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Analisi cinematografica

L’interazione tra uomo e animali dura ormai da millenni ed ha attraversato varie fasi: da una parte
abbiamo l’uomo sterminatore di animali nocivi mentre dall’altra c’è l’uomo che venera gli animali
elevati al rango degli Dei. Tuttavia sono pochi gli animali che hanno subito un evoluzione più
strettamente correlata a quella umana, essi sono gli... Vedi di più

Materia di Teoria e analisi del linguaggio cinematografico relatore Prof. B. Di Marino

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ESTRATTO DOCUMENTO

ACCADEMIA BELLE ARTI FROSINONE

CORSO DI STUDI GRAPHIC DESIGN

LA RAPPRESENTAZIONE

CINEMATOGRAFICA

DELL’INTERAZIONE

UOMO/ANIMALE

Relatore

Bruno Di Marino

Correlatore

Carlo Delli Colli Tesi di Laurea di

D’Esposito Lucia

A.A.2012/13 dedica

INDICE

Introduzione

Capitolo 1 – Pre-cinema, cinema e i primi animali attori

1. I grandi classici

2. Film moderni

3. Film horror e Beast movie

4. Animazione

­ Disney

­ Pixar

­ Dreamworks

­ Studio Ghibli

Capitolo 2 – Interazione Uomo/Animale

1. Il rapporto tra l’uomo e gli animali

2. Antropomorfizzazione degli animali

3. L’uomo e gli animali

Capitolo 3 – Il progetto: Un rifugio per i nostri amici a 4 zampe

1. Il Brief

2. Le basi per la nascita del rifugio (nome, logo, immagine coordinata ecc.)

3. La struttura

4. Campagna pubblicitaria Introduzione

L’interazione tra uomo e animali dura ormai da millenni ed ha attraversato varie fasi: da una parte

abbiamo l’uomo sterminatore di animali nocivi mentre dall’altra c’è l’uomo che venera gli animali

elevati al rango degli Dei. Tuttavia sono pochi gli animali che hanno subito un evoluzione più

strettamente correlata a quella umana, essi sono gli animali domestici.

Questa tesi è stata realizzata prendendo in considerazione il rapporto che l’uomo ha con gli animali

partendo dalla storia della cinematografia.

Ai giorni nostri è ormai quasi impossibile vedere un film in cui non vi sia la minima presenza di

animali, che essi siano protagonisti assoluti, co-protagonisti o inseriti come elemento “decorativo”

con lo scopo di simboleggiare le varie condizioni esistenziali o i vari rapporti interpersonali

dell’uomo, quali: amicizia, fedeltà, solitudine, subordinazione, sfruttamento, ecc.

Come già detto, gli animali sono presenti sugli schermi cinematografici fin da quando il cinema è

nato, ma per essere funzionali al successo devono comunque aderire alle inconsce preferenze e

aspettative degli spettatori, per questo motivo, l’entrare a far parte di un film comporta una vera,

seppure talora occulta, metamorfosi o antropomorfizzazione, diventando quindi qualcos’altro.

Con il termine antropomorfizzazione si intende l’attribuzione di caratteristiche e qualità umane ad

esseri animati o inanimati, a fenomeni naturali o soprannaturali, in particolare divinità. Il termine

1

deriva da due parole greche “anthropos” umane e “morphe” forma .

Attraverso queste trasformazioni gli animali diventano lo specchio delle convenzioni umane e della

nostra tendenza ad addomesticare tutto quello che ci circonda.

La tesi sarà sviluppata in tre fasi.

Nella prima verranno presi in considerazione e quindi analizzati i film più significativi, divisi per

fascia d’età e contenuti, con all’interno gli animali.

Nella seconda fase sarà analizzato il rapporto che l’uomo ha con gli animali sia attraverso

l’antropomorfizzazione dell’animale che la metamorfosi dell’uomo che assume le caratteristiche e

sembianze di determinati animali.

Nella terza fase, attraverso le analisi e i dati raccolti nelle altre due fasi e con lo scopo di

“addestrare” e “sensibilizzare” l’uomo sulle vere esigenze dei propri amici a 4 o meno zampe, verrà

progettato graficamente un rifugio che possa accogliere varie categorie di animali, il rifugio sarà

usufruibile sia dal padrone che dall’animale a 360°, sia attraverso le cure, il cibo e l’addestramento.

Partendo dall’identità visiva, sarà identificato un nome, un logo e la sua immagine coordinata; sarà

definita la dimensione e forma della struttura che accoglierà una clinica veterinaria, un centro di

addestramento, una segreteria ed uno store; saranno identificati servizi aggiuntivi, quali adozioni,

pet-sitting, pet-therapy ecc. verrà creata una campagna pubblicitaria per pubblicizzare il rifugio e

infine, viste le nuove tecnologie che ci circondano, verrà creata graficamente, per facilitare

l’utilizzo dei vari servizi del centro, un applicazione per Smartphone.

1.Cit. Wikipedia CAPITOLO 1

Pre-cinema, cinema e i primi animali attori

“Qui, 28 Dicembre 1895 ebbero luogo le prime pubbliche proiezioni di fotografie animate

mediante il cinematografo, apparecchio inventato dai fratelli Lumiére”

Il testo sopra citato non è altro che la targa che i parigini si sono sentiti in dovere di apporre

sull’edificio che ospitò l’esordio del cinema: il Salon del Gran Cafè sul Boulevard des Capucines.

Ovviamente lo spettacolo offerto dai Lumiére non deve portarci a credere di essere di fronte ad un

fenomeno di generazione spontanea.

L’umanità ha sempre sentito l’esigenza di raffigurare su di una superfice immagini in movimento

per riprodurre la realtà o inventarla a proprio piacimento.

Le origini e le basi delle immagini in movimento risalgono alle esibizioni delle ombre proiettate sui

muri, spettacolo già conosciuto fin dalla preistoria. Infatti fin da quando l’uomo riuscì a fabbricare

degli utensili in grado di incidere la pietra e quindi di lasciare traccia del proprio passaggio,

raffigurò sui muri delle caverne se stesso e la propria vita. Le immagini ritrovate spiegano infatti in

modo animato le varie situazioni, infine la luce del fuoco, che era sicuramente presente nelle grotte,

dava l’impressione che le immagini fossero animate.

Lo stesso sistema di rappresentazione lo ritroviamo verso il 4000 A.C. in Egitto dove le persone

rappresentate nei cartigli e negli affreschi delle tombe sono sempre nell’atto di compiere un gesto in

un luogo e contesto preciso.

Nel XVII secolo il padre gesuita Athanasius Kircher mette a punto la già esistente “lanterna

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magica ”, con questo progetto rovesciava il sistema della camera oscura ponendo una fiammella

dietro ad un vetro a cui si sovrapponeva un’immagine.

La lanterna si prestava ai più svariati utilizzi, da subito fu usata sia per scopi educativi sia di

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intrattenimento . In seguito la semplice riproduzione di immagini non soddisfaceva più e si capì che

si poteva tentare di riprodurre il movimento attraverso il semplice scorrimento dei disegni in

sequenza davanti all’obbiettivo, ottenendo i primi cartoni animati della storia.

Fantascopio, stroboscopio e zootropio, furono le successive invenzioni che precedono quella dei

Lumiére, ma affinchè la fotografia diventi il mezzo di ripresa di serie di immagini in base alla quale

ricreare il senso di movimento passeranno diversi anni. Occorre infatti ridurre fino a frazioni di

secondo il tempo di esposizione (ancora troppo lungo in quei tempi) e inventare un procedimento

che permetta di riprendere serie di fotografie successive e brevemente intervallate.

