Ma Bohème - pag. 35 (dispensa)
Questa poesia è stata scritta intorno al 1870, ma pubblicata solo
successivamente nel 1889, e quindi conosciuta molto tardi.
La parola “bohème”, che è presente nel titolo, nell’Ottocento ha due versioni,
una con l’accento circonflesso e una invece con l’accento grave, due versione
che avevano anche due significati diversi.
Il suo primo significato è “Boemia”, nome geografico di una regione dell’est
dalla quale provenivano gli zigani; il secondo significato di questa parola fa
invece riferimento ad una vita vagabonda, esattamente come gli zigani che
sono nomadi.
Nel manoscritto di Rimbaud non è chiaro se si faccia riferimento ad uno o l’atro
significato e molto probabilmente la non precisazione è voluta dallo stesso
autore.
Nasce inoltre proprio in questo periodo anche il gruppo di quegli artisti che
vivono nei quartieri diffamati di Parigi, bevendo assenzio, fumando hashish: da
questo momento si pensa al “bohémien” in questo modo.
Anche la parola “fantaisie”, che compare come sottotitolo di questa poesia, ha
come suo primo significato quello di composizione musicale che è slegata da
regole precise (Dictionnaire Larousse) e che nasce nell’500, trasferendosi
anche alla poesia (es. Banville nel 1862 fonderà la Revue Fantaisiste per
ospitare componimenti poetici che giochino sulle forme, riprendendo forme
medievali, giocando sulla lunghezza dei versi e liberandosi dalla forma classica
dell’alessandrino).
Con quo sottotitolo Rimbaud ci sta avvisando che si è permesso con “Ma
Bohème” di scrivere una poesia che fosse libera da vincoli e da forme definite,
standard; vagabonderà quindi nella forma e nel contenuto, nonostante esso sia
un sonetto, forma poetica classica.
I campi semantici che ritroviamo in “Ma Bohème” sono:
prima quartina: il verbo “aller” ricorre due volte in quattro versi indicando
- movimento, relazione dinamica che però non muove verso qualche luogo,
ma è un andare senza meta, in modo assoluto (l’unico luogo che viene
citato è il “cielo” che però è un luogo-non luogo); altro campo semantico
ripetuto due volte è quello dell’abbigliamento con “tasche” e “cappotto”;
altro tema è quello della poesia ripreso due volte con “Muse” e “idéal”;
seconda quartina: ritroviamo il tema dell’abbigliamento con “culottes”;
- ma anche il tema del movimento con “Petit Poucet”, personaggio che va
e che lascia dietro di sé delle molliche di pane, mentre il poeta lascia
dietro di sé le rime (tema della poesia); altro tema è quello del cielo dato
anche dalla presenza delle stelle (il poeta in questa quartina dice di
dormire fuori: nel francese corrente “dormire fuori” si dice in realtà
“dormir à la belle étoile”);
In entrambe le quartine si fa riferimento anche al vagabondaggio: sia il
movimento che non ha una meta precisa, ma addirittura un non-luogo (cielo),
ma anche l’abbigliamento che è liso.
Il poeta si mette così in ascolto del cielo e delle stelle (sinestesia = le stelle di
solito si guardano, mentre qui Rimbaud le ascolta).
prima terzina: essa inizia con “et”, fatto inaudito per la poesia
- tradizionale; troviamo un nuovo campo semantico che quello del
sensoriale: l’assoluto deve essere sentito fisicamente per Rimbaud, in
quanto non c’è la separazione tra il mondo in cui viviamo e l’assoluto, ma
siamo immersi nell’assoluto;
seconda terzina: questa inizia con una relativa, anche questo fatto è
- strano per essere un sonetto; viene ripreso nuovamente il tema della
poesia (“rimant”) e il campo semantico della fantasia. Qui viene anche
inserita una similitudine tra le scarpe del poeta e la poesia che si fonda
sull’uso della metonimia, che attraverso gli elastici rappresenta la lira.
C’è anche un’ipallage, cioè una figura retorica che attribuisce ad un
oggetto inanimato delle sensazioni ed emozioni umane.
Viene poi ripreso il tema dell’abbigliamento e del vagare con l’immagine
delle “scarpe”.
In questa poesia il tema della poesia viene trattato in maniera circolare, che,
come il tema del vestiario, del movimento e del vagabondare, viene
continuamente ripreso.
Come comprendiamo quindi dai temi trattati, il titolo “Ma Bohème” fa
riferimento all’io poetico stesso che entra nella Grande Orsa e si mette in
ascolto del cielo.
Dal punto di vista formale “Ma Bohème” si distacca molto da quelle che sono le
regole della poesia classica: vengono usati dei termini e delle similitudini che
nella poesia tradizionale e classica non sarebbero mai state usati (associare la
poesia alle scarpe del poeta; usare termini come “frou-frou” e “Oh! Là là!” –che
tra l’atro aumenta il numero degli accenti in modo esponenziale per essere un
alessandrino).
Per quanto riguarda le rime, la metrica classica sosteneva che le rime
dovevano essere costituite da due parole appartenenti a due campi semantici
affini o comunque allo stesso campo semantico: in questa poesia invece questo
spesso non avviene (come per esempio la rima tra “frou-frou” e “trou”).
Anche dal punto di vista semantico la poesia non segue le regole della poesia
classica: la rime ad esempio non si sgranano, cosa che invece si fa per esempio
con le spighe.
