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Capitolo secondo

L’allontanamento dalle istituzioni dello Stato antico e la transizione alla prima età feudale

1. Il distacco dai contenuti delle riforme e l’egemonia dei Fujiwara

Nonostante attraverso quel grandioso periodo di riforme si fosse stabilito un governo centrale con a capo

l’Imperatore, il sistema politico giapponese continuò a essere condizionato dal ruolo svolto dagli uji. Inoltre, per

controllare il Paese, la Corte fece sempre più affidamento sui governatori provinciali, i quali spesso si servirono del

loro potere per accrescere i propri interessi. Il potere del sovrano giapponese subì un ulteriore colpo quando la sua

autorità fu sottoposta al controllo del clan Fujiwara (le cui origini risalgono all’Era Taika con la congiura contro i

Soga) che, emergendo dalla lotta tra le famiglie della Corte, riuscì a stabilire una sorta di monopolio sulla carica del

reggente imperiale. Dopo il trasferimento della capitale a Heian, Fujiwara Yoshifusa ottenne nel 857 la carica di dajō

daijin, che gli assegnava le funzioni di Primo ministro e di capo del Consiglio di Stato, sino ad allora riservata (con

l’eccezione del monaco Dōkyō) ai principi imperiali. L’anno successivo salì al trono l’Imperatore Seiwa, che aveva

solo nove anni; Yoshifusa, nonno materno del giovane, assunse allora la più alta carica conseguibile a Corte, quella di

reggente imperiale (sesshō). Yoshifusa mantenne la reggenza imperiale anche dopo il conseguimento della maggiore

età da parte del sovrano e i suoi successori cercarono di seguire il suo esempio, tanto che, nel 887, venne creato il

titolo di kanpaku, che, da allora in poi, avrebbe designato il reggente di un Imperatore adulto e avrebbe

rappresentato la più alta carica della Corte imperiale. L’autorità esercitata dai Fujiwara venne consolidata attraverso

una politica matrimoniale tesa a consolidare il legame con la dinastia regnante, in modo tale da poter controllare le

cariche di sesshō e kanpaku, istituendo in tal modo un monopolio sul potere politico. Così a partire dal 967 si

inaugurò il periodo noto appunto come sekkan seiji o “governo dei reggenti”. I Fujiwara per l’amministrazione degli

affari famigliari, si servivano di veri e propri organismi di governo interni: il Samurai dokoro (ufficio degli affari

militari), il Monchūjo (Corte d’appello) e il Mandokoro (Ufficio Amministrativo), che divenne, però, anche fulcro

anche del governo centrale, offuscando le istituzioni create dalle riforme precedenti.

Il “governo dei reggenti” ricevette un primo colpo quando, nel 1068, salì al trono l’Imperatore Go Sanjō che, per la

prima volta dopo un secolo, non era un figlio di una Fujiwara. Il suo successore Shirakawa nel 1086 decise, invece,

di abdicare e istituire il governo degli Imperatori in ritiro, svincolandosi dal controllo dei reggenti Fujiwara: dalla

nuova posizione, Shirakawa fu in grado di decidere la successione al trono.

2. Alla ricerca di un’autonomia culturale

Dopo secoli di intensi rapporti con il continente, il Giappone ridusse i contatti con l’esterno e si concentrò

sull’elaborazione di modelli autoctoni in ambito politico, artistico e letterario. I rapporti ufficiali sia con la Corea sia

con la Cina e in generale con il mondo esterno si interruppero, iniziando una fase di isolazionismo diplomatico. In

particolare i rapporti ufficiali con la Cina si interruppero perché il Giappone aveva ormai terminato la

centralizzazione e perché la dinastia Tang era entrata in crisi. Proseguirono comunque le relazioni non ufficiali,

soprattutto quelle commerciali. Si registrò un profondo mutamento anche in ambito linguistico: fu inventato, infatti,

il sillabario fonetico (kana), a testimonianza del processo di emancipazione dalla scrittura cinese. Fiorì, quindi, una

produzione letteraria in kana: prevalentemente diari (nikki), racconti (monogatari) e raccolte di poesie. Le donne,

ormai escluse dall’esercizio del potere politico, ebbero invece un ruolo primario nel mondo letterario. Il Buddhismo

costituisce lo sfondo filosofico di molte di queste opere letterarie, prima fra tutte il celebre Genji monogatari (Il

racconto del Principe Genji, scritto agli inizi dell’XI secolo dalla nobile Murasaki Shikibu). L’evoluzione del

Buddhismo aveva continuato a trarre stimoli dal continente, da cui giunsero nuove scuole di pensiero:

 la scuola Tendai, introdotta in Giappone agli inizi del IX secolo a opera del bonzo Saichō: questa dottrina si

fondava sull’idea secondo cui tutti gli esseri viventi potessero diventare «buddha», giungere cioè a uno

stato di illuminazione, attraverso lo studio dei testi sacri e la meditazione.

 la scuola Shingon, o della «vera parola», fondata da un altro celebre bonzo, Kūkai: questa dottrina, molto

popolare negli ambienti di Corte, concepiva l’universo come una manifestazione del Buddha Dainichi (il

Grande Sole) e ne proponeva una rappresentazione con un diagramma cosmico (mandala).

 La dottrina della Terra Pura, che credeva nel potere salvifico di Amida, il Buddha del Paradiso d’Occidente,

della Terra Pura appunto, ottenibile recitando l’invocazione del suo nome (nenbutsu). Altrettanto efficace

per questa dottrina risultava essere la concezione del mappō, secondo cui esistevano tre fasi successive alla

morte del Buddha storico: un periodo di 500 anni di prosperità, una seconda fase di declino di 1000 anni e,

infine, un ultimo periodo di decadenza della «legge» buddhista. Ritenendo che il mondo si stesse

avvicinando a quest’ultima fase, tale dottrina lasciava aperta un’unica via di salvezza, rappresentata

appunto dall’invocazione di Amida e l’entrata nella Terra Pura.