2. Alcuni documenti persiani attestano l’esistenza della lanterna magica fin dall’XI secolo, ma è solo nel secolo XVII che

si diffonde in Europa. È il fisico arabo Ibn al-Haitam, detto Al-Hazen, morto nel 1038, che nel XI secolo ne dà per primo

una descrizione nel suo Opticae Thesaurus Alhazeni Arabis: “dopo aver posto una stanza in stato di oscurità, viene

praticato un foro su una parete divisoria per farvi passare un raggio di luce. Sulla parete opposta quindi gli spettatori

osservano un’immagine sfumata e la testa del danzatore, in basso, mentre si agita verso l’esterno!”. Anche Leonardo da

Vinci metterà a punto una camera oscura, trasformandola in una scatoletta nera attraversata da un piccolo foro provvisto

di una lente convessa che rende più nitide le immagini che si rifrangono su una parete, riproducendosi capovolte:

l’immagine del modello persiste per un attimo, fissata da polvere d’argento, uno specchio raddrizza le immagini.

(Marcella farina, Ed ecco...il cinema!, prima ediz., ARACNE editrice S.r.l., Roma 2008, nota pp. 15).

3. Padre Athanasius Kircher che studiò, mise in pratica e organizzò spettacoli di lanterna magica, si avvaleva di queste

immagini nel corso delle sue prediche creando una serie di immagini atte a colpire e ad emozionare lo “spettatore”; egli

proiettava il disegno dell’Ascensione di Cristo al cielo verso il soffitto o faceva comparire ai lati della stanza le immagini

del demonio; in realtà la lanterna magica nasce proprio con questa funzione, cioè di ausilio alle predicazioni. (Stefano

Gambelli, Il pre-cinema e la riproduzione del movimento, Pesaro 2000).

Esperimenti in questo senso sono compiuti in California a partire dal 1870, dal fotografo Edward

Muybridge per riprendere, scomponendola in frazione di movimento, l'andatura del cavallo. Solo

nel 1878, usando macchine, obiettivi e lastre fotografiche perfezionate, riesce nel suo intento.

Muybridge predispone una serie di cabine, in ciascuna delle quali è posta una macchina fotografica;

un cavallo percorre una pista, attraverso la quale sono stati tesi dei fili che l'animale rompe al suo

passaggio, facendo scattare gli otturatori delle macchine fotografiche, ottenendo così una serie di 30

foto. 4

Oltre gli esperimenti già citati, ricordiamo anche il cineografo , ma gli studi più interessanti furono

quelli legati alla cronofotografia.

Il pioniere di questo genere fu l’astronomo Jules Janssen che nel 1874 utilizzò la tecnica della

fotografia “intervallata” conosciuta oggi come “passo a uno” per registrare le fasi del passaggio di

Venere davanti al Sole. Il risultato documentò con precisione scientifica il fenomeno ma le

immagini, a causa dei problemi legati alla scarsa sensibilità dei materiali e ai tempi di esposizione

troppo lunghi, non erano di grande qualità.

Nel 1882 il fisiologo francese Etienne Jules Marey, da sempre interessato allo studio della

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locomozione umana e animale, costruisce un apparecchio derivato dal “revolver fotografico” di

A Napoli "gira" le sue prime scene, sul volo dei gabbiani, alla

Janssen: il fucile fotografico.

velocità di 12 fotogrammi al secondo. "Uno degli assistenti di Marey racconterà più tardi

che lo scienziato francese era soprannominato dagli abitanti del luogo "il matto di

Posillipo" perché l'avevano visto spesso mirare lungamente degli uccelli con il suo curioso

fucile senza che mai si sentisse un colpo né si vedesse cadere un uccello, per poi posare

"l'arma" visibilmente soddisfatto" (Virgilio Tosi, Breve storia tecnologica del cinema, Bulzoni, Roma 2001,

p.20).

Messe appunto le varie invezioni e attraverso le nuove tecnologie all’interno di film quali: i

mitologici e i western, i polizieschi, il dramma e la commedia, il cartoon e la fantascienza,

l’horror e il fantasy, una schiera di attori con zampe e coda si è man mano formata e

imposta sul grande schermo.

Tutto inizia con le avventure di Rover un pastore scozzese protagonista in Rescued by

nel quale è protagonista del

Rover (1905) uno short film del produttore Cecil Hepworth

salvataggio di un bambino rapito dagli zingari. Il clamoroso successo al botteghino e le

numerose richieste della pellicola, costata solo 7 sterline e 13 scellini, sono tali da

costringere il produttore a girarlo una seconda volta, poichè il negativo da cui si stampano

le copie si è irrimediabilmente logorato. Il sequel però, dal titolo The Dog Outwist the

Kidnappers (1908), ribalta gli schemi della storia precedente offrendo un grande e

stupefacente colpo di scena quando Rover, saltato a bordo di un automobile si mette al

volante per sfrecciare intrepido all’inseguimento di loschi malviventi. Sequenza che manda

in visibilio il pubblico delle sale e ha il merito di gettare le basi di un modello narrativo a cui

poi si ispira la nascente Hollywood.

4. Il cineografo, era nella fattispecie, un piccolo libro tascabile i cui fogli si facevano scorrere velocemente tra le dita e grazie alla

sovrapposizione delle immagini, veniva data l’illusione del movimento.

5. Il revolver fotografico può essere considerato il prototipo della macchina da presa, così come la lastra sulla quale venivano

impressionate le immagini può essere considerata la progenitrice della pellicola cinematografica. Nonostante la direzione intrapresa

da Janssen sia quella giusta, sussistono ancora dei problemi: la scarsa sensibilità dei materiali fotografici rispetto ai brevissimi tempi

di esposizione richiesti per registrare le diverse fasi dei movimenti, il numero limitato di "fotogrammi" sulla lastra fotografica.

"Ho avuto l'idea di realizzare, nel momento in cui il contatto sta per avvenire, una serie di fotografie con intervalli di tempo molto

brevi e regolari, in modo che l'immagine fotografica di questo contatto sia necessariamente inclusa nella serie, e dia al tempo stesso

, Il cinema prima

l'istante esatto del fenomeno. Ho potuto risolvere il problema con l'impiego di un disco girevole" (Virgilio Tosi

di Lumière , Eri, Torino-Roma 1984, pp150).

La luminosa carriera di Rover, che in realtà si chiama Blair, si racchiude in sette film

realizzati prima della sua scomparsa, avvenuta nel febbraio 1914, le storie raccontate

sono simili a quella raccontata in Rescued by Rover ma con varianti che creano nello

spettatore l’attesa.

I vari film funzionano sulla base della ripetizione e variazione. La storia combina così

suspense, lieto fine e un’anticipazione della lotta tra buoni e cattivi. Nonostante la scarsità

di mezzi e la mancanza di esperienza, l’opera di Cecil Hepworth è considerata un classico

della narrativa filmica che ha in embrione tutti gli elementi base riguardo l’introduzione di

una vera e propria trama. Qualità che gettano le fondamenta di uno stile cinematografico a

cui in seguito attinge a piene mani l’ormai nascente macchina hollywoodiana.

Secondo lo storico americano Kenneth MacGowan, Rover è il primo attore della settima

arte a recitare con misura e senza enfasi. Non è del tutto azzardato, dunque, affermare

che questo quattro zampe, al pari di molti altri animali, risulti con merito fra i padri

dell’attore cinematografico (Giuseppe Colangelo, Ciak, si abbaia, prima ed. Book time, Milano 2012, pp. 11-

12).

