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La Bhagavadgītā: caratteristiche generali

Nel libro VI della Mahābhārata (databile tra il II sec. a.C. e il II sec. d.C.), il vasto poema che, assieme al Rāmāyaṇa, costituisce la grande epica dell’India antica, è contenuta la Bhagavadgītā. La vicenda principale narrata dal Mahābhārata fa da sfondo a quest’ultimo testo: viene presentato il rovinoso scontro che vede da una parte i Kaurava, comandati da Duryodhana; dall’altra i loro cugini, i cinque Pāṇḍava, i figli di Paṇḍu, comandati da Yudhiṣṭhira, fratello maggiore di Arjuna.

Letteralmente, Bhagavadgītā significa “canto (gītā) del Bhagavat”. “Bhagavat” (parola con la quale viene anche designato Kṛṣṇa), a sua volta, vuol dire letteralmente “il possessore di bhaga” ed è un termine che solitamente viene tradotto nelle lingue occidentali con “il Beato” (“the Blessed One”, ecc.), anche se il suo significato è più generico, se si tiene conto del valore da attribuire a “bhaga” (“la parte”, letteralmente).

Dialogo tra Arjuna e Kṛṣṇa

La Bhagavadgītā è composta da 18 “letture” nelle quali viene presentato il dialogo tra Arjuna, il guerriero per eccellenza tra i Pāṇḍava, e Kṛṣṇa, il suo auriga. Quest’ultimo, durante lo svolgimento della narrazione, si rivelerà come volto personale della “realtà suprema”. Kṛṣṇa impartisce ad Arjuna il suo insegnamento per quanto riguarda il problema dell’agire.

Il guerriero, infatti, vedendo nello schieramento avversario parenti e maestri, non se la sente di combattere e domanda al suo auriga quale sia il motivo per farlo. In un primo momento Kṛṣṇa tenta di convincerlo a riprendere la battaglia facendo leva sul senso dell’onore. Arjuna, però, risponde affermando che combattendo contro i nemici, seguendo quindi il proprio dharma di guerriero, si troverebbe a combattere anche parenti e maestri, che invece andrebbero onorati: si trova dunque in conflitto tra due opposti precetti dharmici.

Dapprima Kṛṣṇa tenta di far leva sul senso dell’onore del guerriero, poi gli risponde “come sorridendo” indicando tre vie, tre “discipline” (o yoga):

  • La disciplina della conoscenza (jñāna-yoga);
  • La disciplina dell’azione rinunciante in ottemperanza al proprio dharma (karma-yoga);
  • La disciplina della devozione (bhakti-yoga).

Il fatto che Kṛṣṇa si rivolga ad Arjuna “come sorridendo”, sta ad indicare il fatto che Kṛṣṇa, come gli dèi, si ritrovi a guardare le cose da un punto di vista superiore a quello degli uomini e rimanga sostanzialmente indifferente ai drammi che invece attanagliano questi ultimi.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/17 Filosofie, religioni e storia dell'india e dell'asia centrale

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