La diffusione del Buddhismo beneficiò pure dalla sua capacità di assimilare i culti shintoisti, attraverso l’idea che i

kami fossero una manifestazione delle divinità buddhiste; così, ad esempio, si ritenne che la divinità solare

Amaterasu fosse in realtà il Buddha Dainichi.

L’edificazione dei complessi monastici di queste scuole all’esterno di Heian rispecchiava la volontà di garantire una

libertà del governo imperiale dall’influenza del clero. Tuttavia, nel corso del periodo Heian numerosi templi privati

furono costruiti all’interno della città, con l’effetto di riportare i monaci nella capitale. Nel frattempo, i complessi

buddhisti avevano iniziato a rifornirsi di armi e a disporre di monaci guerrieri anche al fine di assicurarsi il controllo

sulle terre agricole. Il Buddhismo continuò a ispirare opere artistiche, ma lo stile e le forme tendevano sempre più

ad allontanarsi dal modello continentale: la vera innovazione riguardò lo sviluppo di un’arte pittorica profana, nota

come Yamatoe (pittura Yamato), in cui su paraventi e su porte di carta scorrevoli erano rappresentati paesaggi

naturali e scene di vita di Corte, mentre nel XI e XII secolo si diffuse l’uso di rotoli orizzontali (emakimono) sui quali

si svolgeva la narrazione di scene di vita quotidiana o di racconti famosi. Sono dunque le espressioni culturali a

rappresentare l’aspetto più vitale e creativo del periodo Heian. Occorre comunque considerare che la ricca e

pregevole produzione letteraria e artistica giunta sino a noi ruota, quasi esclusivamente, attorno all’aristocrazia la

quale, all’epoca, rappresentava l’1% della popolazione giapponese. È possibile dedurre che la vita nelle campagne

fosse ben diversa dall’ambiente di Corte.

3. Origini e diffusione dello «shōen»

Già nell’VII secolo si registrò un forte aumento demografico cui non corrispondeva una sufficiente estensione delle

aree agricole. Questo generò una povertà diffusa in molte aree, portando un numero sempre più crescente di

contadini ad allontanarsi dalle terre kubunden. Questa situazione spinse il governo a intervenire affidando nel 723

il compito di bonificare ampie zone delle regioni nord-orientali a singole famiglie o a istituzioni, in cambio della

concessione del loro possesso da una a tre generazioni; misura che si tramutò nella garanzia del possesso perpetuo

dopo solo dieci anni. Di questa possibilità avevano approfittato i nobili di Corte e le istituzioni religiose, con la

conseguente formazione durante il periodo Heian di vasti possedimenti privati, chiamati shōen, che gradualmente si

affrancarono anche dall’obbligo di pagare le tasse e dal controllo statale, dando vita così agli ichien shōen o shōen

totali. Verso queste terre si diressero gruppi di contadini i quali, oberati dagli obblighi fiscali, abbandonavano le

terre statali. Il proprietario dello shōen era noto come ryōshu e nel XIII secolo, su cinquemila shōen di varia

estensione, se contano alcune centinaia, tra cui figuravano importanti clan, primo fra tutti quello dei Fujiwara, templi

buddhisti, come il Tōdaiji, e santuari shintoisti. È evidente, dunque, che, come nel caso dei Kuge, spesso un singolo

ryōshu controllasse molteplici possedimenti, il più delle volte situati in regioni diverse: egli non aveva quindi la

possibilità di gestire in prima persona questi territori e spesso era costretto a delegare i compiti amministrativi a

funzionari locali, detti shōkan. Anche nelle province i capi delle famiglie locali più benestanti si erano trasformati in

ryōshu, cercando spesso l’appoggio di potenti figure a Corte che ricoprivano il ruolo di protettori (honke), in cambio

di una quota dei prodotti agricoli. L’organizzazione interna dello shōen vedeva al vertice la figura del ryōshu, quindi

l’honke o gli shōkan a seconda della presenza o meno del proprietario in loco, i contadini proprietari (myōshu),

coloro che erano riusciti a ottenere il controllo di piccoli possedimenti e che li avevano ceduti al ryōshu, e, infine, i

contadini dipendenti. La ripartizione dei prodotti delle terre shōen avveniva sulla base del ruolo svolto dalle figure

sopra elencate. Ognuna di esse, infatti, aveva specifici doveri e da questi doveri derivavano benefici, il cosiddetto

shiki, che ciascuno aveva il diritto di riscuotere. Lo shiki costituiva un beneficio individuale che poteva essere

ereditato, suddiviso e venduto e che si basava su accordi di natura privata con il ryōshu. La diffusione dello shōen

ebbe importanti riflessi non solo sul sistema di comunicazione, che fu migliorato per consentire il trasporto dei

prodotti locali, ma pure sul livello culturale ed economico delle campagne, dove sorsero numerosi centri artigianali

e commerciali.

