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Corso di Laurea Magistrale in Ingegneria Meccanica

Turbomacchine

Anno accademico 2018-2019

Nencioni Leandro

7013849

Nencioni Leandro a.a. 2019/2020 – Corso di Turbomacchine

Introduzione:

Ciò che ci interessa inizialmente è la definizione di turbomacchina.

Una delle definizioni più completa è quella per cui una turbomacchina è definita come un

dispositivo all’interno del quale l’energia viene trasferita da un fluido o verso un fluido, che scorre

all’interno delle turbomacchine, e questo trasferimento di energia viene realizzato mediante

l’azione dinamica di palettature in movimento.

Un’altra definizione che si può trovare le definisce come un gruppo di dispositivi in grado di

manipolare un fluido per comprimerlo o farlo espandere ed a seguito di questa espansione o

compressione del flusso l’energia può essere estratta o fornita al fluido stesso.

Al giorno d’oggi le turbomacchine sono molto

diffuse e le si possono trovare in numerosi dispositivi

che vanno dai turbocompressori (a) per la

sovralimentazione dei motori a combustione

interna, ai motori aereonautici (c) fino ai ventilatori

o fan dei classici elettrodomestici (b).

Nonostante i costi di queste macchine possano

variare da 200-300 euro fino a qualche milione di

euro, i principi che stanno alla base della

progettazione di queste sono comuni a tutte.

I componenti fondamentali di una turbomacchina

sono le palettature che possono essere mobili o fisse

(blades quando si fa riferimento alle palettature

rotoriche e vanes quando si fa riferimento alle

palettature statoriche).

Le palettature mobili impartiscono una forza e una certa quantità di moto, la componente

tangenziale di questa forza è associata ad una certa coppia attorno all’asse della macchina.

Se le palettature sono rotanti a questa coppia è associata una certa potenza secondo la relazione

potenza = coppia x pulsazione.

Questa può essere una potenza motrice o una potenza operatrice.

Nelle turbomacchine il meccanismo fisico secondo la quale la coppia e la forza vengono generate e

scambiate è la deflessione del flusso, quindi generalmente il flusso viene deflesso, ovvero ne viene

cambiata la sua direzione per ottenere l’effetto utile desiderato.

In generale si può però affermare che le forza che la palettatura esercita sul fluido e viceversa

sono ottenute grazie ad una riduzione dell’area di passaggio ed a variazioni di raggio nel caso delle

macchine radiali.

I profili aerodinamici che si impiegano nelle turbomacchine, specialmente nei compressori assiali,

sono molto simili agli airfoil, ovvero ai profili impiegati nella aerodinamica esterna per realizzare le

ali degli aerei. Questo è legato al fatto che in passato siccome le conoscenze sull’aerodinamica

esterna erano maggiormente avanzate, ci furono numerosi tentativi che avevano lo scopo di

adottare le nozioni che si avevano a disposizioni per l’aerodinamica esterna ed applicarle a quella

interna. In generale però ci sono numerose differenze che fanno sì che la trattazione

dell’aerodinamica esterna ed interna non risultino equivalenti.

Una delle principali differenze è legata alla deflessione del flusso, infatti, mentre nel caso

dell’aerodinamica esterna questa è locale (poiché il flusso esterno è indisturbato) e già a poca

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distanza dal profilo aerodinamico il flusso ha riacquisito la propria condizione, nel caso di

aerodinamica interna la deflessione che si ottiene è permanente, la schiera di pale deflette il

flusso. Tale deflessione permane anche a distanza molto grandi rispetto alla schiera di palette.

Altra differenza importante è legata alla definizione delle condizioni esterne infatti mentre

nell’aerodinamica esterna è molto semplice definirle, poiché queste sono proprio le condizioni di

flusso indisturbato (T e P dell’aria all’altitudine cui si fa riferimento), nel caso dell’aerodinamica

interna le condizioni di riferimento sono le condizioni di ristagno, ovvero pressione totale e

temperatura totale in ingresso ad ogni schiera (poiché non possiamo definire un free-stream,

ovvero un flusso indisturbato).

Un’altra considerazione riguarda gli angoli di flusso, infatti mentre per un’ala questi risultano poco

variabili lungo l’ala stessa, quando si ha a che fare con una turbomacchina, specialmente un

compressore assiale, la variazione dell’angolo di flusso può essere anche molto rilevante.

