L'evoluzione del teatro
Nel corso del XVII secolo, il teatro francese conosce il suo periodo d’oro: Luigi XIII e Richelieu danno un forte impulso all’espressione teatrale; il primo ministro, in effetti, amante del teatro, intraprende una politica culturale ed incoraggia il re, che installa ufficialmente a Parigi, l’hotel de Bourgogne, una troupe chiamata “Comédiens du roi”.
Nel corso del regno di Luigi XIV, il teatro continua la sua evoluzione ed altre troupes, come quella di Marais o quella di Molière, si sviluppano ed entrano in concorrenza con i “Comédiens du roi”. In questa epoca, Spagna ed Italia rappresentano una fonte d’ispirazione e di rinnovamento per il teatro francese. Tutti questi elementi vanno a stimolare la produzione e l’evoluzione dei generi teatrali: la farsa conosce un periodo di successo all’inizio del secolo ma si eclissa insieme al gusto del pubblico per questo genere; la pastorale, direttamente ispirata da opere italiane; la tragicommedia lascia spazio ai due generi dominanti del secolo: la tragedia e la commedia che trionfano ed impongono un nuovo teatro.
Il teatro classico
Il teatro del XVII secolo è fortemente influenzato dalla poetica di Aristotele e dall’arte poetica di Orazio. Nasce una nuova estetica che prenderà il nome di dottrina classica ed avrà vari principi.
La funzione sociale dell'opera d'arte
L’arte deve istruire e moralizzare; essere utile allo spirito ed all’anima attraverso il dipinto naturale dei vizi e delle passioni.
L'imitazione dell'antichità
Questo principio si fonda sul disprezzo dei soggetti quotidiani e l’esaltazione dei grandi eventi che mettono in scena la natura umana con le sue passioni ed i suoi istinti con l’obiettivo di “purificare” il pubblico attraverso il procedimento aristotelico della catarsi.
La ragione
È quella che si oppone all’immaginazione e rappresenta il buon senso ed il giudizio, la facoltà che deve regnare su tutte le altre, la sola “luce” che dichiara l’opera d’arte.
L'arte ed il genio
Il genio, vale a dire l’immaginazione, l’ispirazione, è necessaria ma è nulla senza l’arte, una dottrina solida e ferma, fondata da regole precise che danno la nascita all’opera; il drammaturgo è innanzitutto un buon tecnico che lavora sulla base delle sue conoscenze.
Le regole
- La vraisemblance: L’azione deve essere razionale e l’intrigo deve avere una coerenza generale con l’obiettivo di mostrare agli spettatori degli eventi credibili.
- La bienséance: Indica ciò che è permesso di mostrare sulla scena senza scioccare il pubblico; non si mostra violenza, la morte sanguinante ed il contatto fisico.
- La regola delle tre unità: Per assicurare la verosimiglianza dell’opera, i drammaturghi applicano sia alle tragedie che alle commedie le tre unità aristoteliche: azione (unica azione), tempo (massimo 24 ore) e luogo (l’azione è rappresentata in un unico luogo). Tutto ciò serve a rendere l’opera più credibile e coinvolgere maggiormente lo spettatore.
I generi
La tragedia
La tragedia, genere prediletto del teatro classico, mette in scena dei soggetti tratti spesso dalla storia o dalla mitologia greca e latina. L’eroe tragico ha tutte le qualità che sono nobili (coraggio, generosità) ma è vittima delle forze che procurano la sua caduta. La tragedia deve realizzare la catarsi. La tragedia racconta la trasformazione dalla felicità in sfortuna. La morte dell’eroe costituisce l’epilogo tipico di una tragedia. Corneille si evolve nella sua carriera dal punto di vista teatrale (dal barocco al classicismo) ed infatti è Racine il vero protagonista delle tragedie classiche poiché presenta sulla scena degli eroi condannati dal fato, imprigionati in un destino che rivela l’assurdità della loro esistenza.
La commedia
La commedia invece mette in scena un’azione bassa e dunque dei personaggi di basso rango sociale (borghesi ma anche artigiani). Normalmente si criticano i difetti comuni dell’uomo: avarizia, ipocrisia, ambizione smisurata, infedeltà. Racconta la trasformazione dalla sfortuna alla felicità, dunque l’epilogo finale è solitamente il matrimonio. Il personaggio cardine di questo genere è senza alcun dubbio Molière. I suoi effetti comici, ereditati dalla farsa e della “commedia dell’arte” si mescolano in una ricerca di equilibrio e di gusto classico.