4. L’ascesa della classe guerriera

All’epoca delle grandi riforme, la creazione di un esercito nazionale era stata legata alla necessità di indebolire il

potere militare dei clan locali, oltre al timore della crescente minaccia cinese. Il sistema di arruolamento

obbligatorio era stato superato con l’istituzione, nel 792, di un sistema di milizie locali (kondei). Tra la fine dell’VIII

e il IX secolo si fece anche più impellente la necessità di una forza militare per fronteggiare le popolazioni ribelli

stanziate del nord-est, ovvero gli emishi, considerati gli antenati della popolazione ainu. Tutto ciò concorse allo

sviluppo, tra il IX e X secolo, di gruppi di guerrieri professionisti, chiamati in vari modi, tra cui bushi o saburai, i

quali avrebbero via via formato un’identità comune come classe distinta dal resto della società. Con il passare del

tempo, essi andarono assumendo il controllo su diversi shōen grazie al fatto che la forza militare che detenevano li

rendeva competitivi persino con le grandi famiglie dell’aristocrazia. Ognuna di queste casate era guidata da un capo,

che era anche la sua guida religiosa, e dalla sua famiglia, cui erano legati gli «uomini della casa» (gokenin), che

aderivano alla casata pur senza essere consanguinei. L’identità di gruppo si sviluppò attraverso la condivisione di

valori comuni e il rispetto di un codice di comportamento che imponeva il senso dell’onore e il vincolo

dell’obbedienza verso il signore. Questi capi avevano spesso nobili origini: infatti, sotto il regno dell’Imperatore

Shōmu aveva preso avvio la pratica di escludere dalla famiglia imperiale i membri scomodi o pericolosi. A loro veniva

conferito un cognome, chiaro simbolo di sudditanza alla dinastia imperiale (che ne era priva), ma comunque segno

distintivo. Da tale pratica avevano avuto origine alcune famiglie, come i Taira o i Minamoto, che assumendo la

gestione degli shōen o ricoprendo cariche pubbliche, avevano acquisito prestigio sociale e anche una forza militare.

Emblematica di questo processo fu la rivolta di Taira no Masakado nel Tōhoku, il quale riuscì nel 939 d.C. a

prendere il controllo sulle province di Hitachi, Kōzuke e Shimotsuke. Egli si fece quindi proclamare shinnō (nuovo

imperatore), in opposizione allo hon tennō. Egli, pur creando una vera e propria struttura statale autonoma, una

propria corte e un proprio sigillo, non cercò la totale indipendenza dallo Stato giapponese, adottando una formale

sottomissione allo hon tennō. Il nuovo governo di Masakado fu però distrutto ed egli ucciso poco dopo nel 940 d.C.

da Taira no Sadamori e Fujiwara no Hidesato. Con la sua rivolta, Masakado accelerò il mutamento nella struttura di

potere dello Stato e dopo la sua morte Fujiwara no Hidesato e Taira no Sanetomo (e i loro discendenti) assunsero il

controllo sul Tōhoku e il loro potere amministrativo, economico e militare nell’area si fece sempre più radicato.

5. Il tramonto dell’era dei «kuge»

Il ricorso alle armi rappresentava sempre più il mezzo per risolvere i contrasti politici e le dispute per il controllo

delle terre, beneficiando in primo luogo i detentori del potere militare, cioè le grandi famiglie guerriere delle

province e le istituzioni buddhiste. Il mantenimento del governo civile venne così a dipendere in modo crescente

dalla classe militare, come dimostra la guerra civile che si scatenò nel 1156 a seguito di una disputa per la

successione imperiale, nota come Hōgen no ran, cioè rivolta dell'era Hōgen (1156-1158). Infatti, nel 1155,

l'Imperatore in ritiro Sutoku non era riuscito nel suo intento di porre suo figlio sul trono, cui era invece asceso Go

Shirakawa, e l'anno seguente alcune grandi famiglie militari presero le armi schierandosi a sostegno dell'una o

dell'altra fazione. Protagonisti principali dello scontro furono i due clan Taira e Minamoto. I Taira, guidati dal loro

leader Kiyomori, appoggiarono la causa di Go Shirakawa, e nel 1156 riuscirono a sconfiggere i Minamoto,

sostenitori dell'Imperatore in ritiro. La vittoria riportata dai Taira segnò l'inizio del periodo Rokuhara (1160-1185) e

di una fase di supremazia esercitata da questo clan che durò per oltre un ventennio ed è noto come periodo

Rokuhara (1160-1180). Per la prima volta nella storia del paese, un membro dell'aristocrazia provinciale, Kiyomori,

entrò nella gestione diretta degli affari e negli organismi politici della corte imperiale. Egli controllava la Corte dalla

sua residenza di Rokuhara, a Heian, ma il suo potere si fondò anche sul ricorso al dispotismo e alla violenza:

esemplare, a questo proposito, è l'azione condotta contro alcune istituzioni religiose (come il Tōdaiji a Nara), che

furono distrutte e saccheggiate. Tale condotta suscitò una forte reazione anche presso quanti erano stati legati a lui

in passato, come lo stesso Go Shirakawa. Ma, ancora una volta, il confronto si risolse attraverso il ricorso alla forza

di cui disponevano le potenti famiglie guerriere e le grandi istituzioni religiose, che si raccolsero sotto la guida del

capo del clan Minamoto, destinato a svolgere un ruolo di grande rilievo nella storia successiva. Si trattava di

Minamoto Yoritomo, il quale sconfisse la coalizione guidata dai Taira e uscì vittorioso dalla guerra Genpei, che

sconvolse il paese tra il 1180 e il 1185 e che si concluse con la battaglia navale di Dannoura, combattuta nelle

estremità occidentale del Mare Interno. In questa celebre battaglia la nave che trasportava l'imperatore bambino

Antoku, nipote di Taira Kiyomori, e molti membri della Corte affondò causando la morte dei passeggeri e la perdita

della spada, che rappresentava una delle tre insegne dell'autorità imperiale.

Capitolo terzo

Lo sviluppo del feudalesimo sino alla vigilia della riunificazione

1. Il periodo Kamakura (1185-1333)

Già prima della guerra Genpei era evidente che nel paese era ormai in atto un processo di trasferimento del potere

dalle famiglie dell’aristocrazia di Heian, i kuge, alle grandi famiglie guerriere, dette buke.

