercizi di mobilizzazione (prima della partenza e in corsa), una

revisione mentale dei propri obiettivi e visualizzazione del percorso (prima della ga-

ra), utilizzare linguaggio interno positivo, con l’uso della visualizzazione recuperare

stati emotivi positivi di esperienze passate (Berlyne, 1969).

3.3 evoluzione

Mental training:

Sin dai primi modelli degli anni ’70, le strategie di intervento in psicologia del-

lo sport hanno fatto riferimento principalmente alle teorie e tecniche di orientamen-

to cognitivo-comportamentale. Questa corrente di pensiero ha subìto nel corso degli

anni un naturale processo evolutivo che può essere schematizzato in tre periodi:

• il comportamentismo (Watson, Skinner, Wolpe, Lazarus, ecc.);

• il cognitivismo razionalista (Beck, Ellis, Bandura, Mahoney, ecc.) ;

neobehaviorismo,

• il cognitivismo post razionalista ed il caratterizzati entrambi da

una maggiore attenzione alle emozioni e all’utilizzo di modelli di integrazione

ed accettazione. mental training standard

In ambito sportivo i convenzionali modelli di sono basati sul-

l’assunto che le strategie designate per aiutare un atleta a riflettere in maniera più

logica e razionale sulla sua esperienza, cambiano in maniera efficace i suoi pensie-

ri e di conseguenza producono cambiamenti emotivi e comportamentali in grado di

migliorare sensibilmente la propria prestazione.

Diversi autori hanno recentemente evidenziato alcuni limiti di questo approccio

et al.

teorico. Daw & Burton (1994), Maynard (1995), Woolfolk & Budney (1988), Halls-

son (2013), ad esempio, utilizzando programmi di allenamento mentale in diver-

45

3.3. MENTAL TRAINING: EVOLUZIONE CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING

se discipline sportive, hanno riscontrato riduzione dell’ansia e miglioramento della

fiducia, ma non della prestazione.

et al.,

Altri autori, (Holm 1996) hanno riscontrato come un programma compren-

self-talk, imagery goal-setting,

dente e proposto a tennisti di college universitari, con-

tribuiva a determinare una significativa riduzione dell’ansia competitiva senza co-

munque evidenziare, rispetto al gruppo di controllo, sostanziali differenze nella pre-

stazione atletica. Va notato come questi programmi si basino spesso su strategie di

controllo e/o riduzione degli stati psico-fisici negativi in base al presupposto, non

chiaramente dimostrato, che esperienze interiori negative portino invariabilmente a

et al.,

risultati scadenti (Hayes 1999).

Oggi si ritiene che i tentativi di sopprimere pensieri ed emozioni indesiderate pos-

sano determinare spesso un effetto paradossale, poiché la ricerca di segnali di atti-

vità cognitiva negativa o indesiderata (pensieri, emozioni, sensazioni) comporta uno

scanning metacognitivo che determina una focalizzazione eccessiva verso se stessi e

et al.,

verso elementi irrilevanti per il compito (Koster 2003). La letteratura scientifica

evidenzia, inoltre, come i tentativi di soppressione dei pensieri e di controllo degli

schemi mentali negativi possano determinare un aumento indesiderato di attività

cognitiva (Wells & Davies, 1994). Questa intensificazione dell’attività cognitiva e la

focalizzazione verso elementi non correlati al compito tendono a danneggiare la pre-

stazione che, viceversa, è facilitata da un orientamento dell’attenzione verso elementi

situazionali rilevanti e da comportamenti diretti verso gli obiettivi di prestazione. Sul-

la base di queste considerazioni può apparire controproducente utilizzare tecniche di

self-talk per cercare di modificare i pensieri negativi. È stato anche notato come la riat-

tivazione di pensieri precedentemente repressi possa determinare un incremento di

et al.,

attività del sistema nervoso autonomo e degli stati affettivi correlati (Wegner

1990). mental training

In quest’ottica, le tradizionali tecniche di che mirano al controllo dei

self-talk, l’imagery

processi interni, come il e la regolazione dell’attivazione – tecniche

che mirano a controllare o modificare pensieri, immagini, emozioni e stati fisiologici –

potrebbero persino danneggiare la prestazione, la quale invece richiede un’attenzione

diretta verso elementi correlati al compito e ben orientata al presente e su elementi

esterni contingenti del momento, piuttosto che un’attività cognitiva auto-giudicante

e orientata al futuro (Gardner & Moore, 2004).

et al.,

Di conseguenza alcuni autori (Bernier 2009; Davis, 2012; Gardner & Moore,

et al.,

2007, 2004; Greco & Hayes, 2008; Moore 2009; Ruiz, 2010) hanno sottolineato la

46

CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING 3.3. MENTAL TRAINING: EVOLUZIONE

necessità di formulare e mettere a punto nuovi modelli di preparazione mentale che

si basino su un’accettazione consapevole da parte dell’atleta delle proprie cognizioni,

emozioni e sensazioni fisiche, anche spiacevoli, poiché tali stati si associano natural-

mente alla prestazione e spesso non hanno necessità di essere modificati od eliminati.

Questo richiede, da parte dell’atleta, lo sviluppo di una capacità di consapevolez-

za delle proprie esperienze interiori attraverso un ascolto curioso, benevolo ed auto

compassionevole. Una modalità di intervento alternativa, dunque, che invece di esse-

re mirata al controllo e alla riduzione delle esperienze negative, è diretta allo sviluppo

di un’attenzione consapevole, ben orientata al presente e di tipo non giudicante. In

tal modo, sensazioni, emozioni e pensieri anche spiacevoli possono venir accettati in

quanto parte dell’esperienza quotidiana, e non controllati o ridotti attraverso tentativi

deviazione

di dell’attenzione.

Alla luce di queste considerazioni Gardner & Moore (2004) hanno proposto un pro-

Acceptance and Commitment Therapy

gramma – derivato dalla sviluppata in psicotera-

mindfulness

pia in tempi recenti – basato su tecniche di che mira a sviluppare nell’a-

tleta un particolare tipo di attenzione consapevole orientata all’esperienza presente,

mindfulness,

intenzionale e non giudicante. La intesa come tecnica di tipo meditati-

vo, ha avuto negli ultimi anni un utilizzo in ambito clinico con risultati soddisfacenti

et al.,

per il trattamento della depressione (Teasdale 2003) dei disturbi di personali-

tà (Cohen-Katz, 2004), delle dipendenze, dello stress (Kabat-Zinn, 2003), dei disturbi

et al.,

da attacco di panico (Miller 1995) e dell’ansia generalizzata (Roemer & Orsillo,

2002). mindfulness – che presenza mentale –

La parola può essere tradotta in italiano con

indica uno stato mentale che ha a che fare con particolari qualità dell’attenzione e

della consapevolezza che possono essere coltivate e sviluppate attraverso la medita-

zione. Una consapevolezza che emerge attraverso il prestare attenzione allo svolgersi

dell’esperienza momento per momento: con intenzione, nel presente e in modo non

giudicante.