Un altro aspetto ancora è quello legato alla resistenza aerodinamica indotta, nel caso

dell’aerodinamica esterna il flusso al fine di produrre una certa portanza deve sempre avere una

certa resistenza aerodinamica associata nota come drag. Nel caso di aerodinamica interna invece

non abbiamo a che fare con fenomeni di resistenza aerodinamica ma si ha lo sviluppo dei

cosiddetti flussi secondari i quali sono sinonimo di perdite.

L’ultimo aspetto è legato alla sperimentazione, infatti quando si parla di aerodinamica esterna si

realizzano delle gallerie del vento in cui si cerca di riprodurre il comportamento dell’ala di un

velivolo accoppiata con la fusoliera. In generale però è sempre difficile riprodurre un

comportamento reale poiché per quanto la galleria del vento sia grande c’è sempre una

determinata influenza delle pareti della galleria stessa sull’accuratezza dei risultati.

Per quanto riguarda invece l’aerodinamica interna la difficoltà sta principalmente nel riprodurre le

condizioni di perfetta periodicità. Generalmente infatti le palettature di un compressore o di una

turbina hanno una simmetria angolare, ovvero sono alloggiate su un albero e sono distribuite

uniformemente su 360° con un certo passo. Questo fa sì che se non ci sono distorsioni nel flusso in

ingresso e questo è perfettamente periodico allora ci si ritroverà un flusso perfettamente uguale

in ogni vano palare e perciò è come se si avesse a che fare con una schiera infinita di pale.

Questo in qualche modo limita la sperimentazione poiché nel caso in cui si vogliano testare

differenti profili non potendo andare a realizzare un prototipo a causa del costo elevato, l’unica

soluzione è adottare una schiera di pale rettilinea, ma poiché per riprodurre il comportamento di

una schiera rotorica sarebbe necessaria una schiera rettilinea ed infinta di palette allora è chiaro

che avremo una perdita di accuratezza nella sperimentazione.

Se si va ad analizzare il flusso all’interno di una turbomacchina ci si accorge subito che questo è di

tipo non stazionario. Questa caratteristica è legata all’interazione tra schiere rotoriche e statoriche

le quali inducono nel flusso una fluttuazione delle variabili del fluido nell’intero campo di moto

(P,T,v,….). Queste fluttuazioni possono essere distribuite su un campo anche molto ampio di

frequenze. È possibile inoltre individuare molto facilmente alcune frequenze caratteristiche come

la cosiddetta blade passing frequency, ovvero la frequenza di passaggio delle palette, che

dipenderà dal numero di palette dello stadio e dalla velocità di rotazione.

Altre frequenze di interesse possono essere dovute alla formazione di zone calde che provengono

dal combustore note come hot-spot. Esistono poi delle armoniche a frequenza ancora più basse

come quelle legate al transitorio della macchina, ma anche frequenza più elevate come quelle

associate al moto turbolento del flusso.

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Una importante osservazione che ci permette di capire come mai la non stazionarietà del flusso è

una condizione necessaria al funzionamento di una turbomacchina la si può ricavare dalla scrittura

dell’equazione dell’energia nella sua forma più elementare, ovvero per un flusso adiabatico

isoentropico, lungo una stream-line (linea di corrente). Sotto queste ipotesi l’equazione

dell’energia assume la forma seguente:

Dove in particolare rappresenta l’entalpia totale, p la pressione statica e ρ la densità.

0

In particolare, la derivata temporale dell’entalpia totale è pari al rapporto 1/densità per la derivata

parziale della pressione statica nel tempo. Questa ci dice sostanzialmente che affinché sia possibile

variare l’entalpia totale nelle turbomacchine è necessario che sia presente un campo di pressione

statica variabile nel tempo e perciò che il flusso sia non stazionario. Sappiamo inoltre che una delle

equazioni fondamentali delle turbomacchine è l’equazione di Eulero che ci dice che in condizioni

adiabatiche (nessun scambio termico) il lavoro specifico è uguale alla variazione di entalpia totale

specifica, dove quest’ultima può essere espressa mediante rappresentazione del triangolo di

velocità. Perciò se non si ha a che fare con un campo di pressione variabile nel tempo non sarà

neanche possibile avere a che fare con una variazione dell’entalpia totale specifica e perciò non

potremmo garantire uno scambio di lavoro tra fluido e macchina.

