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Capitolo primo

Dalle origini alla fondazione dello stato su modello cinese

Le origini della cultura giapponese e il periodo Jōmon

Gli studiosi hanno molti dubbi riguardo alla cultura preistorica dell'arcipelago giapponese. Dal punto di vista linguistico, infatti, il giapponese appartiene alla famiglia delle lingue altaiche (come il coreano e il turco) e quindi si può dedurre un influsso dall’Asia centrale; mentre, analizzando i resti litici, si riconoscono influssi dall’Asia meridionale e dalla Polinesia. Gli storici ritengono, pertanto, che l’arcipelago giapponese sia stato, nel corso dei millenni, meta di più migrazioni provenienti da vari luoghi, che portarono anche a una fusione di differenti culture.

La prima migrazione partì, probabilmente, dalla Cina meridionale durante il Pleistocene, quando il Giappone era ancora unito al continente. Le informazioni sui primi abitanti giapponesi sono limitate: sappiamo che usavano utensili di pietra, che praticavano la caccia. Gli archeologi sono riusciti a identificare due principali culture paleolitiche: la prima, databile a 200.000/100.000 anni fa, e la seconda, databile 17.000 anni fa, si sviluppò nell’arcipelago di Okinawa. Attorno a 17.000 anni fa il mare si ritrasse e il Giappone si separò dal continente: le migrazioni, per questo, diminuirono o si arrestarono, favorendo uno sviluppo autonomo di queste popolazioni.

La fase di passaggio verso il Neolitico è collocata attorno al 10.000 a.C. e coincide con la produzione delle prime ceramiche. Quest'ultimo periodo, che copre un arco di tempo dal 10.000 a.C. fino al 300 a.C., è chiamato periodo Jōmon o "del disegno a corda" e prende il nome dai segni che decoravano la superficie di buona parte delle ceramiche e che sono l’elemento comune di questa lunghissima fase storica. Un altro aspetto che accomuna il periodo è lo sviluppo di una ritualità più complessa: gli archeologi hanno, infatti, rinvenuto diversi manufatti in terracotta, chiamati in giapponese dogū, che riproducono figure umane, probabilmente femminili: questo induce a supporre che fossero una sorta di amuleti collegati forse alla fertilità.

La cultura Jōmon caratterizzò tutte le isole dell’arcipelago giapponese: gli studiosi sono riusciti a individuare nel periodo Jōmon 5 sottoperiodi, spesso correlati con i cambiamenti climatici.

  • Fase incipiente (10.000 a.C. - 7500 a.C.): si ebbe un’evoluzione da una società nomade a seminomade: i gruppi (spesso formati da una decina di individui) iniziarono a stabilirsi in un territorio fino all’esaurimento delle risorse e degli animali da cacciare.
  • Fase iniziale (7500 a.C. - 5000/4000 a.C.): nelle aree costiere, anche grazie alla fine dell’era glaciale, fu possibile lo sfruttamento di prodotti marini, come testimoniano i primi ritrovamenti di cumuli di conchiglie.
  • Primo Jōmon (5000/4000 a.C. - 3000 a.C.): attorno alla metà del IV millennio a.C., a causa di un abbassamento del livello del mare e della conseguente riduzione delle risorse disponibili, diverse popolazioni si spostarono nelle regioni interne. Sempre più popolazioni iniziarono a praticare la pesca, tra cui la pesca in profondità.
  • Medio Jōmon (3000 a.C. – 2000 a.C.): nel Nord-Est del Giappone la caccia e la pesca diventarono le attività primarie anche per via della presenza di grandi boschi e abbondante selvaggina, mentre nel Sud-Ovest le popolazioni nelle parti interne dell’arcipelago iniziarono a fermarsi nello stesso luogo e a praticare delle forme primitive di agricoltura a secco (tuberi, cereali). Questa è un ulteriore e definitiva rivoluzione neolitica.
  • Jōmon finale (2000-300 a.C.): le differenze a livello regionale degli stili di vita si acuirono. Nel Giappone Occidentale la caccia e raccolta assunsero un ruolo integrativo, mentre nel Giappone Orientale la caccia mantenne un ruolo primario, con una conseguente resistenza alla diffusione dell’agricoltura e alla penetrazione della successiva cultura Yayoi.

Il periodo Yayoi

Attorno al 300 a.C. i rapporti con il continente tornarono intensi. A seguito del ritrovamento di diversi oggetti di provenienza continentale, gli storici ritengono che questo flusso di manufatti sia accompagnato anche da un flusso migratorio dal continente attraverso la penisola coreana, a causa delle lotte per il potere in Cina e Corea. Queste popolazioni migranti sono le cosiddette popolazioni Yayoi. Le popolazioni Jōmon, in netta minoranza, fuggirono verso il Nord del Paese o intrecciarono relazioni, con una conseguente ibridazione delle due culture.

