Estratto del documento

Economia e management - Università di Bologna, Campus di Forlì

Macroeconomia: primo modulo - Esame del 31/03/2022

Introduzione

La microeconomia ha una prospettiva microscopica, cercando anche di scandagliare la psicologia degli agenti economici; si occupa dell’analisi del comportamento economico individuale. Adotta un approccio più microscopico possibile, cioè la scala di osservazione più piccola possibile.

La macroeconomia ha una prospettiva macroscopica, allarga la scala di osservazione del fenomeno economico alla massima scala, ragionando in termini di aggregati economici. Quando nasce la macroeconomia la massima scala concepibile è lo Stato nazionale: è un periodo di affermazione dei nazionalismi e creazione di molti Stati nazionali; negli ultimi decenni viene considerata anche l’economia globale e sovranazionale, prima non era possibile.

La mesoeconomia analizza i fenomeni economici a livello intermedio, tra la scala microeconomica e la scala macroeconomica: riguarda ad esempio il comportamento di gruppi, clan, cooperative.

La macroeconomia come disciplina scientifica nasce tra il 1929 e il 1936; caratteristica di questo intervallo di tempo è la crisi di Wall Street del 1929, anno in cui inizia la grande depressione economica che poi si risolve con l’inizio della seconda guerra mondiale. Nel 1936 l’economista Keynes pubblica "Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta", primo libro di macroeconomia come disciplina separata da microeconomia; prima non c’erano discipline che analizzassero le cose in modo aggregato, a livello macro. La macroeconomia considera il consumo nazionale, non solo del singolo individuo.

In questo periodo si sviluppano anche la contabilità nazionale e la statistica di Stato: quando Keynes fonda la macroeconomia, per la prima volta ha dati statistici nazionali e quindi riesce a fare ragionamenti aggregati. In realtà, anche prima di questo periodo esiste la preoccupazione delle conseguenze a livello macro, non solo individuali: opera fondativa dell’economia infatti è "La ricchezza delle nazioni", libro scritto nel 1776 da Adam Smith.

Inizialmente però la macroeconomia non è distinta dalla microeconomia, il ragionamento macroeconomico è mischiato a considerazioni di natura microeconomica. Prima della nascita della macroeconomia come disciplina scientifica c’è la preoccupazione per tematiche macro, ma sono analizzate insieme alla pluralità di altri aspetti.

Questo perché nel ‘700-‘800 non esiste la materia di economia, ma è chiamata economia politica, che è un’economia unita a politica, unita a sociologia, unita a studi sulla Nazione: è tutto un insieme di questioni analizzate dagli economisti congiuntamente. Addirittura, molti credono che l’economia abbia a che fare con la filosofia morale.

La grande depressione del 1929 è per la prima volta nella storia del mondo una crisi di disoccupazione, prodotti invenduti, chiusura delle fabbriche, fallimenti delle imprese e progressivo impoverimento della condizione economica nazionale. Fino al famoso martedì nero la sensazione è che l’economia mondiale sia inarrestabile, e che i periodi di crisi siano temporanei e facili da superare: non esiste l’idea di una crisi che si manifesti come macrofallimento del capitalismo. Lo scopo di tutti gli economisti è quindi creare le giuste condizioni per questa continua espansione economica.

Un unico momento di incertezza si verifica dal 1878 al 1882, quando i dati mostrano un rallentamento: per la prima volta le grandi industrie del tempo si trovano ad avere un lieve momento di crisi, primo debole segnale della potenziale fragilità del capitalismo. Si tratta però solo di una lieve crisi di profittabilità delle grandi imprese dovuta al fatto che i mercati si stanno allargando, il numero di imprese cresce e aumenta la competitività dei mercati. Non è quindi una grande depressione nazionale, ma solo un momento di riassetto nell’andamento ciclico del capitalismo, da cui si esce attraverso l’economia dei trust, lasciando che i componenti si agglomerino e creino grandi gruppi industriali.

La macroeconomia nasce nel tentativo di capire come evitare crisi depressive e come uscirne. Come disciplina scientifica infatti si abbina sempre alla politica economica; quest’ultima studia quali possono essere le modalità di intervento all’interno del sistema economico nazionale o sovranazionale.

La politica economica (economic policy) studia gli strumenti, i processi con cui le autorità pubbliche, come governi e banche centrali, possono intervenire nel sistema macroeconomico. Essa tenta di mettere in pratica attraverso varie misure i precetti dati a livello teorico dalla macroeconomia.

