Che cos'è la filosofia morale?
La filosofia morale è teoria della pratica, un ordine di speculazione su come dobbiamo agire, su come le nostre azioni possono essere fatte in relazione al bene da conseguire. Ha due grandi macroaree: una di matrice religiosa, in quanto è il testo della Bibbia che mi dice qual è un'azione buona e qual è un'azione cattiva; una di natura fondativa di valori, mettendo ai voti e scegliendo delle cose da abolire o da perseguire, stabilendo dei valori per costruire delle norme a favore dell'irrepeatibilità di quanto successo precedentemente (ad esempio le Leggi di Norimberga). È quindi una sorta di servizio, la possibilità attraverso l'individuazione di problematiche attuali di costruirsi un bagaglio di conoscenze non solo manuali, ma strumenti critici che ci servono per comprendere le forme di movimento dello spazio esterno.
Essa gioca al di là del bene o del male, non esistono valori assoluti che sono solo costruzioni, costruzioni storiche; difatti non c'è valore che non sia una costruzione storica di un momento storico preciso. La filosofia morale è il nostro tempo appreso col pensiero grazie ad un bagaglio più ampio possibile, così dobbiamo mirare alle strutture, alle griglie che ci sottendono il contenuto. Da sottolineare che il logos politico non è mai neutro, bisogna avere presente chi è l'estensore di esso, è sempre di parte perché è impossibile togliere la soggettività della questione. Carl Schmitt è uno dei teologi del nazionalsocialismo tra il 1933–34 che porta ad una nuova categoria di stato, movimento e popolo. È il primo a fare una distinzione tra dittatura e stato totale. Ci dobbiamo adesso allontanare dalle nostre preacquisizioni, che sono imprecise, è impreciso dire “uomo politico” perché non ha a che fare con l'attività politica. La politica è la forma di identificazione storica del politico.
Il concetto di stato secondo Webber
Lo stato secondo Webber con affermazione dell'entità collettiva. Lo Stato è un'elaborazione che ha a che fare con un'idea precisa di uomo, è molto complicato dare una definizione perché è un concetto polisenso, può avere vari significati, è il frutto di una sedimentazione, una costruzione a strati e così ogni volta dobbiamo prendere strato per strato. Uno dei più prestigiosi membri della costituente di Weimar, maestro di Schmitt, è Max Webber che in “Economia e Società”, opera del 1922, afferma: “Per stato si deve intendere un’impresa istituzionale di carattere politico nella quale e nella misura in cui l’apparato amministrativo avanza con successo una pretesa di monopolio della coercizione fisica legittima in vista dell’attuazione degli ordinamenti”.
Un’impresa istituzionale di carattere politico coinvolge quindi l’ambito del politico, la forma della politica, ed ha una prerogativa assoluta: ovvero il monopolio della violenza della coercizione fisica legittima. È una concezione che troviamo anche nella tradizione classica di Aristotele, in cui affermava che il fine della polis è l’autosopravvivenza ed in vista di questo fine è sacrificabile qualsiasi cosa. Difatti un ceppo decisivo dell’uomo occidentale è costituito dalla tradizione mitica, dal momento in cui qualcuno si comincia ad interrogare nel modo in cui l’uomo attua il modo per familiarizzare con il mondo esterno, per sopravvivere. Nel mondo mitico sono le divinità che costituiscono la forma del mondo esterno e così l’uomo a partire dalla tradizione comincia a cercare di scoprire la forma del mondo esterno che gli garantisce un margine di sicurezza, che faccia mettere l’uomo a suo agio senza costituire pericolo per la sopravvivenza.
Il ruolo dell'uomo nel mondo esterno
Ad un certo punto l’ordine di familiarizzazione comincia a non funzionare più, si sposta l’ordine, la garanzia non è più la divinità: Protagora afferma che “l’uomo è misura di tutte le cose”, così è l’uomo che crea delle forme del sapere rispetto agli elementi, ovvero il mondo esterno lo familiarizzo a partire da me stesso. L’uomo occidentale sa che lo spazio di interrelazione con il mondo esterno lo deve costruire a partire da sé al fine della sopravvivenza. Da sottolineare che il mondo esterno è preesistente, l’uomo lo trova già, come trova altri due simili che possono costituire una minaccia, quindi non è l’origine di sé stesso. Infatti il mondo esterno è già una forma di relazione così quando vengo al mondo sono già in relazione con altri due fattori, ciò significa che una serie di eventi anomali ci vengono addosso e l’essere vivente mette in campo la strategia migliore per raggiungere il fine ultimo, quello di sopravvivere.
