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Introduzione

Perché un libro come questo sulla «scrittura»? La risposta più generale è anche la più ovvia. La vita di gran parte delle nazioni del mondo contemporaneo, nei campi più svariati, è strettamente dipendente dall’uso di questo strumento di comunicazione. Ma non basta il riferimento al solo oggi. A partire dall’antica Mesopotamia infatti, con accentuazioni certamente differenziate secondo le epoche e le collocazioni geografiche, è indubbio che la scrittura rappresenti a livello alto un elemento costantemente presente in molte civiltà.

Tassi d’analfabetismo mediamente elevati fino a tempi abbastanza recenti non hanno impedito, cioè, che sempre potessero formarsi nuclei di specialisti della scrittura in grado di assicurare alla compagine statale lo svolgimento delle sue fondamentali funzioni (amministrazione, economia, giustizia), o di mediare per grandi masse di fedeli la conoscenza ed il rapporto con la parola di Dio (religione). Per non parlare, poi, delle espressioni artistiche affidate all’elaborazione di testi scritti.

Meno scontato è l’insieme dei rapporti stabiliti tra questo quadro istituzionale di scrittura e di scriventi e i ceti subalterni. Quelli, per intenderci, che nascita e collocazione sociale destinano in grandissima parte ai margini del mondo «altro» e privilegiato che da secoli esiste saldamente radicato nella cultura scritta. Quei ceti che in esso vivono, cioè, pur non facendone parte a pieno titolo. Verificare, per un’area determinata (l’Italia padana e la sua popolazione specialmente urbana, poiché da certi fenomeni le campagne saranno coinvolte più tardi) e per un’epoca significativa perché densa di cambiamenti (tra Sette e Ottocento), l’articolazione — intorno a questo problema dell’uso della scrittura — dei rapporti tra questi due mondi costituisce il proposito della presente ricerca e una seconda risposta meno ovvia, o soltanto meno generale, al quesito posto all’inizio.

Il concreto impiego della scrittura

In questa prospettiva il termine è inteso non certo come produzione colta di testi scritti, ma come concreto impiego della scrittura in quanto mezzo per comunicare — per entrare in relazione con qualcuno o con qualcosa — tutti i livelli. Chi usa la scrittura, con quali finalità, in quali occasioni, dietro quali spinte, con che frequenza? Sono alcune delle possibili domande. Ma anche: come si modifica il bisogno sociale di scrivere, come si distribuisce nel tessuto della società, come si organizza per masse crescenti di persone l’ingresso nel mondo della parola scritta? Qual è il ruolo che la scrittura assume nella vita della gente tra Sette e Ottocento, quali spazi occupa e quali lascia liberi nella socialità di tutti i giorni?

Scelta cronologica della ricerca

Dovendo rendere conto anche della scelta cronologica della ricerca, che si colloca tra i secoli XVIII e XIX, va detto che la storia dell’alfabetismo e della cultura scritta non coincide con quella di una progressiva estensione dei lumi alfabetici alle zone d’ombra della società. Non si tratta cioè di una storia rettilinea e uniformemente accelerata. Al suo interno si possono individuare alcune fasi determinanti. Senza risalire troppo indietro nel tempo, un importante momento di passaggio è per l’Italia la crisi del VI secolo (guerra gotica e invasione longobarda):

La società antica, fin nelle sue ultime propaggini, non aveva la percezione che gli illetterati facessero problema; invece ne ebbe consapevolezza il cristianesimo, una religione del libro con forte necessità di espansione. La questione dell’analfabetismo, inteso come condizione di insufficienza da rimediare, nasce allora: non tanto per l’aumento quantitativo degli analfabeti rispetto all’età tardoimperiale, che pure certamente vi fu; piuttosto per la necessità di cristianizzare quella massa e l’impossibilità di farlo attraverso gli strumenti, scrittura e libro, ereditati dal mondo classico.

Fasi significative dell'alfabetismo

Un’altra fase significativa è quella bassomedievale (secoli XII-XV). È l’epoca della «liberazione» dell’alfabetismo dei laici «illetterati» (cioè ignari di latino) che, soprattutto nella civiltà urbana centrosettentrionale, cresce e trova svariate forme di espressione, anche non colte (lo scrivere «volgare», personale e privato) oppure semplicemente legate al concreto mondo dei traffici e degli affari.