Lo sviluppo di questo tipo di attenzione richiede una particolare abilità di auto-

osservazione da parte del soggetto che va acquisita attraverso una pratica regolare di

esercizi di tipo meditativo. In ambito sportivo, diversi psicologi ed allenatori hanno

mindfulness

da tempo intuito il significato della e delle implicazioni derivanti da tale

concetto. Per esempio Bob Rotella, uno dei maggiori esperti di psicologia dello sport

lasciar andare

applicata al golf, ha sottolineato come il golfista debba i ricordi dei col-

pi, rimanere ben orientato al presente, accettare qualsiasi evento senza giudicarlo e

47

3.3. MENTAL TRAINING: EVOLUZIONE CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING

focus et al.,

mantenere un attentivo sul ritmo di gioco (Kaufman 2009).

basket,

Dean Smith and Mike Krzyzewski, allenatori di riconoscevano l’importanza

per l’atleta di essere focalizzato sul presente e orientato al processo piuttosto che al

meditativo

risultato, nonché di mantenere un atteggiamento rispetto agli eventi incon-

trollabili. Gli stimoli esterni ed interni che giungono alla consapevolezza è importante

che vengano percepiti, ma non valutati in termini di positività o negatività. Il limite,

ed anche il grande vantaggio di questo approccio è che la via maestra per allenare

mindfulness

questo tipo di consapevolezza è una pratica regolare delle tecniche di an-

che dell’allenatore e non solo dell’atleta. Secondo questa prospettiva, i tradizionali

approcci di preparazione mentale basati sul controllo, piuttosto che favorire un’at-

tività integrativa di tipo meta-cognitivo ben orientata al presente e non giudicante,

facilitano l’attività cognitiva verbale-semantica ed orientata al sé. Tale attività ten-

de a danneggiare la capacità di eseguire in modo automatico le abilità apprese, di

rispondere in modo adeguato agli stimoli ambientali e di mantenere un’attenzione

ben focalizzata sugli elementi importanti della prestazione. Negli ultimi anni sempre

più studi stanno dimostrando l’efficacia degli approcci definiti di terza generazione

Wave)

(Third nel migliorare la consapevolezza, l’attenzione e alcuni aspetti prestativi

et al., et al.,

(Gardner & Moore, 2004; Wolanin 2010; Schwanhausser 2009).

3.3.1 Accettazione e mindfulness

mindfulness,

I protocolli basati su accettazione e detti di terza generazione, presen-

mental training

tano un assunto nettamente diverso dal tradizionale. In questa nuova

training

generazione di mentale, i pensieri e sentimenti non necessitano di cambia-

re per ottenere la modificazione dei comportamenti, ma di venir percepiti, integra-

ti nell’esperienza presente ed accettati, seppur nella loro spiacevolezza, infatti l’at-

tività cognitiva eccessiva è spesso correlata a una prestazione disfunzionale (Deeny

et al., 2009): il tentativo di sopprimere gli stati interni negativi spesso si traduce in un

aumento della ruminazione e dei pensieri distraenti (paradox effect).

mindfulness

Gli dei protocolli basati sulla e l’accettazione adattati allo sport

effetti

sono:

• Sviluppo della capacità di mantenere una concentrazione rilassata e flessibile.

• Incremento della responsitività agli stimoli esterni e dell’intuizione.

48

CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING 3.3. MENTAL TRAINING: EVOLUZIONE

• Aumento della consapevolezza corporea e cinestesica.

• Maggiore resistenza alla fatica e al dolore.

• Controllo sull’attività muscolare e sul rilassamento selettivo.

biofeedback.

• Miglioramaneto dei circuiti di

• Adeguamento dell’arousal al compito e incremento dell’attenzione.

• Riduzione o scomparsa dell’ansia di prestazione.

• Disidentificazione del senso di autoefficacia. cues) focus

• Consapevolezza del contesto (enviromental pur mantenendo il sul

compito. flow.

• Disposizione al

• Riduzione degli infortuni sportivi.

fair play.

• Etica e Mindfulness-Acceptance-Commitiment

Si è visto da numerosi studi come i protocolli

possono essere applicati anche in diversi ambiti come quello medico. E’ il caso del

Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR): un protocollo educativo centrato sul

paziente ideato da Kabat-Zinn (2003) presso il Medical Center dell’Università del

Massachusetts, che utilizza un addestramento relativamente intensivo alla medita-

zione Mindfulness per insegnare alle persone a prendersi cura di se stesse e a vivere

in modo più sano, imparando ad adattarsi alle circostanze della vita e a gestire lo

stress. Viene inserito nel contesto della medicina integrativa ha trovato impiego su

pazienti affetti da patologie organiche quali: dolori cronici, malattie cardiovascolari,

cancro, malattie polmonari (asma), ipertensione, cefalea, disturbi del sonno, distur-

bi d’ansia e attacchi di panico, disturbi digestivi connessi allo stress (colite, gastrite),

malattie della pelle (psoriasi), difficoltà di memoria e concentrazione ed infine AIDS.

Third Wave Third Wave –

Il più recente paradigma proposto è denominato su cui si stanno con-

centrando le attuali ricerche scientifiche – sembra offrire ad oggi risultati significativi

in termini di ottimizzazione della prestazione sportiva. Questo paradigma annovera

49

3.3. MENTAL TRAINING: EVOLUZIONE CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING

Acceptan-

al suo interno diversi approcci quali, tra i più noti e rilevanti, quello della

ce and Commitment Therapy (ACT) (Hayes 1999), Dialectical Behavior The-

et al., della

rapy (DBT) Mindfulness-Based Cognitive Therapy

(Dimidjian & Linehan, 2009) e della

(MBCT) et al., mental training

(Teasdale 2003). L’utilità del secondo questi nuovi ap-

procci è stata dimostrata da studi randomizzati controllati sia in ambito clinico che

sportivo. Lo stretto legame tra questo orientamento ed il mondo dello sport si realizza

in considerazione delle analogie esistenti fra i concetti di attenzione, consapevolezza

e stato di prestazione ottimale.

Protocollo MAC (Mindfulness-Acceptance-Commitment)

Il protocollo MAC (Mindfulness-Acceptance-Commitment) è stato sperimentato negli

Stati Uniti su una popolazione di atleti adulti e praticanti sport a livello professionisti-

et al.,

co (Gardner & Moore, 2004; Moore 2009; Ruiz, 2010), e trae spunti dai protocolli

et al. et al.

MBCT di Segal (2004) e ACT di Hayes (1999).

performance

L’obiettivo è il miglioramento della attraverso l’allenamento di abilità

mentali, quali:

Mindful awareness (presenza

• mentale e consapevolezza).

Mindful attention

• (presenza mentale e attenzione).

Experiential acceptance (accettazione

• esperenziale).

Il protocollo si propone di aiutare gli atleti ad avere:

• Migliore gestione dei momenti negativi o difficili.

• Migliore gestione delle proprie emozioni.

• Miglior consapevolezza nel dirigere l’attenzione sul proprio obiettivo.

• L’acquisizione di strumenti utili a mantenere l’attenzione focalizzata sull’obiet-

tivo durante momenti critici quali la preparazione, la ripetizione dello stes-

so gesto tecnico (allenamento analitico) o della stessa situazione (allenamento

sintetico), per ottenere quel miglioramento necessario a superare il limite.

50

CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING 3.4. IDEE DALLE NEUROSCIENZE

Questo protocollo prevede un valutazione iniziale di ciascun atleta che compren-

de un colloquio individuale, la somministrazione di questionari e l’osservazione del

comportamento nel contesto sportivo. Si articola in sette passaggi fondamentali:

• Informazione.

• Pratica della meditazione per la presenza mentale (mindfulness) e defusione co-

gnitiva

Values driven setting taking action-act).

• (goal guidato da una scala di valori, poi

• Accettazione.

• Impegno (impegno e valutazione delle azioni necessarie al raggiungimento de-

gli obiettivi). Acceptance Commitment).

• Consolidamento delle abilità (Mindfulness

• Mantenimento e miglioramento.

Il colloquio clinico si basa sulla valutazione delle necessità del contesto, una valuta-

zione delle abilità sviluppate e quelle richieste dal contesto e infine sulla valutazione

mental training

delle richieste situazionali. Questo nuovo protocollo di è in contrasto

performance

con l’assunzione che gli stati interni negativi interferiscono con la sporti-

mindfulness

va. Inoltre, tramite un allenamento basato sulle tecniche di e l’accettazione

non giudicante, gli atleti riescono a sviluppare un’attenzione focalizzata sul compi-

to e una maggiore flessibilità nella risposta agli stimoli esterni, perciò migliorano la

propria prestazione.