Strategie di sopravvivenza e interazione sociale
La prima vera macrodistinzione tra gli esseri viventi è data dalle differenze di strategie adottate: l’uomo sviluppa una strategia di sopravvivenza particolare a partire da strumenti mediatori, come può essere il tatto (se non vedo comincio a toccare) con cui diversifica (il fattore rammemorativo ci distingue dagli animali). L’ordine di familiarizzazione con il mondo esterno mi consente l’apertura di perimetrazioni, “posso spingermi un cm più in là perché ho controllato che è sicuro”, ovvero ciò che mi garantisce micro costruzioni di spazi di sicurezza. L’espansione e la diffusione dell’uomo sono le conseguenze di questa strategia.
Un altro tratto distintivo dell’uomo è che non è isolato, condivide lo spazio con almeno altri due simili, che sono funzionali al fine ultimo della sopravvivenza: infatti in compagnia siamo più forti perché costituisco ben sei apparati di mediazione (tatto, occhi, orecchie) con il mondo esterno. Il fine di tutto questo è la persistenza che è legata alla coesistenza, l’ordine di relazione è una forma biunivoca > fine=Persistenza/Coesistenza. L’uso della coesistenza abbiamo visto che è vantaggioso perché riduce l’ordine di minaccia esterno, difatti proprio lo stato è sempre fondato sulla convenienza della coesistenza.
Stabilire i limiti della coesistenza
Come stabilisco i limiti ed i perimetri della coesistenza? La coesistenza è garanzia della sopravvivenza, ma non è un dato assoluto, è un vantaggio ma va sempre commisurato al mondo esterno. Aristotele nella Politica afferma che “il bene della polis è la polis stessa”, se c’è qualcosa che freni il funzionamento di essa me ne devo sbarazzare. La coesistenza ha così funzione d’uso e valore d’uso. L’entità collettiva non sorge mai a partire da una sola persona, va consumata con il mondo esterno, se noi siamo l’ostacolo per il raggiungimento del fine di un’altra persona posso essere eliminato.
Il principio di distinzione secondo Carl Schmitt
Noi siamo esseri umani se distinguiamo, Carl Schmitt difatti afferma “Distingo ergo Sum”, solo se siamo in grado di distinguerci potremo essere e continuare ad essere. Se viene meno il contributo di una persona si riduce l’entità collettiva (se dorme e non fa niente), il movimento di misurazione costante deriva sia dal mondo esterno che da quello interno, se scopro che un elemento non è vantaggioso lo elimino, me ne sbarazzo. L’ordine e la meccanica della distinzione è meccanico e non ha mai fine.
Come elimino la “mela marcia”? Per liberarmi dell’elemento svantaggioso viene esercitata una forma di coercizione perché si deve mantenere l’equilibrio dell’entità collettiva, c’è così questa possibilità di ricorrere all’uso della forza fino alla soppressione, come in tutti gli organismi. A questo punto sorge il problema di creare delle forme di interrelazione più efficaci possibili: si formalizzano gli spazi di sicurezza secondo la nostra entità collettiva, secondo gli elementi che ci distinguono, mettiamo “su carta” ciò che ci distingue per la sopravvivenza.
La legge e il suo ruolo nell'entità collettiva
C’è una necessità della formalizzazione, una necessità normativa ovvero di mettere in forma istanze che rendono l’entità collettiva un tessuto efficace, un tessuto corrispondente al fine ultimo. Andiamo a costituire una serie di elementi non ricorrenti che danno significato ad un entità collettiva “x”, tutto ciò che non è contemplato nel tessuto connettivo, estraneo alle possibilità di interrelazione, è una potenziale minaccia, minaccia che mette a repentaglio la resa dell’entità collettiva al fine della sopravvivenza, una minaccia esistenziale.