Con i termini Screwball e slapstick s’intende generalmente definire quel tipo di commedia

cinematografica in cui prevalgono azione e dialogo scanzonato frenesia sgangherata

condita spesso da un linguaggio molto scurrile. In questa categoria filmica molti produttori

e registi vedono come protagonista ideale il cane, che per le sue qualità fisiche e

caratteriali, risulta particolarmente adatto a ruoli in cui il dinamismo e paradosso esaltano

le sue doti espressive e acrobatiche. Fin dagli albori del cinema i cani della commedia

cominciano ad incantare il pubblico.

Esilaranti quanto indimenticabili sono alcune scene di due film diretti e interpretati da

Charlie Chaplin. Nel primo, dal titolo si mette in luce

A Dog’s Life [Vita da Cani, 1918],

Serabs, il peloso randagio inquadrato dalla macchina da presa mentre schiaccia

placidamente un pisolino in un bidone poco distante dal sonnecchiare di Charlot. Nulla

sembra turbarli. A svegliarli entrambi, infatti, è solo l’appetitoso profumo degli Hot Dogs.

Nel secondo e più noto invece, spicca un altro

The Gold Rush [La febbre dell'oro, 1925],

vivace quattro zampe per nulla disposto a dargliela vinta quando, con tutta la forza delle

sue fauci, contende un osso che il geniale attore affamato e infreddolito cerca di non farsi

portare via.

Quadrupedi simbolo, insomma, che compartendo la fame e la miseria di Charlot,

materializzano su pellicola la greve esistenza che accomuna i derelitti quotidianamente

impegnati nell’eterna lotta per la sopravvivenza (Giuseppe Colangelo, Ciak, si abbaia, prima ed. Book

pp. 73-74).

time, Milano 2012,

1. I grandi Classici

La nozione di “cinema narrativo” è abbastanza recente; il passato è considerato classico quando è

esemplare, ossia finito ma capace di parlare a tutte le generazioni. Classico viene considerato il

cinema hollywoodiano fra il 1927 (nascita del sonoro) e il 1960; in questi anni si mettono a punto le

invenzioni linguistiche precedenti per realizzare film narrativi di alto stile, tradizionali ma anche

innovativi, capaci di rassicurare, ma anche gestire temi contrastanti come la legge e la trasgressione.

Lo stile del cinema classico è da ricondurre alla volontà dei produttori e non degli autori e con la

produzione si indicano tutti i mestieri che in quel periodo nascono: soggetto, sceneggiatura, riprese,

costumi, scenografia, regia, fotografia, montaggio, ecc. Negli anni ’20 in America c’era un

benessere generale che fu scalzato nel ’29 dalla grande crisi che portò una profonda depressione

economica, culturale e sociale seminando paura, incertezza e povertà. Il programma varato da

Roosevelt, New Deal, proponeva una ricostruzione del paese creando lavoro e rilanciando

l’economia. Il cinema ebbe una grandissima importanza per rifondare la fiducia nelle istituzioni, la

speranza nel futuro e la gioia di vivere. Per raggiungere questo scopo occorreva un cinema che

fosse accessibile a tutti, leggibile da tutti i livelli culturali. Il modello fu trovato nel romanzo

ottocentesco e soprattutto nella letteratura popolare di Dickens o Balzac. Per un cinema di questo

tipo occorreva un apparato produttivo molto solido; lo studio system è il sistema di produzione in

cui tutte le fasi del film, dalla sceneggiatura al montaggio finale, si svolgono sotto il controllo di

una sola casa produttrice e svolge in America un ruolo dominante permettendo di confezionare

prodotti di alto livello stilistico e gradevoli per tutti, validi in tutto il mondo. La nozione di modo di

produzione è molto complessa, indica un sistema culturale complesso in cui le condizioni

economiche e tecnologiche sono solo una piccola parte e interagiscono con tutti gli altri fattori

culturali per dare una serie di risposte alle domande poste dalla società. Il cinema in questo periodo

diventa uno strumento per interpretare il mondo; diversa è anche la nozione di stile non più

individuale, ma una marca collettiva, un paradigma comune a tutta la produzione, si parla di “house

style” ovvero stile della casa di produzione. Il cinema classico nella sua funzione di dare sicurezza

agli uomini del suo tempo si specializza nella narrazione di storie dove domina il primato assoluto

dell’azione.

Il primo imperativo del film classico è la leggibilità: i contenuti devono essere chiari, lo stile e le

attrazioni vengono eliminati e si cerca uno stile omogeneo. Secondo grande principio è la

gerarchizzazione ossia dentro l’inquadratura deve esserci differenza netta fra figura e sfondo, ciò

che sta davanti è più importante di ciò che sta indietro e deve essere chiaro il rapporto tra il

protagonista e i coprotagonisti. Terzo imperativo è la drammatizzazione: i contrasti di luce, di piani,

di posizioni devono fornire parametri di valutazione chiari: buoni e cattivi, bene e male, giustizia e

delinquenza (Sandro Bernardi, L’avventura del cinematografo, ed. Marsilio, Venezia 2007).

Un esempio di questo tipo di cinema è Umberto D. (1958) un film di Vittorio De Sica, dove i

protagonisti principali sono un anziano funzionario del ministero dei lavori pubblici e il suo vivace

e simpatico cagnetto Flaik. All’interno del film viene messa in evidenza la tematica sociale della

povertà ( non

Umberto Domenico Ferrari, il protagonista del film, è un anziano ex impiegato statale che

riesce con la sua misera pensione a pagarsi la stanza presso cui alloggia, né a vivere dignitosamente,

cosicché è costretto a vendere i suoi amati libri, a mangiare alla mensa per poveri e finanche a

tentare la questua seppure vergognandosene molto; vani inoltre i tentativi di chiedere

implicitamente aiuto ai suoi ex colleghi e amici del passato benestanti, incapaci di scorgere i segni

della difficoltà del vivere, o forse, semplicemente e volutamente indifferenti alla sorte dell’anziano)

affiancata a quella esistenziale della solitudine, della vecchiaia, della malattia, dell’aridità e del

cinismo di chi spazza via i deboli e gli indifesi. Nella nostra società utilitaristica ed efficiente non

sembra esserci spazio per i vinti, per i diseredati del mondo: per l’anziano professore, così come per

i cani randagi che vengono catturati dall’accalappiacani, non sembra esserci che una sola triste

soluzione: quella di morire. La pulsione di morte e l’istinto di vita sono i due sentimenti contrastanti

e opposti che percorrono l’intera opera. L’esistenza dell’anziano professore è continuamente

percorsa dal pensiero della morte, oscura presenza che gli cammina accanto, ma di contro ci sono i

giochi e i lazzi del piccolo Flaik, che sempre lo richiamano alla vita. Umberto D., dopo averle

tentate tutte per trovarsi un alloggio decente e poter continuare a vivere dignitosamente, decide

infine di suicidarsi (un pensiero che comincia in sordina e che pian piano prende sempre più forma),

ma non senza aver prima trovato qualcuno disposto a prendersi cura dell’amato cagnetto, pena la

certezza della sua soppressione in canile. Inizia così la valutazione di vari possibili affidatari, fino a

che, nell’impossibilità di averne trovato uno, non decide di compiere l’irrevocabile gesto portando

con sé il piccolo Flaik. Ed è qui, nell’ultima scena, che nell’animo inquieto del professore i due