Pierre Corneille
È considerato come il fondatore del teatro classico francese: le sue opere dallo stile limpido presentano dei personaggi eroici eccezionali, che messi alla prova dinanzi a delle situazioni altrettanto eccezionali, non soccombono alla passione ma si lasciano guidare dalla ragione e ne escono trionfanti. Nasce a Rouen nel 1606; figlio di un avvocato, studia presso i gesuiti. Nel 1624, diventa avvocato al parlamento di Rouen ma preferisce orientarsi verso una carriera poetica e drammatica. Richelieu l’accoglie tra i cinque autori che lavorano sotto la sua protezione e gli attribuisce una pensione. È incaricato di redigere delle tragedie e delle commedie.
Grazie ai contatti con la famiglia Chalon, d’origine spagnola, Corneille s’interessa ai testi spagnoli e nota una opera di Guillen de Castro, Les mocedades del Cid, che va a ispirare il Cid appunto. Presentata nel 1636, il Cid, la celebre tragicommedia conosce un grande trionfo, aspre critiche e passerà alla storia sotto il nome di “querelle du Cid”. Nel 1641, sposa Marie Lampérière ed ha sei figli. Eletto all’accademia francese, nel 1647, perde la carica d’avvocato. A partire dal 1650 Corneille scrive sempre meno, poiché Jean Racine diventa l’autore più in auge del teatro francese. Nel 1658, Fouquet gli incarica di scrivere delle opere e Luigi XIV le finanzia. Scrive nuove opere e tragedie. Ma nel 1670, è la “Bérénice” di Racine che è scelta a corte e non “Tite e Bérénice” di Corneille che muore, malato e dimenticato dal pubblico, nel 1684.
Le opere
L’opera di Corneille, vasta e variegata, presenta una versificazione densa e moderna, degli eroi dalla grandezza rara, confrontati a delle situazioni che comportano obbligatoriamente delle scelte difficili: l’onore, il dovere, l’elevazione del pensiero costituiscono il codice morale e politico che li guida in un percorso dialettico, dove trovano posto anche i sentimenti e l’ironia. Il suo teatro presenta l’eroismo ed un mondo pieno di conflitti e di problemi. È il teatro dei drammi umani e mette in risalto il coraggio. Il coraggio è l’anima dell’eroismo ed è la più alta virtù: significa mettere a repentaglio la propria vita per difendere qualcosa o qualcuno e giustifica tutto. Altra virtù è l’onore che ovviamente comporta dei doveri. Il teatro di Corneille presenta un altro aspetto fondamentale ed è quello del libero arbitrio (l’uomo è libero dinanzi al peccato). La volontà è uno strumento a disposizione della ragione.
Il difetto più grande nel suo teatro è il debole o il pigro. Il cattivo ha una sua volontà, una sua forza mentre il pigro rappresenta il personaggio peggiore. Corneille rappresenta la ragione, il discorso cartesiano, la logica, la misura e la forza. Egli parte sempre da un personaggio in evoluzione: l’uomo ha delle passioni ma vive in una società e le passioni confluiscono nel “giro del mondo”. A causa della società, tali passioni mutano e si evolvono ed il personaggio cambia. Vi sono 2 tipologie di personaggi: quelli che vivono una vita avventurosa e poi diventano persone più pacate, mentre l’altra tipologia è l’esatto opposto. Con Corneille c’è la nascita e la scoperta di un eroe. Il senso di tutto è la scoperta della libertà (mentre per Racine è il senso di colpa).
L’eroe corneliano si rinnova con la scoperta della sua presenza in un contesto definito e attraverso la sottomissione ad un re. Il re appare come un intermediario, un uomo al di sopra di ogni cosa, che possa realizzare un accordo conveniente a tutti. Nelle sue opere si evince un passaggio da una appartenenza ad una casta ad una appartenenza ad uno Stato (Corneille esalta il potere legittimo). La forma del dramma corneliano: in principio vi è la verità, la verosimiglianza con la vita, l’accettazione delle regole (codificazione teatrale/Anche se Corneille applica tali regole ma non le accetta nella loro totalità; le regole evitano la dispersione e rendono l’azione più credibile). L’intrigo o azione dell’opera, sono complesse, cariche di situazioni curiose con peripezie sorprendenti ma non cadono mai nel melodramma. L’azione principale innesca degli intrecci secondari.