3.4 Idee dalle neuroscienze

La Teoria Psiconeuromuscolare di Jacobson (Wang & Morgan, 1992) afferma che

immaginare di compiere dei gesti produce un’attività neuro-miografica – inconsape-

vole al soggetto – dei muscoli interessati dall’attività immaginativa: viene prodot-

to un potenziale elettrico muscolare (EMG), registrabile attraverso l’elettromiografo.

Questo significa che le sequenze di movimento immaginate attraverso il processo di

51

3.4. IDEE DALLE NEUROSCIENZE CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING

visualizzazione producono lievissime stimolazioni nervose ai muscoli coinvolti nel-

l’attività a cui stiamo pensando e producono anche altre risposte (emotive, relative al

sistema simpatico e parasimpatico) simili a quelle dell’esecuzione materiale.

Secondo alcuni autori (Harris & Robinson, 1986; Gualberto Cremades, 2002; Weh-

et al.,

ner 1984) questi piccolissimi impulsi faciliterebbero un processo di memorizza-

zione del movimento, determinando un aggancio più che favorevole ai gesti motori

e agli eventi futuri. Da queste ricerche emerse inizialmente l’idea che compiere real-

mente il movimento o solo immaginarlo attivi gli stessi sistemi nervosi che veicolano

il messaggio al sistema muscolare; le visualizzazioni solleciterebbero dunque le vie

nervose coinvolte nella trasmissione dell’impulso motorio.

neuroni specchio (Rizzolatti & Craighero, 2004)

Più recente è la scoperta dei e lo svi-

Cognition,

luppo dell’idea dell’Embodied termine utilizzato negli ultimi 10-15 anni per

riferirsi a diverse teorie che coinvolgono ambiti disciplinari molto diversi, dall’intel-

ligenza artificiale alla robotica, dalle neuroscienze cognitive alla psicologia cognitiva,

dalla filosofia alla linguistica e all’antropologia cognitiva. In generale, ciò che le acco-

muna è il fatto di sottolineare l’importanza che ha il corpo per la cognizione; l’idea di

fondo è che i nostri processi cognitivi siano vincolati non solo dal nostro cervello ma

più in generale dal nostro corpo, in particolare dal nostro sistema sensorimotorio.

A seconda dei diversi ambiti e dei diversi autori questa posizione può però assume-

re livelli più o meno radicali (De Vignemont, 2009). Alcuni autori infatti enfatizzano

l’importanza del corpo e la centralità per la cognizione dell’azione guidata da scopi

(Gallese, 2009; Glenberg & Robertson, 2000), altri tendono invece sottolineano il fatto

che la cognizione può essere situata non solo nel corpo (Barsalou, 2008).

Secondo tali teorie, quando osserviamo qualcuno compiere un movimento com-

plesso, come guidare una motocicletta, o un’azione, come afferrare una mela e por-

tarla alla bocca, attiviamo una simulazione, una forma di risonanza motoria. In questo

caso, simulare ci può aiutare a predire e comprendere le azioni degli altri, le intenzioni

sottostanti e, secondo alcuni autori, addirittura i loro stati mentali (Gallese, 2009).

Tra le basi neurali sottostanti tale processo di simulazione giocano un ruolo di

rilievo due sistemi neurali:

neuroni canonici:

• il sistema dei neuroni che si attivano sia quando osserviamo un

(Grjézes

oggetto sia quando manipoliamo o interagiamo con quell’oggetto et al.,

2003). neuroni specchio:

• il sistema dei neuroni che si attivano sia quando compiamo un

(Rizzolatti

gesto sia quando osserviamo qualcuno compiere quello stesso gesto

52

CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING 3.4. IDEE DALLE NEUROSCIENZE

& Craighero, 2004).

Sono state infatti riportate numerose prove secondo le quali durante l’osservazione di

oggetti si attiva il sistema di neuroni canonici, mentre durante l’osservazione di azio-

ni altrui il sistema che si attiva è quello dei neuroni specchio. Alcuni autori (Prinz &

et al.,

Miller, 1994; Sommerville 2005) hanno proposto diverse teorie basate sul prin-

cipio ideomotorio, ma la base neurale comune a queste teorie è rappresentata dal

sistema dei neuroni specchio. Theory of Event Coding

La principale di queste teorie è la (TEC). Secondo la TEC,

percezione e azione sono così strettamente connesse da venir rappresentate in un

formato (codice) comune. Più sovrapposizione c’è tra quanto percepiamo e il nostro

repertorio motorio, più gli eventi che osserviamo (gli stimoli) e gli eventi che siamo

in grado di produrre (le azioni) sono simili, più i codici comuni sono attivati, e questo

fa sì che la percezione e il riconoscimento di azioni ci risultino più semplici.

Così, se ci vengono sottoposti degli stimoli acustici e ci viene chiesto di riconoscere

l’azione che li ha prodotti, siamo facilitati se ascoltiamo il battito delle nostre mani

anziché il battito delle mani di altri, dato che l’evento che percepiamo e il suono che

et al.,

con il nostro movimento riusciamo a produrre sono simili (Cunningham 2008).

Analogamente, identifichiamo più facilmente la nostra modalità di scrittura rispetto

a quella altrui (Prinz & Miller, 1994).

Negli ultimi anni sono stati ottenuti diversi risultati a supporto di questa teoria.

In primo luogo, alcuni studi hanno rivelato l’importanza della prospettiva con cui

si osserva un’azione. E’ stato dimostrato che c’è un vantaggio quando osserviamo,

ad esempio, una mano nella nostra prospettiva piuttosto che nella prospettiva di un

altro: Vogt & Thomaschke (2007) presentavano (1) la foto di una mano, seguita (2) da

una mano che interagiva con un oggetto; ai partecipanti veniva chiesto di decidere

premendo un diverso tasto se l’azione compiuta con la mano era o meno adeguata

all’oggetto. La mano, la prima (1) e la seconda (2) veniva presentata in prospettiva

egocentrica allocentrica,

o (come se fosse la mano di un altro). I tempi di risposta era-

no più veloci quando la mano (2) veniva presentata in prospettiva egocentrica, in

particolare quando era preceduta da una mano (1) in prospettiva egocentrica.

Questo suggerisce che tendiamo a simulare e comprendere più facilmente le azio-

ni che sono parte del nostro repertorio motorio, rispetto alle azioni altrui. A questo

et al.

proposito si vedano anche i lavori di Liuzza (2012), sulla risonanza motoria in

et al.

bambini e adulti, e di Ranzini (2011).

53

3.4. IDEE DALLE NEUROSCIENZE CAPITOLO 3. MENTAL TRAINING

et al.

Jackson (2006) hanno trovato che aree neurali differenti si attivano selettiva-

mente per la prospettiva egocentrica (corteccia sensorimotoria sinistra) o per quella

et al.,

non egocentrica (Cumming 2004).

Inoltre, studi con pazienti rivelano che cambiare la prospettiva può portare ad attri-

et al.,

buire erroneamente le nostre azioni ad altri (Daprati 2007). In generale gli studi

comportamentali confermano che la prospettiva egocentrica è facilitata, probabilmen-

te perché più legata alle azioni in prima persona. Analogamente, sono stati pubblicati

studi che mostrano che siamo in grado di predire meglio gli effetti futuri delle nostre

azioni rispetto a quelli delle azioni altrui; per esempio siamo in grado di predire con

più facilità la traiettoria di una freccia se l’azione di lancio è stata compiuta da noi

anziché da altri (Knoblich & Flach, 2003).

