UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MESSINA
FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA
CORSO DI LAUREA IN FILOSOFIA
Curriculum Filosofia e Scienze Umane
La petite èthique di Paul Ricoeur
Relatore: Giovanna Costanzo Marco Zaffino
Matricola N. 425999/L5
Anno Accademico 2012-2013
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Capitolo 1
Dall’etica alla morale
Gli studi etico-morali di Paul Ricoeur ruotano attorno a una questione
fondamentale: «Chi è il soggetto morale d’imputazione? ».
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Questa domanda si inserisce nelle serie delle altre questioni filosofiche
«chi parla? »,«chi agisce?», «chi si racconta? », affrontate in altri
studi di Sé come un altro dove Ricoeur si confronta con la filosofia del
linguaggio(nel duplice senso della semantica e della pragmatica), con
la filosofia dell’azione, con la filosofia analitica e l’ermeneutica e
dove risolve la questione dell’identità personale sviluppando il
concetto di identità narrativa. Tutte queste questioni serviranno al
filosofo francese a rispondere alla domanda fondamentale di matrice
kantiana «chi è l’uomo?» su cui vertono tutti i suoi studi:
La risposta alla richiesta «chi è quell’essere che io sono? » non è immediata e
diretta, ma solo al termine si giungerà a indicare il singolo come autore e
protagonista del proprio racconto di vita, individuo responsabile, centro dell’etica
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che merita di essere chiamato sé.
Questo, inoltre, determinerà lo sviluppo di un’ermeneutica del sé e
l’innesto dell’ermeneutica sulla fenomenologia.
La questione etico-morale viene affrontata nel settimo, ottavo e nono
studio di Sé come un altro, gli studi che costituiscono la petite èthique
di Ricoeur. Per questo Sé come un altro veicola in maniera esemplare
una vera e propria tensione etica che può essere considerata il punto di
partenza e l’esito di tutta la sua opera filosofica.
Giunto a declinare l’identità personale come idem e come ipse e ad
esplicitare la dialettica tra i due tipi di identità, l’autore si chiede: Che
cosa devo fare? Come devo vivere? Come faccio a rendere reale, nella
vita di ogni giorno, l’identità narrativa?
Sono questi gli studi che ci introducono nel vivo della questione della
relazione con l’altro che, nella sua estraneità vissuta, richiama il
soggetto alla dimensione sociale, della sua appartenenza al mondo e lo
sottrae dalle illusioni cieche di un solipsismo autofondante. È l’altro
che entra costitutivamente in ognuno di noi, cha fa di ogni soggettività
una sintesi tra ciò che è mio e ciò che è tuo, tra ciò che ognuno ha
1 D. Iannotta, L’alterità nel cuore dello stesso , in Sé come un altro, P. Ricoeur,
Jaka Book, Milano 2011
2 F. Brezzi, Introduzione a Ricoeur, Laterza, Roma-Bari 2006 , p.96
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dentro di sé e ciò che gli viene donato dall’altro nello scambio
reciproco di stima e rispetto. L’ermeneutica del sé è incentrata
sull’idea del sé che ciascuno di noi è in rapporto costruttivo con
l’altro, visto-in senso kantiano- come fine in sé a cui offrire
riconoscimento e rispetto.
Il percorso che Ricoeur traccia si muove tra Aristotele e Kant, tra etica
e morale. A tal proposito è bene evidenziare come Ricoeur rifiuta la
distinzione hegeliana «tra la morale kantiana del dover essere e
l’eticità concreta che si realizza nelle istituzione, famiglia, società e
Stato, come sintesi concreta di diritto e morale» .
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D’altra parte di Hegel rifiuta «la critica al formalismo di Kant e la
hybrìs del sapere assoluto» . Hegel mostrerà agli occhi di Ricoeur un
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importantissimo contributo nella tematica del riconoscimento.
Da perfetto ermeneuta, egli è inizialmente interessato al rispettivo
significato linguistico dei termini etica e morale:
L’uno viene dal greco, l’altro dal latino[…] con la duplice connotazione,
che cercheremo di scomporre, di ciò che è stimato buono e di ciò che si impone
come obbligatorio. E’, dunque, per convenzione che riserverò il termine di etica
con la prospettiva di una vita compiuta e quello di morale per l’articolazione di tale
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prospettiva all’interno di norme .
Tale distinzione richiama l’opposizione e il confronto tra due diverse
tradizioni di pensiero: quella aristotelica e quella kantiana. La
tradizione aristotelica è caratterizzata dalla prospettiva teologica che
incarna il concetto di “vita buona”. Per Ricoeur il momento etico si
sostanzia nella «prospettiva della vita buona con e per l’altro
all’interno di istituzioni giuste ». In questa tensione etica si può
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riassumere tutta la prospettiva formativa delineata dal nostro filosofo:
la realizzazione personale di per sé non è vera affermazione
d’umanità, se non attraverso il rapportarsi agli altri, in sistemi sociali
che perseguano la giustizia.
D’altra parte la tradizione kantiana, in cui assume significativa
centralità la dimensione deontologica, rimanda all’imperativo, al
comando, all’obbligazione che indirizzano e regolano le nostre azioni.
Negli studi etico-morali l’analisi
3 D. Jervolino, Ricoeur: l’etica e le etiche, in Etica e morale, P. Ricoeur, tr.it I.
Bertoletti, Morcelliana, 2007, p.6
4 Ibidem
5 P. Ricoeur, «Il sé e la prospettiva etica», in Sé come un altro ,a curi di D.
Iannotta, Jaka Book, 1993.