Dopo la vittoria riportata nel 1185, Minamoto Yoritomo istituì un governo militare a Kamakura, poco distante

dall'attuale Tōkyō. Questi eventi segnarono l’inizio del periodo Kamakura e la fine del periodo Heian che, pur

restando la sede della capitale imperiale, perse il suo ruolo centrale nella vita politica ed economica del paese.

Yoritomo creò a Kamakura un centro di potere ex novo, ovvero il bakufu (o «governo della tenda»), termine che

indica il governo militare a carattere nazionale presieduto da capi guerrieri, detti shōgun. In passato, la carica

shōgun era conferita dal governo imperiale ai capi degli eserciti inviati alle frontiere nord-orientali per combattere le

popolazioni ribelli, ma a partire dal 1192, anno in cui l’assunse Yoritomo, essa non implicò solo il conferimento di

poteri militari, ma anche la delega di potere politico, sino ad allora esercitato dalla famiglia regnante. Yoritomo era,

allora, il più potente capo militare del Giappone alla guida di un'estesa coalizione formata da guerrieri provinciali, i

suoi gokenin, cioè i «membri della casata», ai quali concesse diversi privilegi e territori, in cambio di una fedeltà

incondizionata, stabilendo una rete di rapporti personali fondati sul vincolo signore-vassallo.

L'apparato amministrativo del bakufu di Kamakura si fondava su tre organismi principali: in primo luogo l'Ufficio

degli affari militari, o Samurai dokoro, cui spettava il compito di controllare i vassalli e occuparsi degli affari militari;

il secondo era il Kumonjo (Ufficio dei documenti pubblici, confluito nel Mandokoro nel 1191), che si occupava delle

questioni amministrative e politiche; infine, il Monchujō, l’Ufficio investigativo, che aveva il compito di dirimere le

contese di natura legale. Questi organi, similmente a quelli dei Fujiwara, erano apparati privati del clan Minamoto e

ciascuno di questi tre uffici era guidato da un capo, selezionato da Yoritomo.

Yoritomo si apprestò, comunque, a dichiarare il suo completo sostegno alla Corte e si impegnò a rispettare la

tradizione imperiale e, per circa due secoli, il bakufu operò in equilibrio con Heian, generando una sorta di governo

duale. Infatti, fu dalla Corte che, sempre nel 1185 Yorimoto ottenne il titolo di sōtsuibushi (capo della polizia

militare), il quale gli conferiva il diritto di inviare in tutte le province un suo dipendente deputato a svolgere compiti

di sorveglianza. Questi dipendenti, detti shugo (letteralmente «protettori», ma in genere noti come «governatori

militari»), avevano sia un ruolo civile, in quanto assistevano i governatori provinciali (i kokushi) al fine di garantire

l’amministrazione sul territorio, sia un ruolo militare, in quanto garantivano l'ordine pubblico. La delega a Yoritomo

rappresentò un riconoscimento formale della Corte imperiale al nuovo governo che egli aveva istituito a Kamakura,

e il 1185 è spesso considerato come la data di transizione al feudalesimo in Giappone. Il potere di Yoritomo fu

ulteriormente esteso quando, nel 1190, egli ricevette le nomine di sōshugo (capo dei governatori militari) e sōjitō

(capo degli intendenti terrieri militari), grazie alle quali egli assumeva il diritto di inviare gli shugo e i jitō anche nelle

provincie esterne al Kantō. Il jitō era un intendente militare che, in cambio di uno shiki, aveva il compito di

collaborare con i funzionari degli shōen per garantire un’ equa ripartizione del prodotto agricolo tra quanti ne

avevano diritto, in base al proprio shiki, di garantire l’ordine all’interno della tenuta e di raccogliere le imposte, tra

cui una tassa di emergenza nota come hyōrōmai («riso per le vettovaglie militari») che, pur essendo piuttosto esigua,

veniva esatta sia negli shōen, sia nelle terre pubbliche, e che costituiva, pertanto, una sorta di riconoscimento

ufficiale dell'autorità acquisita da Yoritomo.

shugo e jitō finirono per esercitare la propria carica in via ereditaria, acquisendo sempre più potere e offuscando i

kokushi e gli amministratori degli shōen. L'effettiva legittimazione del potere dei Minamoto giunse nel 1192, quando

Yoritomo ottenne la più alta carica militare, quella di shōgun inviato contro i barbari, che effettivamente egli riuscì a

sottomettere estendendo la frontiera del Giappone sino all'estremità settentrionale dell'Honshū. In qualità di

shōgun, Yoritomo controllava in modo diretto le province della regione del Kantō e la provincia di Bungo nel

Kyūshū. In queste province, poteva non solo esercitare il controllo tramite shugo e jitō, ma anche nominare kokushi

e aveva persino voce nella nomina dei funzionari degli shōen. In modo indiretto, attraverso shugo e jitō, il resto del

territorio giapponese.

All'interno della classe militare esisteva una rigida gerarchia, al cui apice stava un numero ristretto di vassalli

gokenin, di comprovata fedeltà. Al di sotto trovavano posto i samurai, che disponevano di cavalli e di un gruppo di

seguaci, mentre al gradino più basso erano collocati i fanti (zusa), privi di cavalli e di elaborate armature. A tutti i

livelli della classe militare era imposta l'osservanza del vincolo di obbedienza assoluta verso il superiore e ciascuno

doveva rispettare le virtù della lealtà, dell'onore, del coraggio, della disciplina e della frugalità che, nel loro insieme,

avrebbero contribuito a creare il culto riservato al guerriero, noto come bushidō.