La macroeconomia nasce contemporaneamente dall’inizio di una crisi e dalla fine del liberalismo economico ottocentesco, ossia dal sistema del laisser-faire (lasciar fare). Il lasciar fare è una sorta di precetto, regola pratica che i governanti e i monarchi dell’800 seguono con riferimento alle questioni economiche; è una politica di totale liberalizzazione delle attività economiche.

Tale espressione viene suggerita da Colbert, economista di Luigi XIV, dopo che alla domanda su cosa occorresse per far prosperare il commercio i mercanti gli rispondono “laissez faire, laissez passer”. L’idea è che la ricchezza deve liberamente circolare, i mercanti devono poter liberamente fare le scelte più vantaggiose per loro in quanto esse sono poi le migliori per tutti gli altri. Questa concezione non è minimamente compatibile con la mano invisibile di Smith.

Durante il liberalismo economico il concetto del lasciar fare sembra l’ordinamento più naturale: è l’idea di lasciare che l’agente economico sia libero di perseguire il proprio auto interesse perché si trasformerà in massimo beneficio per tutti. Con la crisi del ’29 il laisser-faire non sembra più tanto adatto; Keynes scrive nel 1926 un saggio intitolato "La fine del laissez-faire", in cui afferma che continuando con quel regime di deregolamentazione del sistema capitalistico ci potrebbero essere problemi economici a livello nazionale, soprattutto dopo la prima guerra mondiale. Tre anni dopo la sua teoria diventa effettivamente realtà.

La macroeconomia nasce dalla fine del laisser-faire, quando i governi non possono più lasciar fare, e per questo serve una disciplina che studi il sistema. La macroeconomia ha il suo periodo di boom durante la golden age del capitalismo, tra il 1946 e il 1970; successivamente c’è un periodo di riassetto tra il 1970 e il 1991 in corrispondenza della fine del secolo breve, cioè secolo che vede la contrapposizione tra economie capitalistiche ed economie pianificate. Da questo momento in poi la macroeconomia si deve confrontare con nuovi problemi.

L’economista Paul Krugman sostiene che dopo la grande recessione del 2007-2008 la macroeconomia sia entrata nella sua età oscura, perché gli economisti non hanno avuto soluzioni brillanti per uscire dalla depressione, che infatti si è protratta dal 2007 fino ad oggi. Il presentare la macroeconomia come una disciplina asettica, distante da storia e politica è un errore.

National accounting

La macroeconomia si occupa dell’analisi dei problemi economici da un’ottica macroscopica, cioè con una prospettiva aggregata. Oggetto dell’analisi sono infatti gli aggregati economici: non si riferisce al singolo soggetto economico, o a gruppi, ma a intere popolazioni.

Dal punto di vista di evoluzione storica, la macroeconomia è diventata la disciplina che studia l’andamento nazionale; la disciplina che ha svolto un ruolo di propulsore della macroeconomia è la national accounting, contabilità nazionale. Essa nasce soprattutto nei paesi anglosassoni negli anni ’20 del ‘900: gli inglesi cominciano ad applicare specifiche tecniche, seguiti poi da Stati Uniti e altri paesi anglofoni. Sono metodologie che vogliono quantificare le principali variabili dello Stato nazione, per dare una rappresentazione della situazione economica del paese, macroeconomica.

La contabilità nazionale è il terzo punto di appoggio della nascita della macroeconomia; per questo la scala di ragionamento macroeconomico è sempre stata la scala nazionale, allargata solo negli ultimi decenni del secolo.

La macroeconomia di solito viene associata all’economia nazionale anche per la politica economica, l’insieme di interventi che le pubbliche istituzioni dovrebbero fare per evitare collassi, grandi depressioni del mercato. Interesse dei macroeconomisti fin da subito è cosa devono fare le istituzioni per evitare che l’economia nazionale tracolli. Quando la macroeconomia ha dovuto inventarsi un ruolo nell’Accademia Nazionale è sempre stata interessata a come le istituzioni pubbliche devono dirigere l’economia; inizialmente non esistono istituzioni sovranazionali, anche per questo la scala di riferimento è lo Stato nazionale.

