Un'analisi del fenomeno dei selfie
Introduzione al concetto di selfie
Let’s take aSelfie! dell’unicità”Considerazioni sull’odierno “Malaise Palma Bertani. Università degli Sudi della Basilicata. Prof. A.Masullo.
Si chiama “Selfie” ed è la nuova mania che imperversa tra i giovani, e non solo. Esso consiste nel farsi una foto con uno smartphone e poi pubblicare il risultato sui social network più famosi. Un fenomeno così rilevante che la stessa parola selfie è stata indicata come la più usata nell’anno 2013.
Radice e motivazioni del selfie
Molto interessante è ricercare il motivo per il quale questa pratica sia così diffusa in questi ultimi anni. Partiamo dall’analizzare la radice della parola selfie: essa deriva dall’aggettivo inglese “selfish”, ovvero egoista, quindi dalla radice stessa della parola si può dedurre che tale pratica di immortalarsi in uno scatto abbia come motivo principale l’autoaffermazione. Ci si scatta un selfie per attirare l’attenzione e per rendersi più visibili.
Selfie e tecnologia
Il fenomeno del selfie è strettamente collegato con l’evoluzione delle tecnologie e delle piattaforme comunicative di internet quali Facebook, Instagram o Twitter, questo perché essi si profilano come i mezzi di comunicazione più veloci che l’uomo ha a disposizione e, soprattutto, sono i mezzi che assicurano una visibilità vasta. Essi richiamano l’attenzione degli altri utenti, i quali interagiscono con noi tramite “like” e “commenti”, facendo diventare questi alimentazione della fiducia in se stessi.
Implicazioni sociali dei selfie
L’attenzione che viene concessa alla nostra manifestazione di apparenza diventa metro del nostro successo, e diventa, tristemente, unica motivazione grazie al quale un uomo può trovare appagamento e compiacimento. La natura del selfie non corrisponde solo a quella di una moda passeggera, anzi: il selfie è sintomatico circa il malessere della società e il cambiamento dei valori su cui essa dovrebbe fondarsi.
Confronto con il passato
L’uomo da sempre manifesta la tendenza a non accettare la propria natura caduca, mortale, ed è quindi alla costante ricerca di un modo per lasciare traccia di sé al mondo, una traccia che gli permetta di sopravvivere alla propria morte e all’inesorabilità del tempo. Nell’antichità tale compito era affidato all’arte, spesso alla poesia, la quale doveva essere veicolo della fama del poeta e doveva essere testimonianza imperitura della sua esistenza… con lo scorrere dei secoli, con il cambiare dei princìpi, si è arrivato al selfie; esso è il nuovo deputato a mantenere viva la nostra memoria. Le manifestazioni di un individuo, l’esistenza dell’individuo stesso, sono affidati alla fotografia. E questo è uno dei primi motivi: la paura dell’uomo di non sopravvivere al tempo.
La prospettiva di Gunther Anders
Gunther Anders affonta il problema del malessere dell’uomo circa la propria caducità rapportandolo alle macchine. L’uomo descritto da Anders ne “L’uomo è antiquato”, è un uomo che vive in condizione di subordinazione alle macchine, si sente inferiore ad esse seppur sia egli stesso ad averle create, e seppur secondo le proprie potenzialità, dovrebbe riconoscersi migliore di esse. L’uomo che Anders prende in considerazione vive questa sofferenza e la imputa a diversi fattori, uno tra questi è appunto l’impossibilità di vivere in eterno come le proprie macchine, ma soprattutto, vive come un disagio la propria condizione.