Corneille si accosta al problema psicologico del personaggio che si oppone all’azione. Vi è un personaggio agitato, costretto a pensare e scegliere (e deve reagire a tali situazioni). L’azione cambia il personaggio ma allo stesso tempo è il personaggio che cambia l’azione; a Corneille interessa scoprire come pensa il personaggio, come sceglie in un determinato momento o contesto. Egli ricerca anche una morale etica e politica. Nelle sue opere compare anche un altro aspetto: il sublime. L’eroe corneliano è generoso, volontario e riflessivo (3 tipi: generosi=anime illuminate dalla ragione e volta verso il bene; i grandi criminali=anime accecate dal male; i mediocri=anime tra vizi e virtù).
L’energia è la qualità propria delle grandi anime. Una grande anima si riconosce dal grado di energia che emana e comunica. Senza energia non c’è grande anima. Non siamo tutti uguali sul piano dell’essere e della personalità. È corneliano chi agisce, chi vive, chi fornisce la materia della vita, dunque le persone che fanno molto e vivono all’estremo. Altro aspetto fondamentale è la condizione delle grandi cose: le grandi cose nascono da una grande energia. Dunque possiamo dire che il teatro di Corneille ha un valore prettamente morale. Il linguaggio serve ad esprimere la volontà: è una lingua dura, vibrante, pratica, energica, ed oratoria.
Le Cid
È un’opera teatrale di Corneille, pubblicata nel 1637. Cid che significa signore degli arabi, è il nome che fu dato al personaggio storico spagnolo Rodrigo Diaz de Vivar dagli arabi, suoi nemici ma spesso suoi alleati e grandi ammiratori. Le sue vittorie salvarono la Spagna dall’invasione degli arabi.
La trama
Il giovane Rodrigo e la bella Chimena si amano ma i loro padri sono in contrasto: come precettore di suo figlio, il re ha preferito il padre di Rodrigo, Don Diego, a quello di Chimena. Durante la disputa il padre di Chimena dà uno schiaffo a Don Diego. Egli non può vendicarsi per la sua vecchiaia e dunque chiede al figlio di farlo per lui. Rodrigo si trova di fronte ad un forte e straziante dilemma: se egli non vendica l’onore del padre, perderà l’amore di Chimena perché non c’è amore senza stima; se vendica il suo onore e uccide il padre della sua fidanzata, Chimena non sposerà mai l’assassino di suo padre. Rodrigo sceglie di battersi ed è vincitore.
Chimena, a sua volta, si trova nello stesso dilemma: per salvare il suo onore, non potendo farlo lei di persona in quanto donna, chiede al re la morte di Rodrigo (Lei non ha scelta: se non lo farà, Rodrigo non la sposerà mai). I Mori, intanto, arrivano alle porte della città: Rodrigo riporta una grande vittoria su di loro, è riconosciuto come Cid, signore degli arabi sconfitti e salva così la patria dall’invasione.
Il re, al quale si è rivolta Chimena, si trova in grande imbarazzo: non potendo rischiare di perdere il suo salvatore, egli ricorre ad uno stratagemma: il duello fra Rodrigo e Don Sancio, l’eroe incaricato di combattere per Chimena, si farà ma egli si fa promettere dalla giovane donna che sposerà il vincitore. Don Sancio è sconfitto, ma al contrario, viene annunciato a Chimena la morte di Rodrigo. Chimena, sulla scena, dichiara tutto il suo amore per Rodrigo. L’opera finisce con la promessa di matrimonio tra i due protagonisti.
Le Cid nel XVII secolo
All’epoca della sua prima rappresentazione del 1637, il personaggio del Cid, Don Rodrigo, fu rappresentato da Guillame Gilberts detto Montdory. A lui successe Floridor (nome d’arte di Josias de Saulas) attore feticcio di Corneille che poi passò dal teatro di Marais all’Hotel di Bourgogne.