Questo suggerisce che ognuno di noi, oltre a riconoscere il modo e lo stile con cui

agisce, genera predizioni più accurate basandosi sulle proprie azioni che su quelle

altrui.

Altri studi hanno mostrato che se i movimenti che osserviamo sono parte del nostro

et al.

repertorio motorio riusciamo a simulare meglio. Calvo-Merino (2005) chiedeva-

no a danzatori esperti di balletto classico e danzatori inesperti di osservare diversi

video di ballo. Il sistema di neuroni specchio era più attivato quando i danzatori

osservavano la danza che conoscevano bene; questo suggerisce che quando osservia-

mo altri compiere un movimento complesso tendiamo a formarci una simulazione

motoria di quel movimento, e che questa simulazione viene influenzata dalla nostra

competenza motoria.

L’effetto non dipendeva dalla familiarità, ma dall’attivazione di una simulazione

motoria: in uno studio di controllo l’effetto di risonanza motoria era maggiore quando

i danzatori osservavano ballare persone dello stesso genere, anche se avevano uguale

familiarità con l’osservazione di movimenti maschili e femminili. mental trai-

Sono state teorizzate altre spiegazioni sull’efficacia degli interventi di

ning Teoria dell’Apprendimento Simbolico Teoria

(come la di Moerman (1983), oppure la

Bioinformazionale di Lang), ma tutte convergono nel testimoniare l’efficacia di queste

tecniche mentali, in grado di aiutare l’allenamento fisico, per un migliore apprendi-

et al.,

mento della tecnica fisica e la risoluzione di problemi psicologici (Cumming

2004). 54

Capitolo 4 | Lo Stato di Flusso

Lo stato di Flusso (Flow), o esperienza ottimale si avverte nel momento in cui si

è concentrati su un’attività che ci cattura totalmente e profondamente, quando ogni

azione, movimento e pensiero segue l’altro senza interruzione, l’intera persona è coin-

volta e le capacità vengono usate al massimo (Csikszentmihalyi, 1997c; Jackson & Ha-

nin, 2000). E’ uno stato di grazia che tutti sperimentiamo nelle situazioni più dispara-

te, leggendo, giocando, interagendo con una persona cara, lavorando su un progetto

appassionante, meditando, creando.

Il termine è stato coniato da Mihaly Csikszentmihalyi (Csikszentmihalyi, 1997c) al-

l’inizio degli anni ‘70, professore presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università

di Boston,e indica un particolare stato di coinvolgimento dell’atleta durante la pre-

stazione, che gli consente di non percepire le ansie proprie della competizione. Egli

ha osservato come alcuni individui in certe particolari condizioni vengano comple-

tamente assorbiti dalla pratica di un’attività fino ad entrare in uno stato di leggera

trance, ovvero in flow. In particolari situazioni la persona è talmente assorta in quel-

lo che fa, è talmente in sintonia, talmente padrona della situazione e sicura di avere

le competenze, le capacità occorrenti, da vivere una situazione dove sente che tutto

andrà come previsto, che tutto andrà liscio, quasi da sperimentare all’atto compiuto

un ricordo non completo di quello che è successo e come questo è successo, quasi

come se avesse operato affidandosi ad una sua parte subconscia che gli ha chiesto

di mettere da parte tutte le paure, le insicurezze dimostrando il suo valore e le sue

capacità.

Igor Cassina ha dichiarato che quando ha vinto le Olimpiadi si è sentito sdoppiato:

“Non mi ero accorto di aver vinto l’oro. Pensavo riguardasse un’altra persona. . . ”, una con-

dizione di trance, quello che si sperimenta è indescrivibile, è immenso e difficile da

gestire, si può dire che forse ci si arriva impreparati, ci vuole tempo per metabolizza-

re questi momenti, per organizzarsi la vita e il futuro ed anche in questi momenti è

importante fare affidamento, farsi aiutare da esperti. 55

CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO

challenge e skill, situazione di stato di flusso che inter-

Figura 4.1: Sistema di equilibrio tra

corre all’equilibrio tra le abilità e la difficoltà del compito da svolgere. Tratto da:

www.lealidellafarfalla.wordpress.com

E’ possibile raggiungere uno stato di trance durante sedute di ipnoterapia, dove la

persona si affida al professionista che, inducendo questo stato attraverso induzioni

ipnotiche, riesce a fare un lavoro con la persona; in questo caso la persona si fida di

se stessa attraverso il lavoro con il terapeuta.

“Una volta che l’atleta ha avuto l’opportunità di impara-

Weitzenhoffer (1989) afferma:

re il modo corretto o efficace di eseguire l’esercizio, gli può essere dato il compito, in ipnosi,

di visualizzare se stesso mentre esegue i giusti movimenti ancora ed ancora. . . L’atleta do-

vrebbe non solo guardare se stesso mentre esegue l’esercizio, ma dovrebbe quanto più

sentirsi

possibile”.

In ipnosi si possono immaginare prestazioni prima impossibili.

imagery

Liggett & Hamada (1993)citano diversi casi di uso dell’ sotto ipnosi per mi-

performance

gliorare la degli atleti. Un ginnasta giapponese, membro della squadra di

ginnastica universitaria giapponese, non era mai stato abbastanza flessibile da com-

pletare una spaccata. In ipnosi il soggetto era in grado di eseguire la spaccata. Dopo

averlo fatto diverse volte in trance, fu anche in grado di ottenere quest’estensione

quando non era in questo stato.

L’esperienza ottimale viene ricercata nel quotidiano, vengono replicate le attività

56

CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO

Figura 4.2: Equilibrio tra capacità e difficoltà del compito nell’azione quotidiana. Al di

fuori della linea di equilibrio si incorre negli stati di noia, apatia, ansia, pre-

occupazione e relax. In uno stato di equilibrio viene raggiunto l’equilibrio

www.lecco100.it

tra questi fattori. Tratto da:

che permettono di viverla. Si manifesta la tendenza a coltivare queste attività, ricer-

cando sempre più opportunità d’azione che portano ad un sempre maggiore aumen-

to delle capacità del soggetto che diventano un tema di vita: miglioramento delle

qualità della vita e l’esperienza ottimale diventa l’ago della bussola della selezione

et al.,

psicologica (Jackson 1996a; Kimiecik, 1998).

I fattori che contribuiscono all’insorgenza dell’esperienza ottimale sono:

• Le attività associate non devono essere ripetitive, automatizzate, troppo sempli-

ci, passive (guardare la TV);

• Caratteristiche individuali: percezione soggettiva, sistema motivazionale;

• Eredità culturale, livello di istruzione, status socio economico, educazione fami-

gliare.

Lo stato di Flusso è caratterizzato da (Muzio, 2004):

57 CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO

• percezione soggettiva di elevate opportunità d’azione ambientali (challenge) a

cui si contrappongono le capacità personali (skill);

• coinvolgimento e controllo della situazione;

feedback

• sull’andamento dell’attività;

• chiari obiettivi da raggiungere;

• assenza di noia;

• assenza di ansia;

• facilità di concentrazione;

• stato effettivo positivo;

• motivazione intrinseca;

• alterata percezione del trascorrere del tempo;

• assenza di auto-osservazione.

flow

Lo stato di non si sperimenta solamente in ambito sportivo, ma anche in altri

ambiti, per esempio in ambito artistico può capitare di essere presi da quello che si fa

da distaccarsi quasi dalla realtà e lasciarsi andare all’ispirazione, si inizia a scrivere,

a disegnare, a comporre musica tutto ciò immersi in sensazioni piacevoli di benes-

sere. In questi casi si può dire che la persona crea qualcosa di inaspettato, quasi di

non programmato, ma lo fa perché sa di poterlo fare, di averne le capacità, sa che lo

ha già sperimentato e quindi si predispone mentalmente a ri-sperimentarlo, sa che

arriverà il momento giusto, ha bisogno solo di concentrarsi, di dedicarsi per un dato

“Ma come ho fatto? Non pensavo di poterlo fare, ma

lavoro, e dopo se ci riflette pensa:

questo l’ho fatto io?”. Sperimenta un senso di soddisfazione elevato che non fa altro

che incrementare il suo senso di auto-efficacia.