Flusso circolare del reddito nazionale

La macroeconomia studia i fenomeni economici dal punto di vista aggregato considerando lo Stato nazionale, dentro il quale si muovono i soggetti economici che vengono messi insieme. La prima preoccupazione della contabilità nazionale negli anni ‘20-‘30 è come rappresentare un sistema economico nazionale in termini aggregati, come dare una rappresentazione dell’economia da un’ottica aggregata. Risposta a tale quesito coincide con la creazione di un flusso circolare del reddito nazionale, uno schema semplice che però fornisce una rappresentazione diagrammatica, schematica dell’economia del paese. Vengono innanzitutto disegnati i confini della nazione: il rettangolo rappresenta l’economia nazionale, quello che sta fuori è ciò che è estero all’economia. Delimitando il sistema economico e immaginandolo confinato come una sorta di barriera, si esclude che quell’economia scambi con altre economie. È la definizione di economia chiusa: il sistema economico nazionale è chiuso quando non ha relazioni con l’estero.

In opposto, l’economia è aperta quando il sistema economico nazionale scambia risorse economiche con altri sistemi. Gli scambi possono riguardare beni e servizi (commercio internazionale), risorse finanziarie e beni capitali (finanza internazionale), lavoro (mercati del lavoro internazionale, in cui è possibile la mobilità dei lavoratori). Quando l’economia è chiusa questi scambi non ci sono, non sono possibili, perché ci sono regolamentazioni che li rendono non convenienti, con dispositivi legislativi che chiudono l’economia.

Nella storia sono esistite economie chiuse, oggi non ci sono. Le economie maggiormente chiuse sono state l’economia nazionalsocialista di Hitler e l’autarchia nazionalsocialista di Mussolini; sono gli ultimi esempi storici, a parte qualche piccolo caso, di economie chiuse. Quando nasce la macroeconomia come disciplina economica ci sono dei nazionalsocialisti, quindi non è tanto strana l’idea di studiare economie chiuse.

Economia chiusa

I primi studiosi che si occupano di creare national accounting partono da questo caso semplificato. Si immagina di prendere un’economia artificiosamente isolata dal resto del mondo.

  • Famiglie: tutta la popolazione.
  • Imprese: tutte le organizzazioni formali di natura produttiva.
  • Pubblica amministrazione: istituzioni, agenzie, corpi dello Stato che hanno un ruolo economico e quindi possono incidere sull’andamento dell’economia nazionale.

Questi tre macro soggetti scambiano risorse tra loro: per codificare il flusso nazionale dei redditi serve capire che scambi di risorse avvengono normalmente tra i tre soggetti.

Consumo: tra le principali azioni economiche aggregate intraprese dalle famiglie vi è il consumo di beni e servizi; esse avanzano alle imprese una domanda di prodotti e servizi per sostenere i loro consumi. Il consumo aggregato è il consumo complessivo di beni e servizi da parte di tutte le famiglie. Cercando di quantificare il consumo aggregato si cerca di quantificare quanto vale la domanda di beni e servizi delle famiglie ai produttori.

Produzione: a loro volta i produttori vendono beni e servizi di diversa natura alle famiglie.

Savings: le famiglie non solo consumano ma risparmiano anche, cioè accantonano una parte delle loro risorse per il futuro. Un altro flusso di risorse che dalle famiglie va verso le imprese sono i risparmi; esso esiste perché di solito le famiglie non sono propense alla tesaurizzazione, cioè alla conservazione del denaro contante, in quanto non è molto conveniente. I risparmi vengono messi in conti corrente bancari, depositi, forme tutelate di risparmio; esse, grazie al sistema bancario, vengono poi direzionate alle imprese, cioè le banche investono i risparmi delle famiglie all’interno delle imprese, usandoli per pagare titoli, obbligazioni e quote. È un investimento diretto che volendo può essere fatto anche dai membri delle famiglie. Da questo ragionamento sono esclusi gli intermediari finanziari, perché all’epoca le banche sono poche; in ogni caso il risparmio, nel momento in cui è inserito nel circuito finanziario, arriva alle imprese, è investito nel mondo produttivo. Il risparmio aggregato è la quantità complessiva di risorse economiche accantonate da tutte le famiglie, indirizzate poi al sistema finanziario nazionale.

Ricchezza distribuita: in cambio le imprese alle famiglie per il loro risparmio danno la remunerazione sotto forma di titoli di credito (azioni e obbligazioni) e dividendi distribuiti per la detenzione di quote proprietarie; si tratta dunque di ricchezza distribuita in termini di tasso di interesse, dividendi pagati dalle imprese alle famiglie perché i membri hanno quote proprietarie.

Lavoro: ulteriore risorsa che le famiglie transitano verso le imprese; i membri delle famiglie offrono lavoro alle imprese. Negli schemi originali tuttavia non compare il lavoro.

