STORIA DEL GIAPPONE-ROSA CAROLI
Il volume di Rosa Caroli e Francesco Gatti ricostruisce l’intero processo storico giapponese dalle
origini al XXI secolo, inserendolo nel contesto dell’Asia Orientale e affrontando criticamente le
interpretazioni eurocentriche che a lungo hanno influenzato lo studio dell’area.
Nell’Introduzione le autrici riflettono sul modo in cui l’Occidente ha costruito l’idea di “Oriente”.
Dal periodo delle grandi scoperte geografiche fino all’età dell’imperialismo, l’immagine dell’Asia è
passata dall’ammirazione per la civiltà cinese alla convinzione della superiorità occidentale. La
nascita del capitalismo industriale e degli Stati nazionali europei ha alimentato una visione
dell’Asia come arretrata e immobile, legittimando la penetrazione coloniale. Il libro propone di
superare questa prospettiva e di leggere la storia giapponese dall’interno del suo contesto culturale,
quello dell’Asia Orientale, caratterizzato dall’influenza della civiltà cinese, dalla diffusione del
confucianesimo, dalla scrittura ideografica e da un sistema gerarchico di relazioni interstatali noto
come sistema tributario. Il Giappone, pur profondamente influenzato dalla Cina, non si limita però a
imitare: seleziona e rielabora i modelli esterni secondo esigenze proprie, mantenendo ad esempio
l’idea di una dinastia imperiale di origine divina, senza adottare il principio cinese del “mandato
celeste”.
Il primo capitolo affronta il periodo che va dalle origini alla formazione dello Stato su modello
cinese. Dopo una lunga fase preagricola, caratterizzata da società di cacciatori-raccoglitori e dalla
produzione della ceramica Jōmon, l’introduzione della risicoltura nel periodo Yayoi determina una
trasformazione radicale: nascono comunità stabili, aumenta la popolazione, si sviluppano gerarchie
sociali. Nel periodo Kofun emergono potenti clan che costruiscono grandi tombe a tumulo e
pongono le basi dell’autorità della casa imperiale. I contatti con la Corea e la Cina favoriscono
l’introduzione della scrittura, del buddhismo e di modelli amministrativi continentali. Tra VII e VIII
secolo, attraverso le riforme Taika e la codificazione del sistema ritsuryō, si costituisce uno Stato
centralizzato con capitale prima a Nara e poi a Heian (Kyōto). Tuttavia, il modello cinese viene
adattato: l’imperatore giapponese mantiene una legittimazione sacra e dinastica che garantisce
continuità alla linea imperiale.
Il secondo capitolo descrive l’allontanamento progressivo dalle istituzioni dello Stato antico e la
transizione alla prima età feudale. L’autorità centrale si indebolisce, mentre grandi famiglie
aristocratiche, in particolare i Fujiwara, controllano la corte. Si diffonde il sistema degli shōen,
latifondi privati esentasse che sottraggono risorse allo Stato e rafforzano il potere locale. In questo
contesto cresce l’importanza della classe guerriera, i bushi, chiamati a difendere interessi fondiari e
a mantenere l’ordine nelle province. La cultura di corte fiorisce a Heian, ma il potere effettivo si
sposta progressivamente verso le élite militari, segnando il tramonto dell’egemonia aristocratica.
Il terzo capitolo analizza lo sviluppo del feudalesimo fino alla vigilia della riunificazione. Con
l’instaurazione del governo militare a Kamakura nel 1185, il potere passa formalmente allo shōgun,
mentre l’imperatore conserva un ruolo simbolico. Il periodo Kamakura è segnato da una struttura
politica duale e dalla necessità di fronteggiare minacce esterne, come le invasioni mongole. Dopo
una fase di crisi e tentativi di restaurazione imperiale, si apre il periodo Muromachi, caratterizzato
da instabilità, conflitti tra signori feudali e crescent