Attraverso la cesura cinquecentesca matura la situazione dell’età barocca. Normalizzazione linguistica (della lingua scritta), riduzione all’uniformità grafica — la scrittura degli intellettuali — ha la meglio sulla e diventa l’unico modello scrittorio valido e degno, anche per l’insegnamento elementare. Controriforma religiosa e conseguente istituzione di scuole e collegi (cioè un’alfabetizzazione in via di allargamento ma fortemente controllata, fondata sulle differenze, le gerarchie e le regole) sono alla base di una situazione non solo meno confusa di quella precedente, ma anche bloccata e in via d’impoverimento.

La «libertà di scrittura, che era stata prerogativa della maggioranza illetterata, diviene riserva della minoranza letterata. Agli illetterati resta poco: leggere (e leggere solo determinati testi) più che scrivere; e scrivere il minimo indispensabile, per esempio la propria firma o certe formule essenziali, stereotipate e magari apprese (e disegnate) a memoria, su un flusso di carte tutte di natura pratica, il più delle volte soltanto manipolate più che prodotte.

La situazione nel Settecento

È questa la situazione presente ancora nel Settecento, fatto salvo lo sviluppo delle esigenze di scrittura di tipo alto (amministrativo e culturale) che è andato avanti in questo periodo articolandosi in svariate forme, nuove e meno nuove. Una situazione, nonostante tutto, di «alfabetismo ristretto» e, in senso ancor più generale, di incompiutezza alfabetica della società tradizionale sia urbana che, soprattutto, rurale.

Per la grande maggioranza delle persone, cioè, è possibile vivere senza troppi problemi anche non sapendo leggere e (di più) scrivere, poiché le circostanze non sempre impongono il confronto con il mondo della scrittura, oppure offrono i mezzi per aggirarlo. Registro scritto e orale della comunicazione convivono, si incrociano, si sovrappongono, si alternano con insospettata disinvoltura a seconda di come cambiano gli attori o l’azione sulla scena sociale.

Un analfabetismo o un semialfabetismo largamente diffusi non identificano, comunque, una condizione socialmente o esistenzialmente menomata. Per il semplice motivo che essere alfabetizzati in senso proprio e completo non serve. Nelle occasioni della vita quotidiana, serve, piuttosto, un alfabetismo orientato sui generis, a fini pratici e non conoscitivi. Oppure serve più saper leggere (un avviso delle autorità, una tariffa, una ricevuta) che scrivere. Per i ceti subalterni i normali canali di informazione, comunicazione, apprendimento non sono in genere centrati sulla scrittura ma sull’oralità, sui suoi mezzi e sulle sue situazioni.

Ancora nel Settecento la scrittura è scarsamente presente come fatto necessario, o anche solo ricorrente, consueto e stabilmente visibile negli orizzonti di vita delle classi meno agiate, il cui habitat (spazi di lavoro, dimore, proprietà, effetti personali, per esempio) è per lo più sguarnito degli oggetti e dei segni della scrittura. Così come essi mancano significativamente dal paesaggio rurale e anche cittadino: una toponomastica e una numerazione civica scritte, un sistema di insegne più scritte che figurate, una segnaletica che orienti nello spazio dentro e fuori dell’ambiente urbano cominciano ad essere realizzate nelle città europee nel tardo Settecento e si diffondono poi con il nuovo secolo.

Il cambiamento tra Sette e Ottocento

Questo è dunque, rapidamente tratteggiato, il quadro, destinato poi a cambiare in un altro momento cruciale, di passaggio: quello sette-ottocentesco. Cruciale perché da lì prende avvio il processo che conduce alla situazione contemporanea di prevalenza della civiltà della scrittura. Un processo che, una volta compiuto, autorizza a parlare in via generale di mentalità alfabetica diffusamente letterata nel corpo sociale. Un processo, cioè, che determina una realtà in cui la circolazione funzionale di scritture di ogni tipo si accompagna alla coscienza della effettiva urgenza e necessità di tale circolazione, e in cui è maturata l’interiorizzazione del valore d’uso del mezzo di comunicazione e di scambio che la scrittura rappresenta.