Salario: in cambio del lavoro offerto dalle famiglie le imprese danno salario.

Taxation: ultimo flusso uscente dalle famiglie è l’imposizione fiscale; esso non va verso le imprese ma verso la pubblica amministrazione. L’accettazione dello stato sociale implica il pagamento delle tasse, l’appartenenza allo Stato nazione implica l’obbligo fiscale: le famiglie ricevono beni e servizi dallo Stato e allo stesso tempo pagano imposte e tasse allo Stato. In questo flusso rientrano le imposte dirette sui redditi, da pagare per semplice appartenenza allo Stato, che dà una serie di servizi di base, erogazione di beni nazionali, collettivi (come sanità pubblica, sicurezza) e le tasse, corrispondenti a servizi offerti dallo Stato più specifici, territoriali.

Government: in cambio la pubblica amministrazione eroga beni e servizi, cioè compra al posto dei cittadini determinati beni o servizi di interesse collettivo, e ne trasferisce una parte alla popolazione, membri delle famiglie. Essi rappresentano la spesa pubblica, la quale può essere produttiva o improduttiva; ne sono esempi i sussidi, i buoni acquisto, i prezzi calmierati di alcuni servizi (compensazione di spesa non sostenuta dalle famiglie da parte dello Stato). Le tasse vengono pagate anche dalle imprese. Allo stesso tempo la pubblica amministrazione sostiene una spesa pubblica che beneficia i produttori, attraverso investimenti infrastrutturali in generale.

Investimento: le imprese generano una domanda di investimento, sia verso la pubblica amministrazione che verso le famiglie; questo perché le imprese sono in grossa maggioranza capitalistiche, e in quanto tali hanno bisogno di beni capitali, cioè beni di natura produttiva, intermedi o strumentali alla produzione di qualcos’altro. Per produrre beni e servizi le imprese hanno bisogno di una serie di beni di natura produttiva che vanno ricombinati per produrre output, per questo avanzano una domanda di investimento, cioè chiedono a famiglie e Stato se desiderano supportare il loro investimento. Si tratta di investimento produttivo; non è investimento finanziario, cioè di natura meramente speculativa, realizzato con arbitraggio o compravendita di titoli. L’obiettivo dell’impresa è comprare beni produttivi che consentano di creare output; l’investimento speculativo, totalmente immateriale non è incluso. Le imprese domandano risorse di investimento che ottengono o col risparmio privato delle famiglie o col risparmio pubblico; quest’ultimo rappresenta il surplus economico delle istituzioni pubbliche, che possono usare per finanziare le società.

Lavoro: le imprese domandano lavoro, che non è incluso nello schema. In un sistema economico chiuso non ci sono altri flussi fondamentali.

Economia aperta

Considerando un sistema economico aperto vanno inclusi altri flussi di risorse che vanno verso l’esterno. Export e import: l’economia aperta scambia beni e servizi con altre economie nazionali aperte, creando un flusso di beni e servizi. L’esportazione è la quantità di beni e servizi prodotti all’interno dell’economia nazionale ma consumati all’esterno da famiglie o imprese non appartenenti alla nazione; l’importazione è la quantità di beni esteri consumati nella nazione da famiglie e imprese al posto di famiglie e imprese non nazionali.

La differenza tra export e import, il saldo contabile, è definita bilancio commerciale. Nella pratica esistono due tipologie:

  • Bilancia commerciale espressa in termini di quantità, per la quale si contano le unità e si fa la differenza.
  • Bilancia commerciale espressa in termini di valore, per la quale si contano non solo le quantità.
Anteprima
Vedrai una selezione di 16 pagine su 75
Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 1 Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 2
Anteprima di 16 pagg. su 75.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 6
Anteprima di 16 pagg. su 75.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 11
Anteprima di 16 pagg. su 75.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 16
Anteprima di 16 pagg. su 75.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 21
Anteprima di 16 pagg. su 75.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 26
Anteprima di 16 pagg. su 75.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 31
Anteprima di 16 pagg. su 75.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 36
Anteprima di 16 pagg. su 75.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 41
Anteprima di 16 pagg. su 75.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 46
Anteprima di 16 pagg. su 75.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 51
Anteprima di 16 pagg. su 75.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 56
Anteprima di 16 pagg. su 75.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 61
Anteprima di 16 pagg. su 75.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 66
Anteprima di 16 pagg. su 75.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Variabili macroeconomiche, teorie del ciclo economico Pag. 71
1 su 75
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ammiratinoemi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Lanzi Diego.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community