sentimenti – l’uno votato alla morte, l’altro alla vita – si fronteggiano. A determinare l’esito in

funzione della vita sarà il piccolo Flaik, il quale, resosi conto dell’infausto progetto del suo amico

umano, svelto si divincola dalle sue braccia e fugge via, determinando, appena un secondo prima

del compimento del gesto suicida, la salvezza di Umberto D. Nell’ultimissima sequenza ci troviamo

all’interno di un parco: il professore raccoglie una pigna da terra e la lancia a Flaik per richiamarlo a

sé (il cane, spaventato per quanto stava per accadere pochi istanti prima, si era rifugiato dietro un

albero), dando inizio al solito gioco spensierato e gioioso che tante volte in passato li aveva visti

impegnati. Qui la dimensione del gioco è essenziale in quanto agisce in funzione apotropaica, a

scongiurare e allontanare il pensiero imcombente della morte. I cani, si sa sono eterni bambinoni,

sempre pronti a giocare, a correre, a rincorrersi, a prestarsi a ogni richiamo di risveglio gioioso dei

sensi, e solo la capacità di ritrovare la dimensione perduta dell’infanzia potrà allontanare il pensiero

della morte. Il commovente paradosso è dato dal fatto che Umberto D. rinuncia al suicidio convinto

che solo rimanendo in vita potrà salvare anche quella del piccolo Flaik, mentre in realtà è la vitalità

del dolce cagnetto che salva il professore da una fine certamente prematura. (Rita Ciatti, cinema e

animali: una lettura antispecista, 2013)

Un altro classico assai significativo del rapporto, stavolta di mera prevaricazione, tra uomo e

animale è il celebre King Kong (1933) è un film prodotto e diretto da Merian C. Cooper ed Ernest

B. Schoedsack. La storia ha come protagonista lo scimmione King Kong e costituisce uno dei

paradigmi di base del linguaggio cinematografico. La sapiente combinazione di elementi

avventurosi, romantici e fantastici, insieme ad una serie di trucchi visivi all'epoca rivoluzionari, ha

fatto di questo film uno dei massimi capolavori della storia del cinema. Visto il grande successo

ebbe un seguito dopo soli otto mesi, The Son of Kong [Il figlio di King Kong, 1933] per la regia di

Schoedsack e vari remake.

Il film, realizzato per lenire le sofferenze della grande depressione, è una favola idilliaca dove

all’interno della trama vi ritroviamo il rapporto uomo/animale sotto forma di amore tra il gorilla e la

giovane Ann Darrow. Il film sembra una versione alternativa della bella e la bestia ove però il

mostro, la bestia, non è certo colui che sembrerebbe a prima vista, ma l’umano corrotto dai suoi

sogni di avidità e potere. Una storia emblematica su cui tanto si potrebbe dire soprattutto perché,

lungi dall’essere una finzione, racconta ciò che, per altri motivi e finalità avviene ogni giorno in

varie parti del mondo: animali selvatici strappati brutalmente al loro habitat per essere condotti nel

nostro mondo “civilizzato” a dare spettacolo, per essere esposti come fenomeni da baraccone nei

circhi, negli zoo, nei parchi acquatici o altre simili strutture di prigionia, o per essere rinchiusi in

gelidi e asettici laboratori, quei non-luoghi di orrore in cui si effettua la sperimentazione sugli

animali. Nella celebre sequenza entrata di diritto nell’immaginario di ognuno di noi lo scimmione

imprigionato mosso da un anelito di libertà che non cessa mai, riesce a rompere le catene che lo

imprigionano e ad eludere la sorveglianza dei propri aguzzini, ma, alzando gli occhi al cielo, non

troverà le fronde degli alberi impressi a fuoco nei suoi ricordi o nel suo dna, ma solo grattacieli e

grigio cemento, un mondo fatto di odori, suoni, rumori, oggetti a lui incomprensibili e alieni.

Con The Man from Hell's River (1922) assistiamo all’esordio di Rin Tin Tin.

Rin Tin Tin (Lorena, 10 settembre 1918 – Los Angeles, 10 agosto 1932) o chiamato semplicemente

Rinty è il nome di un celebre pastore tedesco protagonista di numerose opere di fiction per ragazzi

(fumetti, film, serial cinematografici, serie televisive) realizzate soprattutto negli USA fra gli anni

venti e gli anni cinquanta Nella cultura del XX secolo, Rin Tin Tin occupa un posto abbastanza

simile a quello di un altro celebre cane-eroe, Lassie. La storia di Rin Tin Tin trae origine da quella

di un cane realmente esistito, trovato in un canile bombardato in Lorena, da Lee Duncan, un soldato

statunitense. Tenuto con se Rin Tin Tin, Lee Duncan addestrò il cane ad esibirsi in salti e diversi

trucchi finche non venne notato da un produttore cinematografico.

Con The Wizard of Oz [Il Mago di Oz, 1939] divenne famosa la piccola terrier Toto al fianco di

Judy Garland. Toto è il cagnolino nero dal carattere vispo e irrequieto, a cui è tanto legata la

piccola Dorothy Gale, la sua padroncina. L'animaletto vive con lei nella terra del Kansas, è il suo

unico amico, l'unico in grado di farla ridere in quella landa così grigia. Sempre pronto a scappare il

cagnolino è la causa per la quale Dorothy non segue i propri zii nello scantinato, durante l'arrivo di

un ciclone, ed è dunque costretta a rimanere dentro la fattoria, che viene trascinata via, cadendo nel

regno di Oz. Il cagnolino accompagnerà la sua padroncina attraverso le varie avventure che troverà

nel suo viaggio.

Altro cane-attore famoso è Lassie Come Home [Torna a casa Lassie, 1943], il film fù diretto

dall'esordiente Fred McLeod Wilcox, prodotto e distribuito dalla Metro-Goldwyn-Mayer. Lassie

è una bellissima Collie al fianco di una giovanissima Elizabeth Taylor. Il film parla di una

famiglia impoverita che è costretta a vendere l’amatissima Lassie, una femmina Collie. La cagna

però pur di ritornare dall’amata famiglia compie un avventuroso e rischioso viaggio superando

minacce e pericoli (da parte dell'uomo e della natura), ma incontrando anche aiuto e affetto insperati

lungo la sua strada. In Lassie ritroviamo l’attaccamento tra essere umano e il proprio animale

domestico più forte che mai, in grado di superare qualsiasi difficoltà.

Altro esempio fondamentale nella storia del cinema legata agli animali è Planet of the Apes [il

pianeta delle scimmie, 1968] un film di fantascienza diretto da Franklin J. Schaffner basato

sull’omonimo romanzo La planète des singes [Il pianeta delle scimmie, 1963] di Pierre Boulle.