Csikszentmihalyi (Csikszentmihalyi, 1997b, 1992; Csikszentmihalyi & LeFevre, 1989;

et al.

Csikszentmihalyi & Larson, 1987) e Jackson (1996a) (Muzio, 2004) hanno eviden-

ziato che caratterizzano lo stato di flow negli atleti, e più precisamente:

9 dimensioni

1. bilanciamento tra richieste della situazione e livello delle abilità dell’atleta;

58

CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO

2. unione tra consapevolezza e azione (Percorrere una strada di consapevolezza

del proprio pensare, del proprio agire e delle proprie risorse);

3. mete chiare (obiettivo ben formulato, immaginabile, possibile, sfidante, rag-

giungibile. L’atleta è perfettamente consapevole di quello che sta facendo);

4. feedback chiaro (l’atleta è sicuro che sta eseguendo al meglio);

5. concentrazione totale e completa sul compito;

6. paradosso del controllo (sensazione di un completo controllo della situazione

in assenza di sforzi consapevoli per ottenerlo);

7. perdita dell’autoconsapevolezza (si smette di valutare la propria prestazione

mentre la si sta facendo);

8. trasformazione del senso del tempo;

9. esperienza autotelica cioè il piacere di fare (elevata motivazione intrinseca).

et al.,

Vediamole più in dettaglio (Massimini 1988; Muzio, 2004):

D1 Bilanciamento tra sfida e abilità (Challenge-skill balance). Se un giocatore di scacchi

alle prime armi sfidasse un maestro non ci sarebbe partita né divertimento per

chance

nessuno dei due: il primo proverebbe la frustrazione di non avere alcuna

di vincere e il secondo si annoierebbe subito. Ma se il maestro sfidasse il cam-

pione nazionale potrebbe vivere l’emozione di un confronto altamente stimo-

lante, in cui dare tutto il meglio di sé e magari coltivare la speranza di vincere

o almeno di mettere in grande difficoltà l’avversario; questi – nonostante la su-

periorità – proverebbe il piacere di una partita impegnativa in cui certamente

non distrarsi volendo conseguire la vittoria. Questo esempio ci dice che la sfida

è sostanzialmente equivalente ad un obiettivo che deve essere realizzabile e rea-

listico, cioè coerente con le capacità e possibilità dell’individuo. L’equilibrio e la

proporzionalità fra il compito o l’attività “sfidante” e le capacità personali e le

competenze professionali dell’individuo va sempre visto a livello quantitativo e

qualitativo: l’andare pesantemente oltre i propri limiti, accettare sfide con mete

irraggiungibili o non coerenti con le capacità e possibilità, non è un’esperienza

flow. 59 CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO

L’obiettivo ben strutturato è “S.M.A.R.T.” (in italiano “astuto”) ovvero è:

• Specifico: cosa si vuole ottenere concretamente? Chi lo vuole?;

• Misurabile: quanto si vuole realizzare? Quale evidenza che mi dirà che ho

raggiunto l’obiettivo?;

• Attuabile: è interamente sotto il mio controllo? dipende solo da me rag-

giungerlo? ho le risorse necessarie e sufficienti per raggiungerlo?;

• Realistico: è un obiettivo realistico? è legato al contesto? si inserisce nella

struttura abituale del lavoro;

• Tempificabile: in quanto tempo raggiungerò l’obiettivo?; entro quanto? mi

sono dato una scadenza intermedia?

D2 (Action-awareness merging):

Unione tra azione e coscienza una buona metafora

flow

di questo aspetto del è il tuffo sportivo, una disciplina che richiede di ef-

performance

fettuare in un tempo estremamente limitato una che sia piena di

precisione e grazia, potenza ed eleganza; va da sé che questo richiede all’atle-

ta la massima concentrazione e il massimo impegno. Tra l’altro c’è anche una

componente di rischio nella sfida: una brutta entrata in acqua potrebbe avere

conseguenze anche fisiche. L’attenzione è quindi al massimo: non c’è spazio per

stimoli esterni. Il coinvolgimento è così totale che l’attività – vista dall’esterno –

sembra quasi automatica, spontanea, naturale: il tuffatore e il tuffo sono un’u-

nica entità. Nonostante l’attività venga svolta naturalmente e apparentemente

senza sforzo Csikszentmihalyi sottolinea che in realtà è ben lontana dall’esser-

Flow

lo. La condizione di non può verificarsi senza il supporto di una attività

mentale molto disciplinata e senza l’applicazione massima delle proprie capa-

cità. La mancanza o il calo di queste condizioni cancellerebbe immediatamente

flow.

la condizione di

D3 goals):

Mete chiare (Clear Come abbiamo visto, l’esperienza ottimale è quella in

cui sentiamo di avere il pieno dominio delle nostre azioni tanto da poter eserci-

tare il controllo degli avvenimenti esterni. Affinché questo avvenga è necessario

avere definito in modo chiaro e specifico il nostro obiettivo. Ancora una volta

S.M.A.R.T.

è opportuno richiamare quanto detto sugli obiettivi e in particola-

re sugli aspetti di specificità, misurabilità e tempificabilità degli stessi. In altre

60

CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO

parole, siamo in grado di esprimere al meglio noi stessi solo quando abbiamo

definito specificamente cosa vogliamo ottenere, entro quando, attraverso qua-

li eventuali tappe intermedie e quali saranno le evidenze del raggiungimento

dell’obiettivo.

D4 Feedback feedback): feedback

immediato (Unambigous Il è il segnale o l’evidenza che

ci permette di sapere se e in che modo stiamo ottenendo o abbiamo raggiunto

il nostro obiettivo prefissato e quindi se la situazione è sotto controllo. Perché

flow feedback

si possa raggiungere la dimensione del è però necessario che il sia

flow

immediato e inequivocabile. Il è uno stato di durata limitata, è quella sen-

sazione piacevole e di felicità che nasce dal coinvolgimento è che quindi con-

temporanea all’azione. Se però l’effetto della nostra azione arriva dopo un lasso

troppo lungo di tempo, vi sarà sicuramente soddisfazione ma le dimensioni

della destrutturazione del tempo, della perdita di coscienza del sé e dell’unione

tra azione e coscienza difficilmente potranno generarsi in quel momento. Molte

feed-

attività quotidiane sono però di durata maggiore e difficilmente producono

back immediati; per questo può essere una strategia utile quella di suddividere

le attività complesse in azioni o compiti più semplici su cui puntare ad avere

riscontri in tempo reale.

D5 on task at hand): flow

Concentrazione sul compito (Concentration Il è quello stato

ed ora”

in cui l’individuo è nel “qui e la mente non vaga tra passato e futuro ma

è associata interamente la corpo e alle emozioni e le uniche informazioni che

flow

filtrano sono quelle utili in quel momento e per svolgere quell’attività. Nel

l’individuo è in grado di accantonare qualunque altro pensiero e preoccupazio-

ne e si focalizza completamente sul compito che sta svolgendo. Csikszentmi-

halyi descrive l’esempio di uno scalatore che racconta il suo stato mentale nel

come se la mia memoria si sia disattivata. Tutto quello

corso delle ascensioni: “E’

che ricordo sono gli ultimi trenta secondi e tutto quello che penso per il futuro sono i

prossimi cinque minuti".

