LE TRASFORMAZIONI DELL'IMPRESA E I CONTESTI SOCIOISTITUZIONALI
Nell'economia di mercato l'impresa è l'unità fondamentale di organizzazione ed esercizio delle
attività economiche. A seconda della prospettiva essa è un soggetto economico, un complesso di
rapporti giuridicamente tutelati e un'organizzazione con un proprio governo, una propria gerarchia
di ruoli e rapporti di potere. La sociologia economica in particolar modo, considera l'impresa come
una istituzione fondamentale della società moderna, produttrice di senso e modelli cognitivi, che
produce società. Fra impresa è società vi è un legame di reciprocità, non solo l'impresa è inserita nel
contesto economico e sociale e da esso è condizionata, ma è vero anche il contrario cioè un tipo di
organizzazione modella il tipo di società. L'impresa ha una funzione di institutional builiding.
L'impresa cui si fa riferimento è la grande impresa, il tipo di organizzazione che ha modellato la
società novecentesca è la grande impresa fordista. Essa fu caratterizzata da un continuo processo di
crescita dimensionale, al punto tale da essere chiamata giant corporation. A loro volta la politica e la
società l'hanno addomesticata a strumento di politica economica e industriale. A partire però dagli
anni 70 si assiste in tutti i paesi industriali ad una progressiva riduzione dell'occupazione nella
grande impresa, che inverte il processo decennale di concentrazione occupazionale. Il processo di
riduzione occupazionale è indicatore di una crisi della grande impresa, ben presto rivelatasi crisi
dell'intero modello di produzione di massa fordista. Le vie di uscita dalla grande impresa vanno in
due direzioni: la prima, interna alle imprese, è volta a modificare l'organizzazione della produzione
e del lavoro e le strutture organizzative che si occupano della loro gestione; la seconda è imperniata
sulla diverticalizzazione produttiva ed il ricorso al mercato, modifica i confini dell'impresa
attraverso nuove forme di divisione del Lavoro. Come sappiamo, la grande impresa fordista prese
forma negli USA nel 900 a partire dai processi di concentrazione tecnico-produttiva indotti dai
progressi tecnologici e in quello della standardizzazione nell'industria pesante, infrastrutture,
manifatturiera. La concentrazione si verifica inglobando con fusioni o acquisizioni altre imprese
concorrenti che fabbricavano lo stesso prodotto (CONCENTRAZIONE ORIZZONTALE); oppure
collocate a monte o a valle del ciclo produttivo con effetti di INTEGRAZIONE VERTICALE del
ciclo stesso. Ai processi di concentrazione verticale e orizzontale è anche connessa la
trasformazione della grande impresa da familiare e imprenditoriale, in società per azioni e
manageriale (corporation) in quanto, a fronte degli investimenti ingenti richiesti per stare sul
mercato, la gestione individuale e familiare non garantiva più l'autonomia finanziaria e la gestione
razionale. Compaiono adesso, in sostituzione dell'imprenditore, le nuove figure di manager e
dirigenti a cui viene affidata la direzione delle imprese. Questi fattori portarono alla separazione fra
la proprietà ed il controllo dell'impresa.
Un tratto distintivo della grande impresa verticalmente integrata è l'organizzazione del lavoro
taylor-fordista. Il taylorismo sostituisce le routine dell'operaio di mestiere con lo studio scientifico
delle operazioni lavorative e dei movimenti per effettuarle, la misurazione del tempo esatto per lo
svolgimento e la loro ricomposizione in mansioni semplici e parcellizzate. Il lavoro diretto di
trasformazione perde ogni autonomia decisionale poiché la catena di montaggio ne vincola
definitivamente l'esecuzione dettandone il ritmo con la sua cadenza. Questa rivoluzione consentì
alle imprese di introdurre un enorme massa di lavoratori dequalificati, consentì una enorme
riduzione dei costi di produzione e dei tempi e di conseguenza dei prezzi dei prodotti finali sul
mercato, dando così avvio all'epoca della produzione e del consumo di massa. Il modello di
produzione di massa entra in crisi negli anni 70, quando vengono a maturazione una serie di fattori
esogeni ed endogeni. Nel primo caso rientrano lo shock petrolifero del 73 col conseguente rincaro
delle materie prime e la nuova incertezza caratterizzante i mercati finanziari con la svalutazione del
dollaro, l'instabilità dei cambi e quella dei tassi di interesse legata all'irrompere dell'inflazione.
