Parte Terza: Dei principi della politica cristiana
Mentre i diritti del potere sovrano e i doveri dei sudditi sono derivabili dai principi naturali insiti nella natura umana, i diritti di uno Stato Cristiano (diritti dei governatori degli stati cristiani e doveri dei sudditi cristiani) devono basarsi sulla parola di Dio espressa dai profeti, senza però rinunciare del tutto ai sensi, all’esperienza e alla ragione naturale – trattandosi di facoltà che Dio stesso ha concesso agli uomini per consentire loro di impiegarli al fine del perseguimento della giustizia, della pace e della vera religione.
Nella parola divina ci sono parecchie cose al di sopra della ragione naturale (la quale non può né confutarle né dimostrarle), ma non c’è nulla di contrario ad essa: quando sembra che sia così, ciò dipende da una nostra interpretazione o ragionamento errati. Quando dunque troviamo passi troppo difficili, non dobbiamo metterne in discussione la fondatezza mediante le nostre facoltà razionali, ma assoggettare l’intelletto ad essi: ma non nel senso di sottometterlo all’opinione di qualche altro uomo, bensì di assoggettare la volontà di obbedire.
Dio può parlare agli uomini o immediatamente o per la mediazione di un altro uomo al quale egli ha già parlato immediatamente. In che modo Dio parla immediatamente ad un uomo può essere inteso facilmente da quelli ai quali ha parlato così, ma è difficile o impossibile che altri lo capiscano: infatti, se un uomo pretende che Dio gli ha parlato soprannaturalmente e immediatamente, costui non ha argomenti per convincere chi dubita di ciò.
Se però costui è il mio sovrano, egli può obbligarmi all’obbedienza, in modo che io non dichiari con atti o parole di non credergli, ma certo non può obbligarmi a pensare altro da ciò che la mia ragione mi suggerisce. Ma se uno che non ha tale autorità su di me pretendesse la stessa cosa, niente esige che io gli creda o gli obbedisca: Bibbia, sogno, visione, voci, ispirazione soprannaturale; in nessuno di questi casi ci sono ragioni naturali e sufficienti per provarne la fondatezza; e sebbene Dio possa servirsi di ognuno dei casi suddetti per parlare agli uomini, tuttavia non obbliga nessuno a credere che abbia fatto così nei confronti di chi pretende una tale cosa, poiché costui, essendo un uomo, può mentire ed errare.
Come riconoscere un vero profeta
Ma come si fa allora a capire se una persona è davvero un profeta? I contrassegni di un profeta sono due, che si ricavano dalla Bibbia e devono verificarsi insieme (separatamente non sono sufficienti): fare miracoli; non insegnare una religione diversa da quella già stabilita (predicazione della dottrina conforme alla Legge).
Dio non vuole che i soli miracoli servano come argomenti per provare la vocazione del profeta (anche i maghi egiziani ne facevano), ma come un esperimento della costanza del nostro attaccamento a Lui; se il miracolo tende a suscitare una rivolta contro il re o colui che governa per autorità del re, chi fa tali miracoli dev’essere considerato come una persona mandata per saggiare la fedeltà dei sudditi: infatti, “Signore Vostro Iddio” equivale a Vostro Re, dal momento che gli Ebrei avevano fatto Dio loro re mediante un patto sul Sinai e Dio li reggeva solo per mezzo di Mosè, che era il solo a parlare con Dio, dichiarando al popolo, di volta in volta, i comandamenti divini.
Analogamente, dopo che Cristo venne riconosciuto come Messia dai suoi discepoli, avvertì questi del pericolo dei miracoli, in particolare della venuta di falsi Cristi e falsi profeti che faranno prodigi e miracoli, alle cui parole però non bisogna credere: da ciò capiamo che anche i falsi profeti possono avere il potere di fare miracoli. Inoltre, S. Paolo dice ai Galati che se lui stesso o un angelo dal cielo avessero predicato loro un Vangelo diverso da quello che lui aveva predicato, costui doveva essere maledetto.
E poiché il Vangelo di S. Paolo era che Cristo era Re, di conseguenza ogni predicazione contraria al potere del re che si è ricevuto è maledetta da S. Paolo stesso, dal momento che le sue parole erano rivolte a coloro che, mediante la sua predicazione, avevano ricevuto Gesù come il Cristo, ossia come Re dei Giudei.