La novità più importante portata dalle popolazioni Yayoi fu la risicoltura e le sue tecniche di coltivazione. L'introduzione della risicoltura segna l'inizio del periodo Yayoi, che copre un arco di tempo dal 300 a.C. al 250/300 d.C. e che prende il nome dalla zona di Tokyo che restituì i primi esemplari di un nuovo tipo di ceramica, decorata in modo meno elaborato, ma di qualità superiore. La diffusione della risicoltura ha conseguenze ad ampio spettro, sia socio-politiche, sia rituali: diversi gruppi di famiglie iniziarono a stanziarsi nelle zone più facilmente irrigabili, formando così diversi villaggi.

Siccome in queste comunità la vita era organizzata attorno alle fasi del raccolto, nacque il culto dello Shintō (via degli dei) primitivo: esso era orientato appunto a regolare la vita quotidiana e i suoi riti erano finalizzati a propiziarsi il favore della natura e a scandire il tempo; lo Shintoismo primitivo era, dunque, un culto della natura, che si esprimeva nell'identificare come kami, ovvero le divinità locali, qualsiasi elemento della natura. Oltre alla risicoltura, giunsero dal continente, in modo particolare dalla Cina, anche prodotti in metallo e le sue tecniche di lavorazione. Le prime popolazioni che si impadronirono di questi metalli furono quelle appunto per prime toccate dalla migrazione Yayoi, quindi quelle risiedenti nel Sud-Ovest del Giappone: ciò diede loro grandi vantaggi, sia sul piano militare, sia agricolo, sia, quindi, su quello economico.

Il periodo Kofun

Il periodo Kofun prende avvio verso il 250/300 d.C. e si protrae sino a circa la metà del VI secolo e vede la diffusione di grandi tumuli funerari, detti appunto kofun, dovuta a una maggiore stratificazione sociale all'interno delle comunità locali. I kofun erano spesso corredati da sculture di terracotta, dette haniwa, che inizialmente avevano la forma di case, destinate a ospitare l'anima del defunto, e che successivamente iniziarono a riprodurre oggetti militari e figure umane, costituendo una sorta di corteo funebre. Negli spazi interni era disposto il corpo del defunto, attorno al quale venivano posti vari oggetti, spesso di provenienza continentale; ciò denota un aumento dei contatti d’oltremare.

In questo periodo la classe egemone era suddivisa in uji, in "clan", potenti famiglie composte da diversi membri legati da vincoli di sangue. Ciascun uji esercitava il controllo su un territorio e i loro membri ritenevano di discendere direttamente da un comune antenato divino (lo ujigami, diverso per ogni uji) e sottostavano a un'organizzazione gerarchica al cui vertice si trovava il capo del clan, chiamato uji no kami, che era anche sommo sacerdote. Le persone che lavoravano al servizio di ogni clan erano raggruppate a seconda della loro professione in unità chiamate be ed erano vincolate a restare alle dipendenze della famiglia. Al livello più basso della scala gerarchica interna alla comunità vi erano gli yatsuko, i servitori.

Nel corso di questo periodo, le comunità uji cominciarono ad entrare in competizione tra loro. Il clan Yamato, che abitava la zona di Nara, consolidò la propria supremazia, attraverso scontri militari, matrimoni e alleanze, giustificando il proprio potere anche grazie al proprio ujigami, la massima divinità celeste, la dea del Sole Amaterasu Ōmikami.

L’unificazione degli altri uji sotto Yamato è accompagnata anche da un’evoluzione del sistema politico-istituzionale: l’uji no kami dell’uji Yamato, per esempio, assunse sempre di più le sembianze di un sovrano; fu istituito inoltre un sistema di titoli onorifici, detti kabane, che stabiliva una sorta di graduatoria di potere tra gli uji e ne determinava il ruolo e il rapporto con Yamato. I territori furono divisi in kuni e a capo di essi furono posti i kuni no miyatsuko.

Per quanto riguarda il campo economico, vi fu lo sviluppo nell’area circostante a Nara di nuovi centri di produzione e lo stabilirsi di una prima, anche se limitata, rete di scambi commerciali, con una conseguente egemonia economica da parte degli Yamato.