Charlton Heston precipita con la sua navicella, insieme ad altri tre compagni di sventura, su un

pianeta ignoto. I nostri scopriranno, nel modo più traumatico, che questo mondo è governato da

scimmie evolute e che gli uomini sono i loro schiavi. Il colonnello Travis diventa qui il giocattolo di

un popolo di scimmie una sorta di loro cavia, ma grazie alla dottoressa Zira (Kim Hunter) riuscirà

ad affermare il suo ego e ad elevarsi al di sopra di semplice animale. L'orgoglio indomito della

razza umana, di cui Travis è il perfetto archetipo, lo porterà a scontrarsi contro l'elite del pianeta,

guidata dal Dr. Zaius, un'elite ottusa e decisa a conservare i propri privilegi. La trama è molto valida

e profonda: l'analisi dei rapporti uomo-animale e la sua inversione sono innovativi come anche la

denuncia contro un potere inteso a soffocare ogni teoria che potrebbe minarne le basi (un

comportamento simile all'inquisizione cattolica); inoltre traspare chiaramente il peso della guerra

fredda e della minaccia nucleare che permeavano la fine degli anni sessanta. Del film è stato

realizzato il prequel con il nome Rise of the Planet of the Apes [L’alba del pianeta delle scimmie,

2011] di Rupert Wyatt, qui protagonista assoluto è Cesare, cucciolo orfano di uno scimpanzé

femmina sottoposta a esperimenti per il brevetto di un farmaco contro l’alzheimer e per questo

allevato a casa dello sperimentatore che se ne prende cura; crescendo sviluppa capacità cognitive

superiori e, dopo un episodio in cui ferisce un prepotente essere umano, viene rinchiuso in una

struttura con altri scimpanzé. Qui, resosi conto dello stato di prigionia e assoggettamento all’uomo

cui versano i suoi compagni, decide di mettere in atto un piano progressivo per renderli consapevoli

e guidarli verso la libertà. Ciò che risulta particolarmente interessante è la lezione che Cesare e i

suoi simili impartiranno agli umani, aliena a qualsiasi tentativo di vendetta contro i suoi aguzzini

(l’umanità tutta) e solo volta a raggiungere la libertà in un habitat a loro consono per poter vivere in

pace. Tuttavia dietro lo straordinario messaggio volto a mettere in rilievo la dignità degli animali

non umani si celi il solito vizio dell’antropocentrismo di cui si fa così fatica a liberarsi. Cesare viene

ascoltato e riesce a conquistare la libertà perché in qualche modo l’intervento della specie umana

(gli esperimenti condotti su sua madre e successivamente su di lui) lo ha reso più intelligente

rispetto agli altri scimpanzé e quindi la riflessione sulla sperimentazione sugli animali, anziché di

piena condanna, risulta essere un pochino ambigua.

2. Film Moderni

Negli anni 90 il cinema ci ha reso partecipi di una quantità notevole di capolavori. In generale ci

ritroviamo con molti generi cinematografici portati ad un livello altissimo attraverso importanti

innovazioni a livello narrativo, vengono inoltre plasmati nuovi tipi di linguaggio che danno vita ad

un importante rinnovamento stilistico. Tra i vari generi cinematografici non mancano di certo i film

con all’interno gli animali, sia come protagonisti che co-protagonisti. Gli animali, infatti, con la loro

spontaneità e innocenza nel recitare, riescono ancora oggi ad attrarre adulti e bambini.

Tra i capolavori troviamo Beethoven (1992), un film diretto da Brian Levant, dove il protagonista

principale della vicenda è un San Bernardo di nome Beethoven.

All’interno del film abbiamo principalmente a che fare con la difficoltà che un cane di taglia grande

ha nel trovare una famiglia che lo possa accudire, mentre, contemporaneamente c’è chi invece

vari

sfrutta questa grandezza come oggetto per i propri esperimenti (dei ladri infatti rapiscono

cuccioli da un canile per utilizzarli nei propri esperimenti con fini malvagi).

Il San Bernardo, però, non è un cane grande solamente nella taglia ma è un cane grande

nelle capacità, nelle doti, nelle energie e nel carattere (riesce da solo a fuggire dai rapitori

rifugiandosi in un secchio per poi infilarsi nel giardino di casa Newton, una famiglia con 3

bambini, il mattino seguente). Il San Bernardo è un cane che ama l’uomo e ama salvare

l’uomo, sente il pericolo che arriva molto prima che l’uomo se ne accorga (riesce infatti,

grazie al suo istinto a salvare il bambino da alcuni teppisti in procinto di picchiarlo, la

bambina da un probabile annegamento e l’azienda del padre da due opportunisti che

hanno provato a rubargliela).

Nelle scene del film si vede chiaramente la difficoltà del padre dei bambini ad accettare la

presenza del cane all’interno della casa (data la sua stazza ingombrante) e lo adotterà

solo per amore dei suoi figli. In una giornata tranquilla si rifa vivo il capo dei due ladri, che

in passato hanno rapito i cani dal canile, camuffato da veterinario. Nonostante il San

Bernardo non sia un cane aggressivo, il finto veterinario riesce a farsi aggredire fingendo

una ferita al braccio che purtroppo porta il padrone del cane a rispettare la legge che

prevede la soppressione del cane. Nel viaggio dalla casa allo studio veterinario ci viene

mostrato un momento di riflessione dove il padre dei bambini pensa al proprio padre

quando portò il suo cane a sopprimere e sentimenti di odio e rancore verso l’uomo si

riaffacciano nella sua mente, lo stesso odio e rancore che lui teme di creare nei propri figli.

Fortuna vuole che al momento dell’aggressione la bambina assiste alla vicenda e

nonostante non riesca ad impedire l’accaduto da un motivo ai propri genitori di credere

nella disonestà del veterinario. Si viene a scoprire infatti, che vuole utilizzare il cane per i

suoi esperimenti, da qui la famiglia cercherà in tutti i modi di salvare lui e le altre vittime

chiuse nel suo laboratorio.

Altro capolavoro cinematografico è Free Willy [Free Willy - un amico da salvare, 1993] un film

diretto da Simon Wincer, questa volta come protagonisti abbiamo un’orca e un ragazzino di nome

Jesse. Il film è incentrato sull'amicizia tra i due protagonisti.

Il film si apre con la libertà di un orca che viene stroncata dal proprietario di un parco marino che la

cattura per utilizzarla come fenomeno da baraccone nei suoi spettacoli e quindi guadagnarci del

denaro.

Nel film viene affrontata la tematica della solitudine (l’orca, ribattezzata Willy, soffre perchè

lontana dal suo habitat naturale e dai suoi simili) e dell’assoggettamento che danno slancio alla

carica emotiva, simbiotica, tra Willy e il piccolo Jesse. Jesse, essendo stato abbandonato da piccolo

dalla madre è incapace di accettare e dare fiducia ad una nuova famiglia, è un bambino ribelle che

dopo aver commesso degli atti vandalici viene costretto, in cambio della libertà, a fare servizio di

volontariato proprio nel parco marino dove si trova l’orca.

Fin dal principio è chiara l’affinità tra Willy e il bambino, lui le insegnerà alcuni trucchi e

comportamenti, specialmente attraverso il gioco, dove nemmeno l’addestratore era riuscito.

Jesse viene preso come addestratore di Willy e grazie ai buoni risultati ottenuti il proprietario decide

di allestire uno spettacolo dove farla esibire ma Willy spaventata dal troppo rumore dei visitatori

non obbedisce ai comandi di Jesse comportandosi in modo aggressivo con le persone giunte al

parco marino per assistere allo spettacolo. Jesse si sente tradito da Willy che cerca di fargli capire

che il suo comportamento è dovuto al fatto che non vuole più restare in quel luogo e che desidera la

libertà.

Quando poi Jesse scopre che il proprietario vuole sbarazzarsi di Willy, decide di liberare l'orca

organizzando un piano di fuga aiutato da Rae Randolph e i suoi nuovi genitori.

Catapultandoci all’era dei dinosauri ritroviamo un film dove si viene a creare il connubio tra uomo

e dinosauro, tra scienza e fantascienza, si parla appunto di Jurassic Park (1993) un film diretto da

Steven Spielberg, basato sull'omonimo libro scritto da Michael Crichton.