Yoritomo morì nel 1199 e i suoi due figli, Yoriie e Sanetomo, avuti da sua moglie Hōjō Masako si succedettero alla

carica di shōgun, ma entrambi mancavano di carisma. Nel 1203, con al potere Sanetomo, il nonno materno, Hōjō

Tokimasa, assunse la carica di shikken, ovvero di reggente dello shōgun. Da allora, sino alla fine del periodo

Kamakura, la famiglia Hōjō gestì il potere attraverso il monopolio sulla carica di shikken e, sotto la loro guida, il

governo di Kamakura assicurò un periodo di pace e di stabilità interna al Paese. Questo clima portò a un generale

miglioramento delle condizioni economiche del Paese, in particolare nelle campagne.

Nel 1221 l'Imperatore in ritiro Go Toba tentò, fallendo, di attaccare il bakufu. Quest’ultimo rafforzò il suo potere

esiliando Go Toba e altri due ex Imperatori, deponendo il sovrano in carica e sostituendolo con uno più vicino a

Kamakura. Il bakufu, inoltre, confiscò i territori dei partecipanti alla congiura, ridistribuendoli tra i gokenin e ottenne

il diritto di interferire ancora di più nelle questioni della Corte imperiale inviando a Kyōto due rappresentanti dello

shōgun, detti tandai, incaricati di approvare ogni iniziativa del trono. Il consolidamento del governo di Kamakura

proseguì anche attraverso la creazione del Consiglio di stato nel 1226 e l'emanazione nel 1232, del cosiddetto Codice

Jōei, redatto in 51 articoli, che enunciava le norme di comportamento dei bushi e definiva i compiti dei funzionari e

che può essere considerata la prima vera e propria “legge feudale” giapponese.

Nel periodo Kamakura vi fu un grande fervore religioso e il Buddhismo si affermò anche presso gli strati meno

elevati della società. Il desiderio di salvezza personale favorì la diffusione della Scuola della Terra pura e della Vera

Scuola della Terra Pura con le loro dottrine legate al culto di Amida. Entrambe predicavano l’uguaglianza tra gli

uomini e la necessità di invocare Amida con il nenbutsu per essere salvati.

In questo periodo riscosse successo anche la Setta del Loto, che criticava le altre dottrine per aver trascurato

l’insegnamento contenuto nel libro del Sutra del Loto, affermando che la vera salvezza potesse essere conseguita

attraverso l’invocazione del titolo. Questa dottrina assunse anche un’impronta fortemente nazionalistica.

L'aristocrazia guerriera trovò un sostegno culturale in un'altra scuola buddista, quella Zen, nata in Cina e nota dal VII

secolo. Essa era sviluppata attorno a una pratica meditativa finalizzata a controllare il corpo e la mente e giunta in

Giappone agli inizi del periodo Kamakura. Secondo questa dottrina, attraverso la disciplina mentale, l'individuo

poteva giungere a una conoscenza interiore e ottenere fiducia in se stesso.

Il grande fervore religioso diede una nuova vitalità anche alla letteratura: gli autori e i fruitori delle opere

continuarono a provenire dall' ambiente kuge e dai monasteri, ma il pubblico cui le loro opere si rivolgevano era più

vasto e composto anche dai bushi. Il culto del bushidō influenzò con i suoi valori la produzione letteraria e nacquero

così, ad esempio, i gunki monogatari, i racconti guerreschi e dei rekishi monogatari, i romanzi storici.

Nella seconda metà del XIII secolo i capi mongoli avevano invaso la Corea e la Cina e fondato in quest’ultimo paese la

dinastia Yuan. Nel 1266, Qubilay Qan inviò al Giappone la richiesta di sottomettersi alla sua autorità. Di fronte al

rifiuto opposto dagli Hōjō, i Mongoli inviarono una spedizione navale, che, tuttavia, dopo solo un giorno di battaglia,

fu in buona parte distrutta da un provvidenziale tifone. Nel 1281 giunse un secondo attacco, ma, dopo due mesi di

aspri scontri, l'arrivo di un nuovo tifone, considerato un vento divino (kamikaze), costrinse gli invasori alla ritirata. Le

conseguenze di queste tentate invasioni furono molteplici: innanzitutto le spese per la difesa del Paese e la

successiva difesa delle coste per timore di una successiva invasione impegnarono gran parte delle finanze del

bakufu. Inoltre i costi di vite umane non furono ripagati da alcun bottino di guerra. L’incapacità del bakufu di far

fronte alle richieste dei suoi creditori finì con il causarne una crisi.

2. La restaurazione Kenmu e la transizione al secondo periodo feudale

Dopo aver sventato il secondo attacco mongolo, la crisi degli Hōjō fu evidente. Fu in questo clima che prese forma il

progetto noto come Restaurazione Kenmu, finalizzato a riportare la guida del governo nelle mani dell’Imperatore.

Dal 1290, per intercessione degli Hōjō, vi fu la pratica di porre sul trono, alternativamente, membri di due diversi

rami della famiglia imperiale, uno principale e uno cadetto, perennemente in competizione tra loro. Nel 1318

divenne Imperatore Go Daigo, appartenente appunto al ramo cadetto della famiglia Imperiale. Egli, per accrescere il

proprio potere, provvide nel 1321 ad abolire il sistema degli Imperatori in ritiro (insei), dopodiché cercò di radunare

una coalizione contro gli Hōjō, che però nel 1331, inviando uomini armati a Kyōtō, lo catturarono. Egli riuscì a

fuggire nel 1332 e per questo motivo il bakufu Kamakura inviò allora Ashikaga Takauji, uno dei gokenin più fidati, a

capo di un contingente armato. Quest’ultimo si schierò, però, dalla parte della coalizione filoimperiale e nel 1333

