DIPARTIMENTO SCIENZE CLINICHE E SPERIMENTALI
Corso di Laurea
in Scienze Motorie
Relazione Finale
ALLENAMENTO E FATTORE NEUROTROFICO
CEREBRALE: LA POSSIBILE NUOVA FRONTIERA NEL
TRATTAMENTO DEL PARKINSON
Relatore: Dott. ssa Annalisa Radeghieri
Correlatori: Prof. ssa Chiara Fiorentini Laureando:
Pagani Gabriele
Matricola n. 720282
Anno Accademico 2019/2020
1 INDICE
1 INDICE .................................................................................................... 2
2 INTRODUZIONE ..................................................................................... 4
2.1 Malattia di Parkinson ........................................................................ 4
2.1.1 Quadro clinico ............................................................................. 5
2.1.2 Anatomia patologica ................................................................... 7
2.1.3 Eziologia e Patogenesi ............................................................... 8
2.1.4 Trattamento .............................................................................. 10
Benefici dell’attività fisica nel trattamento
2.2 della malattia di Parkinson
.... 12
3 OBIETTIVO ........................................................................................... 14
4 DISCUSSIONE ..................................................................................... 16
4.1 BDNF .............................................................................................. 16
4.1.1 BDNF e malattie neurodegenerative ........................................ 17
4.1.2 Ruolo del BDNF nella neurodegenerazione e neurogenesi nel
paziente parkinsoniano ..................................................................... 18
Regolazione dell’espressione del BDNF
4.2 ......................................... 21
dell’espressione del BDNF tramite iniezione diretta
4.2.1 Regolazione
e terapia genica ................................................................................. 21
Regolazione dell’espressione del BDNF tramite attività fisica e
4.2.2
gli effetti ad esso associati................................................................. 21
4.3 Attività fisica e produzione di BDNF ................................................ 23
4.3.1 Attività fisica e produzione di BDNF nel soggetto sano ............ 23
4.3.2 Attività fisica e produzione di BDNF nel paziente parkinsoniano
........ 27
Considerazioni per l’inserimento di un protocollo HIIT in un
4.4
programma di allenamento per un paziente parkinsoniano .................. 29
1
5 CONCLUSIONI ..................................................................................... 31
6 BIBLIOGRAFIA ..................................................................................... 33
7 SITOGRAFIA ........................................................................................ 34
2
2 INTRODUZIONE
2.1 Malattia di Parkinson
La malattia di Parkinson, conosciuta sin dall’antichità, fu descritta per la
prima volta da James Parkinson nel 1817.
Citando le sue parole: “è caratterizzata da tremori involontari, con forza
muscolare diminuita, in parti non in movimento anche se sostenute, con
tendenza a piegare il tronco in avanti e a passare dalla camminata alla
corsa, mentre la sensibilità e l’intelligenza risultano intatte”
Questa descrizione però, non fa riferimenti alla rigidità e alla lentezza dei
movimenti, andando a porre l’attenzione sulla diminuzione di forza
muscolare.
La malattia si è osservata in tutti i paesi, in tutti i gruppi etnici e in tutte le
classi socio-economiche, benché ci sia un’incidenza minore negli afro-
americani e negli asiatici rispetto ai caucasici. Solitamente l’esordio è tra i
45 e i 70 anni di età, con un picco di inizio che coincide con il sesto
decennio di vita. Proporzionalmente colpisce di più gli uomini che le
donne.
I traumi, i turbamenti emotivi, il superlavoro, l’esposizione al freddo, una
personalità rigida, insieme ad altri fattori, sono stati indicati come elementi
predisponenti all’esordio della malattia, ma non si sono ancora trovate
prove evidenti a riguardo. (Allan Ropper, 2019) (Adams, 2001)
Figura 1: Tasso di incidenza del morbo di Parkinson a livello globale
Da: Ray Dorsey, 2018 3
2.1.1 Quadro clinico
La sindrome è caratterizzata da inespressività del volto, scarsità e lentezza
dei movimenti volontari, tremori a riposo, postura ricurva, instabilità assiale,
rigidità e andatura festinante.
Al suo esordio la malattia è spesso difficile da identificare, in quanto i
sintomi vengono attribuiti a fisiologiche trasformazioni dovute
all’invecchiamento.
Spesso i pazienti lamentano dolori a spalle, collo, schiena, il tutto
accompagnato da un leggero senso di debolezza.
Si aggiungono poi rigidità e lentezza dei movimenti, con una diminuzione
dell’oscillazione naturale del braccio durante la marcia.
La riduzione dei movimenti dei piccoli muscoli facciali, determina il tipico
aspetto inespressivo del volto (ipomimia) a cui va aggiunto uno sguardo
ad occhi sgranati (segno di Stellwag) dovuto a una riduzione della normale
frequenza di ammiccamento.
Il tremore, uno dei sintomi più caratteristici, inizia solitamente a manifestarsi
partendo dalle mani e dalle dita.