Quando utilizziamo la formula “Distingo ergo sum” la distinzione fondamentale e distitutiva è quella tra amico/nemico che sottende l’entità collettiva, il fine ultimo che ci tiene insieme si fonda su un ordine stabilito e tutto ciò che non rientra è nemico. Lo spazio amicizia/nemico è tutto ciò che tiene su l’entità stessa, ciò che pervade l’ordine collettivo è l’inimicizia, non c’è un’entità collettiva che non abbia consapevolezza di questo. È una struttura antecedente a qualsiasi ordine voglio dare. È buono o cattivo? Non lo so, non c’è mai una definizione pregiudiziaria, è una parte solamente strutturata.
Struttura base dell'entità collettiva
L’approccio non è valutativo, ma descrittivo, ci mostra che niente è ostile e niente è benevolo a prescindere. Il momento dell’incertezza (non della minaccia) è la pietra angolare dell’entità collettiva, ma il piano descrittivo è la base su cui vediamo ciò. Ovvero io non so se la belva feroce è una minaccia o si tratti di un santo, ma per raggiungere il fine ultimo devo guardarla con diffidenza.
L’elemento di amicizia è invece funzionale perché proprio perché non so, non conosco, il nostro essere amici nel perseguire lo stesso fine, ha innanzitutto una valenza funzionale, così come ha una valenza funzionale il nemico perché abbiamo distinto nell’entità collettiva dei pericoli. La sopravvivenza dell’entità collettiva è legata ad un gruppo al suo interno che gestisce l’andamento dell’entità collettiva stessa, che ne ha le redini e si preoccupa di stabilire e ricordare qual è l’atto di distinzione in ragione del quale noi siamo entità di carattere politico, ovvero chi è amico e chi è nemico, e creare dei codici di riconoscimento esclusivi.
Ovviamente bisogna far sì che questo gruppo abbia il diritto che gli venga riconosciuto di perseguire il fine ultimo della sopravvivenza a tutti i costi e quindi dare a questo gruppo la capacità di esercitare il monopolio della violenza sia all’interno che all’esterno dell’entità collettiva. Una volta demolita la concezione di stato di Webber, possiamo dare una definizione di essa più generica possibile: “Lo stato è un ordinamento giuridico-politico che a fini generali esercita un potere sovrano (esclusivo e di esclusività) innanzitutto su un determinato territorio e sui soggetti ad esso appartenenti detiene il monopolio riconosciuto della forza”.
In linea di massima, a colui che crea l’atto di distinzione primordiale viene demandato il ribadire ed il costruire codici di riferimento. Cosa si intende per ordinamento? La necessità di regolare l’ordine di relazione, ovvero il tessuto che ci tiene insieme in questo spazio, che viene fatto con l’attuazione di questi codici che rendono esclusivo il nostro essere entità collettiva. L’esclusività è data dalla necessità di stabilire dei modi e delle forme di comportamento nelle quali ci identifichiamo in cui solo noi sappiamo cosa li regola. Quando facciamo questo, quando stabiliamo, entriamo nella norma, cioè dei modi dell’interrelazione che fissano dei comportamenti.
Norma e legge nell'entità collettiva
Posso definire norma quella regola, quel modello di comportamento a cui attenersi rispetto alla costruzione e tenuta del nostro tessuto relazionale. Questo perché noi ci accorgiamo che un certo tipo di comportamento è più vantaggioso di un altro, c’è da dire che la norma non è assoluta (non lo era nemmeno nella polis ateniese, ricordiamo che Socrate si sottomette alla norma scegliendo di morire, muore il più virtuoso della polis, l’uomo a 360° nell’entità collettiva, che non contesta ma si sottomette ad essa, individuando la frattura della regola di comportamento) non è assoluta, non si sottomette, ma avverte la possibilità della modifica. La norma è un qualcosa di flessibile all’interno del tessuto relazionale, si affaccerà poi nella tradizione occidentale l’esigenza di rendere meno flessibile questa norma, parlando di legge.
Ma al momento non c’è niente di fisso, di statico. È necessaria un’interrelazione con un mio simile o con il mondo esterno, impostando dei tipi di dinamiche che hanno a che fare con la resa/obiettivo finale, per stabilire le fondamenta di quello che saranno le modulazioni come polis, imperium, civitas, stato moderno, una struttura che condizionerà le varie strutture nel mondo. Come stabiliamo che siamo “un noi”? Questo avviene attraverso l’atto distintivo avvenuto tramite la movimentazione, cominciando dei processi di identificazione esclusivi, creando strategie con il mondo esterno diverse e connesse all’atto distintivo primario.