I temi vengono ripresi, come abbiamo detto, in modo circolare e per essere
ripresi hanno bisogno delle strutture linguistiche, nulla è casuale, ma ogni
elemento linguistico è lì per un motivo ben preciso.
Le Bateau Ivre - pag. 37 (dispensa)
Questo componimento viene realizzato da Rimbaud attorno al
settembre-ottobre 1871.
La struttura narrativa di “Le bateau ivre” riprende esattamente la struttura
dialettica della Lettre, trasferendola da un livello puramente ideologico-teorico
ad un livello lirico-narrativo.
L’unica differenza tra la Lettre e questo poema sta nel fatto che mentre la
Lettre enuncia in terza persona la vicenda del Veggente, con il “Le batau ivre”
Rimbaud passa invece alla prima persona: colui che parla in questo
componimento è protagonista diretto dell’esperienza della veggenza (anche l’io
parlante non è Rimbaud stesso).
Per il resto questo componimento ripete esattamente la struttura e la dinamica
della Lettre, infatti vengono riproposti tutti i passaggi del viaggio verso la
veggenza, che già Rimbaud spiega nella Lettre: lo stato di schiavitù storica; la
violenza selvaggia del dérèglement e della distruzione di ogni norma; l’arrivo
all’alba della vita dello spirito e alla veggenza; e dopo l’esaltazione visionaria,
lo schianto dell’impresa sovrumana.
La prima fase dello stato di schiavitù e la seconda del dérèglement sono
sintetizzate nei primi 20 versi; successivamente oltre 60 versi sono dedicati
alle visioni sovrumane che caratterizzano la parte dedicata alla veggenza.
In articolare nel campo dell’Ignoto, comprendiamo di non essere più nella
realtà: lo capiamo anche dal linguaggio che viene usato, con la creazione di
strutture verbali completamente irrealistiche, senza senso che non sia quello
della creazione, verbale (idea di Imagination di Baudelaire, che è in grado di
assemblare e ricreare il mondo assoluto, ignoto, dell’arte).
Tra i due diversi testi si realizza quindi una sorta di passaggio dalla potenza
all’atto: mentre nella Lettre le visioni e il linguaggio sono solo teorizzati, in “Le
bateau ivre” essi sono divenuti le visioni e il linguaggio del battello inebriato.
Quando parliamo di linguaggio dobbiamo tornare a quel passaggio della Lettre
in cui Rimbaud dice che l’Inconnu ha necessariamente bisogno di un linguaggio
adatto ad esprimerlo e rappresentarlo.
Rimbaud parla più precisamente di “forma”, ma con questo termine si può
intendere sia “metrica” che “retorica”.
Ad esempio Rimbaud critica Baudelaire per aver utilizzato della forme vecchie,
non adatte quindi a rappresentare l’Assoluto.
In realtà, se prendiamo “Le bateau ivre” ci accorgeremo che dal punto di vista
metrico è Rimbaud è ancora legato allo schema dominante, quello parnassiano:
il bateau è parnassiano per le sue rime che sono incrociate, ricche, con
l’alternanza rime maschili e femminili, i versi sono poi esattamente cento.
Dovrà quindi trascorrere una fase di maturazione perché Rimbaud giunga
effettivamente nella pratica a ciò che ha teorizzato nella Lettre del 1871.
Voyelles - pag. 38 (dispensa)
Questa poesia è stata scritta prima del 1872.
Questo è un sonetto che precede la sperimentazione di Rimbaud sulla forma: la
struttura strofica è regolare, come anche la struttura delle rime che è più o
meno regolare (ABBA BAAB CCD EED) tra versi alessandrini.
Nel primo verso Rimbaud associa ad ogni vocale un colore e lo fa già in modo
sintetico.
L’ordine delle vocali è un ordine strano, diverso da quello indicato nelle
grammatiche.
La A è associata al nero, a immagini cupe, alle mosche che sono ricorrenti in
Rimbaud nelle immagini di terrore; esse ronzano, riportando all’udito; abbiamo
anche l’odore con “fetori crudeli”.
Con la E si passa poi al bianco, anche se questo non viene nominato:
compaiono solamente i “candori”, sostantivo astratto, strano per la poesia
francese di questo periodo che evitano di dare nomi alle percezioni sensoriali
con l’uso di termini astratti. Le immagini sono tutte fuse: i re bianchi, le
umbelle che sono fiori bianchi, i ghiacciai.
La I viene invece associato al rosso: anche questo colore non è espresso
direttamente, ma con il sostantivo “porpore”. Le immagini quindi non vengono
spiegate come in Baudelaire. In quanto queste secondo Rimbaud che non sono
più da spiegare.
La U è invece associata al verde: questa vocale è associata al verde dei mari,
ma anche a immagini come i cicli, ai mari verdi, alle paci, alle rughe.
La O invece viene associata al blu: in altre versioni questa O viene scritta con
l’accento circonflesso, che fa quindi diventare quella O un vocativo. La O è
associata alla suprema tromba piena di stridori strani, ai silenzi, all’omega.
L’omega è opposta all’alfa e indica quindi la chiusura, la massima conoscenza.
L’omega è infine associata al viola, che veniva visto da Baudelaire come il
colore del misticismo (Mondi e Angeli nel penultimo verso sono simbolo
dell’avvicinarsi al mondo spirituale): esso è
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