Molto spesso per valutare il lavoro specifico non si tiene conto del fatto che il flusso sia non

stazionario ma si tende a ignorare questa condizione ed usare i triangoli di velocità per valutare il

lavoro scambiato. Questo è reso possibile grazie al fatto che ci si può considerare solidali al

riferimento assoluto ed inerziale quando si va a studiare il flusso nello statore, mentre ci

metteremo nel sistema relativo non inerziale quando andiamo a studiare il flusso nella palettatura

rotorica. Sfruttando questo cambiamento del SDR si introducono i triangoli di velocità e si può

stimare il lavoro specifico andando a vedere le variazioni dei triangoli tra ingresso ed uscita della

macchina. Questo naturalmente introduce degli errori nel calcolo ma permettono di ottenere una

stima abbastanza corretta del lavoro scambiato.

Nell’immagine abbiamo a sinistra i triangoli di velocità del compressore centrifugo, mentre a

destra abbiamo un triangolo di velocità di un compressore assiale in cui è possibile valutare il

lavoro specifico come variazione della componente tangenziale della velocità assoluta, perciò

graficamente siamo in grado di valutare se il rotore sta facendo o meno lavoro.

Lo scambio di energia tra flusso e palettatura avviene mediante uno scambio di azioni di pressione

e sforzi di taglio sulla superficie palare. Si parla di sforzi normali per individuare le azioni di

pressione e sforzi tangenziali o di taglio per indicare gli sforzi associati alle azioni viscose.

Le perdite in generale sono associate alle componenti del tensore di stress tangenziali ovvero

associate agli sforzi di taglio. L’insieme di questi sforzi sono quelli responsabili della generazione

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delle forze nel sistema, se si volesse perciò determinare la forza risultante su una palettatura

statorica o rotorica sarebbe necessario conoscere tutte le distribuzioni di pressione e di sforzi di

taglio sulla superficie della palettatura (mediante integrazione si ricava la risultante).

Questo approccio fornisce un risultato esatto ma non è immediato conoscere la distribuzione delle

pressioni e degli sforzi di taglio sulla superficie palare (impossibile sperimentalmente), si deve

infatti ricorrere alla fluidodinamica computazionale per cui è possibile andare a discretizzare il

dominio di calcolo che si va ad analizzare, risolvere le equazioni del flusso attraverso i vani palari

(Navier- Stokes), ed infine ricavare la soluzione puntuale che ci dice come variano la pressione e gli

sforzi di taglio puntualmente. Sebbene sia possibile ricorrere ad approcci di questo tipo, si tratta di

una metodologia scomoda che richiede tempi di calcolo molto lunghi.

Un altro metodo integrale importante è quello basato sul volume di controllo nel quale si fa ad

effettuare un bilancio della quantità di moto. Il principio di conservazione della quantità di moto ci

dice che la variazione della quantità di moto attraverso un volume di controllo arbitrariamente

definito è uguale alla risultante delle forze che agisce sulla superficie del volume di controllo.

Se siamo perciò in grado valutare la variazione della quantità di moto attraverso la superficie

possiamo ricavare la risultante delle forze senza dover conoscere la distribuzione di pressione e di

sforzi di taglio puntuale. Naturalmente questo metodo fornisce risultati approssimativi e richiede

che siano soddisfatte alcune ipotesi importanti come quella di flusso stazionario, flusso uniforme

sulle superfici di controllo, e così via.

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1) Meccanismi di perdita all’interno di una turbomacchina:

Per capire quali sono i principali meccanismi di perdita nelle turbomacchine è ancora necessario

partire dallo studio dell’aerodinamica esterna, poiché storicamente i progettisti che si occuparono

dell’aerodinamica interna sono partiti dalle conoscenze già fondate dell’aerodinamica esterna.

