Il lutto perinatale presenta tutte le caratteristiche del lutto normale, ma è
percepito come "inspiegabile".
In questo tipo di lutto, prevalgono la depressione causata da sensi di colpa e
rabbia, insieme all'incessante ricerca di spiegazioni.
La mancanza di ricordi impedisce di dare forma al senso di mancanza, rendendo
difficile la "chiusura" del lutto.
Il lutto perinatale è difficile da gestire a causa dell'ambivalenza che crea un
"cortocircuito" tra nascita e morte (l'aver generato "morte"). Vi è un bisogno di
"oggettivare" il ricordo.
Fattori di rischio per la morte perinatale includono età materna avanzata (>35),
infezioni materne, disturbi materni durante la gravidanza, cattivo stile di vita e
fattori nutrizionali, complicanze ostetriche e patologie congenite, ridotta
crescita fetale, parto pretermine, gravidanza post-termine e insufficiente
assistenza sanitaria.
Le rappresentazioni ontologiche della morte
Le rappresentazioni ontologiche della morte si riferiscono principalmente ai modi in cui
gli esseri umani concepiscono la propria esistenza o quella degli altri dopo la morte. La
Terror Management Theory (TMT), sviluppata da Greenberg, Pyszczynski e
Solomon, fornisce un quadro per comprendere queste rappresentazioni come strategie
di difesa contro l'angoscia generata dalla consapevolezza della propria mortalità.
La TMT parte dal presupposto che la consapevolezza dell'inevitabilità della morte
("mortality salience") sia una fonte di terrore potenzialmente paralizzante per gli
esseri umani, che sono dotati di autocoscienza e immaginazione simbolica ma
desiderano sopravvivere. Per gestire questo terrore latente, le persone adottano
diverse strategie difensive. Tra queste, le "difese distali" sono quelle simboliche e
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inconsce, basate su prospettive culturali (worldviews), che includono miti, religioni,
filosofie e visioni del mondo condivise. Queste prospettive offrono un senso
esistenziale alla vita e alla sua finitudine, e permettono di pensare a una forma di
esistenza dopo la morte.
Rispetto all'idea di sopravvivenza o esistenza dopo la morte come difesa contro
l'angoscia, la TMT distingue due livelli di rappresentazione dell'immortalità:
1. Immortalità letterale: Questa si riferisce al contenuto ontologico, ovvero la
dopo la morte.
convinzione che l'identità soggettiva dell'individuo si mantenga
Questa forma di immortalità è ampiamente elaborata dalle religioni, le quali
garantiscono la sopravvivenza del principio soggettivo. La ricerca empirica
nell'ambito della TMT dimostra che la consapevolezza della morte (mortality
salience) rafforza questo tipo di rappresentazione, coinvolgendo la religione, la
trascendenza, la differenziazione tra psiche e corpo e la preghiera di gruppo. La
religione è vista, in questo contesto, come una forma di difesa distale che
rafforza l'illusione di avere un controllo sul proprio destino.
2. Immortalità simbolica: Questa è legata all'idea di sopravvivere alla morte
ricordo degli altri.
grazie al Si tratta di una sopravvivenza in terza persona,
all'interno della memoria sociale.
Queste difese distali, basate su visioni del mondo e credenze sulla sopravvivenza,
funzionano come "tamponi contro l'ansia" (anxiety buffers), aiutando gli individui a
sentirsi meno in pericolo percependo di appartenere a un gruppo e aderendo a valori
derivati da ideologie rassicuranti.
In sintesi, le rappresentazioni ontologiche della morte, sono principalmente le
concezioni dell'immortalità (letterale attraverso la religione e simbolica attraverso il
ricordo sociale), che emergono come meccanismi psicologici profondi (difese distali)
per gestire l'angoscia esistenziale legata alla consapevolezza della mortalità, e sono
supportate dalle credenze spirituali e culturali.
Descrivere il legame tra rappresentazioni della morte e
concetto di “dignità umana”
La morte può essere indagata come un fatto culturale; l'idea stessa della morte e
l'esperienza del morire sono costruite nel tempo e nello spazio. L'analisi storica di
Philippe Ariès mostra come la costruzione dell'idea della morte e le pratiche ad essa
connesse siano mutate rapidamente nelle società occidentali. Geoffrey Gorer ha
introdotto il concetto di "pornografia della morte", osservando come nel XX secolo la
morte, in quanto processo naturale, sia diventata progressivamente "innominabile",
mentre argomenti come la sessualità sono diventati più discutibili.
Questa rimozione sistematica della morte dalla vita reale, dovuta a fattori come la
medicalizzazione, la censura sociale (che la rende un tabù), la rappresentazione
mediatica, il consumismo e la digitalizzazione, porta le persone in Occidente ad essere
impreparate di fronte alla propria morte e a quella dei propri cari. Questa
impreparazione crea notevoli difficoltà a livello personale, sociale e sanitario. La
censura sociale, in particolare, considerando malattia e finitudine come tabù, ha
portato a una crescente privatizzazione della ritualità funebre, come la cremazione,
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che può sottrarre valenza simbolica ai cimiteri nella comunità. Questo "fattore sociale
negativo" può bloccare il lutto acuto, mantenendolo a livello di mero cordoglio.
