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A difesa della poesia - Percy Bysshe Shelley (traduzione)

Ragione e immaginazione

Secondo un modo di considerare quelle due classi di azione mentale, che sono chiamate ragione e immaginazione, la prima può essere considerata come la mente che contempla le relazioni sostenute da un pensiero all’altro, comunque prodotta, e la seconda, come la mente che agisce su quei pensieri in modo da colorarli con la propria luce e che compone da essi, come da elementi, altri pensieri, ognuno contenente in sé il principio della propria integrità.

Uno è il “to poiein”, o il principio di sintesi, e ha per i suoi oggetti quelle forme che sono comuni alla natura universale e all’esistenza stessa; l’altro è il “to logisein”, o principio di analisi, e la sua azione considera le relazioni delle cose semplicemente come relazioni; considerando i pensieri, non nella loro unità integrale, ma come rappresentazioni algebriche che conducono a determinati risultati generali. La ragione è l’enumerazione delle qualità già note; l’immaginazione è la percezione del valore di quelle qualità, sia separatamente sia come un insieme.

La ragione è all’immaginazione come lo strumento è all’agente, come il corpo è allo spirito, come l’ombra è alla sostanza.

La poesia e l'origine dell'uomo

La poesia, in senso generale, può essere definita “l’espressione dell’immaginazione”: e la poesia è connessa con l’origine dell’uomo. L’uomo è uno strumento su cui sono guidate una serie di impressioni esterne e interne, come le alterazioni di un vento in continua evoluzione su una lira eolica, che lo spostano con il loro movimento verso una melodia in continua evoluzione.

Ma esiste un principio all’interno dell’essere umano, e forse all’interno di tutti gli esseri senzienti, che agisce diversamente che nella lira, e produce non solo la melodia, ma l’armonia, attraverso l’aggiustamento interno dei suoni o dei movimenti, eccitando così le impressioni che li eccitano. È come se la lira potesse adattare i suoi accordi ai movimenti di ciò che li colpisce, in una determinata proporzione di suono; anche se il musicista può accomodare/adattare la sua voce al suono della lira.

Un bambino che gioca da solo esprimerà la sua gioia con la sua voce e i suoi movimenti; e ogni inflessione di tono e ogni gesto avranno una relazione esatta con un anticipo corrispondente nelle piacevoli impressioni che lo hanno risvegliato; sarà l’immagine riflessa di quell’impressione; e mentre la lira trema e suona dopo che il vento si è spento; così il bambino cerca, prolungando nella sua voce e nei movimenti la durata dell’effetto, (cerca) di prolungare anche la coscienza della causa.

In relazione agli oggetti che deliziano un bambino, queste espressioni sono ciò che la poesia è per gli oggetti superiori. Il selvaggio (il selvaggio è per secoli quello che il bambino è per anni) esprime le emozioni prodotte in lui dagli oggetti circostanti in modo simile; e il linguaggio e il gesto, insieme all’imitazione plastica o pittorica, diventano l’immagine dell’effetto combinato di quegli oggetti, e della sua comprensione di essi.

L’uomo nella società, con tutte le sue passioni e i suoi piaceri, diventa successivamente l’oggetto delle passioni e dei piaceri dell’uomo; un’ulteriore classe di emozioni produce un tesoro aumentato di espressioni; e il linguaggio, il gesto, e le arti imitative diventano immediatamente la rappresentazione e il mezzo, la matita e il quadro, lo scalpello e lo statuto, l’accordo e l’armonia.

Sviluppo delle simpatie sociali

Le simpatie sociali, o quelle leggi dalle quali, come dai suoi elementi, risulta la società, iniziano a svilupparsi dal momento in cui due esseri umani coesistono; il futuro è contenuto nel presente, come la pianta nel seme; e uguaglianza, diversità, unità, contrasto, dipendenza reciproca, diventano i soli principi in grado di offrire i motivi secondi i quali la volontà di un essere sociale è determinata dall’azione, in quanto è sociale; e costituiscono piacere nella sensazione, virtù nel sentimento, bellezza nell’arte, verità nel ragionamento e amore nei rapporti di natura.

Quindi gli uomini, anche nell’infanzia della società, osservano un certo ordine nelle loro parole e azioni, distinto da quello degli oggetti e delle impressioni da essi rappresentati, essendo tutte le espressioni soggette alle leggi di ciò da cui procede. Ma respingiamo quelle considerazioni generali che potrebbero comportare un’indagine sui principi della società stessa, e limitiamo la nostra visione al modo in cui l’immaginazione si esprime sulle sue forme.

Nella gioventù del mondo, gli uomini ballano e cantano e imitano gli oggetti naturali osservando in queste azioni, come in tutte le altre, un certo ritmo o ordine. E, sebbene tutti gli uomini osservino un simile, non osservano lo stesso ordine, nei movimenti della danza, nella melodia della canzone, nelle combinazioni di un linguaggio, nelle serie delle loro imitazioni di oggetti naturali.