L'introduzione del Buddhismo e l’inizio del periodo Yamato o Asuka

Durante tutto il periodo Kofun i rapporti commerciali e culturali tra il Giappone e il continente aumentarono, accompagnati ancora da un flusso continuo di migrazioni, dovuto ai conflitti in Cina e Corea durante il V secolo. Sempre più Coreani si integrarono nell’ambiente della Corte di Yamato, arrivando, per via del ruolo di mediatori culturali che svolgevano, ad ottenere ruoli di grande prestigio e, in alcuni casi anche un cognome giapponese. Intorno alla fine del periodo Kofun, si fece anche più intenso il movimento di Giapponesi verso la penisola coreana, questo perché alcuni uji si allearono con i diversi stati coreani, al tempo in lotta fra loro: in particolare Yamato strinse un’alleanza con il regno di Paekche. Addirittura si costituì nel Sud del paese una sorta di colonia giapponese, chiamata Mimana; riguardo a questo insediamento c’è ancora oggi una forte controversia tra storici giapponesi e storici coreani: sul Nihon Shoki e su buona parte dei libri di storia giapponesi si afferma con certezza la fondazione di questa colonia dopo uno scontro tra Yamato e Silla, mentre secondo quelli coreani non esistette mai o comunque, eventualmente, era un insediamento di Giapponesi autonomo da Yamato. È comunque probabile che sia esistita come testimoniato dal ritrovamento in quel territorio di una stele che ne parla. Questa è, appunto, una questione storica calda perché, quando i Giapponesi nel 1910 annetterono la Corea, giustificarono la loro azione appellandosi proprio a Mimana.

In questo clima di scambi culturali avvenne l'introduzione del Buddismo in Giappone. Il Buddhismo, che nacque in India verso la fine del VI secolo a.C., individuava le cause della sofferenza umana nelle passioni, da cui era possibile liberarsi mediante un progressivo annullamento della propria individualità, ciò poteva avvenire grazie a una serie di reincarnazioni sino al raggiungimento del nirvana (in giapponese satori), uno stato di completo annullamento dell'io che interrompe il ciclo delle reincarnazioni e segna il passaggio alla felicità e alla salvezza. Fu soprattutto la prospettiva di una salvezza nella vita ultraterrena a favorirne la diffusione in Asia, ostacolata invece a Occidente dalla presenza del Cristianesimo. In Cina il Buddhismo giunse nel I secolo d.C., transitando poi nella penisola coreana nel IV secolo d.C.

Nel Nihon shoki si narra che nel 552 (molti studiosi collocano questo episodio più verosimilmente attorno al 538) il sovrano di Paekche, minacciato da Silla, inviò a Kinmei, il capo della confederazione Yamato, oltre a una richiesta di aiuto, anche una statua e alcune scritture buddiste, assieme a un messaggio dove il Re coreano spiegava i vantaggi derivanti da questa dottrina, “in grado di soddisfare tutti i desideri”.

L’ingresso del Buddhismo in Giappone determinò una contrapposizione fra l’élites al potere, divise in favorevoli o avverse a introdurlo nel Paese. Infatti Kinmei consultò gli altri capi uji, tra i quali emersero pareri contrastanti. In quel periodo, il clan Yamato aveva consolidato una posizione suprema all’interno di una confederazione di uji, con ciascuno dei quali aveva stabilito vincoli di parentela attraverso una proficua politica di matrimoni e di conferimento di titoli onorifici atta a rinsaldare le alleanze. Tuttavia il problema relativo all’accettazione della religione straniera non poteva essere affrontato solamente all’interno dell’uji Yamato, tanto più che molti clan vedevano in ciò una minaccia alla posizione che essi occupavano anche grazie alla loro presunta discendenza da importanti divinità locali.

La contrapposizione tra i favorevoli e i contrari all’introduzione del Buddhismo può essere considerato come uno scontro tra clan che cercavano di tutelare i loro interessi: non è un caso che a favore dell’accettazione si schierarono i Soga, che di recente erano immigrati dalla penisola coreana e che, occupando un ruolo di mediazione tra le due zone, erano favorevoli al proseguimento degli scambi con il continente. I Mononobe e i Nakatomi, invece, motivarono la loro ostilità con il fatto che l’ingresso di una dottrina straniera avrebbe potuto offendere i kami locali; oltre alla più o meno genuina devozione del fronte “conservatore”, è impossibile, però, affermare che questi clan non ricavassero alcun potere dal culto indigeno, l’uji Nakatomi, per esempio, forniva i sacerdoti addetti ai riti ufficiali shintoisti, mentre l’uji Mononobe aveva un forte orientamento nazionalistico. Il confronto tra i due schieramenti si risolse con uno scontro militare nel 587, che vide la vittoria dei Soga.