La questione de Le Cid
La rappresentazione del Cid fu subito un trionfo ma anche l’inizio di una violenta lite. Tra i critici che condannarono l’opera vi fu anche il cardinale Richelieu che non aveva perdonato a Corneille l’abbandono dalla Società dei cinque attori che egli aveva creato. Per attaccare Corneille, si appoggiò alle regole del teatro classico: Le Cid, in quanto tragicommedia, non rispettava le unità aristoteliche di azione, tempo e luogo. Il cardinale spinse l’Accademia Francese a pubblicare un testo critico, Sentimenti dell’Accademia, contro il Cid ma poi modificò la sua posizione in considerazione dello straordinario successo del lavoro.
Il personaggio della Infante
Ella ha un ruolo fondamentale nell’opera poiché ama Rodrigo ma non lo può sposare per una questione di rango sociale ma allo stesso tempo non ha alcuna influenza sull’azione dell’opera, non agisce mai su Rodrigo e nemmeno sull’azione di Chimena. La sua azione non ha uno scopo effettivo (è inutile) ma ha un valore sul piano semantico:
- La bienséance: Sopprimere l’Infante, significherebbe ridurre la regalità (indica la presenza del potere legittimo e della monarchia).
- Il prestigio: Dona a Rodrigo un fascino maggiore ed un valore etico e morale maggiore (lo rende più prestigioso).
- Il dubbio amoroso: L’Infante è l’eco di Chimena; Questa ultima ha un ruolo drammatico, l’Infante ha un ruolo poetico. Ama Rodrigo e non può sposarlo ma soprattutto quest’ultimo non la ama.
Cosa manca all’Infante per essere un personaggio drammatico? L’intensità drammatica, ella non evolve, la sua posizione resta sempre la stessa, quella dell’esitazione (la sua volontà non è mai messa alla prova e non entra mai “in gioco”). In un certo aspetto è “patetica”: rimane sola nei suoi appartamenti per cullare e sognare la sua follia, stare insieme a Rodrigo.
Jean Racine
Illustre rappresentante della tragedia classica, Jean Racine è considerato, con Corneille e Molière, come uno dei più grandi drammaturghi francesi; grande pittore delle passioni umane, Racine continua ad emozionare i suoi spettatori tramite le sue opere senza tempo. Nato in una famiglia della medio borghesia (1639-1699), orfano fin dalla tenera età, è accolto dai nonni e poi da sua zia, religiosa a Port-Royal. Fa i suoi studi alla Petites Ecoles, poi prosegue a Parigi per poi ritornare a Port-Royal. La sua formazione intellettuale, filosofica e stilistica è improntata su un grande rigore: conosce il greco e gli autori tragici classici. Nel 1658, Racine studia filosofia a Parigi ed entra al servizio del Duca di Luynes, giansenista austero, che non gli permette di frequentare una società mondana.
Inviato dalla famiglia presso suo zio, abbandona la teologia per dedicarsi alla letteratura. Nel 1662, Racine rientra a Parigi ed intraprende la sua carriera drammatica; nel 1666, si distacca dai giansenisti che considerano il suo teatro inconciliabile con l’esistenza crstiana che egli difende. Tra il 1666 ed il 1667, Racine fa rappresentare otto tragedie e sconfigge il suo rivale, Corneille, in notorietà. Nel 1677, diventa storiografo del re e si allontana dal teatro, torna con i giansenisti e conduce una vita pia fino alla sua morte nel 1699.
Le opere
Il teatro raciniano presenta una azione semplice e chiara dove le peripezie nascono dalla passione dei personaggi stessi; le sue tragedie, in effetti, mettono in scena la passione come una forza fatale che distrugge colui che ne è in possesso: esse sono l’esempio più compiuto della musicalità e della espressività francese e restano la testimonianza più viva ed ineguagliabile della perfezione classica. Nel suo teatro si ritrova la forza del male ma soprattutto le sue tragedie trattano un argomento completamente differente e rivoluzionario: l’amore. Prevale l’analisi delle situazioni estreme e degli stati emotivi all’interno dei quali troviamo una logica inesorabile che è quella del senso tragico del destino (les jeux sont faits).
L’azione è semplice e poco complessa ed avanza per gradi verso la sua fine, sostenuta esclusivamente dai sentimenti dei personaggi (la necessità di cercare una verità morale e psicologica). Si potrebbe fare un paragone fra i personaggi di Corneille e quelli di Racine: i personaggi non evolvono come quelli corneliani; sono i sentimenti a scaturire le azioni. Vi è uno stato di crisi e Racine adotta to...
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