Se un uomo che non insegna una falsa dottrina pretendesse di essere un profeta senza però fare alcun miracolo, costui non dev’essere considerato un profeta. Le predizioni dei profeti devono avverarsi o immediatamente o in un tempo non differito a lungo, altrimenti il contrassegno del miracolo è inutile. Poiché nel presente mancano miracoli, non abbiamo segni che ci consentano di riconoscere le pretese rivelazioni o ispirazioni di un uomo privato, e non siamo dunque obbligati a credere ad una dottrina diversa da quella presente nella Bibbia, la quale supplisce e compensa la mancanza di ogni altra profezia ed è sufficiente a farci dedurre, mediante un’adeguata interpretazione e senza bisogno di una ispirazione soprannaturale, tutte le regole e i precetti necessari alla conoscenza del nostro dovere verso Dio e verso gli altri uomini.
Del numero, dell’antichità, dello scopo, dell’autorità e degli interpreti dei libri della Bibbia
Per libri della Sacra Scrittura s’intendono le regole della vita cristiana. Nella Scrittura non sono determinate quali leggi ogni re cristiano non debba costituire nei suoi domini, tuttavia sono determinate quali leggi egli debba costituire. Dal momento che i sovrani sono i soli legislatori nei loro domini, in ogni nazione sono (legge) solo quei libri che sono stabiliti come tali dall’autorità sovrana.
Pur essendo vero che Dio è il sovrano assoluto al quale ogni suddito deve obbedienza assoluta, spetta al sovrano stabilire e Dio ha detto: a meno che i sudditi non lo sappiano per una rivelazione soprannaturale, essi ne sono a conoscenza per mezzo della ragione naturale, che li guida ad obbedire all’autorità dei loro legittimi sovrani. Conformemente a tale obbligo, Hobbes riconosce come Sacra Scrittura solo i libri del Vecchio Testamento riconosciuti dalla Chiesa anglicana; quanto ai libri del Nuovo Testamento, essi sono egualmente riconosciuti come canone da tutte le chiese e sette cristiane.
Chi siano gli scrittori originali dei diversi libri biblici non è desumibile in modo evidente da alcuna testimonianza né dalla ragione naturale, pertanto occorre affidarsi alle informazioni riportate nei testi stessi, i quali non indicano chi fossero i loro scrittori, però sono utili a farci conoscere il tempo in cui furono scritti. Non bisogna lasciarsi ingannare dal titolo del libro: nei titoli dei libri, infatti, è designato il soggetto tanto spesso quanto lo è lo scrittore: non basta il fatto che il Pentateuco sia chiamato i cinque libri di Mosè per provare che questi ne fu l’autore; infatti, secondo la discussione portata avanti da Hobbes, Mosè non ne fu l’autore, poiché il Pentateuco fu scritto dopo il suo seppellimento.
Gli scrittori del Nuovo Testamento, invece, o avevano visto Cristo o ne erano stati discepoli, ad eccezione di S. Paolo e S. Luca. La Chiesa ricevette, riunì e approvò i libri del Nuovo Testamento come scritti da quegli apostoli e discepoli sotto cui i nomi vanno soltanto diverso tempo dopo. La prima enumerazione di tutti i libri biblici è nei Canoni degli Apostoli, che si suppone siano stati riuniti da Clemente; essendo ciò una supposizione ed oggetto di discussione, il concilio di Laodicea (346 d.C.) è il primo che sappiamo abbia raccomandato la Bibbia alle chiese cristiane di allora, come gli scritti dei profeti e degli apostoli.
In questo tempo, nei dottori della Chiesa prevaleva l’ambizione, ma Hobbes si ritiene persuaso del fatto che essi, che soli possedevano le copie dei libri del Nuovo Testamento, non abbiano falsificato le Scritture, perché se avessero avuto una simile intenzione, le avrebbero modificate rendendole più favorevoli al loro potere sulla sovranità civile. Nonostante i libri biblici siano stati scritti da uomini diversi, tuttavia è manifesto che gli scrittori erano tutti investiti da un solo e stesso spirito, in quanto miravano a un solo e stesso fine: rendere noti i diritti del regno di Dio.
La Bibbia, in ultima analisi, ha un solo scopo: convertire gli uomini all’obbedienza di Dio: in Mosè e nei preti; nell’uomo Cristo; negli Apostoli e nei successori al potere apostolico (dal giorno della Pentecoste fino ad oggi). Questi tre rappresentarono, in diversi tempi, la persona di Dio.