entrò a Kyōto sconfiggendo la resistenza shogunale e permettendo a Go Daigo di reinsediarsi nella capitale. Nel

frattempo, un altro valente capo militare, Nitta Yoshisada, attaccò Kamakura, costringendo l’ultimo reggente al

suicidio rituale insieme ai suoi vassalli. Questi eventi segnarono la fine del bakufu di Kamakura, mentre Go Daigo

proclamò l’inizio dell’era Kenmu nel 1334 e diede inizio al suo progetto di restaurazione del potere, che, però, si

rivelò ben presto anacronistico e molto difficile da realizzare per via della mancanza di una base di potere

economico (dati i privilegi degli shugo e jitō). Inoltre, Ashikaga Takauji, insoddisfatto delle cariche ottenute, nel 1336,

dopo si ribellò al sovrano ed entrò trionfante per la seconda volta a Kyōto, ponendovi la sede del bakufu,

sostituendo l’Imperatore con uno appartenente alla linea principale e ottenendo nel 1338 la carica di shōgun.

3. Il periodo Muromachi (1338-1573)

Con la vittoria di Ashikaga Takauji iniziò il periodo Muromachi che vide quindici membri del clan Ashikaga

avvicendarsi alla carica di shōgun e che prende nome dalla zona di Kyōto in cui fu istituita la sede del governo.

L’assetto del nuovo bakufu riprese quello di Kamakura, fondandosi sul Samurai dokoro (Ufficio degli affari militari),

il Mandokoro (Ufficio amministrativo) e il Monchujō (Ufficio investigativo). Le novità del bakufu Muromachi rispetto

a quello di Kamakura furono innanzitutto un Ufficio per le ricompense, detto Onshōgata e il Kenmu Shikimoku, un

codice di 17 articoli emanato nel 1336 ispirato al Codice Jōei, che costituiva la base legale e politica per il regime

degli Ashikaga; in secondo luogo, siccome la sede del governo militare si trovava nella capitale, fu ancora più

evidente lo spostamento di potere dalla famiglia imperiale e dai kuge ai bushi. Mentre nel periodo Kamakura si

assistette ad una sorta di “governo duale”, nel periodo Muromachi la famiglia imperiale e i kuge furono relegati ad

un ruolo rituale.

Gli shugo in particolare accrebbero molto il loro potere. Infatti le cariche più elevate al governo militare, quella di

kanrei, capo del Mandokoro, e quella di shoshi, capo del Samurai dokoro, erano assegnate in genere solamente agli

shugo appartenenti a due gruppi distinti di famiglie. Queste famiglie facevano parte della cerchia degli Shugo

ichimon (“signori del primo cerchio”) ed erano vassalli fedelissimi o parenti degli Ashikaga. Essi erano contraddisti

dagli Shugo tozama (“signori esterni”), i quali vennero solo “riconfermati” nei loro territori. Gli Ashikaga non

potevano comunque fare a meno né degli ichimon né dei tozama, in quanto non erano molto più forti delle più

potenti famiglie shugo. Infatti, anche a livello locale gli shugo godettero di un grande incremento di potere in quanto

avevano ormai sostituito i kokushi e reso gli jitō propri dipendenti, assumendo simultaneamente poteri civili,

militari e amministrativi. Essi avevano anche incrementato il proprio patrimonio economico attraverso i decreti

hanzei (pagamento della metà, 1368) che garantivano loro la metà delle imposte di ogni shōen sul territorio

controllato, oltre alla già citata hyōrōmai. Lo shogunato Ashikaga, più che un controllo da parte di una unica famiglia

militare, fu da subito una coalizione di shōgun e shugo ichimon, contrapposti ai tozama. La sopravvivenza dello

shogunato si basava sulla capacità dei singoli capi Ashikaga di affermare la propria autorità e fornire agli ichimon

garanzie sulla loro posizione. Tale capacità degli shōgun, però, declinò rapidamente.

All’indomani della conquista della capitale, Takauji si trovò impegnato ad assicurarsi il controllo del Paese e a

ricomporre il conflitto apertosi tra le due «Corti imperiali del Sud e del Nord» (Periodo Nanbokuchō, 1336-1392).

Poco dopo essere deposto, infatti, Go Daigo era riuscito a fuggire nuovamente dalla capitale e a rifugiarsi a Yoshino,

una località a un centinaio di chilometri a sud di Kyōto, portando con sé le insegne imperiali. Ebbe così inizio una

contesa per la legittimità del potere tra i due rami della dinastia regale, quello principale cui apparteneva il sovrano

di Kyōto e quello cadetto ritiratosi a Yoshino. La contesa si protrasse sino al 1392, anno in cui l’ultimo sovrano della

Corte meridionale rinunciò alle proprie pretese.

Il terzo shōgun, Yoshimitsu, fu ancora un capo energico e nel periodo in cui fu alla guida del bakufu (1368-1394), egli

consolidò il proprio governo, imponendo, per esempio, ad alcuni shugo di risiedere nella capitale, come misura di

vigilanza su di essi. Yoshimitsu è ricordato per aver personificato la fusione tra i valori della classe guerriera e la

raffinatezza del mondo aristocratico. Fece realizzare, per esempio, il Padiglione d’oro (Kinkakuji), si circondò di

letterati e riprese le relazioni commerciali con la Cina. I suoi successori, però, non furono altrettanto abili

nell’esercizio del potere del bakufu, che cominciò progressivamente a perdere influenza sugli shugo (ichimon e

tozama).