Per ritornare alla domanda iniziale, questo passaggio da una situazione in cui per il più si può tranquillamente vivere facendo a meno della scrittura ad una in cui il confronto con la scrittura è invece sempre meno eludibile ed il ricorso alle competenze legate alla scrittura diviene sempre più un bisogno, può essere guardato come uno dei possibili indicatori della modernizzazione, della società tradizionale. E qui, allora, è possibile cogliere un’altra ragione di rilevanza dell’oggetto in questione.

I fattori del cambiamento

Generalizzando, si può dire che il mutamento di scala soprattutto dei fenomeni a) spaziali (distanze), b) sociali (mobilità di ceti, guerre, prigionie, emigrazioni), c) economici (creazione di un mercato allargato, di un più moderno sistema produttivo), d) istituzionali (lo stato, il suo ruolo, la sua burocrazia, i meccanismi di integrazione e di partecipazione politica) che accompagna la fine dell’antico regime, crea le situazioni nuove che portano in primo piano la scrittura quale strumento adeguato al governo della società.

Il suo uso, che dall’alto si fa sempre più sistematico, finisce per coinvolgere sudditi e cittadini in una misura sconosciuta al passato. Da una realtà di scrittura poco presente e visibile si arriva ad una in cui lo scritto invade e informa le strutture della vita individuale e collettiva, diventa un dato costante cui far riferimento, destinato a mutare il quadro delle esigenze, dei valori, delle abitudini, della mentalità delle persone.

La situazione italiana e il ruolo dello stato

Nel caso italiano certe nuove tendenze si fanno evidenti prima (commercializzazione e privatizzazioni in agricoltura, crescita demografica, inurbamento, pauperismo sono già fenomeni tardosettecenteschi). Altre, come il rinnovato ruolo dello Stato in quanto cardine del sistema di rapporti con la società civile, si legano alla centralità delle esperienze rivoluzionaria e napoleonica. Altre ancora (nuovo modo capitalistico-industriale di produrre, emigrazione transoceanica, democrazia politica, suffragio elettorale) si manifestano con incertezze e più tardivamente, anche in epoca ormai novecentesca (la grande guerra di massa).

Dunque, anche se non si può dire che si tratti di fattori all’opera in concomitanza nel determinare condizionamenti significativi, i loro effetti si depositano e si cumulano nello svolgimento del processo storico. La società, in questo tendenziale mutamento di scala, passa da un tipo di solidarietà prevalentemente «meccanica» ad una sempre più «organica» e raggiunge livelli di complessità crescente. Per dominare questa complessità, fatta di differenziazioni e complementarietà di ruoli e funzioni, la scrittura si rivela mezzo efficace.

Essa costituisce il supporto essenziale alla «burocratizzazione» che innerva la moderna razionalità di gestione del potere e che investe i rapporti tra Stato e cittadini. Soprattutto dopo la loro riformulazione rivoluzionaria e la proclamazione dell’uguaglianza di fronte alla legge, essi tendono a divenire diretti, impersonali, prioritari rispetto alle relazioni comunitarie di tipo «faccia-a-faccia» delle solidarietà tradizionali. Si consolida un diverso ruolo del potere pubblico e, preliminarmente o contestualmente, il corpo sociale è sottoposto ad un’opera di conoscenza quanto più esatta possibile delle sue componenti per poter essere meglio amministrato.

L’identità individuale ha via via il sopravvento su quella di gruppo (la famiglia, la parentela, la corporazione, ecc.), si afferma come corrispettivo dei provvedimenti che il potere politico viene adottando nello sforzo di conoscere meglio i propri sudditi, si precisa in relazione anche alla costruzione di una «società disciplinare».

Ecco, allora, lo stato civile e l’anagrafe, i censimenti e le statistiche, i catasti, la toponomastica e la numerazione civica, i ruoli delle imposte, le liste elettorali e quelle di leva, il libretto di lavoro e del soldato, il sistema metrico decimale, i concorsi pubblici, i passaporti, le carte di sicurezza, ecc. Tutti momenti e misure che, in ambiti diversi, vengono strutturando massicciamente il funzionamento della burocrazia o segnalando visibilmente la presenza dell’autorità; che di scrittura sono sostanziati e che al confronto con la scrittura costringono anche i ceti subalterni; che sempre di più mediano il rapporto del cittadino con le istituzioni.