Nella malattia di Parkinson vengono però identificati due tipi di tremore, i
quali possono essere presenti singolarmente o contemporaneamente.
tremore a riposo
Il primo, definito come (f = 4/s) , è anche il meno
frequente, e tende a manifestarsi quando la mano è immobile, ossia non
è interessata in movimenti volontari. Il riposo completo tende ad abolire o
ridurre il tremore, mentre ci possono essere casi in cui l’attivazione
volontaria lo attenui momentaneamente.
Può essere invece aggravato dalla deambulazione e dall’agitazione
emotiva (f = cost).
Questo tipo di tremore tende a colpire prima un lato del corpo rispetto
all’altro, per poi arrivare a pareggiarsi nelle fasi più avanzate della malattia.
tremore d’azione fine
Il secondo tipo di tremore, definito come (f = 7-8/s),
è quello più comune, il quale va a interessare le dita delle mani tenute
4
distese. A differenza del primo, questo tende a manifestarsi nel corso dei
movimenti volontari, per poi sparire ad arto completamente rilassato e con
il riposo.
Altri due segni molto caratteristici sono la rigidità e l’ipertonia muscolare, i
quali porteranno il paziente ad avere movimenti lenti ed inefficaci, e per far
sì che questi vengano portati a compimento c’è bisogno di effettuare più
scariche. L’ipertonia è anche la responsabile della tipica postura del
paziente Parkinsoniano, nella quale questo si troverà ad assumere una
posizione in cui il busto sarà flesso in avanti. L’ipertonia infatti, determina
un aumento del tono muscolare nei muscoli flessori del tronco e degli arti.
Questo insieme di fattori porterà la deambulazione a ridursi a un’andatura
strisciata, lenta e caratterizzata da piccoli passi, in cui il paziente perde
spesso l’equilibrio, fortunatamente con pochi casi di cadute.
Il decorso complessivo della malattia varia molto da paziente a paziente. Il
lasso di tempo che intercorre tra insorgenza dei sintomi e lo stadio
terminale in cui il paziente si trova sulla sedia a rotelle è di 7.5 anni, ma
possono esserci casi in cui questa resta stabile per 10 anni o più. Le
terapie moderne possono influenzare notevolmente in decorso stesso della
malattia. (Adams, 2001) (Allan Ropper, 2019)
Tabella 1: Sintomi della malattia di Parkinson
Da: J. Larry Jameson, 2018 5
2.1.2 Anatomia patologica
E’ ormai univocamente accettato, che la perdita di cellule pigmentate nella
substantia nigra , o in altri nuclei pigmentati, costituisca la caratteristica più
costante nella malattia di Parkinson.
A livello microscopico, infatti, i nuclei pigmentati presentano una marcata
deplezione cellulare, seguita da una gliosi sostitutiva. Nelle cellule rimaste
corpi di Lewy,
sane, invece, si possono individuare i caratteristici ossia
degli aggregati proteici dovuti a un’inclusione citoplasmatica eosinofila, i
quali rappresentano un segno distintivo della malattia di Parkinson.
L’invecchiamento comporta esso stesso una perdita cellulare nella
substantia nigra , ma questo non è paragonabile a quello causato dalla
malattia di Parkinson, che risulta essere più marcata. Rispetto a soggetti
sani di pari età, è stato dimostrato come ci sia una perdita del 66% di
neuroni pigmentati, e un 24% di neuroni non pigmentati.
Sono state valutate altre perdite cellulari, il cui significato è ancora poco
chiaro. Si può avere una perdita neuronale nella formazione reticolare
mesencefalica, nei gangli del simpatico o nuclei pigmentati della parte
inferiore del tronco cerebrale. In questi ultimi due, si può inoltre riscontrare
la presenza dei corpi di Lewy. (Adams, 2001) (Allan Ropper, 2019)
2.1.3 Eziologia e Patogenesi
La maggior parte dei casi di PD hanno cause totalmente sconosciute,
mentre una piccola parte di questi ha origine in particolari mutazioni
monogeniche, che sono state studiate e riconosciute come causa della
malattia.
I geni più comunemente implicati nella comparsa della malattia sono il
gene SNCA, GBA, LRRK2 e PINK1. 6
Oltre a queste mutazioni, sono state scoperte altre mutazioni che non sono
causa diretta dell’insorgenza della malattia di Parkinson, ma se associate
a fattori ambientali favorevoli, possono favorirne la comparsa.
I fattori ambientali, quali pesticidi, fumo, oppiacei, farmaci antinfiammatori,
e bloccanti dei canali del calcio, vanno a danneggiare il sistema
dopaminergico tramite alterazioni funzionali dirette, o attraverso alterazioni
del DNA somatico.
In questo scenario è necessario siano presenti entrambi i fattori affinché ci
sia la comparsa della malattia, mentre la presenza di uno solo di questi non
è sufficiente per far sì che questo si verifichi.
Sono stati invece indentificati diversi fattori implicati nella patogenesi della
morte cellulare nel Parkinson, tra cui stress ossidativo, infiammazione,
eccitotossicità, disfunzione mitocondriale e accumulo di proteine mal
ripiegate, con conseguente stress proteolitico.
Nonostante l’alto numero di meccanismi patogeni, la cellula tende a morire
sempre a causa di un segnale apoptotico mediato o per
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