Uno stravagante miliardario americano di nome John Hammond realizza in gran segreto, sull'isola

Nublar, al largo del Guatemala, il parco divertimenti più ambizioso e fantastico della sua vita.

Grazie al dottor Wu, uno scienziato cino-americano esperto di clonazione e ricostruzione del DNA,

ha riportato in vita, utilizzandone il sangue trovato in alcune zanzare vissute nel Giurassico, alcune

specie di dinosauri, erbivori e carnivori. Per ottenere l'approvazione finale degli azionisti del

grandioso progetto, specie in termini di sicurezza dei visitatori e pertinenza degli aspetti scientifici,

Hammond invita per un week-end nell'isola il dottor Alan Grant, un esperto paleontologo; Ellie

Sattler, paleobotanica; l'avvocato Donald Gennaro, in rappresentanza degli azionisti; un

matematico, Ian Malcolm; i due suoi nipotini, Lex e Tim.

Lo sviluppo dei personaggi all’interno del film mostra in modo efficacissimo due fazioni

contrapposte, da un lato troviamo, con John Hammond l’ideatore del parco e i suoi tecnici: Henry

Wu il genetista, John Arnold, l’ingegnere addetto al sistema di controllo del parco, Dennis Nedry il

programmatore del software tutte figure negative e inquietanti, l’arrivismo, il desiderio di successo,

la libido del potere e dell’accumulazione, la presunzione della supremazia dell’uomo sulla natura e

le sue creazioni, mentre dall’altro lato ci ritroviamo, con Ian Malcom il matematico specializzato

nei modelli previsionali basati sulla teoria del caos, Alan Grant il paleontologo, Ellie Sattler la

paleobotanica, l’idealismo, la disciplina e la lucida analisi scientifica.

Passando da un parco acquatico ad un parco giurassico, di ritroviamo all’interno di una fattoria con

Babe [Babe - Maialino coraggioso, 1995] un film di Chris Noonan.

Babe è un maialino che viene rubato dall’allevamento in cui è nato per essere usato come premio in

un luna park, il contadino di nome Arthur Hoggett lo vince e la moglie deciderà di ingrassarlo per il

pranzo di natale, nella fattoria, il maialino battezzato Babe, fa amicizia con gli altri animali: Fly e

Rex, i due border collie, i cani da pastore del padrone, l'anatra Ferdinand, la pecora anziana Maa,

tutti in grado di parlare nel film. Dopo le prime difficoltà il porcellino, adottato da Fly che lo cresce

insieme ai suoi cuccioli, riesce ad adattarsi e inizia a sostituire i cani nella guida del gregge

conquistando la fiducia del padrone che lo risparmia e lo iscrive ad un concorso per cani da pastore

al posto di Fly e Rex che hanno problemi di salute.

All’interno del film assistiamo ad un antropomorfizzazione degli animali che saranno in grado tutti

di parlare la nostra lingua, nonostante sia interpretato da uomini e animali in carne e ossa, viene

data l’impressione di vedere un cartone animato grazie agli innaturali movimenti della bocca dei

secondi.

Il film ha un certo valore educativo nei confronti dei bambini perché mostra che non sempre vince

chi fa la voce grossa (Babe si fa obbedire dalle pecore usando la gentilezza), perché per

sopravvivere bisogna molto spesso rivelarsi furbi nei confronti di chi vuole approfittare di una

persona (o in questo caso di un cucciolo di maialino) che di per se ha un carattere debole, e

soprattutto insegna che salami e prosciutti non esistono in natura e che, prima di diventare tali,

erano esseri viventi.

Dello stesso anno di Babe è Jumanji (1995) un film diretto da Joe Johnston, la sceneggiatura è

stata tratta dall'omonimo racconto per bambini scritto da Chris Van Allsburg.

Jumanji è un magico gioco da tavolo di antichissima origine. La sua particolarità è che quando

qualcuno lo comincia, tutta la sua vita ne è invasa finché la partita non arriva al termine: pochi però

ne hanno finita una, e ancora meno ne hanno iniziata una seconda. Nel 1969, Alan e Sarah si

imbattono nel gioco e lanciano i dadi: Alan viene risucchiato nel mondo surreale di Jumanji e vi

rimane intrappolato per ventisei anni. Quando finalmente si libera, deve ritrovare Sarah perché la

partita si possa concludere.

Il gioco ha il potere di dare vita ad animali e piante d'ogni specie, richiamate dalla combinazione dei

dadi, infatti ci ritroviamo già dal primo lancio, rampicanti carnivori, zanzare giganti, zebre ed

elefanti che escono dal nulla e distruggendo la casa e la città. Il film associa, tra le righe, il

comportamento sproporzionato del bambino che risponde in modo irrazionale al genitore durante un

litigio con la sproporzione delle conseguenze di un lancio di dadi, quando la plancia del gioco si è

allargata ad includere il mondo intero. In entrambi i casi, nel confronto, non si tratta solo di uno

scambio di parole o di un movimento di pedine: si tratta di imparare a relazionarsi, ad affrontare le

situazioni, si tratta di crescere.

Fly Away Home [L’incredibile volo, 1996], è un film diretto da Carroll Ballard.

Amy è una ragazzina tredicenne con una passione sfrenata per gli animali. Sopravvissuta

all'incidente in cui è morta la madre, va a vivere con il padre che fa lo scultore in una fattoria del

Canada. Un giorno scopre delle uova di oca canadese e, quando si schiudono, si prende cura dei

piccoli facendogli da mamma, con un certo successo. Al momento della migrazione la piccola Amy

per insegnare alle oche a volare verso il sud impara a guidare un trabiccolo volante che le ha

costruito il padre. Il viaggio, ovviamente, non sarà semplice e presenterà molte difficoltà ma Amy,

dotata di notevole coraggio ce la metterà tutta per portare a termine l'impresa.

Il film presenta vari spunti di riflessione, abbiamo l’aspetto ecologico, ovvero quello di proteggere

la natura e difendere gli animali, l’etologia, dove vediamo che il comportamento degli anatroccoli

che seguono la prima figura che vedono alla nascita e da allora in poi per loro è vitale seguirla

considerandola come "madre" e da cui dipendono per tutto.

Dunston Checks In [Dunston - Licenza di ridere, 1996] è un film di Danny Cannon.

Robert Grant è lo stressato manager del Majestic, un hotel a cinque stelle. Il suo più grande

desiderio sarebbe quello di poter trascorrere un meritato periodo di vacanza insieme ai figli Kyle e

Brian. Quando la proprietaria del Majestic viene a scoprire che il suo hotel è candidato a ricevere

una sesta stella da una prestigiosa guida internazionale, dà istruzioni a Robert di preparare tutto per

l'imminente arrivo dell’ispettore in incognito. Caso strano vorrà che arrivi in quel momento un

ragazzino aristocratico che porterà con se un cucciolo di orango tango addestrato al furto, che

invece di rubare all’interno dell’hotel stringerà amicizia con i figli del manager.

Il protagonista assoluto del film sarà la scimmia Dunston che animerà con le sue scorribande la vita

del lussuoso albergo newyorkese. L’elemento comico sta proprio nell’introdurre il simpatico

animale combina-guai all’interno del mondo patinato e dorato dell’albergo a 5 stelle dove si

susseguono gag che strizzano l’occhio alla tradizione slapstick tese a ridicolizzare gli agiati e

altezzosi ospiti del lussuoso albergo.

The Call of the Wild: Dog of the Yukon [Il richiamo della foresta, 1997] è un film diretto da Peter

Svatek, esso è tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore statunitense Jack London, considerato

uno dei classici della letteratura per ragazzi.