Domande sulla Bibbia
Oggetto di discussione è: come sappiamo che la Bibbia è la parola di Dio? E perché crediamo che lo sia? In altre parole, da dove la Scrittura deriva la sua autorità?
La questione è formulata in modo errato, poiché: i credenti credono che l’autore primo e originale della Scrittura è Dio; è manifesto che nessuno può conoscere esattamente che essa è la parola di Dio (anche se i veri cristiani lo credono), ad eccezione di quelli ai quali Dio lo ha rivelato in modo soprannaturale; quanto al credere che sia effettivamente la parola di Dio, dal momento che si crede per ragioni diverse, non si può fornire una risposta valida per tutti.
La questione, posta in termini corretti, è piuttosto: da quale autorità la Scrittura è resa legge? Se la Scrittura non differisce dalle leggi di natura, la sua autorità è quella di tutte le altre dottrine morali consone alla ragione naturale, i cui dettami non sono resi legge, ma sono eterni.
Se invece essa è resa legge da Dio stesso, essa avrà valore di legge solo per quelli ai quali Dio l’ha resa nota in modo che nessuno possa scusarsi dicendo che non sapeva che era sua: perciò colui al quale Dio ha rivelato soprannaturalmente che la Scrittura era sua legge, o che quelli che l’hanno resa nota come tale erano mandati da Lui, non è obbligato ad obbedire alla Scrittura da nessuna autorità che non sia quella del sovrano, che è il solo detentore del potere legislativo.
Ma se non è lui l’autorità che conferisce valore di legge alla Scrittura, ciò dev’essere fatto da qualche altra autorità derivata da Dio: se è privata, tale autorità obbliga solo colui al quale Dio ha rivelato la sua legge divina, poiché in caso contrario, se dovessimo credere obbligatoriamente a prendere come legge di Dio ciò che un uomo, sulla base di una pretesa ispirazioni o rivelazione privata, ci imponesse, sarebbe impossibile riconoscere una qualsiasi legge divina.
Se invece l’autorità è pubblica, essa è l’autorità dello Stato o della Chiesa: se la Chiesa è una persona unica, è la stessa cosa di uno stato cristiano: Chiesa e Stato cristiano sono infatti la stessa cosa, dal momento che lo Stato è l’unione di uomini in una persona unica, che è il loro sovrano, mentre la Chiesa è l’unione di cristiani in un unico sovrano cristiano.
Se invece la Chiesa non è una persona unica, non ha autorità, pertanto non può comandare alcunché, non avendo alcun potere, diritto, ragione o voce su qualcosa – trattandosi di tutte qualità personali. Ora, ci sono due situazioni: se i cristiani non sono tutti contenuti in un unico Stato, essi non formano una persona unica, e dunque non c’è una Chiesa universale che abbia autorità su di loro e che con la sua autorità possa rendere legge la Scrittura; se, al contrario, c’è uno stato unico, tutti i monarchi e gli stati cristiani sono persone private soggette a un sovrano universale di tutta la cristianità.
La questione dell’autorità della Scrittura si riduce quindi al comprendere se, negli stati cristiani, i re cristiani sono assoluti nei loro territori, pur essendo sotto di Dio, oppure se sono soggetti a un Vicario di Cristo, costituito sopra la Chiesa universale, che abbia l’autorità di fare dei sudditi quel che ritiene più opportuno per il bene comune.
Del significato di spirito, angelo e ispirazione nei libri della Scrittura
Prima di procedere oltre nella discussione del regno di Dio, Hobbes ritiene necessario determinare dalla Bibbia il significato delle parole "corpo” e “spirito” in modo che quanto da esse inferirà successivamente sarà chiaro.
Corpo, in generale, significa ciò che occupa un certo spazio o un luogo immaginato e non dipende dall’immaginazione, ma è una parte reale dell’universo (esso è l’aggregato di tutti i corpi, pertanto ogni sua parte è corpo; e ogni corpo, viceversa, è parte dell’universo).
Dal momento che i corpi sono soggetti a cambiare, ragion per cui appaiono in vario modo ai sensi delle creature viventi, essi sono detti pure sostanze, vale a dire soggetti a vari accidenti. Sostanza e corpo quindi significano la stessa cosa: ne consegue che dire sostanza incorporea è assurdo come dire corpo incorporeo.
La gente comune non riconosce che tutto l’universo sia corporeo, ma ritiene che lo siano solo quelle parti di esso esperibili coi sensi del tatto e della vista; perciò l’aria e le sostanze aeree non sono considerate corpi, ma, tutte le volte che si manifestano sensibilmente, nel linguaggio comune vengono chiamate vento, soffio o spirito.