Perché esiste un certo ordine o ritmo che appartiene a ciascuna di queste classi di rappresentazione mimetica, da cui l’ascoltatore e lo spettatore ricevono un piacere più intenso e più puro che da qualsiasi altro: il senso di un’approssimazione a questo ordine è stato chiamato gusto dagli scrittori moderni. Ogni uomo nell’infanzia dell’arte osserva un ordine che si avvicina più o meno a quello da cui deriva questa più alta delizia: ma la diversità non è sufficientemente marcata, in quanto le sue gradazioni dovrebbero essere sensate, tranne nei casi in cui il predominio di questa facoltà di approssimazione al bello (perché così potremmo essere autorizzati a nominare la relazione tra questo piacere più alto e la sua causa) è molto grande.

Quelli in cui esiste l’eccesso sono i poeti, nel senso più universale della parola; e il piacere derivante dal modo in cui esprimono l’influenza della società o della natura sulla propria persona (mente), si comunica agli altri, e raccoglie una sorta di riduplicazione da quella comunità. Il loro linguaggio è di vitale importanza metaforico; cioè segna le relazioni prima incomprese delle cose e perpetua la loro apprensione, fino a quando le parole che le rappresentano non diventano, nel tempo, segni di porzioni di classi di pensieri anziché immagini di pensieri integrali; e quindi se non dovessero sorgere nuovi poeti per creare nuovamente le associazioni che sono state così disorganizzate, il linguaggio sarebbe morto per tutti gli scopi più nobili del rapporto umano.

Queste similitudini o relazioni sono finemente definite da Lord Bacon come “le stesse orme della natura impresse sui vari soggetti del mondo” [“De Augment. Scient.,” cap.I, lib.III] - e egli considera la facoltà che li percepisce come il magazzino degli assiomi comuni a tutte le conoscenze.

Nell’infanzia della società ogni autore è necessariamente un poeta, perché il linguaggio stesso è poesia; ed essere un poeta significa comprendere il vero e il bello, in una parola, il bene che esiste, sussistendo, prima in relazione tra esistenza e percezione, e poi tra percezione e espressione.

Ogni linguaggio originale vicino alla sua fonte è in sé il caos di una poesia ciclica: l’abbondanza della lessicografia e le distinzioni della grammatica sono le opere di un’epoca successiva, e sono semplicemente il catalogo e la forma delle creazioni della poesia.

Ma i poeti, o quelli che immaginano ed esprimono questo ordine indistruttibile, non sono solo gli autori del linguaggio e della musica, della danza, e dell’architettura, e della statuaria, e della pittura: sono gli istitutori delle leggi, i fondatori della società civile, gli inventori delle arti della vita, e gli insegnanti, che attingono a una certa vicinanza con il bello e con il vero quella parziale apprensione delle agenzie del mondo invisibile che si chiama religione.

Quindi tutte le religioni originali sono allegoriche o sensibili all’allegoria, e, come Janus, hanno una doppia faccia di falso e vero. I poeti, in base alle circostanze dell’età e della nazione in cui apparivano, venivano chiamati, nelle epoche precedenti del mondo, legislatori o profeti: un poeta essenzialmente comprende/include e unisce entrambi questi personaggi.

Poiché non solo vede intensamente il presente così com’è, e scopre quelle leggi in base alle quali le cose presenti dovrebbero essere ordinate, ma vede il futuro nel presente, e i suoi pensieri sono i germi del fiore e del frutto degli ultimi tempi.

Non che io affermi che i poeti siano profeti nel senso grossolano della parola, o che possano predire la forma con la stessa certezza con cui anticipano lo spirito degli eventi: tale è la pretesa della superstizione, che renderebbe la poesia un attributo della profezia, piuttosto che la profezia un attributo della poesia. Un poeta partecipa all’eterno, all’infinito e all’uno; per quanto riguarda le sue concezioni, il tempo, il luogo e il numero non lo sono.

Le forme grammaticali che esprimono gli umori del tempo, la differenza delle persone e la distinzione del luogo, sono convertibili con rispetto alla più alta poesia senza ferire essa come poesia; e i cori di Eschilo, e il libro di Giobbe, e il “Paradiso” di Dante avrebbero fornito, più di ogni altro scritto, esempi di questo fatto, se i limiti di questo saggio non vietassero la citazione. Le creazioni di scultura, pittura e musica sono illustrazioni ancora più decisive.

Lingua, colore, forma e abitudini di azioni religiose e civili, sono tutti gli strumenti e i materiali della poesia; possono essere chiamati poesia da quella figura retorica che considera l’effetto come sinonimo della causa. Ma la poesia in un senso più ristretto esprime quelle disposizioni del linguaggio, e in particolare il linguaggio metrico.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/10 Letteratura inglese

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