6 Ivi p.266 3
si va articolando lungo la traccia dei predicati buono e obbligatorio
applicati all’azione. Dire che un’azione è buona significa che essa sottostà alle
regole della sua organizzazione interna, dire che è obbligatoria significa
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qualificarla secondo l’imperatività di un comandamento a cui deve rispondere.
Rifacendosi ad Aristotele, il vivere bene implica una teologia interna
all’agire del soggetto, la quale rende possibile un’adeguata
integrazione di ogni azione entro il più vasto piano di vita.
Il soggetto si trova quindi impegnato in un lavoro di adeguamento tra
ciò che egli reputa essere il meglio per la propria vita e le singole
scelte che egli fa nel quotidiano, lavoro di adeguamento che comporta
una continua opera in interpretazione dell’azione e di se stessi. D’altra
parte i contorni ontologici dell’uomo sono definiti da una condizione
di fragilità e fallibilità che egli incontra nella consapevolezza di
«tessere le fila del suo essere nel mondo» insieme all’altro, con cui
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deve continuamente confrontarsi. Ecco allora l’incontro con la
dimensione deontologica, cioè l’insieme di norme codificate che
limitano l’azione: la morale kantiana è intesa come deposito di norme,
di diritti, di doveri a cui l’umanità si deve ancorare per far sì che ,
nell’incontro tra me e l’altro, la tensione verso l’altro non diventi
potere di sopraffazione. Grazie a questo codice di norme, che da
sempre ha segmentato la società civile, che si evita il rischio della
violenza e l’instaurarsi di relazioni basate sulla dinamica vittima-
carnefice.
Ricoeur non sceglie l’etica o morale, ma cerca una mediazione tra le
due prospettive. Precisamente, egli accorda un privilegio fondativo
alla dimensione etica, il prius, e alla morale il post:
L’orizzonte etico-morale si staglia come lo sfondo di senso dell’azione o
meglio dell’interazione, ove ogni agire è foriero di effetti per l’altro, che talvolta è
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costretto a subirlo fino a soffrirne .
«Prima dell’imperativo c’è l’ottativo» . Il sé, inteso come idem e
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come ipse, non è solo colui che si designa come agente, «come autore
e possessore delle proprie azioni», ma è anche colui che interpreta se
7 D. Iannotta, L’alterità nel cuore dello stesso, Op. cit.
8 D. Iannotta, L’alterità nel cuore dello stesso, Op. cit.
9 Ibidem
10 D. Jervolino, Ricoeur: l’etica e le etiche, in Etica e morale, P. Ricouer, cit. p.9
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stesso, riflette sul senso delle proprie azioni, cioè intende scoprire la
prospettiva etica di fondo.
Ricoeur tratteggia la dimensione forte dell’ipse come soggetto morale, né
esaltato né umiliato, espressione di passività e attività, di stesso e altro,
responsabile di un’azione- e questa è da individuare come progetto del soggetto-
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che abita uno spazio etico.
Immerso nell’orizzonte etico-morale, il sé si modula attraverso tre
momenti diversi del piano teologico e del piano deontologico. La
tripode etica è costituita dalla stima di sé, dalla sollecitudine e dal
senso etico della giustizia. La tripode morale è costituita
dall’autonomia, dal rispetto e dalla conflittualità delle norme. Facendo
procedere parallelamente l’analisi di ogni tappa di ogni orizzonte, si
esplica l’intendo di Ricoeur a stabilire una mediazione tra le due
tradizioni, egli stesso scrive:
Mi propongo senza preoccupazioni di ortodossia aristotelica o kantiana, di
difendere:1)il primato dell’etica sulla morale; 2)la necessità ,tuttavia, per la
prospettiva etica di passare per il vaglio della norma; 3)la legittimità di un ricorso
dalla norma alla prospettiva etica, allorché la norma conduce a conflitti per i quali
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non v’è altra soluzione che una saggezza pratica.
Sul piano etico, il primo momento in cui il sé, inteso come identità
narrativa, si prospetta nella via lunga dell’etica è provare a riuscire ad
avere stima di sé: il soggetto guardandosi allo specchio cerca di
scoprire cosa vuol dire stimarsi.
Sono due le cose fondamentalmente stimabili in sé: […] la capacità di agire
intenzionalmente; poi la capacità di introdurre cambiamenti nel mondo, la capacità
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di iniziativa.
Si tratta di una stima che nasce dalla riflessione stessa del cogito in
terza persona. La stima di sé non è mai una stima alla prima persona;
già da subito è interpersonale e richiama alla relazione perché stimarsi
vuol dire mediarsi attraverso il racconto e la parola rimandati ad altri
che attestano la qualità delle mie azioni e la veridicità. «Dire sé non
vuol dire me» afferma Ricoeur; egli abbandona la posizione
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egologica di stampo husserliano che porterebbe il soggetto a chiudersi
11 F. Brezzi, Introduzione a Ricoeur, op. cit. p.102
12 P. Ricoeur, Etica e Morale, tr.it I. Bertoletti, Morcelliana, 2007, p. 34
13 Ivi p.35
14 P. Ricoeur, Sé come un altro, cit. p.276
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in una forma narcisistica e solitaria di ripiegamento su se stesso.
Infatti, Ric