Università Telematica delle Camere di Commercio Italiane
Folle nell'arte
Confronto tra opere sulla collettività
Alice Vavassori
23/11/2021
Classe L4 – Design del Prodotto e della Moda, elaborato per il Corso in Sociologia
Introduzione
Il termine folla deriva dal latino “fullulare” ovvero “pressare la lana”, e indica una moltitudine di persone addensata in un luogo. Il suo significato richiama quello del termine massa, tanto che le due parole sono spesso usate come sinonimi: massa ha origine dalla parola greca che sta per “impastare” e indica una grande quantità di materia unita in un insieme più o meno compatto. Entrambi i termini rimandano quindi a qualcosa di uniforme ma indefinito, amorfo e ancora da plasmare.
Gustave Le Bon, nella sua opera “La psicologia delle folle” (1895) distingue tra “folla occasionale” e “folla psicologica”: la prima si presenta come un agglomerato causale di individui, che condividono lo stesso luogo ma non hanno altre caratteristiche in comune; la seconda, al contrario, è costituita da persone vicine sia fisicamente sia spiritualmente, poiché condividono obiettivi, pensieri, emozioni, ideali e credenze. La “folla psicologica” è quindi caratterizzata da una sorta di anima collettiva, che motiva e muove l’intero gruppo.
Le Bon però, ha una visione tutt’altro che poetica della folla: la considera una forza distruttrice, indisciplinata e irrazionale, pervasa da deliri di onnipotenza e invincibilità che la rendono portatrice di decadenza. Immersi nella folla, gli individui si sentono deresponsabilizzati, tendono a perdere la percezione di sé e il proprio autocontrollo: regrediscono allo stato barbaro e agiscono secondo istinti primitivi, emozioni semplici ed esagerate. Secondo il sociologo, questi meccanismi portano le folle a essere estremamente impulsive, violente e feroci ma altrettanto facili da manipolare. Si lasciano impressionare dalle parole di leader carismatici e dalle immagini suggestive di pubblicità e propagande. Sono indotte a compiere azioni che i singoli individui, isolati dagli altri, non commetterebbero mai.
Un’altra visione negativa della folla è quella degli scapigliati e dei decadentisti. Negli anni ’60 e ’70 del XIX secolo, questi intellettuali sono fortemente motivati a distinguersi dalla massa: non si riconoscono nella società che considerano omologante, mediocre e incapace di apprezzare una qualsiasi forma d’arte. Raggiungono il loro obiettivo in maniere differenti, come il rifiuto di ogni convenzione sociale, l’ostentazione di eleganza e raffinatezza tipica dei dandies, la supremazia della bellezza su tutti gli altri valori tipica dell’estetismo, l’individualismo esasperato e l’esaltazione di sé.
La saggezza della folla, è invece una teoria sociologica secondo cui una moltitudine di individui è dotata di un enorme potenziale: un gruppo di persone inesperte è comunque in grado di fornire una risposta adeguata e valida a una domanda, più di quanto non siano capaci di farlo degli specialisti. Questo pensiero, già diffuso nei primi anni del XX secolo, è stato recentemente ripreso da James Surowiecki, scrittore statunitense e giornalista del New Yorker. Nel testo “La saggezza delle folle” (2005), Surowiecki indica i quattro criteri necessari affinché la teoria funzioni: decentralizzazione, diversità di opinione, indipendenza e aggregazione. Questo significa che la folla, per potersi ritenere saggia, deve essere libera da leader che la pilotano dall’alto; ogni persona deve avere una propria opinione, indipendente e non influenzata da quelle altrui; le singole opinioni devono poter essere aggregate e riassunte in un unico pensiero finale, tramite discussioni e confronti costruttivi.
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