Il film parla di una ragazzina di città che trascorre le proprie vacanze con il nonno in montagna.

Abituata alla vita di città non è più in grado di sorprendersi dinanzi alle cose più semplici come un

pupazzo di neve. Un giorno trova nel garage della casa un cane ferito e prega il nonno affinchè lo

possa curare e tenere con se. Da questo punto in poi la storia si intreccia con il libro che sera dopo

necessità di ristabilire un contatto con la

sera il nonno leggerà alla nipote, questo parla della

natura, la stessa che Buck, il cane ritrovato nel garage, cercherà di comunicare alla

ragazzina (un concittadino del nonno afferma che il cane sia suo, ma non essendoci prove

adatte, decidono che il cane sarà affidato a chi vincerà una corsa di cani da slitta, dopo

due settimane di addestramento, in una delle prove prima della gara, Buck cercherà di far

capire agli umani il suo desiderio di libertà disobbedendo agli ordini imposti da Jack, il

ragazzino che guiderà la slitta).

Il film Dr Dolittle [Il dottor Dolittle, 1998] diretto da Betty Thomas e remake del film Doctor

Dolittle [Il favoloso dottor Dolittle, 1967] diretto da Richard Fleischer.

Il Dr Dolittle è un medico affermato di San Francisco e padre di due figlie. La sua vita sembra

andare a gonfie vele quando una sera accade qualcosa di strano, Dolittle recupera una dote

scopre di poter comunicare con gli animali come se si

straordinaria che aveva da bambino,

trattassero di esseri umani. Tutta la sua famiglia, a parte la figlia più piccola, lo crede pazzo. Ma

lui ha una missione da compiere: salvare Jaiche, una tigre del circo che soffre di emicrania.

Il film è totalmente incentrato sul rapporto che il medico ha con i suoi pazienti, che essi siano

animali o esseri umani. Il Dr Dolittle dopo una prima ed iniziale negazione del dono naturale che gli

è stato dato, decide di mettere la sua cultura e le sue cure al servizio degli amici animali, assistiamo

in questo film ad animali che sono stati umanizzati dandogli la possibilità di parlare la nostra lingua,

anche se sarà, oltre allo spettatore, dato solo a Dolittle la facoltà di comprenderli.

Paulie [Paulie - Il pappagallo che parlava troppo, 1998] è un film diretto da John Roberts.

Misha Vilyenkov è un immigrato russo che vive in America e lavora come inserviente in un

laboratorio di sperimentazione sugli animali. Qui, durante uno dei suoi turni di lavoro, incontra

Paulie, un Conuro fronte blu con una particolare abilità: quella di parlare perfettamente la lingua

inglese e con la quale farà amicizia e che gli rivela tutta la sua travagliata storia. Paulie infatti rivela

di avere nostalgia della sua padroncina Marie, una ragazzina balbuziente, alla quale era stato

strappato molti anni prima e che aveva cercato di ritrovare, finendo però quasi sempre nelle mani

sbagliate. Misha però rimane talmente commosso dalle sue disavventure che decide di liberarlo e di

aiutarlo a ricongiungersi con Marie.

Attraverso le avventure di Paulie, con simpatia e vivacità, il film si sofferma sul valore e i

rischi legati al potere della parola. La possibilità di comunicare attraverso le parole è un

grande dono: permette di esprimere la propria interiorità, i pensieri, i sentimenti. Di entrare

in dialogo con un’altra persona. D’altra parte le parole sono pericolose, possono creare

malintesi o suscitare ambiguità. Paulie e Misha, lungo il film, esaminano la questione dai

diversi punti di vista mentre confrontano le loro esperienze.

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una favola dai buoni sentimenti di tenerezza, di momenti

profondi e di metafore. Tutto viene vissuto attraverso l'esperienza di Paulie, un pappagallino buono

ed ingenuo che commuove e al tempo stesso diverte per la sua storia ricca di disavventure. Cats &

Dogs [Come cani e gatti, 2001] è un film commedia diretto da Lawrence Guterman.

Il film parla di una "guerra" tra cani e gatti, che nella finzione cinematografica possono parlare e

costruire e usare armi sofisticatissime. Il professor Brody, uno scienziato geniale e distratto, ha

elaborato un siero in grado di eliminare il problema dell'allergia ai cani. Ma i gatti, guidati dal

perfido persiano Mr. Tinkles, cercano di impadronirsi del ritrovato per tramutarlo in una planetaria

fonte di ostilità verso gli eterni nemici.

All’interno di questo film, viene assegnato in modo definitivo al cane l’appellativo di “migliore

amico dell’uomo” mentre viene attribuito ai piccoli felini una patente di subdoli piantagrane e li

mette al centro di un intrigo alla 007 in cui cercano, attraverso tecnologie e armi di ultima

generazione, di impadronirsi il siero prodotto dal professor Brody. La storia ricorda da vicino quelle

prodotte da Disney negli anni ’60, con i vari professori matti che negli scantinati delle loro villette

unifamiliari producevano invenzioni strabilianti, nel complesso però non seduce più di tanto. Ciò

che colpisce, invece, è lo straordinario livello dell’animazione che trasforma gli stupendi

quadrupedi in grandi attori in grado di emulare al meglio le gesta dei protagonisti di “Ninja” e

“Matrix”.

Seabiscuit [Seabiscuit - Un mito senza tempo, 2003] è un film diretto da Gary Ross. Il film è tratto

dal libro del 2001 intitolato Seabiscuit: una leggenda americana di Laura Hillenbrand.

Nell'America degli anni trenta, il paese si trova in grande crisi economica a causa della Grande

depressione. Su questo sfondo si intrecciano le vite di Charles Ho-ward, un magnate

dell’automobile, di Tom Smith, un allenatore di cavalli e di Johnny “Red” Pollard, un giovane

fantino. Insieme danno inizio a una leggenda che porta il nome di un cavallo ribelle e cocciuto,

Seabiscuit. In un periodo storico particolarmente complesso e difficile, Seabiscuit diventa simbolo

di speranza e rinascita per un’intera nazione.

Il film è un convinto omaggio alla forza di un popolo che ha saputo risollevarsi dalla crisi senza

precedenti del 1929 e si aggrappò a due simboli per non affondare : un pugile e un cavallo,

piccolo e insicuro , ma che arriverà a stravincere anche i più grandi campioni. Il regista riesce a

dribblare retorica e sentimentalismo, inserisce filmati d'epoca, necessario collante allo scorrere della

storia, ci mostra corse in ippodromo entusiasmanti.

La Marche de l'empereur [La marcia dei pinguini, 2005] è un film/documentario diretto da Luc

Jacquet.

Una cronaca della migrazione dei pinguini imperatori: amori, drammi, coraggio e avventure nel

cuore dell'Antartico dove, ogni anno, lasciano l'acqua e affrontano una lunga marcia sul ghiaccio

per raggiungere la banchisa e riprodursi.

L’odissea vissuta e interpretata, ogni anno, dai pinguini imperatori per garantire la sopravvivenza

della loro specie è meravigliosa e drammatica. Giorni e chilometri di una marcia piena di insidie per

raggiungere un luogo sicuro per accoppiarsi, aspettare che l’uovo sia deposto, scambiarsi i ruoli tra

maschi e femmine, aspettare, schiaffeggiati dal vento gelido e sfiniti dalla fame, che l’uovo si

schiuda e che i pulcini vengano al mondo sono le fasi di un immutabile, antichissimo ciclo naturale

che stupisce, intenerisce, suscita un’empatia profonda tra animali: gli esseri umani/spettatori e gli

uccelli che non sanno volare. Un’empatia che attiva una qualche memoria genetica e che proietta su

questa avventura antartica intuizioni, paure, sentimenti, concetti antropomorfi.