Ovvero a partire dall’opzione distintiva iniziale, creo diversi ceppi di identità legati allo stesso ceppo di fondo che seguono direttrici e modi diversi. In pratica che noi creiamo un palazzo e voi un altro, la base di esso è la stessa con un modo d’approccio diffidente e prudente (proprio perché l’inimicizia è la base) la struttura del palazzo è la stessa. Quindi, considerando i due “noi” creati a priori dallo stesso ceppo d’identità strutturale, essi sviluppano capacità di modulazione con il mondo esterno diversi, si consolidano, ed avvertono la necessità di stabilizzarsi con degli ordinamenti per muoversi in maniera sempre più agile (con la stessa meccanica che ci ha consentito di muoverci nel nostro spazio ed allargarci), la quale struttura non cambia, ma cambiano i loro contenuti, cambia la loro struttura modulare.
Come detto pocanzi, l’entità collettiva è un ordinamento giuridico politico. È un ordinamento politico perché ha a che fare con il fine della polis, della sopravvivenza, ma per arrivare a definire il concetto politico dobbiamo interrogare il soggetto della proposizione: l’ordinamento. Al di là della forma, ad un certo punto, nell’entità collettiva, sorge una necessità di autoregolamentazione che ci garantisce qualcosa rispetto all’incertezza. Vedremo che la legge nasce come comportamento, diventa norma, e se spendibile prenderà valore come legge. Ma che cosa significa legge? È un elemento stabilizzante all’interno ed all’esterno rispetto al nostro tessuto relazionale. La legge viene prima assunta come il Valore Formativo, secondo il fine, primo o ultimo, che comporta le azioni.
Poi raggiungeremo un altro livello di stabilizzazione quando da questo valore, da cui derivano una serie di comportamenti, costruiamo delle piattaforme, trasformandolo in prassi, e verranno definite Norme. Non intacchiamo strutturalmente il valore ma troviamo delle modulazioni che lo ribadiscono, mettendolo in pratica ogni giorno, per consolidarlo e realizzarlo. Una norma è l’ordine tramite il quale stabilisco che alcuni comportamenti sono meglio di altri (situazione delle scelte quotidiane) il valore è sempre lo stesso ma le verifiche del comportamento possono sviluppare dei comportamenti nuovi ed inediti. Questo processo è infinito? No, perché si deve raggiungere un certo stallo di sicurezza che stabilisce (stabile deriva da stasi, quindi si deve raggiungere un equilibrio) se comportamenti siano giusti o meno.
Sono deputati a stabilire i comportamenti giusti coloro che hanno effettuato l’atto di distinzione primordiale, una volta stabilito l’equilibrio dobbiamo riproporre quest’assestamento, un motivo di stasi che ci garantisce la sopravvivenza. I deputati stabiliscono il raggiungimento del punto di equilibrio rispetto ai comportamenti e da qua sorge l’esigenza di dare una forma definitiva, una possibilità di riproposizione. Chi sono i deputati? Possiamo dare una prima definizione di capo come non colui che stabilisce i comportamenti, sì può farlo, ma come gli altri, il capo è colui il quale stabilisce che si è raggiunto un punto d’equilibrio rispetto alla tenuta dell’entità collettiva.
Se effettivamente questo punto d’equilibrio è stato raggiunto attraverso le messe in concreto del valore formativo, sorge la necessità che la stabilizzazione diventi pesante, forte, perché sappiamo che questo punto d’equilibrio è il limite oltre il quale non possiamo andare per non minare la nostra sopravvivenza. In che modo? Scolpendolo nella roccia, facendolo vedere a tutti, non permettendo a nessuno di metterlo in discussione, quindi non ammettendo possibilità di deroga dall’interno, o sei dentro o sei fuori l’entità collettiva. È qui che viene trasfigurata la norma in Legge, il livello finale della stabilizzazione: in maniera coattiva importo l’assunzione della legge, o sono dentro o sono fuori, quasi come una distinzione buono/cattivo. (Carl Schmitt definì Kant un “povero illuso”).
Lo stato è anche un ordinamento giuridico, legandoci alle definizioni precedenti, proprio perché decodifica il proprio complesso di comportamenti.
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Valore assoluto e maggioranti
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Valore economico sociale
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Disequazioni con valore assoluto
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Spiegazione dettagliata valore assoluto