È questo il fatto nuovo che, pur in mancanza di date nettamente periodizzanti, in età ottocentesca risulta ben evidente: il singolo individuo è solo di fronte alle istituzioni, in una relazione che il tramite di scritture burocratico-amministrative di ogni tipo rende diretta (nonostante la contraddizione solo apparente) e impersonale. All’interno di questo generale movimento che lo Stato promuove per conoscere, identificare e controllare gli elementi che lo costituiscono (e i loro reciproci movimenti e contatti), per la gente comune si moltiplicano in misura sconosciuta rispetto al passato le occasioni in cui appare necessario: a) conservare, oppure b) produrre per certificare un’identità o uno status.

Sempre meno, infatti, basta memorizzare certe transazioni contando sull’aiuto di testimoni o sulla sanzione della fede collettiva. Sempre di più, invece, diventa importante documentarle per iscritto, magari più volte e conservandone copia. L’andamento della mediazione non è però soltanto verticale (autorità-cittadini-autorità), ma anche orizzontale: cittadino-cittadino-cittadino...

Basti pensare a come lo scrivere lettere divenga pratica sempre più diffusa nel corso del XIX secolo. È un fenomeno certamente in sintonia con il crescente alfabetismo degli strati sociali medio-bassi (ma non si rischia la tautologia sostenendo che si scrive di più semplicemente perché di più si sa scrivere?), ma anche una risposta, proprio in termini di comunicazione, a quell’affermarsi ottocentesco di individualismo, di privacy, di raccoglimento domestico, che interferisce – rompendola – con la dimensione pubblica sino ad allora prevalente della vita di ciascuno. È un mezzo, insomma, per collegare e ricucire ambiti esistenziali che le solidarietà tradizionali non sono più in grado di raccordare. Scrivere lettere diventa infine una necessità indotta dalle grandi separazioni che scandiscono, dolorosamente, il progressivo avvento della società di massa: servizio militare, guerre, deportazioni e prigionie, migrazioni; o, più semplicemente l’effetto di un’accelerata mobilità di cose e persone resa possibile dalla creazione di moderni servizi e infrastrutture come poste e trasporti.

Proseguire in questa direzione porterebbe a ricostruire tutto un insieme via via dilatato verso il basso di altri livelli d’uso, anche minimi, della scrittura cui guardare come a un mezzo, insomma, per collegare e ricucire ambiti esistenziali che le solidarietà tradizionali non sono più in grado di raccordare. Scrivere lettere diventa infine una necessità indotta dalle grandi separazioni che scandiscono, dolorosamente, il progressivo avvento della società di massa: servizio militare, guerre, deportazioni e prigionie, migrazioni; o, più semplicemente l’effetto di un’accelerata mobilità di cose e persone resa possibile dalla creazione di moderni servizi e infrastrutture come poste e trasporti.

Conclusioni

Tenendo ben presente che la linea di tendenza lungo la quale si muove il processo di trasformazione abbraccia pure simili ambiti, il tentativo sarà piuttosto quello di individuarne alcuni momenti pubblici forti, particolarmente significativi quanto a capacità di provocare o promuovere strutturalmente nuovi canali di mediazione scritta tra istituzioni e cittadini o di intensificare e rendere sistematici canali già in uso. Collocando al centro dell’attenzione il nuovo genere di rapporti tra i sudditi e un potere pubblico che vuole conoscere meglio per governare più efficacemente, alcune misure e alcune modalità di questo sforzo appaiono più rilevanti perché più cariche di effetti in seno al tessuto sociale (lo stato civile, la toponomastica e la numerazione civica, il libretto di lavoro, il concorso, l’udienza, l’associazionismo postcorporativo). E comunque adatte ad esemplificare alcuni «luoghi» in cui si manifesta il convergere, dall’alto, delle esigenze di uno Stato che persegue attraverso la scrittura un rapporto impersonale ed egualitario con tutti i cittadini, in un quadro sociale tendenzialmente più complesso e articolato.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nadia_87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etnologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Sarnelli Enrico.
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