Chiudiamo questa carrellata di film con Hachi: A Dog's Tale [Hachikō – il tuo migliore amico,

2009], un film diretto da Lasse Hallström, basato sulla storia del cane giapponese Hachikō e sul

film giapponese Hachikō Monogatari (1987).

Parker Wilson è un professore universitario di musica che ogni giorno prende il treno per recarsi al

lavoro. Una sera, mentre ritorna a casa, trova un cucciolo di Akita smarrito e decide di portarlo a

casa in attesa che il padrone venga a reclamarlo. La moglie Cate è inizialmente contraria a tenere il

piccolo Akita, soprattutto a causa del dolore provato tempo prima per la morte del precedente cane

di casa. Alla fine deve però arrendersi al desiderio del marito e della figlia Andy di adottarlo.

Hachi ogni giorno accompagna il suo padrone alla stazione e lo aspetta al suo ritorno per dargli il

benvenuto. Un giorno però questa routine viene interrotta. Il professore Parker, colto da un ictus

muore improvvisamente. Hachiko si recherà alla piazzetta di fronte alla stazione per circa dieci

anni, attendendo sempre un impossibile ritorno dell'amato padrone, fino al giorno della sua morte.

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un film basato sul sentimentalismo e dove viene messo in

evidenza il rapporto d’amicizia profonda tra l’uomo e il cane, soprattutto nella loro quotidianità.

Hachiko non è un “semplice” cane, ma un essere umano di quelli decenti, forse addirittura un

angelo.

3. Film Horror e Beast Movie

Quanta paura possono fare certi animali all'uomo se decidono di sceglierlo come preda?

Registi come Spielberg e Hitchcock, a tal proposito, hanno costruito delle storie che

hanno terrorizzato il mondo, il cinema horror ha infatti affrontato molte tematiche, sia reali che

soprannaturali, ha esplorato le zone più oscure dell’animo umano, ha mostrato le più brutali e

indicibili efferatezze e ha reso temibili gli esseri più impensabili: addirittura le formiche! Infatti se

l’umanità avesse a che fare con formiche grandi come carri armati, generate da misteriose

radiazioni, sicuramente si sconvolgerebbe l’ordine della catena alimentare. Ciò è quanto succede nel

cult diretto da Gordon Douglas, Them! [Assalto alla Terra, 1954], con il quale si può

approssimativamente indicare l’inaugurazione del fortunato filone dei Beast movies. Nel caso di

Assalto alla Terra non si può parlare di horror vero e proprio, così come tutta una serie di Monster

movies che, tra gli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra

fredda, hanno affollato gli schermi cinematografici di mezzo mondo. I Beast movies dell’epoca,

molto più vicini alla fantascienza, erano un chiaro riflesso delle paure e delle insicurezze in cui

versava l’umanità sconvolta dalla situazione socio-politica di quegli anni; così l’immaginario

collettivo attribuiva alle radiazioni provocate dalle armi nucleari la creazione di mostri dalle

dimensioni smisurate, il più delle volte semplici animali mutanti, che colpiscono l’umanità con una

furia vendicativa per punirlo dell’amoralità che contraddistingueva l’epoca moderna. Durante tutta

la seconda metà degli anni ’50 possiamo assistere ad una vera invasione di animali assassini in una

fortunata serie di pellicole che mostrano una fauna letale che va dalle citate formiche ai ragni

giganti (Tarantula [Taratola, 1955] di Jack Arnold e Earth vs the Spider [La vendetta del ragno

nero, 1958] di Bert J. Gordon), fino alle api assassine (Monster from Green Hell [Il pianeta dove

l’inferno è verde, 1957] di Kenneth G. Crane) o gli scorpioni giganti (The Black Scorpion [Lo

scorpione nero, 1957] di Edward Ludwing), passando per improbabili granchi mostruosi (Attack

of the crab monsters [L’assalto dei granchi giganti, 1956] di Roger Corman) e mega cavallette

(Beginning of the End (1957) di Bert I. Gordon).

Dopo un decennio di divertenti Beast movies radioattivi piuttosto ripetitivi ma irresistibili, ci

ritroviamo dinanzi ad un opera che ha gettato le basi per il Beast movie di stampo post-moderno :

The Birds [Gli uccelli, 1963]. Nella fondamentale pellicola diretta da Alfred Hitchcock e ispirata

al racconto breve di Daphne De Maurier, The Birds, viene abbandonato in quest’opera il taglio

socio-fanta-politico delle precedenti pellicole degli anni ’50 e si sceglie un’impostazione

drammatica e più realistica che decreterà la fortuna del genere. Nel film di Hitchcock si narra di un

inspiegabile rivolta di tutti i pennuti contro la razza umana nella cittadina costiera di Bodega Bay; i

feroci attacchi degli uccelli non hanno una spiegazione logica, sono quasi l’annuncio di

un’imminente apocalisse e il finale aperto con cui si conclude il film non fornisce allo spettatore

alcun appiglio su cui fondare la certezza che la storia sia realmente conclusa. Infatti The birds vanta

due sequel: El ataque de los pàjaros [Uccelli 2 – La paura, 1987], diretto da Renè Cardona Jr. e

The Birds II: Land's End [Gli uccelli 2, 1994] diretto da Rick Rosenthal, in cui torna anche la

protagonista del film del ’63, interpretata ancora da Tippi Herden.


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DESCRIZIONE TESI

L’interazione tra uomo e animali dura ormai da millenni ed ha attraversato varie fasi: da una parte
abbiamo l’uomo sterminatore di animali nocivi mentre dall’altra c’è l’uomo che venera gli animali
elevati al rango degli Dei. Tuttavia sono pochi gli animali che hanno subito un evoluzione più
strettamente correlata a quella umana, essi sono gli animali domestici.
Questa tesi è stata realizzata prendendo in considerazione il rapporto che l’uomo ha con gli
animali partendo dalla storia della cinematografia.
Ai giorni nostri è ormai quasi impossibile vedere un film in cui non vi sia la minima presenza di
animali, che essi siano protagonisti assoluti, co-protagonisti o inseriti come elemento “decorativo”
con lo scopo di simboleggiare le varie condizioni esistenziali o i vari rapporti interpersonali
dell’uomo, quali: amicizia, fedeltà, solitudine, subordinazione, sfruttamento, ecc.
Come già detto, gli animali sono presenti sugli schermi cinematografici fin da quando il cinema è
nato, ma per essere funzionali al successo devono comunque aderire alle inconsce preferenze e
aspettative degli spettatori, per questo motivo, l’entrare a far parte di un film comporta una vera,
seppure talora occulta, metamorfosi o antropomorfizzazione, diventando quindi qualcos’altro.
Con il termine antropomorfizzazione si intende l’attribuzione di caratteristiche e qualità umane ad
esseri animati o inanimati, a fenomeni naturali o soprannaturali, in particolare divinità. Il termine
deriva da due parole greche “anthropos” umane e “morphe” forma1.
Attraverso queste trasformazioni gli animali diventano lo specchio delle convenzioni umane e della
nostra tendenza ad addomesticare tutto quello che ci circonda.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Graphic Design
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luciadesposito88 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e analisi del linguaggio cinematografico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Accademia di Belle Arti di Frosinone - ABA o del prof Di Marino Bruno.

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