Quest’ultima parola ha pure significati metaforici, come quando si dice “spirito di saggezza” invece di “grande saggezza”, ma nel linguaggio comune il suo significato proprio è “corpo sottile, fluido e invisibile” o “fantasma dell’immaginazione”. Hobbes non individua altri significati della parola in questione, perciò ritiene che nei passi biblici in cui ricorre il termine “spirito” e in cui non è possibile intenderlo con i significati enunciati sopra, occorre sottomettersi e non opinare, dal momento che l’intendimento del passo eccede l’intelletto umano, come quando si dice che Dio è uno Spirito: la natura di Dio, ciò che Egli è, è infatti incomprensibile per l’uomo, il quale può solo comprendere che Egli esiste; pertanto, gli attributi che gli uomini gli riferiscono, non designano la natura divina, ma hanno semplicemente lo scopo di onorarla con quei termini che sul piano umano sono stimati come più onorevoli.
Discutendo alcuni passi biblici, Hobbes rileva come “Spirito di Dio”, a seconda del caso, significhi diverse cose (vento o soffio, doni straordinari dell’intelletto concessi da Dio, etc.).
Con il nome di angelo viene significato generalmente un messaggero di Dio, col quale, a sua volta, viene significato qualcosa che manifesta in modo straordinario la potenza di Dio, specialmente tramite un segno o una visione. Sulla creazione degli angeli non c’è nulla nella Scrittura. In essa viene spesso ripetuto che gli angeli sono spiriti, col qual nome, sia nella Scrittura che nel linguaggio comune, viene significato talvolta “corpi sottili” (quali l’aria, il vento, gli spiriti animali e vitali delle creature viventi) e talvolta le immagini che sorgono nella fantasia, nei sogni e nelle visioni: tali apparizioni, benché non siano sostanze reali ma accidenti del cervello, se Dio le ha fatte sorgere in modo soprannaturale per significare la sua volontà, sono propriamente denominate messaggeri di Dio, ossia suoi angeli.
Infatti, come i pagani ritenevano che le immagini del cervello fossero cose sussistenti realmente fuori di essi e indipendenti dalla fantasia (tanto che parlavano di sostanze incorporee quali i demoni), così i Giudei, senza essere costretti da qualche passo del Vecchio Testamento, avevano l’opinione che quelle apparizioni, di cui Dio talvolta si serviva ed erano perciò chiamate suoi angeli, fossero anch’esse sostanze indipendenti dalla fantasia e creature divine; quelle ritenute buone, erano dette angeli di Dio; quelle ritenute cattive, angeli o spiriti cattivi.
Ma dall’analisi di alcuni passi dell’Antico Testamento in cui sono menzionati gli angeli, Hobbes comprende che, nella maggior parte di essi, con la parola “angelo” s’intende in realtà Dio stesso o un’immagine soprannaturalmente sorta nella fantasia per significare la speciale presenza di Dio nell’esecuzione di qualche opera soprannaturale: per es., le colonne di fuoco e di nuvole che guidarono l’esercito di Israele fino al mar Rosso erano propriamente un angelo, poiché non è la forma, ma il fatto di essere significazioni della presenza di Dio in operazioni soprannaturali a fare degli angeli quel che sono.
In tutta la Bibbia non c’è alcun passo col quale si possa provare che gli angeli sono cose permanenti e incorporee: essi sono sì permanenti, ma corporei come risulta dalla condanna degli angeli cattivi al fuoco eterno, il quale può applicarsi solo nei confronti di sostanze soggette a patimento, ossia corporee.
Considerando il significato della parola angelo nel Vecchio Testamento, Hobbes è incline a pensare che gli angeli siano apparizioni soprannaturali della fantasia fatte sorgere da Dio per rendere nota la sua presenza e i suoi comandamenti all’umanità e principalmente al suo popolo; ma alcuni passi del Nuovo Testamento lo hanno convinto a riconoscere l’esistenza di angeli sostanziali e anche permanenti: tuttavia, dalla Bibbia non si può trarre la credenza che tali angeli non siano in alcun luogo e che quindi non siano nulla, come indirettamente dicono quelli che li ritengono incorporei.
Il significato della parola ispirazione dipende da quello della parola spirito: in senso proprio, significa il soffiare in un uomo qualche aria o vento lieve e...
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