D6 Senso di controllo (Paradox of control): Un’altra componente delle esperienze in cui

flow

siamo nel è il senso di controllo o, per meglio dire “la mancanza di pre-

occupazione per l’eventuale perdita di controllo”. Se immaginiamo un surfista

alle prese con l’onda perfetta ci è facile comprendere come per il successo del-

performance

la sua sia necessario che resti concentrato unicamente sull’esercizio

immedesimandosi completamente, corpo e mente, in quello che sta facendo e

61 CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO

dimenticando che sta cercando di stare sopra onde alte e violente in precario

equilibrio su di un asse largo poche decine di centimetri. Csikszentmihalyi ci

ricorda inoltre che la dimensione D6 ha anche un aspetto paradossale: se infatti

per ogni situazione di pericolo esistono due tipi di rischi (oggettivi e soggettivi),

chi si pone in situazioni estreme può non porsi preoccupazioni per l’eventuale

perdita del controllo ma non per questo è immune dall’incorrere in accidenti

non dipendenti dalle sue azioni (o reazioni). Spesso chi esercita lavori perico-

losi o pratica sport estremi si trova – come il giocatore d’azzardo – a credere

di poter dominare tutte le variabili e di poter determinare sempre l’esito della

gioco

performance in base alle sole abilità personali. L’immedesimazione nel è

talmente completa che si rischia di dimenticare che c’è sempre una componente

che può essere anche fonte di rischio personale.

D7 of self-consciousness):

Perdita dell’autoconsapevolezza (Loss Come abbiamo visto

flow

un elemento qualificante del è la capacità dell’individuo di estraniarsi da-

gli stimoli esterni e di immergersi totalmente in quello che sta facendo. Oltre a

questo vi è anche senso di perdita di autoconsapevolezza che consiste nel non

tirarlo dentro l’azione.

prestare attenzione al nostro ego o almeno a cercare di

Questo avviene nelle situazioni in cui non si mantiene più la preoccupazione di

bella figura. io

sé, del fare Il nostro non ci osserva e ci giudica dall’esterno ma è

parte dell’azione. Il paracadutista che esegue delle figure impegnative non può

certo permettersi di pensare a sé, a come difendere o mettere in bella mostra il

proprio ego. E’ invece un tutt’uno con il suo volo con la forma da eseguire, con

il gruppo degli altri paracadutisti. L’autoconsapevolezza del proprio io è assor-

bita nell’azione, nel compito, nella sfida. Questo comporta un più alto livello di

impegno psico-fisico: il paracadutista del nostro esempio è infatti in uno stato

di grandissima concentrazione su quello che sta facendo e di sensibilità a tutti i

fattori esterni pertinenti con la situazione; questo è possibile proprio perché si è

– temporaneamente - “dimenticato” di se stesso e non si preoccupa di chi è ma

solo di che cosa fa.

D8 of time):

Destrutturazione del tempo (Transformation Spesso nel descrivere una

talmente

situazione in cui eravamo assorbiti al 100% ci è venuto da dire: “Ero

immerso in quel che facevo che il tempo è volato via”, mi sono reso conto

oppure: “Non

dello scorrere delle ore e neanche che avevo saltato il pranzo”. Un elemento ricorrente

flow

nei racconti di chi descrive la propria esperienza di è proprio un alterato

62

CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO

senso del tempo e la scomparsa temporanea delle necessità fisiche di base. Il

tempo va ad una velocità diversa: può sembrare che scorra più lentamente o

più velocemente, comunque pare subire una dilatazione e una destrutturazione;

sicuramente il tempo di chi osserva (il tempo, per così dire, oggettivo) viaggia

ad una velocità diversa da quello di chi sta immerso nella sua esperienza flow.

D9 experience): te-

Esperienza autotelica (Autotelic Autotelico viene dal greco (auto +

los) e la parola “telos” significa “fine”, “obiettivo”; un’esperienza autotelica quin-

di è quella in cui la persona è concentrata e attenta alla realizzazione della at-

tività stessa e al piacere che prova nel farla e non alle conseguenze e alle even-

tuali ricompense dell’attività stessa. La motivazione all’azione nasce quindi dal

piacere intrinseco, fine a se stesso, che si prova proprio nello svolgere quella

determinata attività. Nella vita di tutti i giorni la motivazione per le cose che

facciamo è spesso un mix di ragioni intrinseche ed estrinseche (o, per dirla con

Csikszentmihalyi: “autoteliche” ed “esoteliche”); nelle biografie di molti artisti,

sportivi, manager e professionisti di successo, troviamo però che hanno spesso

continuato a fare l’attività che li aveva portati al successo quando ormai poteva-

no ampiamente considerarsi appagati per la fama, il riconoscimento e il benes-

per amore del loro gioco,

sere raggiunto. Questo perché esercitare la loro attività

favorita era la fonte principale del loro piacere e della loro gioia di vivere. Del

flow,

resto, una volta assaporato il piacere dell’esperienza di l’obiettivo non può

che essere quello di ri-accedere e mantenere la condizione di flow.

flow

All’opposto dello stato di vi è l’apatia, rappresentata da attività che impegnano

poco la persona dal punto di vista delle sue risorse personali. Un tipico esempio di

attività collocabile all’interno di quest’area è il semplice guardare la TV. Viceversa

attività troppo impegnative rispetto alle competenze della persona possono portare a

situazioni in cui si sperimenta un forse senso di ansia, preoccupazione e difficoltà di

riuscita.

L’importanza dell’allenamento mentale è fondamentale per indurre l’atleta a rivi-

flow

vere in maniera consapevole e non casuale lo stato di (Jackson & Hanin, 2000).

flow

I fattori che influenzano il in modo positivo sono:

1. preparazione fisica ottimale; 63 CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO

Figura 4.3: In situazioni di disequilibrio tra le capacità e la difficoltà dell’azione si

incorre in ansia, apatia e noia che risultano essere agli estremi dello stato

www.lelalidellafarfalla.wordpress.com

di flusso. Tratto da: 64

CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO 4.1. STRUMENTI DI VALUTAZIONE

2. piani di preparazione pre-gara conformi alle proprie necessità;

3. sensazione di sicurezza e un atteggiamento positivo (è l’autoefficacia che spinge

una persona a fissare obiettivi sempre più difficili, cioè sapere di saper fare: il

riuscire in qualcosa incrementa l’autoefficacia); arousal

4. capacità di mantenimento del livello ottimale di (la giusta attivazione

psicofisica prima della prova, che dipende dalla disciplina sportiva, per esem-

pio per una gara di 100 metri bisogna avere un’attivazione elevata mentre per il

tiro con l’arco è necessaria una bassa attivazione);

performance;

5. livello appropriato di motivazione alla

6. generale sensazione di benessere fisico e mentale;

7. focalizzazione sul compito;

8. condizioni ambientali ottimali;

staff,

9. interazioni positive con lo il team o la squadra (fare un lavoro di coesione

di squadra, di obiettivi condivisi);

flow

10. precedenti esperienze di (fare un riesame di precedenti successi ed indivi-

duare quali risorse hanno contribuito al successo, quale talento, caratteristica).

Peak Performance flow

Importante per il raggiungimento della attraverso lo stato di è

installazione Movement Desensiti-

un lavoro di delle risorse attraverso l’E.M.D.R. (Eye

zation and Reprocessing) facendo focalizzare sull’obiettivo imminente e considerando

le risorse occorrenti, le precedenti situazioni dove si sono sperimentate, individuando

se possibile anche una parola che le rappresenti, immaginare l’obiettivo da raggiun-

gere legato alle risorse occorrenti e possedute e rafforzare tale convinzione basata

sull’immaginazione futura credibile e convinta.