Nel 1467 una disputa fra gli Hosokawa e gli Yamana sulla successione allo shogunato diede avvio alla guerra civile

Ōnin, che segnò l’inizio di un lungo periodo di guerre civili detto appunto periodo Sengoku, o dei territori

belligeranti. Alcuni storici fissano in questo momento la fine dell’epoca Muromachi-Ashikaga, anche se l’ultimo

shōgun Ashikaga fu deposto nel 1573. Durante il periodo Sengoku si assistette al totale declino del sistema

imperiale e della autorità del bakufu. Un altro fenomeno centrale del periodo fu il processo gekokujō (“dominio

degli inferiori sui superiori”): gli shugo più potenti, infatti, risiedendo nella capitale, dovevano affidarsi ad

amministratori locali, spesso incompetenti e finirono per perdere definitivamente il controllo sulle loro province.

Contemporaneamente si assistette all’ascesa delle famiglie vassalle provinciali (kokujin) al loro posto e, dopo la

guerra Ōnin, le province si suddivisero in tanti piccoli domini, governati dai kokujin, ora identificati come sengoku

daimyō, in continua lotta per il possesso di territori. I loro domini prescindevano dai vecchi confini delle province e

assorbirono gli shōen, con una dissoluzione definitiva del rispettivo sistema. Inoltre, diversamente dagli shugo,

erano indipendenti, in quanto possedevano per intero i territori che controllavano ed emanavano al loro interno un

proprio codice legale o bunkokuhō (“norme della casa”). Riscuotevano inoltre le tasse nei villaggi, i mura, nei loro

domini. Attorno ai castelli dei sengoku daimyō si raggrupparono i guerrieri formando vere e proprie città castello, i

jōkamachi. Le varie realtà locali presentavano comunque grande coesione interna.

Proprio per questo motivo durante il periodo Muromachi vi furono anche importanti progressi economici. Il “boom

economico” Muromachi fu innanzitutto provocato dalla nascita di nuove tecniche agricole, anche grazie all’uso dei

fertilizzanti e al miglioramento delle tecniche di irrigazione, che causarono la produzione di un surplus agricolo

introdotto sul mercato. Per quanto riguarda il commercio interno esso fu favorito da una maggiore specializzazione

nella produzione, con la conseguente nascita delle za, corporazioni di artigiani e mercanti specializzate in

determinati prodotti (spesso con monopolio). Mentre quello marittimo con Cina e Corea aumentò, favorito anche

dagli sviluppi nelle tecniche navali, con un continuo ingresso di prodotti e innovazioni, come merci pregiate, tecniche

per la lavorazione dei tessuti, monete di rame… Con l’estrazione di metalli, in parte usati per scambi a peso e in

parte per forgiare monete, inoltre, si sviluppò un’economia monetaria, favorita anche dal commercio. La moneta

assunse un ruolo rilevante e nacquero nuove professioni come quella del cambiavalute o del prestatore. Una

conseguenza sociale dovuta allo sviluppo economico fu, per esempio, il moltiplicarsi di nuove forme di ricchezza a

favore dei bushi, dei templi e della nuova classe emergente dei mercanti. Nacquero anche nuovi centri urbani, oltre

ai jōkamachi, comunità si svilupparono attorno a templi e santuari e nei porti e luoghi di mercato più importanti

(fra le città più importanti Hakata e Sakai), che riuscirono ad ottenere anche certo grado di autogoverno e

autonomia politica.

Questa vitalità economica e sociale fu accompagnata da un marcato progresso culturale: nacquero le nuove forme

teatrali del Nō e del Kyōgen e anche la popolazione comune cominciò a fruire della letteratura, soprattutto in forma

orale, con la conseguente nascita di una cultura popolare: alcuni esempi di generi diffusi nel periodo furono gli

otogizōshi (racconti medio-brevi di autori anonimi inizialmente di diffusione orale, incentrati su temi vari) o le poesie

a catena chiamate renga. Intanto i templi Zen, che ricoprirono un importante ruolo da tramite nei rapporti con la

Cina, furono il fulcro di fermenti culturali: nacquero nuovi stili architettonici e paesaggistici (giardini), nuove forme

artistiche (ikebana) e nuove tecniche pittoriche di derivazione cinese.

Durante la prima metà del 1500 arrivarono anche i primi mercanti portoghesi in Giappone, che riuscirono a stabilire

un monopolio come unici intermediari commerciali legalizzati fra Giappone e Cina, a seguito dei bandi marittimi

cinesi posti dalla dinastia Ming a causa della pirateria e del declino del bakufu dopo la ripresa dei commerci sotto lo

shōgunato di Yoshimitsu. Insieme ai mercanti giunsero anche i missionari gesuiti portoghesi, tra cui uno dei

fondatori dell’ordine Francesco Saverio, con l’intento di svolgere attività missionaria. Tuttavia il Cristianesimo non

ebbe un grande impatto sulla cultura giapponese e la conversione di molti daimyō fu determinata più dal loro

desiderio di partecipare alle attività commerciali con i portoghesi, che non da ragioni spirituali.

Capitolo quarto

Verso un feudalesimo centralizzato: la riunificazione del Paese e l’istituzione del bakufu di Edo

1. L’avvio dell’opera di riunificazione: dall’ascesa di Oda Nobunaga al regime di Toyotomi Hideyoshi

Il superamento dello stato di decentramento scaturito dalle contese del periodo Sengoku fu dovuto all’opera di tre

daimyō. La premessa che rese possibile la riunificazione fu l’emergere di alcuni daimyō più potenti degli altri:

costoro disponevano di maggiori risorse economiche, sia agricole, sia legate alle nuove attività commerciali, e di

maggiori risorse militari, grazie all’utilizzo di armi da fuoco e all’alleanza con altri daimyō minori. Uno di questi, Oda

Nobunaga, dopo aver sconfitto i principali nemici e consolidato il proprio potere, conquistò Kyōto nel 1568

appoggiato dall’Imperatore e dal pretendente allo shogunato, Ashikaga Yoshiaki, che egli insediò, pur privandolo

dei suoi poteri. Lo shōgun iniziò così a cospirare per uccidere Nobunaga, che reagì esiliandolo nel 1573 e ponendo

fine al periodo Muromachi e dando inizio al periodo Azuchi-Momoyama (1573-1598). L’affermazione del potere di

Nobunaga continuò con il ricorso alla violenza: i daimyō rivali, i templi e i mercanti di Sakai furono via via sconfitti.