In quest’ultima la misura dell’efficienza, che in questo caso è più una perdita di prestazioni è la

resistenza aerodinamica, ovvero il cosiddetto drag. In generale però l’obiettivo di un profilo alare

non è quello di ottenere una minima resistenza aerodinamica, ma quello di avere un valore

minimo del drag con un massimo valore di portanza. Quello che infatti stabilisce l’efficienza

aerodinamica è proprio il rapporto lift/drag.

Lo scopo del progettista è infatti l’ottenimento del massimo lavoro scambiato e delle minime

perdite. Inizialmente si cercò perciò di applicare la conoscenza della resistenza aerodinamica alle

palettature, il problema che si incontra però è legato al fatto che, al fine di definire un drag è

necessario definire anche una direzione preferenziale. Come sappiamo infatti nell’aerodinamica

esterna il drag è la forza che si oppone all’avanzamento quindi avremo a che fare con una

direzione di avanzamento, una forza diretta in tale direzione e con verso concorde

all’avanzamento stesso che è rappresentata dalla spinta fornita dai motori, una forza che si

oppone all’avanzamento che è proprio il drag ed infine un effetto utile rappresentato dalla

portanza diretta perpendicolarmente alla direzione di avanzamento.

Mentre nel caso dei flussi esterni la scelta della direzione prevalente del flusso è banale lo stesso

non vale nel caso di flussi interni, perché in generale in un flusso interno una forza che agisce nella

direzione del moto delle pale è essenziale poiché si abbia scambio di lavoro tra fluido e

palettatura. Tuttavia, questa forza è essenziale anche al fine di ottenere delle variazioni di

pressione. In generale in una turbomacchina non si ha a che fare con una direzione preferenziale

poiché questa varia localmente e le forze che agiscono in questa direzione risultano essenziali per

ottenere l’effetto desiderato e pertanto non possono essere definite come drag.

Oltre a quelli viscosi nel caso dell’aerodinamica interna ci sono numerosi altri contributi che

determinano effetti dissipativi. Tra questi si deve infatti tener presente che la quasi totalità dei

flussi con cui si ha a che fare nelle turbomacchine sono flussi disuniformi e presentano delle zone

in cui pressione e temperatura sono più o meno alte. La disuniformità in generale può essere

radiale o circonferenziale.

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Se si ha a che fare con un flusso disuniforme in maniera circonferenziale e si vuole a valle ottenere

un flusso che sia uniformato il processo di miscelamento è un processo che per flussi viscosi

determina delle perdite legate alle dissipazioni di energia e per effetto di tale dissipazione si ha un

incremento dell’entropia anche in assenza di superfici solide e di generazione di forze.

Dovremo perciò introdurre un concetto generale che ci consenta di studiare e descrivere le

perdite all’interno di una turbomacchina. La quantità che in generale ci permette di descrivere la

generazione delle perdite è quella grandezza nota come Entropia.

L’Entropia è una funzione di stato o termodinamica e rappresenta la quantità che ci consente di

determinare nella maniera più corretta la generazione delle perdite.

Quando si ha a che fare con una turbina per esempio l’efficienza isoentropica è valutabile come

rapporto tra lavoro reale e lavoro isoentropico, ovvero lavoro in assenza di perdite.

Da questa definizione si capisce che tutti gli effetti che ci allontanano da una condizione

isoentropica (ovvero da un mantenimento dell’entropia costante) sono quelli responsabili della

generazione delle perdite.

In generale l’entropia di un sistema può essere aumentata per due effetti principali:

• Mediante un meccanismo di scambio termico, se trasferisco calore al sistema questa

aumenterà, viceversa se sottraggo calore dal sistema questa può essere anche ridotta;

• Per irreversibilità di tipo termodinamico, ovvero per dissipazione di tipo viscoso;

Quando si studiano le turbomacchine molto spesso si fa l’ipotesi di flusso adiabatico, questo non

perché questa ipotesi viene sempre verificata ma perché è un’ipotesi di lavoro utile, ed

eventualmente gli effetti dello scambio termico possono essere aggiunti successivamente.

Quando perciò si sfrutta questa ipotesi la variazione di entropia è unicamente legata alle

irreversibilità di tipo termodinamico e ciò ci consente di semplificare il problema.

Le proprietà che rendono l’entropia “attraente” dal punto di vista dello studio delle

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mura07 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Turbomacchine e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Marconcini Michele.
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