4.1 Strumenti di valutazione

Per quanto riguarda gli strumenti di misura, diversi sono i metodi per indagare lo

Sampling Method Dispositio-

stato di flow dall’Experience (Massimini & Carli, 1988), al

nal Flow Scale Flow Trait Scale

(Jackson & Eklund, 2002). Citiamo inoltre il (Jackson

65

4.1. STRUMENTI DI VALUTAZIONE CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO

et al., Flow State Scale et al.,

1996b) e la (Jackson 1996b). Quest’ultima è probabil-

items

mente la scala maggiormente utilizzata ed è costituita da 36 in cui il soggetto

Lickert

indica su una scala a 5 punti se è in accordo o disaccordo con alcune affer-

challenge-skill bilance, action-

mazioni. Le sottoscale che il questionario misura sono 9:

awareness merging, clear goals, unambiguous feedback, concentration on task, control, loss

of self-consciousness, time transformation, enjoyment. item

Tra gli troviamo, ad esempio,

molto bene quello che stavo facendo” era realmente chiaro che

“sapevo (obiettivi chiari), “Mi

lo stavo facendo bene” mia attenzione era focalizzata esclusiva-

(feedback non ambiguo), “La

mente quanto stavo facendo” un controllo totale di ciò

(attenzione sul compito), “Sentivo

che stavo facendo” (controllo), ecc. Nel 2002 sono state messe a punto una nuova ver-

Flow State Scale, Flow State Scale 2, Dispositional Flow Scale 2. Flow

sione delle la e la La

State Scale è stata anche oggetto di analisi fattoriale che ne ha confermato la validità

et al.,

(Stavrou 2007).

4.1.1 Experience Sampling Method

L’ESM flow,

indaga gli stati di studiando l’esperienza immediata nel suo fluire con-

tinuo nei diversi contesti di vita. Studia il comportamento e l’esperienza soggettiva

nel corso della vita reale. Si basa sulla rilevazione in tempo reale di auto descrizio-

ne che i soggetti forniscono della situazione estrema e del proprio stato di coscienza

durante il verificarsi degli eventi. Indaga il quotidiano. Ogni partecipante riceve un

blocco di questionari e un terminale da polso programmato per inviare segnali ad

intervalli casuali. Il soggetto deve compilare un questionario alla ricezione di ciascun

segale acustico. Il periodo di test è di una settimana con una media di 6/8 segnali al

giorno, distribuiti secondo uno schema randomizzato nella giornata.

Ogni questionario ESM comprende due gruppi di domande:

• Risposte aperte, riguardati l’ora della chiamata e la compilazione, il luogo, il

contesto sociale, i contenuti di pensiero, l’attività principale e secondaria svolte

dal soggetto alla ricezione del segnale. Attività luoghi, compagnie desiderate

rispetto alla situazione presente.

Scale di Likert

• e scale di differenziale semantico che indagano lo stato interno dei

soggetti sotto forma di variabili (componenti affettive, cognitive e motivaziona-

li dell’esperienza; challenge, skill, livello di soddisfazione personale e l’impor-

tanza dell’attività a breve e lungo termine; sensazione fisica al momento della

chiamata specificando le caratteristiche e l’intensità).

66

CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO 4.1. STRUMENTI DI VALUTAZIONE

I punti sono standardizzati e sono organizzati secondo due criteri:

beep-level

• Analisi in cui l’unità di organizzazione dei dati è il singolo questiona-

rio, compilato in rispetto al segnale acustico. Ogni variabile ha un numero di

punteggi corrispondente ai questionari compilati;

subject-level:

• Analisi l’unità di organizzazione dati è l’individuo: sulla media

individuale si calcolano i valori aggregati per soggetto.

on-line.

La raccolta dati viene fatta Questo permette di aggirare i problemi con-

nessi alla difficoltà che gli individui mostrano nel descrivere l’esperienza e i com-

portamenti quotidiani. Grazie alla rilevazione ripetuta si hanno informazioni sull’a-

spetto dinamico. Permette di sondare la dinamica dei processi psicologici quotidia-

ni dall’integrazione delle informazioni interne/esterne e alla costruzione soggettiva

del sé e delle rappresentazioni del mondo. Fornisce informazioni sulla fluttuazione

dell’esperienza.

4.1.2 (FQ)

Flow Questionnaire

Flow Questionnaire

Il si focalizza sul ricordo a distanza di un preciso tipo di espe-

rienza; il flusso di coscienza. Si compone di 3 parti:

• vengono presentate 3 citazioni che descrivono l’esperienza ottimale, estrapola-

te da interviste mirate. I partecipanti sono invitati ad indicare se abbiano mai

provato esperienze simili e in occasione di quali attività o situazioni (1 attivi-

Likert

tà). Valutano su scala 0-8 il livello di variabili affettive, cognitive, motiva-

zionali: coinvolgimento, motivazione intrinseca, focalizzazione dell’attenzione,

facilità di concentrazione, ansia, noia, piacere nello svolgere l’attività, riscontri

sull’andamento delle attività, chiari obiettivi, controllo della situazione, auto-

skill.

osservazione, percezione delle opportunità d’azione (challenge) e le Sono

67

4.1. STRUMENTI DI VALUTAZIONE CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO

Experience Sampling Method. www.flow-usability.de

Figura 4.4: Tratto da:

presenti 4 domande a risposta aperta che indagano la modalità di insorgenza e

di mantenimento dell’esperienza ottimale durante l’attività e il vissuto soggetti-

vo. Autovalutazione dei soggetti tramite scale 0-8 della qualità dell’esperienza.

Si indagano attività come il lavoro/studio, interazioni famigliari, momenti di

solitudine.

• Domande aperte mirate a raccogliere informazioni sui comportamenti della se-

lezione psicologica individuale, e sulla rilevanza delle attività ottimali nella vita

quotidiana. Si indagano i pensieri che occupano la mente della persona quan-

do non ha nulla di urgente da fare, i pensieri motivati, le possibilità di fonti di

disturbo di questi pensieri, i desideri e gli eventuali impedimenti. L‘individuo

deve indicare quale attività prova più piacere a svolgere.

• Analizza lo stato di apatia o anti flow caratterizzato d astato affettivo negativo,

assenza di motivazione intrinseca, destrutturazione dell’attenzione.

68

CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO 4.1. STRUMENTI DI VALUTAZIONE

4.1.3 (FSS)

Flow State Scale

et al.,

La FSS (Jackson 1996b) indaga la percezione delle caratteristiche del vissuto

di flow in riferimento alla rievocazione di una specifica situazione di resa ottimale.

Deve essere somministrata prima possibile, dopo il termine dell’attività.

4.1.4 (DFS)

Dispositional Flow Scale

et al.,

La DFS (Jackson 1996b) indaga la frequenza con la quale gli atleti sperimen-

tano esperienze di flow durante l’attività sportiva.

4.1.5 FSS-2 flow

E’ composta da 36 item; fornisce una misurazione dello stato di durante l’attivi-

tà fisica; compilazione al termine immediato dell’attività svolta; 9 sub-scale, ciascuna

flow.

composta da 4 item, per la valutazione delle nove dimensioni del I soggetti in-

item Likert

dicano il grado di accordo con l’affermazione per ciascun su una scale a 5

punti (da 1 (per nulla d’accordo) a 5 (assolutamente d’accordo))

4.1.6 DFS-2 item.

E’ un questionario di autovalutazione come la FSS composto da 36 Fornisce

flow.

la valutazione de grado con cui un individuo sente lo stato di Somministrata di-

stante dall’attività. 9 sub-scale, ciascuna composta da 4 item (9 dimensioni del flow). I

soggetti indicano la frequenza di avvertimento di ciascuna componente. Scala Likert

a 5 punti (da 1 (mai) a 5 (sempre)).