D'altra parte, l'impresa fordista subisce una grave crisi interna: in una situazione occupazionale di
pieno impiego e dunque favorevole alla forza lavoro, esplode la critica sociale e si rafforza
l'opposizione operaia all'organizzazione del lavoro taylor-fordista. Nel complesso vengono meno le
condizioni che avevano assicurato il successo dell'impresa fordista.
Considerando invece le trasformazioni interne alla grande impresa, possiamo individuare due
percorsi di uscita dal fordismo: il neofordismo tecnologico e la produzione diversificata di qualità.
Negli anni 90 entrambe confluiscono nella via maestra della produzione snella di origine
giapponese. Il neofordismo tecnologico designa una strategia di flessibilità perseguita soprattutto in
settore automobilistico, basata sulla massiccia automazione della produzione resa possibile dai
progressi tecnologici. In alcune aree la catena di montaggio tradizionale viene sostituita da sistemi
di movimentazione di materiali oppure da sistemi di produzione in cui le operazioni di
trasformazione del prodotto vengono realizzate da linee automatizzate. Queste soluzioni consentono
di superare le rigidità del sistema tradizionale e di gestire in modo più flessibile il numero crescente
di modelli del prodotto sviluppati per fronteggiare l'accresciuta concorrenza sul mercato. La
tecnologia in questo caso assicura anche una maggiore qualità del prodotto ma d'altra parte questi
sistemi ad alto tasso di automazione producono una netta riduzione o la totale eliminazione dei posti
di lavoro diretto e la comparsa di un numero limitato di nuove figure di conduzione e regolazione
degli impianti a differente livello di qualificazione.
La produzione diversificata di qualità è il termine con il quale Streeck ha sintetizzato la via tedesca
di uscita dal fordismo negli anni 80. Si distingue dal neofordismo rispetto al maggiore tasso
innovativo sul terreno dell'organizzazione del lavoro. Nelle imprese tedesche veniva richiesta una
maggiore qualificazione alle nuove figure professionali, spesso combinata con soluzioni
organizzative, negoziate col sindacato, imperniate su gruppi di lavoro polifunzionali e a
composizione mista, tagliando i ponti col sistema tradizionale e aprendo nuove dinamiche di
riprofessionalizzazione del lavoro. Quella che maggiormente si è rivelata la via di uscita dal
fordismo è la produzione snella (lean production) di stampo giapponese, ben presto adottata dalle
imprese occidentali. La produzione snella riesce a rispondere all'esigenza di maggiore flessibilità di
risposta e maggiore qualità dell'offerta tramite due principi basilari: JUST IN TIME e il KAIZEN
(miglioramento continuo) i quali ribaltano la logica fordista. Il just in time organizza il flusso
produttivo in base al principio che ogni materiale o componente deve pervenire alle postazioni di
lavoro nell'esatto momento in cui è necessario alla produzione. Il ribaltamento risiede in questo caso
nella logica di programmazione della produzione. Nel modello fordista è il programma a generare il
mercato e a generare la produzione, nella lean production è il mercato che genera la produzione,
tirandola da valle a monte. Ne consegue una riduzione drastica dei magazzini a dimensioni minime,
quelle necessarie al transito di materiali, semilavorati dal fornitore alla linea di lavorazione o
montaggio. Ogni scorta, fonte di costi, è sinonimo di spreco perchè materiale non richiesto in quel
momento della produzione. Il principio del just in time non elimina la catena di montaggio, ma
estende il principio della concentrazione lineare oltre i confini aziendali, essendo il meccanismo
organizzativo che regola i rapporti con i fornitori. La rinuncia alle scorte se da un lato rende la
produzione snella, dall'altro la rende molto fragile poiché ogni inconveniente nei flussi di
approvigionamento e di produzione viene immediatamente alla luce ma rischia anche di bloccarli
altrettanto velocemente.
Il principio del kaizen è finalizzato a prevenire ed eliminare ogni fonte di errore, per evitare che
quanto detto sopra possa accadere. Anche in questo caso vi è un rovesciamento della logica fordista-
taylorista. Taylor infatti, pos
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