Brutale fu la sua azione contro i monasteri, gettando le basi per l’assoggettamento del Buddhismo e dello

Shintoismo al governo militare. Nei primi anni al potere Nobunaga, essendo stato il primo giapponese ad usare le

nuove armi da fuoco, avviò una fase di costruzione di fortezze in pietra in grado di resistere agli assalti di questo

genere di armi, costruendo nel 1576 il castello di Azuchi, sulle sponde del lago Biwa. Inoltre riorganizzò i nuovi

possedimenti, assegnando le terre confiscate ai suoi vassalli, nelle quali fu ricalcato il modello di Azuchi di un

quartier generale fortificato dove concentrare le truppe armate. Ciò favorì l’allontanamento dei guerrieri dalle zone

rurali e contribuì ad avviare la separazione della classe militare da quella contadina, nota come heinō bunri, poi

rafforzata nel corso degli anni con una serie di provvedimenti, come per esempio la confisca delle armi della

popolazione non guerriera. Nobunaga attuò anche diversi provvedimenti per il controllo delle istituzioni religiose,

per il controllo del commercio e per l’organizzazione delle zone rurali, con l’imposizione in quest’ultimo caso, per

esempio, della consegna dei registri catastali. Egli, inoltre, assunse il diritto di trasferire da un feudo a un altro i suoi

vassalli.

Dopo aver fatto ciò, nel 1577 Nobunaga avviò una campagna militare con l’obbiettivo di riunificare il Paese.

Egli venne però assassinato da un suo vassallo nel 1582, ma la sua opera fu ripresa da Toyotomi Hideyoshi, il suo più

importante generale. Nel 1584 egli aveva stabilito la sua base a Kyōto presso il palazzo di Momoyama, ma il suo

quartier generale a Ōsaka, dove egli costruì un imponente castello. Nel 1585 venne nominato kanpaku e l’anno

seguente assunse il cognome di Toyotomi. Nel 1590 completò la riunificazione militare del Giappone, anche se il

suo potere non era assoluto e si basava sulle alleanze con gli altri daimyō. Questi ultimi ammontavano a quasi

duecento e molti avevano ricevuto tale carica in cambio del riconoscimento della supremazia di Hideyoshi e in tal

senso egli fungeva da garante della loro posizione. Essi potevano essere fidati come i “daimyō della casa” o ex

nemici sottomessi come i “daimyō esterni”, spesso più potenti dei primi. Pertanto Hideyoshi provvide a disporli

strategicamente nelle varie e regioni e pretese che essi inviassero a Ōsaka un proprio familiare o vassallo come

ostaggio. Il Paese risultava ancora frammentato in numerose entità territoriali, note come han, ciascuna governata

da un daimyō. Dopo aver ristabilito la pace interna, Hideyoshi creò una nuova organizzazione amministrativa, nota

come taikō kenchi, a partire dalla revisione catastale realizzata dal suo predecessore: fu introdotto il sistema

kokudaka, che consisteva nella misura delle terre sulla base della loro produttività, calcolata in koku (riso, 1 koku =

150kg di riso). Le terre erano poi distribuite ai contadini, che avevano l’obbligo di lavorarle e versare al daimyō una

quota del raccolto (basata sulla produttività media). I contadini erano organizzati in mura autogestiti e

rispondevano allo shōya (capovillaggio), che doveva prelevare l’insieme delle quote e darlo al daimyō. Queste risorse

servivano al daimyō per pagare l’amministrazione interna al suo dominio, composta dai suoi guerrieri. Gli effetti del

taikō kenchi furono molteplici: innanzitutto la possibilità di constatare l’effettivo potere economico dei vassalli e poi

la progressiva trasformazione dei samurai in amministratori al servizio dei daimyō, con un conseguente accentuarsi

della separazione fra classe guerriera e popolazione comune già promossa da Nobunaga, a cui contribuì

ulteriormente la “caccia alle spade” (1588). In ambito economico Hideyoshi favorì lo sfruttamento minerario,

promosse il libero commercio interno, ma abolì le za, promosse Ōsaka come nuovo fulcro degli scambi. Per quanto

riguarda la politica estera, egli, usando come pretesto il rifiuto di una richiesta di libero transito in Corea, ordinò ai

suoi vassalli di invadere la Corea (con l’obiettivo ultimo di invadere la Cina). Le vere ragioni del conflitto erano le

prospettive di guadagno col Continente e la volontà di indirizzare fuori dal Paese le smanie di conquista dei daimyō.

Le due spedizioni (1592/1597) furono compromesse dalla sua morte nel 1598. Dopo un iniziale apertura di

Hideyoshi verso i gesuiti, il suo atteggiamento cambiò radicalmente e per paura del “potenziale ribelle” dei cristiani

emanò diversi editti contro di loro, vietò ai daimyō di convertirsi e distrusse gli edifici religiosi cristiani, cacciando i


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in lingue e istituzioni economiche e giuridiche dell'asia e dell'africa mediterranea
SSD:
Docente: Favi Sonia
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher antaresvega.saiyan4ever di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del Giappone 1 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Favi Sonia.

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