FSS-2 e DFS-2 sono questionari di autovalutazione, comporti da 36 item rappresen-

flow.

tanti 9 sub-scale e indagano le nove componenti del

Mihaly C. ipotizzò che alcuni individui caratterizzati da personalità autotelica, pos-

flow.

sono essere attrezzati a livello psicologico per esprimere il Valori di correlazio-

ne item/fattori di primordine variano da 0.43 a 0.89 (media 0.78) per FSS; Valori di

correlazione item/fattori di primordine variano da 0.29 a 0.86 (media 0.74) per DFS.

69

4.2. EVOLUZIONE DELLA TEORIA CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO

State Scale

Figura 4.5: Flow

4.1.7 Altri strumenti

Utilizzati con minor frequenza rispetto ai questionari appena descritti, esistono co-

Trait

munque altre tipologie di strumenti per l’analisi dello Stato di flusso, che sono:

Flow Scale; Perception of Success Questionnaire; Sport Anxiety Scale; IPC Scale; Adjective

Check list; Sensation Seeking Scale; New big five

4.2 Evoluzione della Teoria flow experience.

La Psicologia Transculturale è stata la prima ad occuparsi di Lo ha

analizzato come meccanismo di selezione culturale delle informazioni. In termini di

appartenenza, l’individuo tende a riprodurre quasi sempre un numero limitato di in-

formazioni (attività, interessi, convinzioni e valori) in base alla qualità dell’esperienza

che ad esse associa. Questo si chiama processo di selezione psicologica delle informa-

flow attrattore

zioni acquisite. In definitiva il è visto, aspecificamente, come un della

evoluzione individuale e, contemporaneamente, della selezione culturale. Le nume-

rose ricerche transculturali finora condotte, che hanno portato alla campionatura di

70

CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO 4.2. EVOLUZIONE DELLA TEORIA

circa 4.000 soggetti, ne hanno dimostrato la stabilità nelle caratteristiche indipenden-

temente dal contesto culturale di appartenenza degli intervistati (Delle Fave & Mas-

simini, 2003, 1988) e l’associazione con le più varie attività quotidiane, a condizione

che esse possano rappresentare per il soggetto opportunità d’azione sufficientemente

complesse da richiedere impegno ed applicazione delle capacità individuali a livel-

li elevati. Come conseguenza di ciò, compiti ripetitivi e scarsamente complessi non

vengono citati come occasioni di esperienza di flow, mentre le attività creative – siano

esse di tipo lavorativo, inerenti la sfera del tempo libero o delle relazioni interper-

flow

sonali – sono diffusamente riportate. Successivamente, ad occuparsi di è stata

la Psicologia Generale, che ha analizzato il flow come esperienza ottimale, uno stato

caratterizzato da piacere per l’attività in atto, gratificazione e percezione di crescita

delle capacità individuali: l’elemento motivazionale intrinseco. Infine la Psicologia

flow

dello Sport analizza il modello del per lo studio della prestazione eccellente (peak

performance), vale a dire la prestazione sportiva in cui l’atleta si esprime al di sopra del

flow performance peak performance,

suo standard abituale. Il predispone la e genera la

visto che assomma le condizioni mentali più favorevoli per la prestazione sportiva

flow,

ottimale. Più l’atleta riesce a percepire le condizioni di maggiori saranno le pro-

babilità di associarvi la prestazione eccellente. Un simile approccio al comportamento

valorizza il ruolo della soggettività, intesa quale fattore di valutazione fondamentale

dell’ambiente esterno e dello stato interno di cui la specie umana dispone. L’approccio

può essere idealmente posto in continuità con i fondamenti teorici e le ricerche con-

dotte dagli studiosi della Gestalt, in cui venivano messi in luce i concetti sostanziali di

forma organizzazione

e della realtà per mezzo dei quali l’individuo percepisce e inter-

preta il mondo esterno. Il soggetto, nel descrivere il proprio stato interno in relazione

agli stimoli ambientali, compie un’operazione di organizzazione del campo percet-

tivo alla luce delle proprie aspettative, delle proprie finalità, del proprio bagaglio di

informazioni. In altre parole, il mondo esterno rappresenta un insieme di possibilità

di investimento energetico nell’ambito delle quali l’individuo seleziona attivamente

le informazioni e le opportunità che soggettivamente percepisce come significative.

Le modalità ed i contenuti di tale operazione sono coerenti con le caratteristiche del-

l’individuo in termini di sistema aperto, ovvero si armonizzano con la sua direzione

flow

evolutiva. Ogni individuo reperisce l’esperienza di in alcune attività della pro-

pria vita quotidiana, in funzione sia del contesto culturale in cui si trova a vivere (che

fornisce l’ambito dei possibili challenges in cui investire l’attenzione), sia delle pro-

prie caratteristiche individuali. Secondo molti autori (Muzio, 2004) non è possibile

71

4.3. PEACK EXPERIENCE E FLOW CAPITOLO 4. LO STATO DI FLUSSO

flow flow;

allenare il o l’individuo allo stato di è invece possibile lavorare sulle condi-

zioni che lo predispongono. Tra queste alcuni esempi sono la definizione di obiettivi

chiari e sistematizzati, oppure la previsione di risposte (feedback) legate all’attività in-

trapresa, oppure ancora lo sviluppo delle attività attraverso modalità connesse alla

motivazione (Bandura, 1991).

4.3 e

Peack experience Flow

flow

L’esperienza di è stata da alcuni autori comparata ad altri stati di coscienza

peak experience. peak ex-

dalle sostanziali connotazioni positive, in particolare alla La

perience, et al.

costrutto teorico formulato da Maslow (1970a), è caratterizzata da forti

contenuti emozionali di gioia, profondo appagamento e smarrimento del sé in una di-

mensione mistica e transpersonale. È connessa alla tendenza verso l’autorealizzazio-

ne dell’individuo, ed è percepita come uno stato di grande significato per la vita del

et al.,

soggetto (Maslow 1970a). Si configura come condizione rara, momento estatico

che insorge in modo inaspettato e in cui l’individuo è coinvolto passivamente, senza

dover necessariamente compiere azioni di propria iniziativa. Non è comune a tutti

gli individui, (Maslow l’aveva inizialmente individuata in un solo soggetto su 3.000

studenti di college da lui intervistati)pur presentando delle analogie, si differenzia

flow

dall’esperienza di per alcune caratteristiche:

flow di picco, peak experience,

• lo stato di non è una condizione come la ma di

estremo bilanciamento, su valori positivi, di tutte le componenti psicologiche;

flow

• nello stato di il ruolo dello stato affettivo non è preponderante: esso infatti

non risulta estremamente positivo rispetto alle altre dimensioni dell’esperienza;

flow

• quella di non è un’esperienza estatica di smarrimento del sé, ma è un’espe-

rienza caratterizzata da consapevolezza, controllo e impegno;

flow

• l’esperienza di non si limita soltanto alle attività di gioco o ricreative, essa

si può associare alle attività più varie, comprese quelle lavorative, caratterizza-

te da una forte componente di obbligatorietà. L’essenziale è che il soggetto vi

reperisca elevate opportunità d’azione, bilanciate alle proprie capacità nel farvi

fronte; 72


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2.60 MB

AUTORE

yamaha14

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE TESI

Tesi per Medicina e chirurgia, Università degli Studi di Udine, elaborata dall’autore nell’ambito del corso di Neurofisiologia tenuto dal professore Anchisi dal titolo Apnea e stato di flusso. Analisi dettagliata sul significato e l'utilizzo dello "Stato di flusso". Sperimentazione con atleti apneisti. Analisi specifica delle nuove tecniche di mental training. Scarica il file in formato PDF!


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienza dello sport (GEMONA DEL FRIULI)
SSD:
Università: Udine - Uniud
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher yamaha14 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Neurofisiologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Udine - Uniud o del prof Anchisi Davide.

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