Il processo di creazione dello stato imperiale nel Giappone storico

La vittoria dei Soga e la derivante adozione del Buddismo ebbero molteplici conseguenze:

  • Fine del periodo Kofun: con l’introduzione dei rituali buddhisti, tra cui la cremazione, la sepoltura dei morti e la costruzione dei kofun caddero in disuso. Il 587 segna la fine del periodo Kofun e l’inizio del periodo Yamato o Asuka. I nuovi simboli del potere erano i templi, attraverso cui gli uji mostravano la loro ricchezza e indipendenza dal clan Yamato. I Soga diedero l’esempio costruendo nel 596 l’Asukadera, il primo grande tempio buddista. Di lì a poco si avviò un’intensa fase di costruzione di templi. Il culto e i riti shintoisti, comunque, continuarono a coesistere.
  • Ulteriore apertura al continente: i Soga e gli Yamato deliberatamente chiamarono esperti in vari campi dalla Corea: giunsero dalla penisola numerosissimi monaci, il cui compito era quello di formare il nuovo clero giapponese, artigiani e costruttori di templi. I modelli artistici e architettonici continentali in Giappone diventarono dominanti.
  • Introduzione dei caratteri cinesi: prima dell’introduzione dei caratteri cinesi attraverso i testi buddhisti, non esisteva in Giappone una forma di scrittura autoctona. La scrittura cinese, comunque, era conosciuta probabilmente anche in precedenza, grazie soprattutto alle famiglie coreane a Corte. Ci sono, comunque, varie ipotesi su quando e come la scrittura cinese sia arrivata a Corte: il Nihon Shoki, per esempio, riporta di uno studioso coreano di nome Wani, che sarebbe giunto agli inizi del V secolo, portando dei testi confuciani in cinese. Altre fonti narrano di tre studiosi coreani arrivati nel 513, mentre altre fonti ancora sostengono nel III secolo. Già dalle prime fasi del periodo Yayoi abbiamo, comunque, dei vasi con incisi caratteri cinesi, come il kanji di risaia, anche se non si è sicuri se gli artigiani fossero coscienti del loro significato. Sappiamo, comunque, che la scrittura si diffuse in modo sistematico a partire dalla fine del VI secolo, per via del ritrovamento di numerosissimi mokkan, listarelle di legno con incisi caratteri cinesi utilizzate per mandare messaggi rapidamente, per i registri dei dipendenti delle casate nobiliari o per le ordinazioni di cibo da parte dei nobili. Le famiglie nobili giapponesi cominciarono, inoltre, con il fine di registrare la propria storia e legittimare il proprio potere, a tradurre in forma scritta la tradizione orale. Ecco, quindi, che si ha la transizione dal periodo protostorico al periodo storico.
  • Ascesa al potere dei Soga: il capo del clan Soga, Soga no Umako, si impegnò a consolidare il proprio potere a Corte, arrivando addirittura a uccidere l’Imperatore in carica, peraltro suo parente. Nel 592 salì al trono l’Imperatrice Suiko, legata ai Soga per parte materna, che regnò sino al 628 e che fu la prima donna ad accedere a questa carica. Allo stesso tempo, fu nominato come reggente (sesshō) un principe sposato a una donna Soga, Shōtoku Taishi, che in realtà fu colui che tenne le redini del governo e che si fece promotore di importanti riforme.

La figura di Shōtoku Taishi, personaggio quasi leggendario, occupa una posizione di assoluto rilievo nella storia ufficiale giapponese. Generalmente gli sono attribuiti tre processi politici di grande importanza:

  • È considerato, insieme a Soga no Umako, il padre del Buddismo giapponese: infatti, il suo contributo fu determinante nello stabilimento di un solido legame del Buddhismo con il governo imperiale. Per esempio patrocinò la costruzione di diversi templi, tra cui l’Hōryūji.
  • Fu, inoltre, Shōtoku Taishi colui che avviò le relazioni diplomatiche con la Cina, dopo che questa si era riunificata sotto la dinastia Sui, diventando allo stesso tempo minaccia e modello. Egli inviò, infatti, una prima missione diplomatica alla corte cinese nel 600 d.C., seguita poi da diverse altre. La Cina, allora, era già a capo del cosiddetto sistema tributario del ka’i, basato sul presupposto che i paesi attorno a lei dovessero riconoscere simbolicamente attraverso il versamento periodico di tributi la sua superiorità. Il Giappone dopo una negoziazione accettò di diventare uno stato tributario, ottenendo in cambio la possibilità di commerciare presso la corte cinese. Nacque così anche il termine tennō, “Re celeste” per indicare il sovrano giapponese, che, a differenza del “tenshi” (figlio del Cielo) cinese, non regnava per mandato celeste, ma perché era un diretto discendente del Cielo. Il nuovo obiettivo del Giappone divenne quello di diventare un partner d’eccellenza, riuscendo, infatti, a stabilire un rapporto diretto con la Cina.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/21 Lingue e letterature della cina e dell'asia sud-orientale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher antaresvega.saiyan4ever di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del Giappone 1 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Favi Sonia.
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