Il concetto di "dignità" deriva dal latino "dignitas", che si riferisce al rispetto che una
persona deve sentire verso sé stessa e gli altri, e che deve tradursi in comportamenti
e atteggiamenti adeguati, tutelandosi da chi non la considera. La dignità umana può
essere intesa sia come dotazione, un valore intrinseco presente in ogni essere
umano, sia come rappresentazione, un valore individuale influenzato dalla cultura,
che include la dignità sociale, come prestazione, di merito, morale, di identità e
universale. L'identità individuale si forma attraverso diversi tipi di riconoscimento
sociale e giuridico, che generano fiducia personale, rispetto di sé e degli altri, e
autostima.
Nel contesto del fine-vita, la dignità è un concetto centrale. Le cure palliative, ad
esempio, hanno l'obiettivo principale di dare senso e dignità alla vita del malato fino
alla fine, alleviando il dolore e fornendo supporti necessari. Il concetto di "successful
dying" (buona morte), sviluppato nelle cure palliative e negli hospice, include la
dignità tra le tematiche importanti per il morente. La Carta dei diritti del morente
sancisce il diritto di essere considerato come persona fino alla morte e di morire in
pace e con dignità.
Tuttavia, la fase terminale delle malattie più gravi presenta sfide impegnative che
possono minacciare la dignità. La perdita dell'identità individuale e del conseguente
senso di dignità può indurre sofferenza psicologica e aumentare il desiderio di una
morte veloce. Il primo obiettivo dell'assistenza medica e psicosociale è proprio il
recupero e il riconoscimento del morente nel fine vita. La perdita dell'identità
individuale può essere prevenuta o ridotta preservando chi sta morendo
dall'abbandono, impedendo ogni forma di mortificazione e riconoscendo il suo diritto a
essere considerato persona fino alla fine. Il malato terminale percepisce sé stesso in
gran parte come viene percepito dagli altri, quindi uno sguardo positivo può creare
uno spazio per vivere umanamente e con dignità.
Fattori che compromettono significativamente la dignità includono i cambiamenti
percepiti nell'aspetto fisico, i problemi funzionali, il sentirsi un peso per gli altri, la
dipendenza, il dolore, la diminuzione della qualità della vita. Il sentirsi senza speranza
e la depressione correlano significativamente con la perdita di dignità. Anche il non
essere trattato con rispetto e comprensione e la percezione che la vita non abbia più
significato influenzano fortemente il senso di dignità.
La Terapia della Dignità (DT) è un approccio terapeutico sviluppato per preservare la
dignità dei pazienti terminali. Si basa sull'idea che ogni individuo ha un valore
intrinseco che deve essere rispettato fino alla fine. Attraverso la creazione di un
"documento di generatività" contenente ciò che il morente vuole lasciare ai propri cari,
la DT mira a trasmettere un senso di considerazione per le storie personali e a
preservarle per i posteri, alleviando così la sofferenza del paziente e dei familiari. La
DT si fonda su un approccio centrato sulla persona, con enfasi sull'autenticità del
terapeuta, l'accettazione positiva incondizionata e la comprensione empatica.
Sperimentalmente, la DT ha dimostrato di arricchire l'esperienza del fine vita,
migliorare il benessere spirituale e rafforzare il senso di dignità nel paziente, oltre a
mitigare il dolore nei familiari.
Il senso di dignità nel fine-vita è legato alla resilienza e alla capacità di affrontare le
sfide della malattia terminale. Questo valore non è statico, ma si modifica con
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l'avvicinarsi della morte. L'assistenza si basa sulle aree che compongono il senso di
dignità del paziente per migliorarne la qualità della vita.
La rimozione sociale della morte rende inconsapevolmente infantili di fronte al morire,
poiché mancano un linguaggio e una cultura che permettano di significare e
pianificare la fine. Questo contesto culturale influisce sulla capacità degli individui e
delle famiglie di affrontare apertamente la morte, il che a sua volta può ostacolare il
supporto necessario per mantenere la dignità di fronte al declino fisico e alla perdita di
autonomia. La "congiura del silenzio" sulla morte, che può essere involontariamente
attivata anche da genitori in lutto, impedisce la comunicazione e l'elaborazione
necessarie.
La tensione tra bioetica laica (basata sull'autonomia e il pluralismo) e bioetica cattolica
(basata sull'indisponibilità della vita) evidenzia i diversi approcci culturali e normativi
alla gestione della vita e della morte, influenzando il riconoscimento
dell'autodeterminazione, soprattutto per le persone percepite come più fragili a causa
di età o condizioni psicofisiche. Questi dibattiti riflettono le difficoltà della società nel
confrontarsi con la vulnerabilità e nel garantire il pieno riconoscimento della dignità a
tutti fino alla fine.
In sintesi, le rappresentazioni culturali della morte, inclusa la tendenza occidentale alla
sua rimozione, influenzano profondamente come la società si relazion
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